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    Predefinito Intervento di Claudio Grassi al CPN del 5-6 ottobre 2007

    su redazione del 06/10/2007 Come è stato detto nella relazione, la situazione è molto complessa e non è facile riuscire a far apprezzare ai nostri referenti sociali l'iniziativa politica che stiamo portando avanti.
    La presenza nel Governo diventa logorante poiché siamo considerati responsabili delle molte cose insoddisfacenti che vengono fatte, ma contemporaneamente non possiamo rompere perché ciò riaprirebbe la strada a Berlusconi.
    Ciò che è stato fatto in questi ultimi mesi dal Partito, sulla base delle decisioni prese alla Conferenza di Carrara, ha cercato di far fronte a questa situazione ma, come abbiamo visto anche dai sondaggi pubblicati nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, non è facile risalire la china.
    L'insoddisfazione è profonda. Lo scarto tra le aspettative dei lavoratori, dopo tanti anni di attacchi alle loro conquiste, e ciò che viene fatto è grande.
    Al contrario di quello che pensa Padoa Schioppa, questo Paese rischia l'implosione non perché non riesce a ridurre a tappe forzate il debito accumulato negli anni passati, ma perché milioni di famiglie hanno una difficoltà vera ad arrivare a fine mese e si indebitano sempre di più.
    L'ingresso nell'euro è stato pagato dai lavoratori non solo perché per conseguirlo negli anni '90 sono state fatte finanziarie pesantissime, ma per quello che è avvenuto dopo. Con l'aumento generalizzato dei prezzi – mille lire uguale un euro – essi si sono trovati completamente indifesi di fronte all'aumento del costo della vita. Senza la scala mobile e con dei rinnovi contrattuali assolutamente insufficienti a coprire l'aumento dei prezzi, l'abbattimento del potere d'acquisto avvenuto negli ultimi dieci anni dei salari e delle pensioni è stato drammatico.
    L'Istat in questi giorni ci ha ricordato che la povertà riguarda 7 milioni di persone.
    Al Ministro dell'economia che è così attento ai numeri, non può essergli sfuggito il fatto che l'indebitamento delle famiglie negli ultimi dieci anni ha subito un forte incremento e che le richieste di mutuo per acquistare una casa non hanno più la durata di dieci/venti anni, ma di venti/quaranta e anche oltre, determinando di fatto una riduzione a vita del salario. Inoltre i mutui vengono sempre più spesso erogati anche per le spese correnti delle famiglie.

    Parallelamente a questo lo smantellamento delle tutele sul mercato del lavoro sta provocando una condizione esistenziale per le giovani generazioni che è molto difficile.
    Padoa Schioppa li ha definiti “bamboccioni” ma, come giustamente diceva Aldo Nove sul Corriere della Sera, questi ragazzi stanno in casa a lungo non per libera scelta, ma perché il lavoro che trovano, se lo trovano, è precario, a termine e, in ogni caso, non gli consente di avere una autonomia economica sufficiente per pagarsi una affitto e affrontare autonomamente la vita.
    Per la prima volta dal dopoguerra si prepara, per una nuova generazione, un futuro peggiore di quella precedente.

    La nostra difficoltà nel dare risposte a questi problemi scarica su di noi la delusione, la frustrazione a volte anche la rabbia della nostra gente. La crisi dei partiti e della politica nasce da qui.
    La partita è complessa perché sappiamo che all'origine di tutto questo vi è il sistema di produzione capitalistico.
    In questa fase di globalizzazione la produzione può essere spostata in ogni parte del mondo con estrema facilità. Tutto questo in un mercato sempre più globale e in un sistema economico il cui scopo è la realizzazione del massimo profitto, determina un livellamento verso il basso della condizione operaia.
    A ciò si deve aggiungere il fatto che questo processo ha prodotto danni irreparabili all'ambiente poiché l'obiettivo da conseguire prioritariamente è l'utile per l'impresa. Contemporaneamente si è determinato, da un lato la crescita di nuove potenze economiche come la Cina e l'India con un'estensione del lavoro operaio immensa e dall'altra l'inizio di un declino degli Stati Uniti a cui la Casa Bianca cerca di far fronte con le guerre, l'occupazione di territori strategici ricchi di risorse energetiche e materie prime o collocati geograficamente a ridosso delle potenze emergenti.
    E' per mantenere in vita questo sistema che vengono bruciate attraverso le guerre e la produzione di armamenti una quantità di risorse che di per sé sarebbero sufficienti a migliorare drasticamente la condizione di miliardi di persone.

