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  1. #1
    Mai l'altra guancia
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    Question L'ITALIA di Silvio ed i documenti sulle WMD. Due Torri di BUGIE.

    Due Torri di Bugie
    di Ferdinando Imposimato
    Quasi ignorate dai media le ultime performance di due fedelissimi di Bush, David Libby e Karl Rove, in prima fila per inventare le false prove contro l’Iraq di Saddam Hussein. Ecco le loro vere storie e la ricostruzione di quella diabolica messinscena che ha visto coprotagonisti eccellenti Silvio Berlusconi e Nicolò Pollari.
    Sul Corsera del 3 luglio scorso in prima pagina é apparsa la notizia: «David Lewis Libby, condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, graziato da George Bush». Il 14 agosto 2007 Alberto Flores D’Arcais, in un articolo per la Repubblica, scrive «Bush perde il mago delle elezioni, si dimette il guru Karl Rove». Poi nel sottotitolo, «molti insinuano che si tratti di una breve ritirata in vista di una candidatura nelle elezioni del 2008». Solo alla fine si legge: «la sua fama ha avuto un colpo di arresto l’anno scorso, quando distaccato dai suoi compiti nello staff presidenziale per seguire da vicino le elezioni di medio termine, non riuscì ad evitare la sconfitta repubblicana da parte dei democratici di tutte e due le camere del congresso». E finalmente al termine del pezzo: «Diverse ombre si sono addensate su di lui durante il Cia Gate, quando fu ritenuta una delle gole profonde all’origine della fuga di notizie che fece saltare la copertura dell’agente Cia Valerie Plame».
    Messe così le cose, il lettore non capisce assolutamente nulla di questi due personaggi e del ruolo che essi hanno svolto alla Casa Bianca in questi ultimi anni. L’unico giornale a riferire qualcosa di vero sulla vita di Karl Rove è stato l’Unità del 14 agosto 2007, che ha scritto: «il primo consigliere politico di George Bush (Karl Rove), dopo essere scampato due anni fa all’inchiesta sul Cia Gate, si trova adesso sotto inchiesta del congresso americano per lo scandalo dei Procuratori licenziati e per una serie di ingerenze nell’attività di varie agenzie governative». Ma anche questo non basta a spiegare cosa é successo. E dunque abbiamo il dovere di tentare di ristabilire la verità su questa storia intricata, colmando le lacune clamorose nell’informazione della stampa internazionale e nazionale: e lo facciamo in tutta umiltà ma anche con preoccupazione. Ricordando ciò che scrisse 70 anni fa Albert Einstein: «I mezzi di comunicazione di massa - la stampa, la radio (a quel tempo non esisteva la tivvù, ndr) - hanno portato all’asservimento di corpi ed anime ad un’autorità strategica mondiale. E in ciò sta la principale fonte di pericolo per l’umanità. Le moderne democrazie, che mascherano regimi tirannici, utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in funzione delle guerre preventive».
    ATTENTI A QUEI DUE
    Ritornando ai due nostri “eroi”, rievochiamo alcuni dei punti salienti di quella storia che va sotto il nome di Cia Gate, la quale riguarda anche l’Italia. Essa ci portò alla guerra contro l’Iraq, e a centinaia di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini e donne, e ad una tensione e ad una diffusione del terrorismo in tutto il mondo. Cominciamo dal primo. David Lewis Libby, fruendo della grazia di ben due anni e mezzo per un reato contro l’amministrazione della giustizia, non era un signore qualsiasi toccato dalla misericordia di Bush (cosa mai avvenuta per i molti condannati a morte innocenti, tra cui Rocco Derek Barnabei): era l’ex capo di gabinetto di Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti e dominus da 17 anni della Casa Bianca (Cheney fu anche ministro della difesa di George Bush senior). Il secondo, Karl Rove, braccio destro di George Bush junior, e legato alla destra israeliana di Netanyahu, fu lo stratega che non solo gestì la campagna elettorale di Bush, ma imbastì il grande inganno che portò alla guerra all’Iraq. Entrambi costruirono il casus belli che fu il pretesto per scatenare la guerra