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Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 1
Riscopriamo il Che sconosciuto
Introduzione
Che Guevara
Photo by Liberazione
La polemica sugli inediti di Guevara, che continua su molti giornali, non ha aiutato finora a capire il problema essenziale, che non è chi deve percepire i diritti sui suoi scritti ma i criteri usati finora per ritardare la pubblicazione di quelli più interessanti. Quelli che rivelano una critica severa dell'Urss come “non socialista” e una profonda riflessione sulla riproduzione del modello sovietico a Cuba, che non furono rese pubbliche allora “per disciplina”.
Molti inediti sono trascrizioni di brevi discorsi, e di interventi al ministero dell'Industria, preziosi per seguire la sua evoluzione. La maggior parte di questi sono stampati nel volume VI dell'opera El Che en la Revolución cubana, curata da Orlando Borrego mentre il Che era in vita, ma si trovava in Congo (in realtà la vide - ricorda Borrego - durante il suo passaggio “clandestino” a Cuba nel 1966). Un'opera in sette grandi volumi, tirati in poche centinaia di esemplari fuori commercio (secondo alcuni 200, forse un po' di più) riservati ai dirigenti e preclusi agli altri cittadini cubani. Non si tratta dunque di manoscritti sepolti in polverosi archivi in cui sarebbe stato difficile cercarli, ma volumi stampati in un'edizione rimasta per quaranta anni inaccessibile ai cittadini comuni e ai quadri intermedi del partito (un'altra conferma della riproduzione di alcuni meccanismi tipici dell'Urss già nella Cuba del 1966-1967, e non ancora eliminati). Un'opera tanto protetta da occhi indiscreti, che una copia donata da Aurelio Alonso alla Biblioteca centrale di cui era direttore, e collocata naturalmente nei fondi non accessibili a tutti, era sparita appena un anno dopo quando era andato per consultarla.
Anche Hildita, la figlia maggiore, e il padre del Che non sono mai riusciti ad averla. Ma c'è altro. Il Che aveva anche preparato per la pubblicazione due testi dattiloscritti: il bilancio sulla sua esperienza nel Congo e le critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'Urss. Il primo ha aspettato decenni, in cui si sono fatti errori politici gravi appoggiando regimi africani spacciati per “socialisti” anche per aver ignorato le riflessioni di Guevara sui dirigenti dei movimenti di liberazione che aveva conosciuto. È uscito, incompleto, in molti paesi tra cui l'Italia - ma non a Cuba - solo nel 1994 grazie all'intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, e a Cuba solo molti anni dopo. Dato che alla fine è stato possibile leggerlo, è anche possibile capire le ragioni di una così prolungata censura.
Le Critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'Urss aspettano ancora di essere pubblicate. Perché? Cercheremo di scoprirlo leggendone alcuni passi importanti.
Gli scritti inediti (a parte alcuni diari e appunti di lettura) sono tutti del periodo 1962-1966: anni di grande maturazione per la “crisi dei missili” (ben nota) e la “crisi delle Ori” (meno nota). Alcune tracce sono riscontrabili anche in scritti editi, alcuni dei quali abbastanza facili da reperire ma ugualmente ignorati dai “bigotti” che coltivano il mito di un Castro infallibile più del papa e rifiutano di analizzare storicamente le diverse fasi della politica di Cuba, giustificando in ogni momento ogni atto del suo gruppo dirigente. Costoro, di cui ho verificato la faziosità appena un anno fa, quando interruppero con schiamazzi una discussione su Cuba alla Biblioteca Feltrinelli di Roma, rifiutano di ammettere che anche il pensiero di Guevara abbia conosciuto un'evoluzione arrivando a parlare perfino, nel Seminario afroasiatico di Algeri (febbraio 1965) di complicità dei “paesi socialisti” con l'imperialismo.
Ma è soprattutto a Cuba che non è facile leggere gli scritti di quegli anni. Quando ho trascorso per diversi anni molti mesi a Cuba per attività di solidarietà, ho scoperto che nelle biblioteche periferiche non erano consultabili collezioni del Granma tranne che per gli ultimi tre anni. Impossibile consultare riviste e quotidiani della seconda metà degli anni Sessanta, i più vivaci e interessanti, tranne che nella Biblioteca centrale José Martí all'Avana.
Il problema dunque non sono solo gli inediti, che presenteremo nei prossimi giorni con una serie di articoli - ma che in gran parte, se hanno un enorme interesse per chi vuole studiare le diverse fasi del pensiero di Guevara, non sono certo di facile decifrazione per il lettore profano se pubblicati in blocco (ci vorrebbero note esplicative per i molti riferimenti allusivi, introduzioni, ecc.) - quanto i criteri di studio sistematico di tutti i suoi scritti, non subordinati a scelte arbitrarie di chicchessia (le edizioni Mondadori di Berlusconi o una commissione di censori cubani…).
Ho sempre polemizzato con chi astrattamente rimproverava a Castro il legame con l'Urss: creava parecchi problemi, ma era inevitabile. A chi altro poteva rivolgersi Cuba dopo il brusco taglio da parte degli Stati Uniti degli acquisti di zucchero e delle forniture di petrolio e dei tanti generi che un paese semicoloniale deve importare dall'estero? Il problema è che dal 1971 (dopo il fallimento della “Grande zafra” dei dieci milioni di tonnellate di zucchero, che pure voleva ridurre proprio la dipendenza dall'Urss) fino al 1986 il prezzo pagato è stata un'assimilazione ideologica, non totale ma pesantissima. Non solo Guevara rimane in quel quindicennio come pura icona del “guerrigliero eroico”, ma vengono chiuse riviste come Pensamiento crítico e bloccata la pubblicazione di una prima antologia di scritti dello stesso Gramsci. I quadri “ideologici” sovietici vegliavano sull'ortodossia. Certo, Fidel Castro ha avuto il grande merito, con la rectificación del 1986, di sganciarsi dall'Urss di Gorbaciov che precipitava verso il capitalismo. Lo ha fatto con metodi discutibili (divieto di circolazione alle riviste sovietiche in spagnolo, che durante la perestrojka erano diventate ricercatissime dai cubani) ma grazie a questo sganciamento Cuba non è stata travolta dal “crollo” come altri paesi. In quegli anni c'è stata la “riscoperta” di Guevara, poi tutto è stato bloccato. Criticare questo significa convergere con l'imperialismo, come insinuano i “giustificazionismi” acritici e dogmatici e anche la stessa propaganda spicciola di Cuba, che ha attaccato perfino Galeano o Saramago, per aver osato mettere in dubbio la giustezza della repressione? No. L'imperialismo ha fatto sparire la copia del libro di Debray, Revolución en la revolución, che Guevara aveva annotato durante la lotta in Bolivia, per evitare che altri rivoluzionari potessero beneficiare delle osservazioni critiche su quel libro che tanti danni ha fatto con la sua interpretazione astratta e intellettualistica della rivoluzione cubana. Nessun altro deve bloccare l'accesso agli scritti del Che. Ne abbiamo bisogno non per santificarlo (sono altri che lo fanno, sottraendolo alla storia) ma per leggerlo come Guevara consigliava di fare con Lenin, con cui pure aveva un disaccordo sulla Nep (a mio parere dovuto a insufficiente conoscenza dei dibattiti di quegli anni): leggerlo tutto, fino all'ultima riga, dal 1917 in poi, per capire l'esperienza fondamentale della storia del movimento operaio. Leggerlo, senza necessariamente accettare ogni sua conclusione, diceva il Che. Dobbiamo poter fare lo stesso con la sua opera.


Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 2
Così il Che criticava l’Urss: non ha capito Marx
Le riflessioni maturate tra il 1962 e il 1966
Se sulla morte e sugli ultimi terribili giorni di Ernesto Guevara ormai sappiamo tutto, in primo luogo per il lavoro infaticabile di due storici cubani, non altrettanto si può dire del suo pensiero, in vari modi dimenticato, deformato o occultato. Perché questa riflessione è rimasta inedita? Basta anticipare un solo passo dalle Note sul Manuale di economia per cominciare a capire
Che Guevara
Photo by Liberazione
Ogni anno quando si avvicina il 9 ottobre, anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, lo si ricorda anche sulla stampa più lontana dalle sue idee, che ne parla magari per lamentare le “mitizzazioni della sinistra”. E' morto trentotto anni fa, ma il suo ricordo è assai più vivo di quello di tanti personaggi politici scomparsi da pochi anni, compresi quei suoi detrattori che lo liquidavano come uno “stratega da farmacia”.
Come è successo per Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano in quegli anni, che abbandonò il Che senza contatti nella zona inadatta per una guerriglia in cui lo aveva mandato.
Oggi Monje vive a Mosca, dove fa affari con Putin. E appunto ci si ricorda di lui solo per il ruolo che ebbe nell’isolamento e nella sconfitta di Guevara e degli altri guerriglieri (compresi quelli boliviani, che aveva espulso dal partito perché restavano col Che).
Ma se sulla morte e sugli ultimi terribili giorni di Ernesto Che Guevara ormai sappiamo tutto, in primo luogo per il lavoro infaticabile di due storici cubani, Adys Cupull e Froilán González, e anche grazie alla pubblicazione dei diari degli altri combattenti (Inti e altri, In Bolivia con il Che. Gli altri diari, a cura di A. Moscato, Massari, Bolsena, 1998), non altrettanto si può dire del suo pensiero, in vari modi dimenticato, deformato o occultato. Guevara infatti non è stato solo il “guerrigliero eroico” (così per due decenni è stato celebrato in una Cuba che non lo ripubblicava), ma un originale “riscopritore” del marxismo, capace di prevedere e intuire le ragioni di un possibile crollo del sistema “socialista” che pure, al tempo suo, appariva nel pieno della sua potenza. Perché non lo si conosce che in parte? Se lo domanda da Cuba il Canto intimo di Celia Hart, di cui pubblichiamo ampi stralci.
Come si vede anche Celia Hart (figlia di due dirigenti storici della rivoluzione, Armando Hart, a lungo segretario del Pcc e poi ministro della Cultura e Haidée Santamaria, che partecipò nel 1953 all’assalto al Cuartel Moncada e poi diresse la Casa de las Américas), si pone il problema della ragione dell’esistenza degli inediti. Con lei si sono dichiarati solidali i due maggiori storici del Che, Adys Cupull e Froilán González.
Ma c’è un altro problema: ci sono anche testi ormai editi ma di fatto ignorati da chi, anche a sinistra, preferisce i miti alla cruda realtà. Ad esempio ad Algeri, nel febbraio 1965, nell’ultimo discorso fatto come dirigente cubano, Guevara diceva, a proposito del rapporto tra i “paesi socialisti” e quelli dipendenti, che non si doveva più «parlare dello sviluppo di un commercio di vantaggio reciproco », dal momento che era «basato sui prezzi che la legge del valore e i rapporti internazionali, fondati sullo scambio ineguale (…) impongono ai paesi arretrati ». Vendere «ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sacrifici senza limiti ai paesi arretrati e comprare ai prezzi del mercato mondiale i macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate » significa di fatto «che i paesi socialisti sono, in un certo senso, complici dello sfruttamento imperialistico ».
In questa direzione si muoveva la riflessione del Guevara più maturo, tra il 1962 e il 1966, rimasta in gran parte inedita, ma non sconosciuta del tutto, perché vari stralci sono stati gradualmente pubblicati in saggi di Tablada e miei, e negli Scritti scelti, curati da Massari, e poi anche a Cuba nel bellissimo libro di Orlando Borrego, Che. El camino del fuego (La Habana, 2001).
Perché questa riflessione è rimasta inedita? Basta anticipare un solo passo dalle Note sul Manuale di economia per cominciare a capire: «Le ultime risoluzioni economiche dell’Urss somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l’avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo. Il tempo dirà se si tratta di un incidente passeggero o se implica una decisa tendenza all’arretramento. Tutto parte dalla concezione erronea di cercare di costruire il socialismo con elementi di capitalismo, senza cambiarne effettivamente il senso. Per cui si perviene a un sistema ibrido che finisce in un vicolo cieco». [Nota: per ragioni di spazio, non si indicano le pagine del Manuale e il numero delle note del Che, ma è possibile riceverle in lingua originale inviando una mail a: antonio.moscato@ unile. it].
In un’altra nota Guevara scrive che «di norma in questo libro si confonde il concetto di socialismo con quanto in pratica accade in Urss». A proposito delle “categorie economiche” che secondo il Manuale sarebbero generate dal regime socialista, il Che annotava che «si presume di conoscere leggi economiche la cui reale esistenza è discutibile » (...) sbattendo a ogni angolo «con le leggi economiche del capitalismo che sopravvivono nell’organizzazione economica sovietica» (...). «Si va avanti con l’autoinganno. Fino a quando? Non si sa, e neanche come si risolverà la contraddizione».
Come si vede, erano critiche dure, che i sovietici non avrebbero potuto accettare. Ma perché censurarle anche dopo il crollo dell’Urss? Probabilmente per la difficoltà a spiegare agli studenti cubani perché per venti anni dopo la morte del Che, quando Breznev veniva esaltato all’Avana come grande “marxista leninista”, hanno continuato a “studiare marxismo” su quel Manuale che Guevara dichiarava pessime.