    Pur sapendo che le risposte che dobbiamo dare sono immediate e che non possiamo cavarcela solo con discorsi teorici o ideologici, tuttavia commetteremo un grave errore se noi non inquadrassimo la nostra iniziativa anche in questa prospettiva.
    Da questo punto di vista è di straordinaria importanza quanto sta avvenendo in America Latina dove parecchi paesi, a cominciare dal Venezuela (aiutato fin dall'inizio Cuba), stanno tentando di costruire dei governi di alternativa lanciando l'obiettivo del socialismo del XXI secolo. Questo progetto, ben lungi dal riferirsi ai partiti dell'internazionale socialista, trova una connessione con i movimenti contro la globalizzazione e i partiti anticapitalisti.

    Dobbiamo tenere alta l'iniziativa per la pace. Oltre alla Perugia Assisi abbiamo due appuntamenti impegnativi, di cui in questo comitato politico non si è parlato, ma che sono già all'ordine del giorno: l'inizio dei lavori della base Usa a Vicenza e il terzo voto di rifinanziamento della missione in Afghanistan.
    Così come abbiamo fatto per la finanziaria dobbiamo proporre alle altre forze della sinistra una iniziativa comune su queste questioni. Non è pensabile che dopo aver votato il rifinanziamento sulla base di impegni mai realizzati – il comitato di monitoraggio e la conferenza internazionale di pace – Rifondazione Comunista lo rivoti senza ottenere almeno una proposta di exit strategy.

    Su tutto ciò deve spaziare la nostra iniziativa con una collegamento forte tra le iniziative sul terreno economico-sociale e dei diritti, con le questioni internazionali e della pace in funzione del nostro progetto che, non dobbiamo avere timore a dirlo, nonostante sappiamo non sia all'ordine del giorno, è quello del superamento del capitalismo.
    Non lasciamo che sia solo il Papa a declinare, purtroppo in modo reazionario, questi concetti.

    In questa fase dobbiamo muoverci in più direzioni:
    -unità d'azione delle forze della sinistra
    -costruzione delle mobilitazione e del conflitto
    -maggiore fermezza e criticità nei confronti delle scelte governative che non condividiamo
    -affermare un discorso di verità con la nostra gente.

    Lo scorso anno, quando è stata varata la finanziaria nessuna di queste condizioni erano in campo, non vi era l'unità delle forze della sinistra, e il nostro partito, facendo un grave errore, diede un giudizio positivo sulla manovra economica che invece si rivelò molto negativa.
    Pur con tutte le difficoltà oggi la situazione è diversa. L'unità d'azione con le forze della sinistra ci ha aiutato a strappare qualche risultato, così come la mobilitazione del 20 ottobre potrà servire per ottenerne altri e per ricostruire un rapporto con il nostro popolo che si è molto logorato in conseguenza della delusione che si è creata dopo un anno e mezzo di presenza nel Governo.

    Sulla finanziaria dobbiamo fare due cose. Da un lato spiegare, anche con strumenti di propaganda, i punti che sono stati ottenuti grazie all'iniziativa di Rifondazione e della sinistra dell'Unione.
    Questo è un aspetto da non sottovalutare poiché non vorrei che il poco di buono che c'è vada a merito del partito democratico e ciò che non c'è o vi è di negativo vada a demerito di Rifondazione Comunista.
    La seconda cosa è quella di mantenere un giudizio critico sull'insieme della manovra la quale da un lato, ancora una volta, è molto attenta alle esigenze delle imprese e dall'altro, sul versante dei lavoratori e del lavoro, non prende i provvedimenti necessari.

