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    Predefinito LA TEOLOGIA DELL’ESICASMO: GREGORIO PALAMAS

    I dibattiti che ebbero luogo nella Bisanzio del XIV secolo implicarono una serie di problemi, fra cui le forme della spiritualità monastica. La discussione tuttavia fu fondamentalmente teologica: il metodo esicasta di preghiera fu dibattuto alla luce della tradizione primitiva sulla conoscenza di Dio, la cristologia e l’antropologia. L’approvazione data dalla chiesa bizantina ai teologi esicasti implicava anche una presa di posizione su questi problemi fondamentali della fede cristiana. Il dibattito ebbe origine nello scontro fra un monaco atonita, Gregorio Palamas (1296-1359), e un filosofo calabrese italo-greco, Barlaam. All’inizio il problema riguardava la dottrina della conoscenza di Dio da parte dell’uomo e la natura della teologia. Per Palamas la conoscenza immediata di Dio in Cristo è possibile a tutti i battezzati ed è perciò la base reale e il criterio della vera teologia; Barlaam insisteva al contrario sull’inconoscibilità di Dio, che può essere conosciuto solo attraverso mezzi indiretti, creati – la Sacra Scrittura rivelata, l’induzione tratta dalla creazione o rivelazioni mistiche eccezionali. Il problema non era in verità sostanzialmente diverso da quello che Simeone il Nuovo Teologo aveva dibattuto con alcuni dei suoi monaci che negavano la possibilità di una visione diretta di Dio. In una seconda fase del dibattito Barlaam attaccò anche il metodo psicosomatico di preghiera praticato dagli esicasti bizantini come una forma di materialismo messaliano.



    Benché questo metodo sia ritenuto da alcuni un ritorno alle origini del monachesimo, esso appare in espliciti documenti scritti soltanto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Esso è descritto in particolare da Niceforo l’Esicasta, un autore anonimo il cui Metodo della santa preghiera e dell’attenzione è attribuito da alcuni manoscritti a Simeone il Nuovo Teologo e a Gregorio Sinaita (1255-1346), che ebbe larga diffusione nei paesi slavi. Indubbiamente il metodo era ampiamente noto poiché Gregorio Palamas cita, fra i suoi adepti, importanti personalità ecclesiastiche, come il patriarca Atanasio I e Teolepto, metropolita di Filadelfia.

    Il metodo consiste nel conseguire l’”attenzione” – prima condizione della preghiera autentica – concentrando la mente “nel cuore”, trattenendo ogni respiro e recitando mentalmente la breve preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. Si possono facilmente trovare dei parallelismi in pratiche spirituali dell’Oriente non-cristiano e abusi in senso materialistico possono essersi verificati fra i monaci bizantini. Ma i principali rappresentanti dell’esicasmo del XIV secolo sono unanimi nel dire che il metodo psicosomatico non è fine a se stesso, ma soltanto un mezzo utile per mettere l’uomo letteralmente “in attenzione”, pronto a ricevere la grazia di Dio – purché l’abbia meritata con l’ ”osservanza dei comandamenti”. Barlaam opponeva a questo metodo una visione platonica dell’uomo: qualsiasi partecipazione del corpo alla preghiera può soltanto essere un ostacolo a un vero incontro “intellettuale”. Il concilio del 1341 condannò Barlaam per i suoi attacchi contro i monaci. Eppure parecchi teologi bizantini – Gregorio Acindino, Niceforo Gregoras e, più tardi, il tomista Procoro Cidone – continuarono a protestare contro le posizioni teologiche di Palamas. Palamas ricevette però l’approvazione definitiva dei concili nei riguardi della sua teologia successivamente nel 1347, nel 1351 e, dopo la sua morte, nel 1368, quando fu anche canonizzato.



    Le posizioni teologiche di Gregorio Palamas si possono sintetizzare nei tre seguenti punti:



    1) La conoscenza di Dio è un’esperienza data a tutti i cristiani attraverso il battesimo e mediante la loro continua partecipazione alla vita del corpo di Cristo nell’eucarestia. Essa esige il coinvolgimento di tutto l’uomo nella preghiera e nel servizio mediante l’amore di Dio e del prossimo; allora essa diventa riconoscibile non soltanto come un’esperienza “intellettuale” della sola mente ma come un “senso spirituale” che trasmette una percezione né puramente “intellettuale” né puramente materiale. In Cristo, Dio assume tutto l’uomo, anima e corpo, e l’uomo come tale è deificato. Nella preghiera – ad esempio, nel “metodo” -, nei sacramenti, nell’intera vita della chiesa come comunità l’uomo è chiamato a partecipare alla vita divina: questa partecipazione è anche la vera conoscenza di Dio.

    2) Dio è totalmente inaccessibile nella sua essenza, sia in questa vita che in quella futura, poiché soltanto le tre ipostasi divine sono “Dio per essenza”. L’uomo nella deificazione può diventare Dio soltanto per grazia o per energia. L’inaccessibilità dell’essenza di Dio era una delle affermazioni fondamentali dei Padri cappadoci contro Eunomio, e anche, in un contesto diverso, contro Origene. Affermare l’assoluta trascendenza di Dio è soltanto un modo diverso di dire che egli è il Creatore ex nihilio: qualsiasi cosa che esiste fuori di Dio esiste soltanto per la sua volontà o energia e può partecipare della sua vita soltanto per opera della sua volontà o grazia.

    3) La forte decisione con cui Palamas afferma l’inaccessibilità di Dio e l’affermazione altrettanto forte della deificazione e della partecipazione alla vita di Dio come lo scopo originario e il fine dell’esistenza umana conferiscono anche piena realtà alla distinzione palamita fra “essenza” e “energia” in Dio. Palamas non tenta di giustificare filosoficamente questa distinzione: il suo Dio è un Dio vivente, a un tempo trascendente e volontariamente immanente, che non entra in categorie filosofiche aprioristiche. Tuttavia Palamas considera il suo insegnamento come uno sviluppo delle decisioni del VI concilio secondo cui Cristo ha due nature o “essenze” e due volontà naturali o “energie”. L’umanità stessa di Cristo infatti, in quanto enipostatizzata nel Logos e divenuta così veramente l’umanità di Dio, non è diventata Dio per essenza; essa è permeata dall’energia divina – mediante la circumincessio idiomatum – e in essa la nostra stessa umanità trova accesso a Dio nelle sue energie. Le energie, dunque, non sono mai considerate emanazioni divine o un Dio diminuito: esse sono la vita divina così come è data da Dio alle sue creature; e sono Dio poiché nel Suo Figlio Egli ha dato veramente se stesso per la nostra salvezza.



    La vittoria del palamismo nel XIV secolo fu perciò la vittoria di un umanesimo specificatamente cristiano incentrato in Dio che la tradizione patristica greca aveva sempre sostenuto in opposizione a tutte le concezioni dell’uomo che lo consideravano come un essere autonomo o secolare. La sua intuizione essenziale che la deificazione non sopprime l’umanità, ma fa l’uomo veramente umano è strettamente connessa, com’è evidente, alle nostre preoccupazioni attuali: l’uomo può essere pienamente umano solo se ristabilisce la comunione perduta con Dio.


    (Tratto da “La Teologia Bizantina” J. Meyendorff)
    Ultima modifica di AgnusDei; 17-03-10 alle 17:57
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

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