illegittima ad un paese indipendente, l’Iraq. Questa storia é raccontata minutamente ne “La grande menzogna” (edizioni Koiné, 2006, autore Ferdinando Imposimato, prefazione di Clementina Forleo). La tesi di fondo del libro, fondata su documenti, dichiarazioni, testimonianze, atti processuali e risultanze delle inchieste del congresso americano, é semplice: la guerra all'Iraq non fu la risposta giusta ed inevitabile degli Stati Uniti e della Gran Bretagna all’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, dietro cui sarebbe stato il perfido e malvagio Saddam Hussein, reo di volersi procurare armi atomiche per distruggere la candida ed innocente America. La Guerra all’Iraq, scatenata contro la volontà della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale, del Papa Giovanni Paolo II, delle Nazioni Unite, benché iniziata il 20 marzo 2003, era stata decisa molto tempo prima. Gli scopi erano molteplici: la conquista delle risorse petrolifere del Medio Oriente, l’estensione del dominio imperiale degli Stati Uniti e il sostegno all’industria bellica americana, che fattura da sola 450 miliardi di dollari l’anno (la stessa cifra che il comparto bellico raggiunge in tutto il resto del mondo. Ed ha un solo cliente: il Pentagono).
    IL GRANDE COMPLOTTO
    Per giustificare questa guerra ingiusta e suicida, che ancora oggi miete migliaia di vittime innocenti in Iraq ed in tutto il mondo, con effetti sulla pace internazionale non facilmente prevedibili, venne ordito un gigantesco complotto, che vide la partecipazione della Cia, del Mossad, dell’M15 (il servizio britannico) e del Sismi, di alcuni giornalisti del Washington Post e del New York Times, dei principali collaboratori della Casa Bianca e del Pentagono. Ma da chi fu ordito precisamente il complotto? Dagli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono con l’appoggio di agenti segreti sparsi per il mondo. Costoro riuscirono a costruire dal nulla per Bush, Cheney e Donald Rumsfeld - e contro la verità - «le prove del legame tra Saddam Hussein e l'11 settembre»; e quelle della fornitura di 500 tonnellate di uranio del governo del Niger al dittatore iracheno. Il regista occulto dell’intera operazione fu Dick Cheney, padre padrone della Casa Bianca, da quando cioè riuscì a convincere il vecchio Bush a scatenare, nel 1990, la prima guerra del Golfo.
    Ma quale fu il ruolo di Libby e Rove? Non lo si può capire se non si raccontano gli antefatti. La guerra all’Iraq, in realtà, fu preceduta da due false rivelazioni preparate prima dell’11 settembre 2001. La prima fu che Saddam aveva tentato di importare uranio grezzo dal Niger: nove mesi prima dell’11 settembre, il Joint Intelligence Committee britannico (comitato di coordinamento dei servizi segreti inglesi) scrisse in un suo rapporto: «fonti non confermate dicono che gli iracheni sono interessati ad acquistare uranio». La seconda che Saddam Hussein aveva legami con i terroristi dell’11 settembre 2001. Cominciamo dalla prima bugia. Dove nacque questo piano? Certamente in America, tra un gruppo di neocons inseriti nella Casa Bianca e nel Pentagono; di questo gruppo facevano parte Karl Rove, il braccio destro di Bush, David Lewis Libby, il braccio destro di Cheney, e Paul Wolfowitz, l’uomo chiave del Pentagono, il collaboratore principale di Rumsfeld, ovvero il capo del Pentagono. Il piano, concepito negli Usa, fu sviluppato in Inghilterra ed in Italia, dove fu avallato dal premier Silvio Berlusconi, il quale nel 2002, nel corso di una seduta al Senato, fece riferimento agli «elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui il Governo e le intelligence dell’Alleanza Occidentale sono a conoscenza (una parte di questi é stata resa nota dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento ai Comuni, nda)» (La grande menzogna, pagina 61). Due bugie, sia pure autorevoli, non fanno una verità, ma una grande menzogna, che evoca la strategia della tensione degli anni sessanta-ottanta in Italia.
    FALSO SU FALSO