    Sulla partita pensioni e mercato del lavoro abbiamo fatto bene a dire che così com'è non lo votiamo. Né nel Governo, né nel Parlamento. Deve essere modificato sia sulla parte delle pensioni (platea dei lavoratori usuranti, 60% come tetto minimo per le pensioni future dei giovani) sia sul mercato del lavoro, in particolare sui 36 mesi e sulla decontribuzione degli straordinari.

    Nella relazione di Franco Giordano , così come nel documento sottoscritto alla Conferenza di Carrara, la proposta che viene avanzata, anche in vista del nostro congresso, è quella della costruzione di un soggetto unitario e plurale della sinistra. Ciò però non prevede il superamento o lo scioglimento dei partiti che concorrono alla sua realizzazione, quindi resta per l'oggi e per il domani il Partito della Rifondazione Comunista.
    Condivido la proposta declinata in questo modo: unità con le altre forze della sinistra e permanenza del nostro partito.
    Nei prossimi giorni valuteremo i testi che verranno elaborati dalla commissione politica e le modalità con cui terremo questo nostro congresso che verranno avanzate dalla commissione regolamento.
    La nostra proposta è quella continuare nel percorso che si è aperto con la conferenza di Carrara.
    Quella modalità di confronto è proficua poiché tende ad unire o ad avvicinare posizioni anche diverse che nel nostro partito sono sempre state presenti.
    D'altra parte sarebbe strano fare tutti questi sforzi per costruire l'unità possibile con forze esterne, dalle quali ci dividono aspetti significativi, e non ricercarla al nostro interno.

    La non partecipazione di Sinistra Democratica al corteo del 20 ottobre o il giudizio diverso che abbiamo dato sul protocollo del mercato del lavoro, per fare solo due esempi, evidenziano un problema rilevante che noi abbiamo e avremo con questi compagni. Non si tratta di una casualità. Al fondo vi è un approccio molto diverso sul tema del governo e di come si sta in una alleanza.
    Per noi resta fermo il fatto che ci si sta sulla base dei contenuti e non a qualsiasi condizione.
    Dobbiamo tenerlo presente perché la costruzione del partito democratico ci apre un problema rilevante che, come si è visto a Pavia e come si vede a Bologna, può portarci alla rottura delle coalizioni di centrosinistra.
    Se a questo aggiungiamo il progetto annunciato ripetutamente da Veltroni di una autosufficienza programmatica del partito democratico, ci dice di quanto sia importante tenere ferma la barra dell'unità, ma anche quella dell'autonomia e ciò può essere garantito dalla permanenza e dal rafforzamento di Rifondazione Comunista.

    da:
    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=18744

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Rikycccp Visualizza Messaggio
    su redazione del 06/10/2007

