Larissa Arap. Soprannome: l’altra Politkovskaja. Non a caso: se cogli i particolari della faccia affilata e la sofferenza che ne schizza fuori, è chiaro che le due donne, irriducibili testimoni della solitudine che sovrasta il popolo russo, si ricordano nei tratti, ma soprattutto nella storia della vita.
Anya ha dato la sua anima al popolo ceceno e a tutti gli indifesi. Larissa Arap, giornalista militante nell’opposizione del Fronte civico unito di Garry Kasparov, dà oggi la sua penna alla causa dei malati di mente e dei perseguitati dal regime, vittime impotenti sul palcoscenico della Russia di Vladimir Putin. Anna ha pagato perché era una vera giornalista. Larissa, «cronista eroina», come l’ha definita l’Herald Tribune, ha conosciuto il carcere spietato e ignobili torture. Due mesi di annientamento del cervello e della coscienza durante i quali i boia hanno cercato di renderla pazza per dimostrare folli anche i suoi articoli e le denunce.
Ma i nemici non avevano fatto i conti con la fame di libertà di questa giornalista speciale («Nel caos politico e nel buio russo, questo stesso popolo ci sta dando, come nel Terrore del 1937, grandi spiriti e immense donne» ha detto lo scrittore Mario Vargas Llosa). Oggi, per la prima volta dopo la sua liberazione, Larissa Arap accetta di parlare e di raccontare.
Come è cominciato, Larissa?
È da molto che il fiato del regime mi sta sul collo. Come tutti quelli che stanno con Kasparov, mi vedono come una killer del sistema Putin. Dunque telefoni controllati e minacce notturne, paura. Finché l’8 giugno di quest’anno ho pubblicato un articolo sul giornale del Fronte civico unito. Titolo: «La casa dei matti». Tra le mie righe c’era la denuncia di orrendi abusi contro i malati della clinica psichiatrica di Apaty, piccola cittadina a 300 chilometri da Murmansk. Come in un film dell’orrore, quegli aguzzini ammazzano i pazienti per trafugare organi di qualunque tipo. Ma sarebbe nulla. Arrivano a fare elettroshock ai bambini per punire i genitori dissidenti, come è accaduto al figlio inerme di un mio grande amico. Poi stuprano le ragazze ricoverate e naturalmente fanno marcire nelle camere di isolamento i «ribelli pericolosi» alla propaganda del regime.
Ma è il ritorno del terrore staliniano…
Giudichi lei. La Russia democratica di Putin cova nel suo spirito e nei fatti la violenza che evoca quegli anni terribili. Nel ’37, come oggi, si consumò una falsificazione delle incriminazioni senza pari nella memoria mondiale.
Ci racconta in dettaglio il suo arresto e il carcere psichiatrico?
Era il 5 luglio quando sono andata a far la visita per rinnovare la mia patente in una clinica di Severomorsk. Lì una dottoressa mi pianta gli occhi addosso, poi rilegge piano il mio nome sui documenti. «È lei che ha scritto quell’articolo sul manicomio di Apaty?». Sì, ho risposto. «Rimanga lì» ha ordinato con fare dittatoriale. È uscita dalla stanza. Dopo poco sono arrivati i poliziotti, che mi hanno bloccato mani e piedi fino all’arrivo dell’autoambulanza. Ho chiesto spiegazioni, disperata: «Dove mi portate, per favore?». Muti come statue. Freddi come ombre. Mi hanno scortato allo stesso ospedale che avevo raccontato. Una beffa. Per loro ero già pazza forsennata, il mio cervello, un relitto.
Ma come è possibile che una cittadina venga trattata così senza che nessuno reagisca?
La gente respira il terrore. I medici e gli infermieri o sono aguzzini pagati dal regime o diventano amebe divorate dal terrore.
E poi?
Mi hanno internata: un giudice mi ha descritto come «pericolosa per sé e per gli altri».
Che cosa è successo, Larissa, in quei 46 giorni di ricovero?
Ero rinchiusa in isolamento. Mi ingozzavano di sedativi e di veleni che mischiano la memoria con il terrore. Avevo perso la cognizione del tempo. E poi una mattina, o una notte, chissà, sono entrati. Mi hanno spogliato, legato mani e piedi ai lati del letto di metallo. Avevano asciugamani bagnati e cacciaviti. Mi hanno picchiato e torturato come una bestia. Ho ancora nelle orecchie gli urli lontani dei poveracci come me che subivano lo stesso servizio. Ho pensato: è finita. Chi aiuterà più quei disgraziati?
Come è uscita da quell’inferno?
Quell’angelo di mia figlia Taisiya e il mio amato marito non si sono mai arresi. Venivano giorno e notte. Chiedevano diagnosi precise. Minacciavano di parlare con i giornalisti. Quando finalmente hanno potuto incontrarmi, Taisiya è caduta per terra: «Mamma, ho pensato che ti avessero ammazzato il cervello per sempre: la lingua a penzoloni, occhi vuoti…». Poi ho fatto lo sciopero della fame. Ma i miei non hanno abbandonato la battaglia per la mia libertà. Finché una mattina un medico ha dovuto dire: è sana di mente, può lasciare il manicomio.
Ha mai conosciuto Anna Politkovskaja?
In realtà no. Ci siamo incontrate in quel manicomio, però. È stato il pensiero di lei che non mi ha lasciato arrendere.
http://blog.panorama.it/mondo/2007/1...re-staliniano/




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