    Negli Stati Uniti, Rove, definito “il cervello della Casa Bianca”, si procurò documenti falsi sulla fornitura di uranio nigeriano all’Iraq, tramite un suo consigliere, il professor Michael Ledeen, che si autodefinì fascista universale, attivista della destra americana e membro occulto del comitato di crisi che decise la sorte di Aldo Moro. Il documento usato per giustificare la guerra era stato fabbricato ad arte con la notizia di inesistenti armi di distruzione di massa (WMD), documento che Bush e Cheney, e poi Tony Blair e Silvio Berlusconi, usarono per legittimare la guerra all’Iraq. Ma chi diede questi documenti a Ledeen? Qui la storia si fa più complicata e coinvolge anche l’Italia. Ledeen, per creare il falso dossier, utilizzò un ex agente del Sid, Rocco Martino, che contribuì alla costruzione del gigantesco imbroglio sulla inesistente fornitura di 500 tonnellate di uranio del Niger a Saddam Hussein. A raccontarlo sembra un imbroglio all’amatriciana, per la sua grossolanità, eppure fece breccia in molti giornali di prestigio mondiale. Fra il 31 dicembre 2000 e il 1 gennaio 2001 - nove mesi prima dell’11 settembre - si verificò un episodio misterioso nell’ambasciata del Niger a Roma, in via Baiamonte. Detto in poche parole, venne simulato un furto di carta intestata e timbri veri dell’ambasciata del Niger, da usare per la fabbricazione di documenti falsi: il dossier parlava della fornitura dell’uranio del Niger all’Iraq. In realtà un impiegato dell’ambasciata nigerina avrebbe venduto il materiale cartaceo ad un agente Sid, Rocco Martino, protagonista di questo stratagemma. Costui, scoperto ed accusato di avere ordito l’inganno, in varie interviste concesse a giornali stranieri chiamò in causa alcuni non meglio indicati colleghi del Sismi come committenti dell’imbroglio. Per conto di questi Rocco Martino avrebbe agito. Lo scopo - disse Martino - era semplice: il dossier falso doveva essere smistato tra varie ambasciate occidentali senza che apparissero i mandanti italiani, inglesi, israeliani ed americani dell’operazione Niger-uranio-Saddam. Secondo Martino, il dossier era stato preparato dal servizio segreto militare su input del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per servire i desiderata di Bush e di Blair; adoperando lui per diffonderlo. E lui aveva cercato di strumentalizzare la giornalista di Panorama Elisabetta Berba. La quale aveva verificato con scrupolo la notizia e, avendo compreso che si trattava di una menzogna, non scrisse nulla.
    ECCO BERLUSCONI
    Intanto Nicolò Pollari, chiamato in causa, sconfessò Rocco Martino e negò un suo coinvolgimento nelle vicenda davanti al Copaco (il comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti). Che scagionò il generale Pollari all’unanimità. Nel frattempo anche la Procura della Repubblica di Roma, che aveva iniziato un procedimento penale, archiviò il caso scagionando Pollari. Dopo l’esplosione della guerra contro l’Iraq si scoprì l’imbroglio; e venne alla luce il ruolo degli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono. Si seppe che nel dicembre 2001, probabilmente all’Hotel Parco dei Principi di Roma (lo stesso che ospitò nel 1966 il summit golpista della destra eversiva), si era tenuto un incontro tra Ledeen, Harold Rhode, membro dell’Office of Special Plans del Pentagono, il ministro della Difesa italiano Antonio Martino, il generale Pollari, e tale Larry Franklin, funzionario del Pentagono ed arrestato dall’Fbi quale agente di Israele. La copertura venne data da Cheney, informato della riunione. Il gruppo spolverò il dossier sull’uranio nigeriano che giunse alla Casa Bianca. Bush aveva il suo casus belli: la giustificazione formale di una guerra già decisa oltre un anno prima dell’11 settembre. La conferma della bugia venne dalla Dia, la Defense Intelligence Agency, che scrisse il 12 febbraio 2002: «Niamed, capitale del Niger, è d’accordo a vendere 500 tonnellate di uranio a Baghdad». La notizia si diffuse anche con l’avallo del governo e dei mass media italiani, la gente ci credette, si spaventò e volle la distruzione di Saddam Hussein.