    Come è stato detto nella relazione, la situazione è molto complessa e non è facile riuscire a far apprezzare ai nostri referenti sociali l'iniziativa politica che stiamo portando avanti.
    La presenza nel Governo diventa logorante poiché siamo considerati responsabili delle molte cose insoddisfacenti che vengono fatte, ma contemporaneamente non possiamo rompere perché ciò riaprirebbe la strada a Berlusconi.
    Ciò che è stato fatto in questi ultimi mesi dal Partito, sulla base delle decisioni prese alla Conferenza di Carrara, ha cercato di far fronte a questa situazione ma, come abbiamo visto anche dai sondaggi pubblicati nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, non è facile risalire la china.
    L'insoddisfazione è profonda. Lo scarto tra le aspettative dei lavoratori, dopo tanti anni di attacchi alle loro conquiste, e ciò che viene fatto è grande.
    Al contrario di quello che pensa Padoa Schioppa, questo Paese rischia l'implosione non perché non riesce a ridurre a tappe forzate il debito accumulato negli anni passati, ma perché milioni di famiglie hanno una difficoltà vera ad arrivare a fine mese e si indebitano sempre di più.
    L'ingresso nell'euro è stato pagato dai lavoratori non solo perché per conseguirlo negli anni '90 sono state fatte finanziarie pesantissime, ma per quello che è avvenuto dopo. Con l'aumento generalizzato dei prezzi – mille lire uguale un euro – essi si sono trovati completamente indifesi di fronte all'aumento del costo della vita. Senza la scala mobile e con dei rinnovi contrattuali assolutamente insufficienti a coprire l'aumento dei prezzi, l'abbattimento del potere d'acquisto avvenuto negli ultimi dieci anni dei salari e delle pensioni è stato drammatico.
    L'Istat in questi giorni ci ha ricordato che la povertà riguarda 7 milioni di persone.
    Al Ministro dell'economia che è così attento ai numeri, non può essergli sfuggito il fatto che l'indebitamento delle famiglie negli ultimi dieci anni ha subito un forte incremento e che le richieste di mutuo per acquistare una casa non hanno più la durata di dieci/venti anni, ma di venti/quaranta e anche oltre, determinando di fatto una riduzione a vita del salario. Inoltre i mutui vengono sempre più spesso erogati anche per le spese correnti delle famiglie.

    Parallelamente a questo lo smantellamento delle tutele sul mercato del lavoro sta provocando una condizione esistenziale per le giovani generazioni che è molto difficile.
    Padoa Schioppa li ha definiti “bamboccioni” ma, come giustamente diceva Aldo Nove sul Corriere della Sera, questi ragazzi stanno in casa a lungo non per libera scelta, ma perché il lavoro che trovano, se lo trovano, è precario, a termine e, in ogni caso, non gli consente di avere una autonomia economica sufficiente per pagarsi una affitto e affrontare autonomamente la vita.
    Per la prima volta dal dopoguerra si prepara, per una nuova generazione, un futuro peggiore di quella precedente.

    La nostra difficoltà nel dare risposte a questi problemi scarica su di noi la delusione, la frustrazione a volte anche la rabbia della nostra gente. La crisi dei partiti e della politica nasce da qui.
    La partita è complessa perché sappiamo che all'origine di tutto questo vi è il sistema di produzione capitalistico.
    In questa fase di globalizzazione la produzione può essere spostata in ogni parte del mondo con estrema facilità. Tutto questo in un mercato sempre più globale e in un sistema economico il cui scopo è la realizzazione del massimo profitto, determina un livellamento verso il basso della condizione operaia.
    A ciò si deve aggiungere il fatto che questo processo ha prodotto danni irreparabili all'ambiente poiché l'obiettivo da conseguire prioritariamente è l'utile per l'impresa. Contemporaneamente si è determinato, da un lato la crescita di nuove potenze economiche come la Cina e l'India con un'estensione del lavoro operaio immensa e dall'altra l'inizio di un declino degli Stati Uniti a cui la Casa Bianca cerca di far fronte con le guerre, l'occupazione di territori strategici ricchi di risorse energetiche e materie prime o collocati geograficamente a ridosso delle potenze emergenti.
    E' per mantenere in vita questo sistema che vengono bruciate attraverso le guerre e la produzione di armamenti una quantità di risorse che di per sé sarebbero sufficienti a migliorare drasticamente la condizione di miliardi di persone.

    Pur sapendo che le risposte che dobbiamo dare sono immediate e che non possiamo cavarcela solo con discorsi teorici o ideologici, tuttavia commetteremo un grave errore se noi non inquadrassimo la nostra iniziativa anche in questa prospettiva.
    Da questo punto di vista è di straordinaria importanza quanto sta avvenendo in America Latina dove parecchi paesi, a cominciare dal Venezuela (aiutato fin dall'inizio Cuba), stanno tentando di costruire dei governi di alternativa lanciando l'obiettivo del socialismo del XXI secolo. Questo progetto, ben lungi dal riferirsi ai partiti dell'internazionale socialista, trova una connessione con i movimenti contro la globalizzazione e i partiti anticapitalisti.