La testimonianza
“Canto intimo” di Celia Hart
Chi può riservarsi i diritti dell’arrivo della primavera?O chi pretende di poter comprare le onde azzurre del mare?Chi è il padrone del canto degli uccelli,di tutto quanto ci lascia senza fiato di fronte a questameravigliosa natura,splendida e ogni volta più rivoluzionaria?Nessuno è proprietario della luce del giorno.Solo con la luce elettrica possono commerciare,e nessuno è proprietario delle stelle.Questo per me è il Che. La primavera,l’autunno intriso di colore, è il dolore dei poveri del mondo.Egli sta al fianco di Gesù.La chiesa egoista e burocrate andrebbe condannata in eternoperché ruba, per accaparrarsene i diritti, il respiro di Gesù.Non facciamo noi rivoluzionari quel che ha fatto Costantinocon il cristianesimo vero.Vi sono cose che Dio ha voluto creare comuniste fin dalleloro origini.Sarà perché ha cercato di esserlo lui.Ho seguito la polemica tra editori e varie personalità diprestigiosul pensiero del “nostro più vicino Gesù” che è il Che.Non capisco una sola parolae mi dichiaro incompetente a capire un terminecommerciale.So che le cose si vendono, gli oggetti si vendono,ma la vendita delle idee è quella che non mi riesce diconcepire,giacché è come vendere le onde del mare o vendere laprimavera,o esigere denaro per i dorati tramonti d’autunno.Harry Potter si vende e va benissimo che si venda!Agli autori, a quelli di noi che cerchiamo di esserlo,serve vendere i libri per mangiare. Non parlo di questoParlo di sapere ad esempio chi ha diritto d’autore sullaBibbia,o se qualcuno percepisce i diritti su Giulietta e Romeo.Gli editori dovranno guadagnare soldi per vivere, come aRoma si incassaper veder piangere davanti alla Pietà di Michelangelo, maquesto è un contoè un altro ben diverso è che si percepiscano rendite sulle idee,i pensieri, la passione.[... ]Da un altro lato, mi stupisce che esistano scritti inediti delChe. Dopo tanto tempo?Chi può avere il diritto di privarci così della primavera?Quegli scritti infatti ci chiarirebbero tante cose e nonpubblicarli equivalea quel che è successo quando la Bibbia poteva essereinterpretata solo da esperti.Non sono una specialista nell’opera del Che, ma nonaccetto che nessun essere umanosotto i raggi di questo stesso sole decida cosa debba leggereo non leggere del Che.È come lasciare nascoste le opere di Darwin, o Einstein, oMartí,perché la gente non le capisce. Chi concede questo diritto?Siamo asfissiati dal capitalismo.Negarci il Che, in nome del fatto che qualche giudiziosoespertodecida se mettere o no un paragrafo è peccato mortale.Ed è successo! Ricordo che una volta volevo citare il Chee nelle edizioni di Scienze Politiche mancava un interoparagrafoin cui il Che discuteva con Marx a proposito di un suoarticolo su Bolívar.Chi sono queste persone, sempre nell’ombra,che credono di essere Dio, per censurare il Che?Che la Mondadori pubblichie si metta d’accordo con chi vuole.Non ho competenza per sapere se questa casa editricepossa o meno scrivere un discorso del Chesenza che la penna le cada di mano.Ma invito tutte le case editrici rivoluzionarie del mondoa sentirsi non solo in diritto, ma in dovere di diffondere le ideedell’uomo più necessario della Terra.


Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 3
Guevara e l’Urss, quel giorno a Praga da “clandestino”
Quando Castro scrisse: «Situazione inquietante, rientra». La lunga strada per la pubblicazione degli “inediti”.
Ritardi nelle pubblicazioni, omissioni, tagli negli scritti del Che. Al centro della censura i suoi giudizi sul ruolo di Mosca nello scacchiere internazionale e gli errori di Cuba dovuti al rapporto sempre più stretto con l’Urss di Breznev. Come anche le sue riflessioni sul carattere parassitario dei dirigenti dei movimenti di liberazione africani
Che Guevara
MOSCA, NOVEMBRE ’64: CHE GUEVARA GUIDA LA DELEGAZIONE CUBANA PER IL 47° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE. IL TERZO ED ULTIMO VIAGGIO IN URSS
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In realtà alcuni inediti di Ernesto Guevara alla fine sono stati pubblicati, a volte con anni di ritardo… Ovviamente soprattutto gli scritti giovanili, che pure hanno avuto vicende tortuose: il padre del Che aveva pubblicato parte dei quaderni dei viaggi giovanili, insieme a una parte delle lettere alla famiglia in due volumi (in Italia raccolti in un solo volume dagli Editori Riuniti col titolo “Mio figlio il Che”). Poi la vedova li aveva sistemati diversamente e in Italia sono stati pubblicati da Feltrinelli col titolo “Latinoamericana”. Erano in pratica i diari già pubblicati e curati dal padre, ma già allora cominciò la rivendicazione di un’esclusiva dei diritti, di cui beneficiò solo una parte della famiglia, senza che nulla toccasse alla figlia maggiore Hildita, ai fratelli del Che e alla vedova del padre, che si ritenevano peraltro vincolati alle indicazioni di Ernesto di non volere nulla di materiale per sé e la sua famiglia. Ma in quei testi (peraltro scritti dal giovane Guevara per la propria memoria, e non preparati da lui per la pubblicazione), come anche nell’altro quaderno di viaggio pubblicato - mal curato e mal tradotto - anche in Italia col titolo di Otra vez, non c’era nessun problema politico.
I problemi politici emergono invece soprattutto per il bilancio dell’esperienza fatta nel Congo nel 1965. In questo caso il Che, nella pausa forzata in Tanzania dopo il fallimento della spedizione, aveva preparato per la pubblicazione un dattiloscritto che - come aveva fatto per i suoi quaderni sulla lotta nella Sierra Maestra - rielaborava gli appunti scritti nel corso dell’impresa col titolo “Pasajes de la guerra revolucionaria: Congo”, che ricalcava quello dei “Passaggi della guerra rivoluzionaria”, usciti nel 1959-1960 come articoli e poi raccolti in volume. Il testo, come ormai si può vedere, è organico e ricco di riflessioni importanti. Ma è rimasto per 28 anni segreto. In quei decenni in Africa si sono fatti errori politici gravi, soprattutto appoggiando regimi che si autodefinivano “socialisti”.
Erano errori legati al rapporto sempre più stretto di Cuba con l’Urss di Breznev, ma sono stati facilitati dall’aver ignorato le critiche severe di Guevara ai dirigenti di molti movimenti di liberazione, compreso il futuro presidente della Repubblica democratica del Congo Laurent Kabila. Questo testo è uscito per la prima volta nel 1994, incompleto e con interpolazioni, grazie all’intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, che si era procurato una copia del dattiloscritto. Fu pubblicato subito in molti paesi tra cui l’Italia, ma non a Cuba, con il titolo di fantasia: “L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto Che Guevara”. Era stato curato ufficialmente da Paco Ignacio Taibo II insieme a due giornalisti cubani, Froilán Escobar e Félix Guerra, che probabilmente erano i principali responsabili del lavoro, mentre la sua proiezione internazionale (quattordici edizioni contemporanee in tutto il mondo) era assicurata dal nome del popolare scrittore ispano- messicano.
In realtà circolavano altre copie del testo tra i collaboratori del Che, e una di esse mi era stata fatta arrivare e copiare. Era parzialmente diversa da quella pubblicata, ma non su questioni essenziali. Ciò vuol dire solo che c’erano diverse versioni. Su una di esse si è basato il generale William Gálvez per un suo libro, che ottenne già nel 1995 il premio Casa de las Américas, ma è uscito a Cuba solo nel marzo 1997, col titolo “El sueño africano de Che. Qué sucedió en la guerrilla congolesa”, presso le edizioni della stessa Casa de las Américas. Perché è passato tanto tempo dalla premiazione alla pubblicazione? Probabilmente per “limare” il testo, come era già avvenuto per un altro libro famoso, premiato dieci anni prima dalla giuria internazionale della Casa de las Américas ed elogiato più volte da Fidel Castro ma ugualmente sottoposto a tagli e censure varie: quello di Carlos Tablada sul pensiero economico di Guevara.