    Qui la storia si fa incandescente. Entrò in campo Cheney con il suo braccio destro Libby. Ed entrò in scena anche Rove. I due rispolverarono il dossier screditato di Rocco Martino e lo passarono a diversi cronisti. Abboccò per primo all’amo il giornalista Clayton Hallamark che raccontò il summit di Roma, allegando un pezzo del rapporto costruito dall’intelligence sulle carte intestate rubate presso l’ambasciata del Niger, preparato da dilettanti amici di Ledeen, collaboratore di Rove. Cheney, letto il rapporto della Dia, incaricò l'ex diplomatico Joseph Wilson di compiere un’inchiesta in Niger per accertare se era vera la storia dell’uranio. Wilson andò e scoprì che i documenti del Sismi erano una grossolana falsificazione. E rifiutò di avallarli, come gli era stato chiesto. Apriti cielo! Il povero Wilson pensava di meritare un encomio solenne per avere svelato l’inganno. Ed invece la cosa non venne presa bene da Cheney, da Bush e dai loro rispettivi collaboratori Rove e Libby. Costoro scesero in campo ed alimentarono la menzogna attraverso la stampa. Ma Wilson non recedette e cercò di ristabilire la verità: il dossier del Sismi avallato da Cheney e da Bush era falso. A questo punto bisognava distruggere la reputazione di Wilson: per fare questo, Rove, Libby ed il funzionario Larry Franklin, spia del Mossad (cui aveva trasmesso dei documenti segreti), passarono ai più autorevoli giornali americani i dossier falsi per la pubblicazione. Libby li consegnò a Judith Miller, che firmò una lunga inchiesta efficace ma piena di bugie. Quelle bugie furono utilizzate e dilatate da Bush, Blair e Cheney. In questa vicenda torbida si distinse per onestà l’Fbi che denunciò Franklin con l’accusa di cospirazione; e Libby per intralcio alla giustizia. Il 6 luglio 2002 Wilson smentì ancora la Casa Bianca e la versione dell’uranio del Niger all’Iraq dei servizi segreti italiani guidati da Pollari. Ma Rove, Libby e Franklin proseguirono nella loro campagna a base di bugie utilizzando i loro amici giornalisti. Robert Novak, del Washington Post, disinformato da Rove, scrisse che Wilson era stato mandato in Niger non dalla Casa Bianca ma dalla Cia, tramite sua moglie Valerie Plame, agente Cia: una verità e una menzogna, questa volta. Era vero che la Plame era agente della Cia, ma era falso che Wilson fosse stato mandato in Niger dalla Cia. Analoga notizia falsa era stata diffusa da Judith Miller su imbeccata di David Libby.
    La Miller, poi arrestata, aveva mentito consapevolmente su istigazione di Libby, dietro il quale c’era Cheney. A pagare sul piano penale furono solo Franklin e Libby, incriminati e processati. Si salvò ingiustamente Rove, che fu costretto a dare le dimissioni, ma non fu incriminato. Sottoposto a martellanti domande di una stampa che aveva compreso l’imbroglio, scomparve per qualche tempo facendo perdere le sue tracce. Poi rientrò a fianco di Bush, dopo avere fatto trasferire i magistrati federali. Altro che “due process of Law” americano! Negli Usa c’é stata in questa vicenda una totale subalternità del Pubblico Ministero all’esecutivo ed una dura sconfitta della giustizia. I padrini politici di Libby e Rove hanno dovuto proteggere i loro assistiti: Bush, un santo che non aveva mai fatto miracoli, concesse la grazia a Libby, nel frattempo condannato a due anni e mezzo di carcere. E Rove andò indenne, nonostante il Procuratore Robert Patrick Fitzgerald avesse accertato che alla Casa Bianca, per punire Wilson, i due collaboratori principali di Bush e Cheney avevano rivelato la vera identità e la professione di Valerie Plame; e avevano fatto credere che la versione di Wilson era inquinata dai servizi segreti, cosa non vera.
    La sola cosa certa é che Libby e Rove non agirono in proprio, ma come esecutori degli ordini del presidente Bush e del vice Cheney. Si spiega solo in questo modo la generosità di Bush nella concessione della grazia a Libby e l’uscita di scena soft di Rove.
    Gli strateghi della guerra preventiva, dunque, non sono stati puniti per la serie di menzogne sull’Iraq. E forse si preparano a ritornare a galla per le prossime elezioni politiche e ad allestire le condizioni di una nuova guerra preventiva.
    -