    Dobbiamo tenere alta l'iniziativa per la pace. Oltre alla Perugia Assisi abbiamo due appuntamenti impegnativi, di cui in questo comitato politico non si è parlato, ma che sono già all'ordine del giorno: l'inizio dei lavori della base Usa a Vicenza e il terzo voto di rifinanziamento della missione in Afghanistan.
    Così come abbiamo fatto per la finanziaria dobbiamo proporre alle altre forze della sinistra una iniziativa comune su queste questioni. Non è pensabile che dopo aver votato il rifinanziamento sulla base di impegni mai realizzati – il comitato di monitoraggio e la conferenza internazionale di pace – Rifondazione Comunista lo rivoti senza ottenere almeno una proposta di exit strategy.


    Su tutto ciò deve spaziare la nostra iniziativa con una collegamento forte tra le iniziative sul terreno economico-sociale e dei diritti, con le questioni internazionali e della pace in funzione del nostro progetto che, non dobbiamo avere timore a dirlo, nonostante sappiamo non sia all'ordine del giorno, è quello del superamento del capitalismo.
    Non lasciamo che sia solo il Papa a declinare, purtroppo in modo reazionario, questi concetti.

    In questa fase dobbiamo muoverci in più direzioni:
    -unità d'azione delle forze della sinistra
    -costruzione delle mobilitazione e del conflitto
    -maggiore fermezza e criticità nei confronti delle scelte governative che non condividiamo
    -affermare un discorso di verità con la nostra gente.


    Lo scorso anno, quando è stata varata la finanziaria nessuna di queste condizioni erano in campo, non vi era l'unità delle forze della sinistra, e il nostro partito, facendo un grave errore, diede un giudizio positivo sulla manovra economica che invece si rivelò molto negativa.
    Pur con tutte le difficoltà oggi la situazione è diversa. L'unità d'azione con le forze della sinistra ci ha aiutato a strappare qualche risultato, così come la mobilitazione del 20 ottobre potrà servire per ottenerne altri e per ricostruire un rapporto con il nostro popolo che si è molto logorato in conseguenza della delusione che si è creata dopo un anno e mezzo di presenza nel Governo.

    Sulla finanziaria dobbiamo fare due cose. Da un lato spiegare, anche con strumenti di propaganda, i punti che sono stati ottenuti grazie all'iniziativa di Rifondazione e della sinistra dell'Unione.
    Questo è un aspetto da non sottovalutare poiché non vorrei che il poco di buono che c'è vada a merito del partito democratico e ciò che non c'è o vi è di negativo vada a demerito di Rifondazione Comunista.
    La seconda cosa è quella di mantenere un giudizio critico sull'insieme della manovra la quale da un lato, ancora una volta, è molto attenta alle esigenze delle imprese e dall'altro, sul versante dei lavoratori e del lavoro, non prende i provvedimenti necessari.

    Sulla partita pensioni e mercato del lavoro abbiamo fatto bene a dire che così com'è non lo votiamo. Né nel Governo, né nel Parlamento. Deve essere modificato sia sulla parte delle pensioni (platea dei lavoratori usuranti, 60% come tetto minimo per le pensioni future dei giovani) sia sul mercato del lavoro, in particolare sui 36 mesi e sulla decontribuzione degli straordinari.

    Nella relazione di Franco Giordano , così come nel documento sottoscritto alla Conferenza di Carrara, la proposta che viene avanzata, anche in vista del nostro congresso, è quella della costruzione di un soggetto unitario e plurale della sinistra. Ciò però non prevede il superamento o lo scioglimento dei partiti che concorrono alla sua realizzazione, quindi resta per l'oggi e per il domani il Partito della Rifondazione Comunista.
    Condivido la proposta declinata in questo modo: unità con le altre forze della sinistra e permanenza del nostro partito.
    Nei prossimi giorni valuteremo i testi che verranno elaborati dalla commissione politica e le modalità con cui terremo questo nostro congresso che verranno avanzate dalla commissione regolamento.
    La nostra proposta è quella continuare nel percorso che si è aperto con la conferenza di Carrara.
    Quella modalità di confronto è proficua poiché tende ad unire o ad avvicinare posizioni anche diverse che nel nostro partito sono sempre state presenti.
    D'altra parte sarebbe strano fare tutti questi sforzi per costruire l'unità possibile con forze esterne, dalle quali ci dividono aspetti significativi, e non ricercarla al nostro interno.