Solo nel 1999 è uscita una edizione “ufficiale” dei “Pasajes”, curata dalla seconda figlia del Che Aleida, che ammette candidamente nell’introduzione «la revisione dello stile, l’aggiunta di osservazioni e l’eliminazione di alcuni appunti».
Perché? Probabilmente per mettere le mani avanti rispetto a chi aveva in mano altre versioni, di cui Aleida dice che corrisponderebbero «alle prime trascrizioni (?) redatte dal Che».
Non è possibile capire quali fossero i passi eliminati; invece nella lettera di Fidel a Guevara del giugno 1966 riportata nella stessa introduzione i tagli sono almeno indicati con il segno […] in diversi punti. La lettera, pur mutilata, è molto interessante: Fidel si rivolgeva al Che che stava a Praga in incognito dopo aver lasciato la Tanzania, invitandolo a «prendere in considerazione la convenienza di fare un salto fin qui», cioè a Cuba, «data la delicata e inquietante situazione in cui ti trovi laggiù». Cosa c’era di inquietante? A Praga, dove pochi anni fa hanno tradotto un mio libro su Guevara, ho incontrato molti economisti che erano stati a Cuba con il Che come consiglieri, rimanendo per questo fedeli alle idee rivoluzionarie, e ho avuto la conferma che nel 1966 le autorità cecoslovacche non erano informate del suo soggiorno “clandestino” in quella città. Ma si può immaginare cosa preoccupava Castro, tenendo conto del giudizio sprezzante e ostile sul Che di tutti i partiti comunisti legati all’Urss. Va detto che più volte una parte della famiglia negli ultimi anni ha minacciato processi a chi come Carlos Tablada aveva pubblicato qualche brano del Che inedito senza autorizzazione, ma poi non ha fatto nulla. Non c’è stato neppure un processo a Paco Ignacio Taibo II, e neppure ai due giornalisti cubani che gli avevano fornito il testo sul Congo. Perché? Probabilmente per ridurre lo scandalo… La pubblicazione era avvenuta in molti paesi ma non a Cuba e quindi il processo avrebbe dovuto svolgersi in un tribunale messicano o italiano, che avrebbe ovviamente permesso ai denunciati di spostare la discussione sulle indifendibili ragioni del divieto, e sulle esplicite dichiarazioni del Che contro la riscossione di diritti sulla sua opera, col risultato di far risaltare quanto siano oggi lontani dai suoi ideali quelli che si appellano a un tribunale per tutelare il proprio monopolio. Ora che abbiamo letto, sia pure con tanto ritardo, questi Passaggi della guerra rivoluzionaria-Congo, appare chiaro che dietro la censura non c’era nessuna ragione di “sicurezza dello Stato”, ma solo la difficoltà a spiegare - in primo luogo ai cubani - perché Guevara anche sull’Africa non era stato ascoltato.
Comunque da questa vicenda emerge che a Cuba si considera “normale” tenere nascosto per tanti anni uno scritto già preparato per la pubblicazione dallo stesso Guevara, nascondendo le sue riflessioni sul carattere parassitario dei dirigenti dei movimenti di liberazione africani, che già prima di arrivare al potere mantenevano un livello di vita scandaloso e che utilizzavano per succhiare soldi la concorrenza tra la burocrazia sovietica e quella cinese! D’altra parte le censure a Guevara a cui allude anche il “Canto intimo” di Celia Hart, si sono avute su molti piani: ad esempio il documentario curato da Roberto Massari in coedizione con la casa editrice Abril dei giovani comunisti per anni non è stato fatto circolare a Cuba, perché l’autore aveva rifiutato dei tagli a discorsi del Che (editi, questi, in altri tempi…), ma è stato poi rivenduto dalla stessa Editorial Abril in vari paesi dell’America Latina. E capiremo meglio la logica delle censure esaminando più dettagliatamente le Note critiche al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, rimasto per tanto tempo testo obbligatorio di studio per gli studenti cubani.


Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 4
«L’Urss ha rimpiazzato l’internazionalismo con lo sciovinismo»
Già dal ’65 era informato sugli scricchiolii del paese più industrializzato del Comecon.
Il Che è implacabile con tutte le formule vuote: come il «centralismo, uno dei miti largamente diffusi», ma che gli sembra solo una frase che nasconde le più diverse strutture politiche ed è quindi carente di contenuto reale. Smantella anche le citazioni dal XXI Congresso del Pcus, osservando che presentare come un successo il dissodamento delle terre vergini è un errore, anche se meno grave di quel “complesso ideologico di inferiorità” che ha portato alla famosa velleitaria sfida con gli Stati Uniti
Che Guevara
IL CHE SULLA SIERRA MAESTRA NEGLI ANNI DELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA CUBANA (1957-58). QUI COSTRUISCE LA SECONDA COLONNA DELL’ESERCITO RIBELLE E ORGANIZZA IL “TERRITORIO LIBERO” DI EL HOMBRITO
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Ma veniamo alla parte del Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss dedicata proprio ai “paesi socialisti”. Una delle frasi che appaiono vuote al Che riguarda i successi e la cooperazione tra di essi:
«In un breve arco di tempo, i paesi del campo socialista gettarono le basi per una stretta collaborazione economica, fondata sul reciproco aiuto fraterno. Accanto al vecchio mercato mondiale capitalistico nacque un nuovo mercato mondiale dei paesi socialisti, che si rafforzò rapidamente. Tale mercato cresce ininterrottamente, grazie al suo sviluppo senza crisi e all’inarrestabile incremento della produzione nei paesi del campo del socialismo. Essendosi poi sganciati dal sistema capitalistico, nella fase del dopoguerra, tutta una serie di nuovi paesi, e proprio in conseguenza di questo, si formò e si sviluppò vittoriosamente il sistema socialista dell’economia mondiale».
Il testo proseguiva assicurando che così si era assestato un nuovo colpo al sistema dell’imperialismo. E Guevara annotava:
«Troppo idilliaco. Ancorché non si conoscano le crisi nell’accezione propriamente capitalistica, le difficoltà degli ultimi anni nelle democrazie popolari d’Europa e il disastro del grano in Urss stanno ad indicare che anche lì si susseguono gravi interruzioni dell’avanzamento ».
L’affermazione del Manuale che il socialismo si distinguerebbe da tutte le formazioni sociali precedenti per l’allargamento ininterrotto della produzione, ed anzi che «il socialismo pone fine alla contraddizione tra la natura sociale della produzione e la forma privata, capitalistica, dell’appropriazione (...), non conosce la contraddizione tra produzione e consumo (...) e quindi è in condizioni di potere espandere ininterrottamente la produzione» sembrava infondata a Guevara, che osservava che al massimo poteva valere per l’Urss che era un “paese-continente”, ma certo non per altri paesi come la Cecoslovacchia: «Un mercato estero sempre più esigente ha progressivamente scalzato via articoli prodotti con una tecnologia ormai congelata, determinando cali nella produzione complessiva del paese». Guevara alla fine del 1965 era abbastanza informato sugli scricchiolii del paese più industrializzato del Comecon, e conosceva probabilmente la diagnosi fatta dagli economisti critici come Ota ik, anche se non condivideva la terapia che essi proponevano.