  2. #2
    Orgogliosamente Bannato .
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    Sarà , ma che gli USA chiedano aiuto all'Italia per mettere in piedi tutto questo cinema mi sembra francamente impossibile.

  3. #3
    Mai l'altra guancia
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    4 minuti.
    L'avevi già letto o ... hai un QI da primato?

  4. #4
    Orgogliosamente Bannato .
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    Citazione Originariamente Scritto da Zdenek Visualizza Messaggio
    4 minuti.
    L'avevi già letto o ... hai un QI da primato?
    Mi pare se ne fosse già parlato tempo fa e già allora mi sembrava strano che gli USA dovessero aver bisogno dell'Italia per mettere assieme la bufala del secolo.

  5. #5
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    chissà se sarà mai provato tutto questo ... difficile.
    certo è che silvio fu costretto per 5 anni alla politica del barboncino. bisognoso di una legittimazione internazionale per bilanciare il discredito fortissimo che aveva all'estero il povero silvio ha dovuto rivolgersi a bush&blair che, in cambio, hanno preteso che la politica estera italica scodinzolasse a loro comando ...

  6. #6
    Mai l'altra guancia
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    Basti pensare alla passerella offerta sull'INTREPID per la campagna elettorale,
    con tanto di claque fatta da stagisti che riempissero gli spazi vuoti televisivi al Parlamento USA.

    "Pacche sulle spalle".

  7. #7
    Mai l'altra guancia
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    Aggiungo questo:
    Una lettera di padre Benjamin.