    La non partecipazione di Sinistra Democratica al corteo del 20 ottobre o il giudizio diverso che abbiamo dato sul protocollo del mercato del lavoro, per fare solo due esempi, evidenziano un problema rilevante che noi abbiamo e avremo con questi compagni. Non si tratta di una casualità. Al fondo vi è un approccio molto diverso sul tema del governo e di come si sta in una alleanza.
    Per noi resta fermo il fatto che ci si sta sulla base dei contenuti e non a qualsiasi condizione.
    Dobbiamo tenerlo presente perché la costruzione del partito democratico ci apre un problema rilevante che, come si è visto a Pavia e come si vede a Bologna, può portarci alla rottura delle coalizioni di centrosinistra.
    Se a questo aggiungiamo il progetto annunciato ripetutamente da Veltroni di una autosufficienza programmatica del partito democratico, ci dice di quanto sia importante tenere ferma la barra dell'unità, ma anche quella dell'autonomia e ciò può essere garantito dalla permanenza e dal rafforzamento di Rifondazione Comunista.


    da:
    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=18744
    Il compagno Claudio, come al solito senz ainituli giri di parole e in modo diretto, mette in evidenza le questioni sul tappeto in questa fase.
    Occorre riflettere ed agire.
    Myrddin

  3. #3
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    Intervento di Fosco Giannini, senatore PRC e direttore de L’Ernesto

    Comitato Politico Nazionale del PRC del 5/6 ottobre 2007


    Nella fase del nostro V° Congresso nazionale il compagno Fausto Bertinotti teorizzava che la fase politica internazionale e nazionale non offriva le basi materiali per spazi riformisti, per vie neokeynesiane.

    Da lì Bertinotti partiva per negare – strutturalmente – ogni ipotesi di accordo governativo con il centro sinistra, con il quale – asseriva il nostro ex segretario – “non si poteva prendere neanche un caffè ”.

    Da qui la scelta – giusta – di legarsi con il movimento dei movimenti, con i movimenti di lotta per cambiare innanzitutto – ancor prima dei rapporti politici – i rapporti di forza sociali.

    Ci chiediamo: a distanza di pochissimi anni dal nostro V° Congresso è cambiato qualcosa sul piano strutturale, sul piano internazionale e nazionale, per farci supporre che gli spazi riformisti si siano aperti e costituiti, che col centro sinistra si possa prendere non solo un caffè, ma ci si possa fare intavolare un pranzo nuziale?

    In verità nulla è cambiato : siamo cambiati solo noi, che passiamo – nella stessa fase strutturale – dal privilegiare i rapporti con i movimenti al privilegiare i rapporti con D’Alema e Padoa Schioppa, rischiando di scegliere Epifani al posto della FIOM, Parisi al posto del movimento “No Dal Molin” di Vicenza.

    In verità noi siamo nella fase piena ( socialmente drammatica per i giovani, per il movimento operaio, per gli immigrati, i precari, per i sette milioni e mezzo di poveri, per gli otto milioni di cittadini vicini alla miseria, per il popolo meridionale, per ogni povero cristo con mille euro al mese) , siamo nella fase piena della competizione globale.

    Lo scontro interimperialistico e intercapitalistico ( altrochè avvento dell’Impero, della fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche!) è durissimo, il più duro dal secondo dopoguerra.

    I poli capitalistici internazionali, per conquistare i mercati, per battere la concorrenza, vedono ora, in questo ciclo di sviluppo capitalistico, solo una strada: non quella del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro, ma la strada dell’abbattimento del costo delle merci attraverso l’abbattimento del costo del lavoro, dei salari, dei diritti, dello stato sociale.