E quando il Manuale, riprendendo un documento ufficiale del XXI Congresso del Pcus, affermava che l’Urss, non essendo più circondata dall’assedio capitalista non correva più rischi di restaurazione capitalista (anzi, si precisava, «non esistono più nel mondo forze in grado di restaurare il capitalismo nel nostro paese, di far crollare il campo socialista » sicché il pericolo di restaurazione sarebbe stato eliminato definitivamente), Guevara osservava prudentemente che questa osservazione poteva essere oggetto di discussione dato che «le ultime risoluzioni economiche dell’Urss somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l’avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo». Guevara contestava anche che fosse stata eliminata la contraddizione tra città e campagna e che anzi ci fosse una unità di interessi di classe tra operai e contadini:
«Questo non lo ha confermato la pratica in Urss né nelle democrazie popolari. Le differenze e l’antagonismo sono palpabili e in contraddizione per penurie e carestie periodiche».
Proprio esaminando la situazione delle campagne (in particolare nei kholchos, che il Che pensa siano da considerare “presocialisti”) Guevara osserva più volte che quanto è descritto nel Manuale è proprio dell’Urss e non del socialismo.
Guevara è implacabile con tutte le formule vuote, come il «centralismo, uno dei miti largamente diffusi», ma che al Che sembra solo una frase che nasconde le più diverse strutture politiche, ed è quindi carente di contenuto reale. Smantella anche le citazioni dal XXI Congresso del Pcus, osservando che presentare come un successo il dissodamento delle terre vergini è un errore, anche se meno grave di quel “complesso ideologico di inferiorità” che ha portato alla famosa velleitaria sfida con gli Stati Uniti, che quel Congresso pensava di raggiungere e superare in una ventina di anni. A questo proposito c’è un accenno critico alla Cina, che con la stessa logica nel 1958 si era proposta di raggiungere l’Inghilterra.
Una frase retorica del Manuale sullo sviluppo pianificato della collaborazione economica tra i paesi socialisti, basata sulla più razionale utilizzazione del potenziale produttivo, nell’interesse di ciascun paese e di tutto il campo socialista in generale, in base alla “divisione socialista internazionale del lavoro”, lo spinge a una considerazione molto dura:
«Di nuovo questa idea, così giusta nella sua formulazione teorica, inciampa in contraddizioni etiche. Se l’internazionalismo proletario ispirasse le azioni dei governanti dei paesi socialisti, indipendentemente da certi errori concettuali in cui potrebbero incorrere, sarebbe un successo. Ma l’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari (Comecon) ».
Guevara nella stessa nota osservava che era difficile catalogare questi atteggiamenti, soprattutto senza un’analisi profonda e documentata delle motivazioni di ciascun paese, ma concludeva «che quel che è certo è che minacciano gli onesti sogni di tutti i comunisti del mondo». E dato che nel lungo periodo sulle meraviglie della “divisione socialista internazionale del lavoro” era inserita una frasetta sulla necessità di «tener conto, analogamente, dello sviluppo dei rapporti economici tra i due sistemi mondiali, il socialismo e il capitalismo», Guevara, diffidente, osservava che probabilmente si pensava a una pianificazione in vista dell’estensione di queste relazioni.
A proposito dei piani annuali come articolazione di quelli quinquennali, esaltati dal Manuale, il Che osservava poi seccamente:
«I piani annuali, nella forma attuata a Cuba, costituiscono un freno. Ogni anno, come spiega in seguito il testo, si dividono le ristrettezze precedenti, come se tutto ricominciasse da capo, e si dà il caso di fabbriche con risultati brillanti un anno e disastrosi il secondo anno, per la mancanza di materia prima. Se il sistema non è buono nei paesi socialisti vicini, con grande indipendenza, a Cuba, lontana chilometri e con persistenti problemi di pagamenti, è stato disastroso ».
Altre osservazioni sono meno sorprendenti, perché ripetono quanto scritto negli articoli e interventi del dibattito economico pubblicati nel 1963-1964 a Cuba (ad esempio che «una delle pecche gravi del sistema sovietico » è che «gli incentivi morali sono dimenticati o marginali»). Di fronte a un’affermazione trionfalista sulla Banca di Stato dell’Urss che sarebbe «la banca più potente del mondo» grazie alle filiali collocate nella capitali delle repubbliche sovietiche, dei territori e regioni, e in quasi tutti i distretti del paese, Guevara scrive maliziosamente:
«Possiede anche filiali a Londra e a Parigi (un poco mimetizzate). Ci si può chiedere se tutto ciò non influirà sui metodi e le concezioni della direzione sovietica, così come gli istituti creditizi di proprietà del partito argentino influiscono sulla sua linea di intervento politico».
Il paragone di Guevara con il Partito comunista della sua Argentina è interessante, e spiega bene che la critica del Che alla maggior parte dei partiti comunisti latinoamericani non era solo ideologica o morale, ma partiva dalla consapevolezza del loro inserimento, subalterno ma totalmente complice, nel sistema capitalistico.


Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 5
«Proletariato forza trainante? Dubbi vengono da Cina, Vietnam e Cuba»
Dagli inediti di Ernesto Guevara spunti interessanti sui percorsi rivoluzionari, non soluzioni. La critica al Pci e al suo «dio parlamento».
Il Che irritato con le scelte dell’Unione sovietica sulla politica economica e lo scacchiere internazionale. Come è possibile pensare di “costruire il comunismo in un paese solo”? In una nota critica al Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss osserva che «ci sono molte asserzioni in questo libro che somigliano alla formula della santissima trinità: non si capisce, ma la fede risolve la cosa»
Che Guevara
ERNESTO GUEVARA INSIEME A FIDEL CASTRO
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Le ultime notazioni delle critiche al Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss sono più teoriche. Gli autori del Manuale, sulla base delle indicazioni del XXI Congresso del Pcus, parlano di passaggio graduale al comunismo, e annunciano che i metodi coercitivi dello Stato saranno sostituiti dagli stimoli economici e dal lavoro educativo affidato alle cosiddette “organizzazioni sociali”. Peraltro si teorizza che lo Stato continuerà ad essere necessario anche dopo la “costruzione del comunismo”.
Guevara è sempre più irritato. Come è possibile pensare di “costruire il comunismo in un paese solo”? E conclude questa nota osservando che «ci sono molte asserzioni in questo libro che somigliano alla formula della santissima trinità: non si capisce, ma la fede risolve la cosa». E aggiungeva:
«Non si capisce come possano eliminarsi i metodi coercitivi sostituendoli con quelli economici. Se questi diventano automatici, si ritorna a una società anarchica, se li si guida tramite un piano centralizzato, lo Stato deve stare lì a vigilare su quel che succede (o deve succedere) (...) Gli operai, il popolo in genere, decideranno sui grandi problemi del paese (saggio di sviluppo, cioè accumulazione, consumo, tipi di produzione fondamentali, lavori sociali, beni perituri o di largo consumo), nei vari luoghi decideranno sui loro problemi concreti (quelli che non vanno oltre il loro ambito), ma il piano e la produzione saranno di spettanza degli specialisti, né si possono cambiare per volontà individuali, anche se di tipo collettivo. Il punto è considerare l’organizzazione economica come un grande macchinario e vigilare che funzioni, senza però inserirsi nei suoi ingranaggi».