    "Caro Beppe Grillo,
    sono padre Benjamin, non so se ti ricordi, nel marzo 2003 prima dell’aggressione americana contro l’Iraq, dicevo a “Porta a Porta” che non c’era in quel Paese nessuna arma di distruzione di massa, che era tutta una montatura di Washington per ingannare l’ONU e l’opinione pubblica.
    Dicevo che se avessero invaso l’Iraq non avrebbero trovato nessuna arma di distruzione di massa, ma certamente un'eroica resistenza all’invasione. Mi hanno risposto con offese, ingiurie, calunnie e hanno dato ordine alle reti televisive e alle radio di non parlare dei miei libri e dei miei film sull’Iraq. Quando si dice la verità e i potenti Signori delle bugie non possono risponderti con altre menzogne, impiegano la denigrazione, l’insulto, la diffamazione.
    Dio ti benedica, Grillo. Anche me hanno trattato da terrorista, perché dicevo la verità su quanto accadeva realmente in Iraq e denunciavo le menzogne dei “Signori delle Bugie” di Washington e Londra. Il Corriere della Sera, in un editoriale (del 2004) di un giornalista amico di un signore libico Capo del Mossad a Roma, aveva pubblicato che facevo parte di un’associazione islamica terroristica. Niente di più. Ho scritto cortesemente al quotidiano di correggere. Nessuna risposta. Il mio avvocato ha scritto al Direttore del quotidiano e al giornalista. Anche per lui, nessuna risposta. Ho fatto causa e ho vinto, con una sentenza definitiva del Tribunale di Milano.
    Tutti questi “cani guardiani del Potere” mi trattavano in diretta televisiva da pro Saddam, perché dicevo che secondo l’UNICEF morivano in Iraq da 5 a 6.000 bambini al mese per le conseguenze dell’embargo, mi trattavano da anti-americano, perché dicevo che avevano contaminato la popolazione e l’ambiente con armi all’uranio impoverito, affermavano che queste armi non esistevano!
    Gianfranco Fini mi tirava in faccia che non ero degno di portare l’abito religioso, perché affermavo che il rapporto presentato al Congresso americano, rapporto dell’Istituto strategico del Collegio di Guerra della Pennsylvania, conferma che nella strage di Halabja contro i Kurdi, che fece 5.000 vittime, con armi chimiche, l’Iraq non c’entrava niente. Citavo un rapporto ufficiale presentato al Congresso americano nel 1989, ma Fini, che nel 1983 viaggiava con Donald Rumsfeld in Iraq per andare a stringere la mano a Saddam Hussein, lui, nel 2003, Ministro degli Affari Esteri, non sapeva nulla di questo rapporto al Congresso. Ecco perché il processo a Saddam Hussein sulla tragedia dei Kurdi di Halabja non l’hanno mai voluto fare. Ecco perché l’hanno impiccato prima (per aver ucciso 148 estremisti islamici): per evitare il processo per le vittime di Halabja. Sarebbe saltato fuori il famoso rapporto al Congresso intitolato “Iraqi power and U.S. Security in the Middle East (97 pagine)" e sarebbe stato scoperto che in questa faccenda, loro, gli americani, avevano una pesante responsabilità.
    Manipolano le coscienze con montagne di menzogne e offendono coloro che divulgano la verità per denigrarli presso l’opinione pubblica con la loro potente macchina di disinformazione. Come hai detto così bene, per farlo, i loro “cani da guardia”, su tutte le reti aziendali, abbaiano. Contro chi attacca la loro egemonia, contro chi denuncia il loro predominio e la loro arroganza. Il loro odio non ha fine. Per fermare chi dice la verità non si fermano dinanzi a nulla. Ecco un esempio: il 14 febbraio 2003 accompagnavo Tareq Aziz e la delegazione irachena per l’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Saputa la cosa, hanno fatto di tutto per impedirlo. Sono (i signori delle Bugie e del Potere) intervenuti presso il Cardinale Camillo Ruini e presso alcuni potenti Prelati della Segreteria di Stato del Vaticano, perché mi fosse impedito di incontrare Giovanni Paolo II. E così fu.
    Il giorno dell’udienza, arrivato con la delegazione irachena presso la biblioteca del Papa, mi fu impedito di entrare e mi fu chiesto di aspettare (come un cane), da solo, in una stanza. Dopo l’udienza di Aziz con il Papa, quando il Ministro iracheno è venuto a sapere quanto era accaduto, furioso, ha deciso di cancellare la conferenza stampa del pomeriggio presso la Sala Stampa Esteri. E’ soltanto dopo aver insistito per tre volte di mantenere la conferenza che finì per accettare. Tareq Aziz doveva partecipare a “Porta a porta”. Una telefonata del produttore mi informava, la mattina della trasmissione, che era stato vietato ai giornalisti di ricevere il ministro iracheno negli studi della RAI, e furono cancellate tutte le trasmissioni Rai alle quali avrebbe dovuto partecipare Aziz.