    E’ in questo contesto che dovremmo dirci, avere la consapevolezza, – come teorizzava il Bertinotti legato ai movimenti di pochi anni fa – che non possiamo aprirci spazi di vera redistribuzione del reddito se la nostra azione si riduce e si restringe solo nell’ambito infecondo, grigio e paludoso del governo e del parlamento.

    Che non vi erano ( nemmeno nella fase del nostro VI° Congresso, luogo della costituzione della nostra via governista) gli spazi per una via neokeinesiana.

    Che la nostra azione, se chiusa nell’arena istituzionale, si riduce ad una risibile schermaglia, con noi nelle vesti di un esile spadaccino, di un Aramis contro le corazzate della NATO, dell’ Unione europea, della Confindustria, dell’intera borghesia italiana.

    La questione centrale è che gli attuali rapporti di forza tra capitale e lavoro ci dicono che un compromesso favorevole al movimento operaio non è un dato oggettivo, un frutto storicamente maturo, spontaneamente fiorito sull’albero sociale, che rimane solo da cogliere. Non è così.

    Per una seria redistribuzione del reddito occorreva – da questo punto di vista – un governo di centro sinistra che non navigasse sull’onda della corrente liberista, che non fosse esso stesso il segno dello stato presente delle cose, ma andasse decisamente controcorrente, che – soggettivamente – si ribellasse alla fase iperliberista e producesse una politica almeno parzialmente autonoma da quella dettata dal Fondo Monetario Internazionale, dai Patti di Stabilità dell’Unione europea e dalla Confindustria.

    Invece, com’era per la verità sin troppo facilmente prevedibile, il governo Prodi è stato sin qui ( e ancor più sarà nel prossimo futuro, in virtù dell’avvento del Partito Democratico) l’esecutore materiale dei diktat del FMI, dell’Europa di Maastricht, della Confindustria e del capitale finanziario italiano, che più di tutti vuole scardinare la struttura pensionistica pubblica per privatizzarla e farla propria ( ed il Protocollo governo-sindacati del 23 luglio molto aiuta questo intento di privatizzazione delle pensioni).

    E’ su questa base analitica che va fatto il bilancio del governo Prodi: una prima Finanziaria ( 2006) priva di ogni redistribuzione del reddito, segnata da uno spostamento ingente ( circa il 40% ) di risorse verso le imprese e verso le spese militari. Una politica estera completamente consegnata agli USA e alla NATO, con le ciliegine acide del regalo della base di Vicenza e del maggior impegno in Afghanistan; della firma extraparlamentare e segreta ( a casa di Bush) sullo scudo stellare USA in Europa e l’accettazione supina e pericolosissima ( da parte di Prodi e D’Alema) dell’indipendenza del Kosovo, con relativa e grave provocazione alla Serbia e alla Russia. Per non parlare del Darfur, per il quale si evoca già un nostro vicino impegno filo imperialista, e del Libano, il cui contesto oggettivo può trasformare a breve la nostra missione in un aiuto filo israeliano e antipalestinese.

    Ed ora una Finanziaria 2007 segnata da ulteriori regali alle imprese, ai padroni, con una spruzzata di carità sociale, di tipo cattolico. Con il Protocollo del 23 luglio – che peggiora la Legge Maroni sulle pensioni e ratifica la Lgge 30 – come regalo natalizio ai lavoratori.

    Il punto vero è che non si dovrebbe cadere nell’illusione, nel cretinismo parlamentare, secondo il quale le contraddizioni possono essere sciolte attraverso le asfittiche scaramucce istituzionali; il punto vero è che l’assunzione della categoria della “riduzione del danno” è già il segno dell’inizio della nostra mutazione genetica: da partito comunista a forza genericamente di sinistra ?

    La questione centrale, nel nostro Paese, ma in tutta questa Unione europea delle multinazionali e non dei popoli, è quella di un cambiamento dei rapporti di forza attraverso la riapertura di un nuovo e lungo ciclo di lotte sociali.