In questo processo Guevara non vedeva alcun ruolo utile dei sindacati, su i quali si esprimeva in tono sprezzante, forse in parte per la sua lettura affrettata e superficiale (anche a causa di una sommaria traduzione da parte di qualcuno dei “consiglieri” sovietici) del famoso dibattito sovietico del 1920 sui sindacati.
Che Guevara
LA STATUA DEL CHE A LA HABANA
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Guevara infatti aveva scambiato la posizione di Trotskij (ostile allora ai sindacati, per motivi analoghi ai suoi) con quella di Lenin, a cui Trotskij si avvicinò invece più tardi, ammettendo di avere sbagliato (ma il Che probabilmente non lo seppe mai…). Ma a fargli assumere quella posizione era anche la sua esperienza cubana, non entusiasmante, che descrive in varie conversazioni al Ministero dell’Industria. In una di esse ci sono passi di notevole interesse: «La maggioranza - ed è bene dirlo - dei dirigenti sindacali, sono persone che non godono del sostegno di massa... Poiché non godono del sostegno di massa, non hanno un prestigio acquisito in seno alle masse, scelgono la strada più semplice, e quale? Farsi portavoce delle masse e cioè: la massa dice e io trasmetto e bisogna fare ciò che la massa dice, e quindi poi dicono alla massa: Ah! no, il governo dice e io trasmetto (...) Non è una politica coerente rispetto alla classe operaia né si aiuta - tutt’altro - il Governo».
Più in là, nella stessa conversazione al Ministero dell’Industria del 14 luglio 1962, Guevara pronuncia una sentenza definitiva:
«Di una cosa sono sicuro, ed è che il sindacato è un freno che va distrutto, ma non con il sistema di esaurirlo: bisogna distruggerlo come si dovrebbe distruggere lo Stato in un momento, con il metodo di superarlo da parte della gente, e alla fine arrivare a rendere inutile questa istituzione. Qui i sindacati sono stati costruiti meccanicamente. Poiché in Unione sovietica vi sono sindacati amministrativi, si sono fatti sindacati amministrativi a Cuba.
Bene, vorrei chiedere, che cosa hanno fatto i sindacati in ciascun ministero? Non sono stati in grado di mettere insieme qualcuno che andasse a tagliare quattro canne, non sono stati in grado di dare l’esempio su niente. In questo ministero, per fortuna, non hanno di certo posto questioni, rivendicazioni amministrative. Da altre parti lo hanno fatto. Non è povero il ruolo di un’istituzione creata da poco per svolgere il ruolo di copia con carta carbone dell’esperienza storica di un altro paese? Questo non è marxista: è uno dei tanti errori che commettiamo, avallati da tutti noi, probabilmente anche da me, che sono Ministro, dal Consiglio dei Ministri, ma è un errore e di errori ne commettiamo ».
Questo ed altri passi spiegano perché la riflessione del Che fosse insopportabile per i dirigenti sovietici, ma mostrano anche che egli non sempre aveva colto nel segno. Leggiamo oggi Guevara non per cercare un nuovo “modello”, un nuovo Talmud, ma per seguirne la riflessione interpretandola nel contesto dei dibattiti di quegli anni, e cogliendone la poderosa forza dissacrante, che rifiuta i luoghi comuni. Ad esempio, anche quando concorda con il Manuale nella sottolineatura delle contraddizioni tra capitale e lavoro, il Che osserva che «occorre ancora una volta porre l’accento sul fatto che l’opportunismo ha investito uno strato enorme della classe operaia dei paesi imperialisti», che si potrebbe definire come aristocrazia operaia.
Al margine annotava di ricercare statistiche comparative sui salari degli operai di paesi imperialisti e di quelli dipendenti. Su questo arrivava a considerazioni drastiche, che avrebbe potuto probabilmente rivedere se avesse potuto vedere la grande ondata di scioperi del maggio 1968 in Francia e dell’Autunno caldo italiano.
Poco più avanti, si indigna ancora per una frase retorica del Manuale in linea col nuovo corso sul passaggio pacifico al socialismo:
«Nelle attuali condizioni, in cui esiste un forte campo socialista, in cui continua ad approfondirsi la crisi generale del capitalismo, in cui il sistema coloniale si disintegra sempre più e gli ideali del socialismo, della democrazia e della pace possiedono una grandiosa forza di attrazione per l’intera umanità lavoratrice, si dà la possibilità concreta che, in questo o quel paese capitalista o uscito dalla dominazione coloniale, la classe operaia arrivi pacificamente al potere, per via parlamentare». Il commento è secco e bruciante: «A questa cantilena del parlamento non ci credono neanche gli italiani, che pure non hanno altro dio».
Si allude ovviamente al Pci, nei confronti del quale Guevara aveva espresso francamente il suo fastidio, rifiutando ad esempio un’intervista all’Unità, che pure era stata sollecitata dalla sua stessa madre che con Saverio Tutino, ottimo corrispondente di quel giornale all’Avana, aveva fatto amicizia, vivendo nello stesso albergo. La motivazione era che non stimava un partito che aveva un 25% di voti e non faceva nulla per la rivoluzione. Molti dirigenti del Pci che visitarono Cuba, tra cui Pietro Ingrao, rimasero sconcertati e irritati dalle brusche critiche di Guevara. Le annotazioni di questo genere, che smentiscono il quadro idilliaco di un mondo in evoluzione verso il socialismo per effetto delle “grandi conquiste dei paesi socialisti”, sono numerosissime, ma riguardano solo indirettamente il giudizio critico del Che sui paesi dell’Est, attraverso la polemica con le loro mistificazioni ideologiche sulle “magnifiche sorti e progressive” del proletariato.
Una di questa va però segnalata, per un aspetto interessante: di fronte a una frase che dichiara possibile il trionfo della rivoluzione socialista, quando esista un proletariato rivoluzionario e la sua avanguardia (naturalmente unita in un solo partito politico…), Guevara osserva: «I casi della Cina, del Vietnam e di Cuba dimostrano la scorrettezza di questa tesi. Nei primi due casi la partecipazione del proletariato è stata nulla o scarsa, a Cuba la lotta non è stata diretta dal partito della classe operaia, ma da un movimento policlassista radicalizzatosi dopo la presa del potere politico».
La frase che ho evidenziato in corsivo sarebbe sconvolgente nella Cuba degli ultimi trenta anni, in cui è stato evitato accuratamente ogni accenno al mancato appoggio alla rivoluzione da parte del Psp (di cui Guevara peraltro accetta implicitamente l’autoproclamazione come “partito della classe operaia”).