    Democrazia in delirio. Caro Beppe, dicono di te cose deliranti! Benedetto sei tu, quando sei oltraggiato e offeso, ne esci ancora più grande. E’ così: i Media aziendali devono obbedire ai loro sponsor, lobby dell’armamento e del petrolio. Chi paga, comanda. Prendono i figli di Dio per dei coglioni, ma il peggio è che i figli di Dio non se ne rendono nemmeno conto! Fabbricano, nei loro studi, un video con un attore nel ruolo di Bin Laden.
    Un anno fa con la barba grigia, adesso con la barba nera. Se ne accorgono troppo tardi e dicono che la barba di Osama è nera in questo nuovo video, perché è una tradizione degli islamici di tingersi la barba quando sono in guerra. L’anno scorso la barba di Osama era grigia e bianca, oggi è nera! Probabilmente perché l’anno scorso, anche se Bin Laden era in guerra, aveva dimenticato di andare in tintoria. Pronto il nuovo video di Osama barba nera, tutti i “cani da guardia” a trasmetterlo con appassionati commenti.
    L’anno scorso, i Servizi segreti francesi avevano dichiarato che Bin Laden era morto e che ne avevano le prove. Sarà risuscitato. In un video, vedi Bin Laden mangiare con la mano destra quando è mancino e tutti coloro che lo conoscevano possono testimoniare che è mancino, ma fa niente, nessuno lo sa. Il suo anello al dito, non è suo, ma fa niente, non si vede bene. Gran parte dei discorsi del Bin Laden super star sono stati scritto da Adam Gadhan, di Los Angeles, il cui nome originale è Adam Pearlman (anche noto come Azzam l’Americano), ma fa niente. Che ne sa il gregge della RAI.
    Ti dicono: oggi 27 attentati terroristici in Iraq. Non sanno nemmeno in Iraq chi siano gli autori di queste azioni, ma i Media in Occidente ti dicono che sono dei terroristi. Nell’ultima guerra mondiale, durante l’occupazione della Francia, la radio tedesca di propaganda diceva della Resistenza francese che si trattava di terroristi che attaccano le forze tedesche. Diceva Goebbels, capo della propaganda del III° Reich: “Quando dite una bugia, dovete ripeterla mille volte, alla fine tutti crederanno che è vera”.
    Così fanno i servi dell’Impero della Bugia di Washington, Londra, Roma, Parigi e Sidney. Ti ricordi che i “cani guardiani del potere” avevano pubblicato che padre Benjamin aveva ricevuto dal Governo di Saddam Hussein delle "allocazioni" di petrolio. Avevo risposto che non le avevo mai accettate. Quando gli ispettori dell’ONU hanno pubblicato il loro rapporto e hanno scritto che non soltanto il Ministero del petrolio a Baghdad e la SOMO confermava che padre Benjamin non aveva mai ritirato queste allocazioni, ma che le aveva rifiutate ufficialmente con una lettera a Tareq Aziz (della quale gli ispettori dell’ONU avevano una copia), nessun quotidiano, dico nessuno di quelli che mi avevano offeso e denigrato, ha avuto il coraggio di scrivere “ci siamo sbagliati con Benjamin: il rapporto ONU conferma che non ha mai accettato queste allocazioni di barili di petrolio”. Anzi, padre Benjamin è stato l’unico, tra centinaia di personalità, ad aver rifiutato. L’unico stronzo, perché adesso si è fatto fregare il suo petrolio dagli americani.
    Invece, puoi immaginarti il casino se fosse adesso rivelato quale società di Donald Rumsfeld faceva business con Saddam Hussein durante l’embargo e la quantità di barili di petrolio ed altro che si sono presi due Capi di Stato di Paesi Europei. E non sono quei Capi di Stato che si potrebbe immaginare, perché contrari all’aggressione contro l’Iraq. No, sono altri.
    Potrei scriverti un libro, potrei anche raccontarti un sacco di cose sull’11 settembre 2001, sulle confidenze di Tareq Aziz durante la sua visita in Italia, su cosa probabilmente accadrà prossimamente in Iraq, ma non voglio abusare della tua pazienza e del tutto tempo. Ti ringrazio già di avermi letto fin qui. Volevo soltanto testimoniarti la mia stima per il tuo coraggio. Saranno capaci di tutto per fermarti, ma non ce la faranno. Sul tuo treno stanno salendo ogni giorno sempre più viaggiatori e il tuo binario è diritto, il loro è vecchio, storto e pericoloso. Ricordati di Colui che diceva “la Verità vi renderà liberi”. Jean-Marie Benjamin