    Siamo invece di fronte – ed è un vero paradosso – alle titubanze e ai silenzi del nostro gruppo dirigente, che non trova il coraggio, in questi giorni, di trasformare la manifestazione del 20 ottobre in una grande lotta di popolo volta al cambiamento radicale degli accordi del 23 luglio, a trasformarla in una pressione forte sul governo Prodi, al fine di invertirne la rotta economica liberista. Che non trova il coraggio – questo nostro gruppo dirigente – di schierarsi chiaramente a fianco della FIOM e degli operai di Mirafiori, di Melfi, dei Cantieri Navali di Genova, della Sammontana toscana, della ItalCementi di Vibo Valentia, dei 300 delegati RSU che dalle pagine di Liberazione hanno lanciato un appello per il no agli accordi governo-sindacati e per la costituzione dei Comitati per il NO in tutte le fabbriche e nei luoghi di lavoro! Che non ha trovato il coraggio di dire ai lavoratori : votate no e costituite ovunque i comitati contro gli accordi del 23 luglio! Così dovrebbe fare – sarebbe naturale ! – un Partito Comunista ! Non avete trovato questo coraggio minimo.

    Siamo o non siamo – dunque – prigionieri del governo Prodi ?

    E’ in questo contesto segnato dal rischio della subordinazione al governo, segnato dalla rottura con il movimento per la pace e con la rottura con i movimenti di lotta che si vuole far nascere la Cosa Rossa, superando di fatto la nostra autonoma cultura e prassi comunista!

    Il gruppo dirigente, da una parte, accelera il processo di costituzione della Cosa Rossa e parla di stati Generali della Sinistra e, d’altra parte, ci assicura che entro tale, nuovo, soggetto l’autonomia del nostro Partito permarrà. Queste parole non ci rassicurano, compagni della maggioranza, poiché se anche voi ne foste convinti ( e non so se lo siete) vi è qualcosa che trascende la vostra soggettività, poiché la questione è che il processo che mettete in moto ha già, e avrà ancor più domani, una sua forza oggettiva, diretta alla costruzione di un altro partito, con un’altra cultura e natura politica, non più comunista!

    E allora dobbiamo dircelo con franchezza di che cosa stiamo discutendo: dobbiamo dirci se ci crediamo o no che in questa fase storica e per il futuro sia o no necessario il Partito Comunista!

    Noi crediamo di si e rimaniamo comunisti, non per tigna, come ha detto Bertinotti, ma perché il Partito Comunista è una necessità sociale, è l’organizzazione antimperialista e anticapitalistica per eccellenza, è lo strumento principale di lotta in difesa della pace e dei diritti dei lavoratori, per il superamento del capitalismo e per tenere aperto l’orizzonte socialista.

    Costruire “La Sinistra”, dunque? No, grazie! Io mi batterò perché il mio Partito non sia consegnato al pur bravo, ma socialdemocratico, compagno Fabio Mussi, questo Mussi votato al bipolarismo, che non ha detto una mezza parola sulle pensioni ed evita accuratamente di scendere in piazza con noi il 20 di ottobre!

    Non consegnerò il mio Partito alle culture governiste, funzionali agli interessi degli USA e della NATO, dell’Unione europea e della borghesia italiana.

    Mi batterò invece per il rilancio di un Partito Comunista culturalmente e politicamente autonomo, legato al movimento operaio e ai movimenti di lotta, un Partito Comunista capace di una profonda autoriforma democratica interna, capace di rilanciare l’originario progetto di rifondazione comunista, una rifondazione senza nostalgie né liquidazionismi , per un partito rivoluzionario, all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe.

    Mi batterò per un Partito comunista autonomo e nel contempo unitario, capace di costruire sul campo, nel conflitto sociale, l’unità della sinistra anticapitalista e d’alternativa, capace di mettersi alla testa di un nuovo, necessario, ciclo di lotte sociali e liberarsi dai ricatti e dalle spire del governo Prodi.

 

 

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