Anche la definizione del Movimento 26 luglio come “policlassista” è esatta ma contrasta con l’abituale ricostruzione mitologica della formazione del gruppo dirigente della rivoluzione.


Viaggio negli scritti inediti di Che Guevara - 6
«La burocrazia sovietica mette a rischio anche Cuba»
Negli scritti inediti di Ernesto Guevara le tracce di un lavoro politico originale e di riflessioni sulla rivoluzione.
Le osservazioni del Che erano conosciute solo da un piccolo numero di dirigenti cubani al momento dello sgretolamento del sistema sovietico. La loro pubblicazione tempestiva avrebbe reso più facile la lotta contro la poderosa campagna che attribuiva al socialismo, a Lenin e allo stesso Marx il fallimento del “socialismo reale” e voleva liquidare per sempre con questi argomenti ogni idea di rivoluzione
Che Guevara
CHE GUEVARA PROMOVE IL LAVORO VOLONTARIO A L’AVANA.
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Le soluzioni che il Che proponeva per limitare i danni della riproduzione meccanica del modello sovietico, probabilmente non sarebbero state risolutive anche se non fossero state rifiutate nel corso del grande dibattito economico del 1963- 1964, su cui ci sarebbe tutta la documentazione disponibile anche in italiano, se si volesse fare i conti con quello che Guevara realmente pensava e non con le leggende.
Alcune raccomandazioni erano decisamente scomode: ad esempio puntare ad aumentare la produttività; lottare contro gli sprechi e il parassitismo, le assunzioni clientelari, il rigonfiamento degli organici indipendentemente da una valutazione rigorosa di costi e ricavi:
«Dobbiamo funzionare meglio del capitalismo, se vogliamo batterlo».
Era una conferma di quanto era stato proficuo lo studio del Lenin concretissimo degli ultimi anni. La resistenza alle sue proposte veniva dalla micidiale alleanza tra le abitudini locali (la pigrizia, il rinvio di ogni compito al domani, ecc.) e gli uomini più legati al modello sovietico (in cui gli sperperi e le inefficienze erano sistematici e funzionali al meccanismo di controllo politico delle masse).
Questi scritti, contenuti prevalentemente nel VI volume dell’opera curata da Borrego (quella stampata in 200 copie rigorosamente riservata ai dirigenti) ma anche in alcune raccolte di memorie e testimonianze di suoi collaboratori, andrebbero pubblicati organicamente in un’edizione critica. È difficile dare un idea anche sommaria di questo lavoro nello spazio di un articolo.
In Italia qualche frammento delle conversazioni bimestrali al MinInd (il ministero dell’Industria) era stato pubblicato dal manifesto mensile nel dicembre 1969, poi pubblicato da Roberto Massari con alcune mie integrazioni e una revisione complessiva sull’originale (Scritti scelti, v. II, pp. 536- 579), ma non circolano a Cuba, anche se non c’è nessuna affermazione sensazionale paragonabile a quelle degli scritti sull’Urss. Perché? Probabilmente perché risulterebbe evidente la contraddizione tra quegli scritti e la gestione dell’economia a Cuba oggi, soprattutto dopo la dollarizzazione e le aperture alle società miste e ai capitalisti stranieri. Se si conoscessero gli scritti economici del Che, sarebbe più difficile sostenere - come si fa abitualmente - che è l’ispiratore della politica attuale.
Ma l’ultimo Guevara aveva cominciato a riflettere anche sulla deformazione burocratica della rivoluzione. Ci sono alcuni articoli, un discorso franco ed autocritico alla gioventù algerina del giugno 1963, ma soprattutto accenni frequenti a questo problema nei suoi interventi nelle fabbriche che visita e nei dibattiti bimestrali al ministero.
Paradossalmente, tuttavia, lo scritto in cui si tirano più nettamente tutte le conseguenze dalla riflessione di Guevara sulla burocrazia non porta la sua firma, ed è apparso dopo la sua partenza da Cuba. Si tratta dell’editoriale “La lucha contra el burocratismo: tarea decisiva” (compito decisivo), apparso in quattro puntate su Granma nel marzo 1967.
In particolare nella seconda e terza parte, il pericolo che «in seno alle organizzazioni politiche e allo stesso Partito si costituisca, per il tramite dei quadri professionali, una categoria speciale di cittadini, differente dal resto della popolazione », viene ricondotto alla «introduzione di certi sistemi amministrativi e forme di organizzazione presi in prestito da paesi del campo socialista minati dalla burocrazia ».
La burocrazia viene definita non solo «un freno per l’azione rivoluzionaria», ma anche «un acido corrosivo che snatura [... ] l’economia, l’educazione, la cultura e i servizi pubblici», al punto che «ci danneggia più dell’imperialismo stesso». In queste parole, nelle quali è chiara l’impronta del Che, è racchiusa una delle più severe e mordenti critiche della burocrazia apparse dall’interno di un partito comunista al potere.
Gli editoriali, nonostante il titolo parlasse solo di «burocratismo » (termine che ridimensiona il fenomeno riducendolo a un comportamento discutibile e fastidioso, e che non caso è stato usato periodicamente da tutti i governanti del socialismo reale, da Stalin a Gorbaciov) contenevano in realtà nel testo un appello alla «lotta contro la burocrazia su tutti i fronti e in tutte le sue manifestazioni», con accenti drammatici: «Le forze della classe lavoratrice devono affrontare la burocrazia. Le esperienze della lotta contro questo male dimostrano che la burocrazia tende a comportarsi come una nuova classe. Tra i burocrati si stabiliscono legami, rapporti e relazioni simili a quelli che possono esservi in qualsiasi altra classe sociale».
Questo editoriale è con molta probabilità una rielaborazione collettiva di materiale preparato dal Che per la discussione in seno al gruppo dirigente, come appare da forti analogie con vari suoi scritti (ed anzi dalla riproposizione di interi periodi tratti dai suoi discorsi apparsi solo nell’edizione riservata ai dirigenti. Si tratta senza dubbio del punto più alto raggiunto dalla riflessione sulle ragioni dell’involuzione burocratica determinatasi in una società post- capitalistica (in larga misura indipendentemente dalla volontà dei suoi dirigenti). In ogni caso riflette un atteggiamento che era diffuso nel gruppo dirigente castrista in quegli anni, e ha quindi ancora più importanza, anche perché smentisce le leggende che il Che fosse dovuto partire per divergenze con Fidel: il problema vero era l’atteggiamento di ostilità dell’Urss.
La denuncia della burocrazia è una delle tracce che rivelano una lettura sempre più attenta dell’ultimo Lenin, a cui risaliva (già nel 1921!) la famosa definizione dell’Urss come «Stato operaio con una deformazione burocratica», che viene invece in genere attribuita al solo Trotskij.