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Zdenek Visualizza Messaggio
    Basti pensare alla passerella offerta sull'INTREPID per la campagna elettorale,
    con tanto di claque fatta da stagisti che riempissero gli spazi vuoti televisivi al Parlamento USA.

    "Pacche sulle spalle".

    già.
    il punto è il solito squallore , la politica estera persino orientata non dagli interessi profondi del paese ma da quelli personali.

  9. #9
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    Confesso, non l'ho letto. Mi sono fermato quando ho incontrato il nome "Pollari".
    Che fine ha fatto. Sempre consigliere di stato pagato con i nostri soldi ?

  10. #10
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    La macchia s'allarga.
    Invece della guerra


    • da L'Unità del 1 ottobre 2007



    Ora è chiaro e documentato, dunque storicamente vero: Saddam Hussein stava per andarsene. Aveva accettato di lasciare il potere e di scomparire in esilio. Voleva una buona uscita esosa (un miliardo di dollari). Ma non c’erano bombe, non c’erano morti iracheni (decine, forse centinaia di migliaia), non c’erano morti americani (al momento quasi quattromila) non c’erano trentaduemila giovani americani feriti, molti dei quali non torneranno più alla vita di tutti. Non c’era il costo immenso di una guerra che non finisce.

    Per capire di cosa sto parlando (giornali e Tv sfiorano appena l’argomento) occorre tornare ai giorni di incubo e tensione che hanno preceduto la guerra in Iraq. Da un lato il vento furioso della Casa Bianca di Bush, del febbrile interventismo di Tony Blair, che, letteralmente «hanno fatto carte false» (hanno mentito su tutto) pur di fare la guerra.

    Dall’altra due pacifismi avvinghiati, uno di passione, constatazione, buon senso (ormai hanno capito in tanti che la guerra non è più una risposta possibile, troppo costo, troppo sangue e - da quando esistono solo armate professionali - troppe poche persone disposte a morire); l’altro ideologico, contrario a tutte le guerre ma specialmente a una guerra americana.

    All’improvviso (siamo nel 2003, a poche settimane dall’inferno iracheno che ancora non c’era, che veniva descritto come una guerra rapida e leggera e che ancora continua a bruciare) entra in scena un incompetente che non sa niente di guerra perché predica la non violenza, uno poco amato dalla sinistra perché si dichiara “americano” e dice agli uni e agli altri «Fermi tutti. Possiamo rimuovere Saddam senza combattere». Sto parlando di Marco Pannella. «È la tipica presunzione del leader radicale che sa sempre, da solo, come salvare il mondo», si è detto e scritto con irritazione da una parte e dall’altra, a quel tempo. Noi, qui, all’Unità gli abbiamo creduto. E abbiamo subito spiegato perché. Perché la pace non arriva come risposta a una invocazione ma come frutto di un lavoro. Perché la proposta di Pannella ricordava a qualcuno di noi l’impegno costante, a momenti disperato ma mai rinunciatario, contro la pena di morte negli Stati Uniti: un caso per volta, ogni percorso di salvezza continuamente tentato, finché ne salvi uno, finché ne salvi quasi la metà, finché riesci a mettere in discussione un tipo di esecuzione (l’iniezione letale) di fronte alla Corte Suprema (benché quella Corte sia di destra e favorevole alla pena di morte); finché riesci a ottenere la moratoria, già proclamata in alcuni Stati americani e che adesso sta per essere approvata all’Onu, per tutto il mondo. Una proposta italiana che onora il nostro Paese e che è nata da una di quelle campagne ossessive e, all’inizio, solitarie e col tormentone del digiuno, di Marco Pannella.Ricorderete che molti deputati e molti senatori italiani avevano detto sì al progetto di rimuovere un dittatore senza mettere a ferro e fuoco un Paese. Ricorderete che ha vinto uno scetticismo venato anche un po’ di irrisione e ridicolo: figuriamoci se un dittatore va via senza la guerra.

    Ora sappiamo tre cose che sarà bene non dimenticare. Sappiamo che la “proposta Pannella” era realistica proprio come noi, con lui, avevamo detto allora, irritando anche un po’ alcuni a sinistra nonostante il netto schieramento di pace (col segno arcobaleno nella testata) di questo giornale. Ora sappiamo che l’audace, avventurosa, “impossibile” trama diplomatica era andata a buon fine, fino al punto finale: pagare e liberarsi del tiranno. Lo sappiamo dal diario di Aznar. E sappiamo che i Berlusconi e gli Aznar che hanno detto di sì a quella guerra lo hanno fatto per compiacere l’amico potente pur sapendo che quella carneficina si poteva evitare. Una bella responsabilità nella Storia.

    Pannella ricorda nel suo comunicato che tra tutti i giornali, solo l’Unità ci ha creduto. Noi ne siamo orgogliosi e lo ringraziamo. Non della citazione ma dell’impegno, quasi riuscito, di non fare la guerra.

 

 
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