Il riferimento a Lenin si fa più articolato: nel 1961 Guevara diceva ancora genericamente che «Lenin è probabilmente il leader che ha portato il massimo contributo alla teoria della rivoluzione», mentre successivamente distingue varie fasi del suo pensiero. E’ evidente che Guevara ha cominciato a distinguere quel che è contingente e tattico negli scritti del periodo della Nep, e conosce già qualcosa del dibattito degli anni Venti sulla “Economia politica del periodo di transizione” anche grazie all’incontro con Ernest Mandel, il suo principale sostenitore nel dibattito economico. Dallo studio di Lenin Guevara ha ricavato anche la comprensione della peculiarità dell’esperienza sovietica, che comincia a vedere non più come lucida applicazione di un perfetto modello, ma come empirica sperimentazione, sotto la pressione di potenti forze ostili e in un paese arretrato, «anello più debole della catena». Polemizzando con i fautori della riproduzione meccanica del modello dell’Urss, Guevara afferma che «l’Unione sovietica non è un esempio tipico di un paese capitalista sviluppato che passa al socialismo. Il sistema, così come lo ereditarono i sovietici, non era sviluppato, e per questo partirono prendendo a prestito molte cose anche dal capitalismo premonopolista».
Su questo tema ritorna molte volte. Nel dibattito sul “sistema di calcolo di bilancio” che propone in contrapposizione a quello sovietico, che egli respinge perché introduce disuguaglianza, incentivi materiali per i direttori, e incoraggia la falsificazione sistematica dei dati reali (i direttori di fabbrica sovietici «sono tecnici tanto nel produrre quanto nell’ingannare l’apparato centrale», dice in una delle riunioni del Minind), egli viene accusato di usare tecniche capitalistiche.
Il Che risponde che è vero: «Ci sono molte analogie con il sistema di calcolo dei monopoli, ma nessuno può negare che i monopoli abbiano un sistema di controllo molto efficiente, e stanno attenti perfino ai centesimi, anche se hanno milioni di dollari, e hanno tecniche di determinazione dei costi molto rigorose ».
Non solo ribadisce il concetto di imparare dai paesi capitalisti sviluppati che era costantemente presente in Lenin (e che divenuta impensabile negli anni in cui Stalin, appoggiandosi sullo sciovinismo grande-russo introduce una grottesca esaltazione del popolo russo e una ossessiva xenofobia), ma dice una semplice verità che doveva tuttavia suonare blasfema a generazioni di esaltatori dell’Urss: «In definitiva anche il sistema di contabilità che si applica in Unione sovietica lo ha inventato il capitalismo», e per giunta quello arretrato, dei primi decenni del Ventesimo secolo.
Queste osservazioni non erano conosciute che a un piccolo numero di dirigenti cubani al momento dello sgretolamento del sistema sovietico. La loro pubblicazione tempestiva avrebbe reso più facile la lotta contro la poderosa campagna che attribuiva al socialismo, a Lenin e allo stesso Marx il fallimento del “socialismo reale” e voleva liquidare per sempre con questi argomenti ogni idea di rivoluzione.
Bolivia
Trentotto anni fa la cattura e l’assassinio di Guevara
Che Guevara
IL CHE PRIGIONIERO IN BOLIVIA POCO PRIMA DELLA MORTE
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Guevara si è laureato in medicina all’Università di Buenos Aires. Attivo nelle manifestazioni antiimperialistiche, è in Guatemala nel 1954, partecipando alla difesa fallita del governo di Arbens attaccato da mercenari appoggiati dalla Cia.
Esule in Messico, conosce Castro e lo segue come medico nella spedizione destinata ad aprire un fronte guerrigliero a Cuba contro il dittatore Batista. Occupa alte cariche nell’amministrazione rivoluzionaria: comandante delle forze armate, presidente del Banco nazionale, ministro dell’Industria, ambasciatore itinerante ecc. Compie viaggi nei Paesi socialisti e del Terzo Mondo. Famosa la sua requisitoria contro l’imperialismo Usa all’assemblea dell’Onu nel ’64 e riassunta nella celebre parola d’ordine «creare due, tre, molti Vietnam». Nel ’65 Guevara lascia Cuba per combattere l’imperialismo in altre terre. Dopo alcuni mesi di clandestinità in Africa, passò in Bolivia per sostenere i campesinos schierati contro il regime del nuovo presidente Barrientos, guidando un distaccamento guerrigliero. Ed è in Bolivia, il 9 ottobre del ’67, che viene prima catturato da reparti dell’esercito e poi assassinato da agenti della Cia e della polizia boliviana.


Il socialismo e l'uomo a Cuba
Stimato compagno, termino queste note mentre viaggio per l'Africa, animato dal desiderio di mantenere la mia promessa, sia pure con ritardo. Vorrei farlo affrontando il tema del titolo. Credo che possa essere interessante per i lettori uruguaiani. Si ascolta spesso dalla bocca dei portavoce capitalistici, come argomento della lotta ideologica contro il socialismo, l'affermazione secondo cui questo sistema sociale, o il periodo di costruzione del socialismo nel quale siamo impegnati, sarebbe caratterizzato dalla negazione dell'individuo sacrificato sull'altare dello Stato. Non cercherò di confutare questa affermazione su una base puramente teorica, ma di descrivere la realtà che oggi si vive a Cuba, aggiungendo qualche commento di carattere generale. In primo luogo, traccerò a grandi linee la storia della nostra lotta rivoluzionaria, prima e dopo la presa del potere. Come è noto, la data esatta in cui iniziarono le azioni rivoluzionaie, che dovevano culminare nel 1° gennaio 1959, fu il 26 luglio 1953. All'alba di quel giorno, un gruppo di uomini guidati da Fidel Castro, attaccò la caserma Moncada nella provincia d'Oriente. L'azione fu un fallimento che si trasformò in un disastro e i sopravvissuti finirono in carcere, per poi ricominciare, dopo essere stati amnistiati, la lotta rivoluzionaria. Durante questa fase, nella quale esistevano soltanto dei germi di socialismo, l'uomo era il fattore fondamentale. Si faceva affidamento su di lui, come individuo dotato di una sua specificità, con tanto di nome e cognome; e dalla sua capacità di agire dipendeva il trionfo o il fallimento dell'azione intrapresa. Venne poi la fase della lotta guerrigliera. Essa si sviluppò in due ambienti diversi: il popolo, massa ancora assopita che bisognava mobilitare, e la sua avanguardia, la guerriglia, motore propulsivo del movimento, generatore di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo. Questa avanguardia fu l'agente catalizzatore che creò le condizioni soggettive necessarie per la vittoria. Anche in questa fase, nel quadro del processo di proletarizzazione del nostro pensiero, della rivoluzione che si operava nelle nostre abitudini e nella nostra mente, l'individuo rimase il fattore fondamentale. Ognuno dei combattenti della Sierra Maestra, che abbia raggiunto un grado elevato tra le forze rivoluzionarie, ha al suo attivo una storia di fatti memorabili. E in base a questi conquistava i suoi gradi. Fu questo il primo periodo eroico, in cui ci si batteva per ottenere incarichi di maggiore responsabilità e di maggior pericolo, senza altra soddisfazione che l'adempimento del proprio dovere. Nel nostro lavoro di educazione rivoluzionaria, torniamo spesso su questo tema formativo. Nell'atteggiamento dei nostri combattenti già si delineava l'uomo del futuro. In altri momenti della nostra storia si sono ripresentate le occasioni per un impegno totale nella causa rivoluzionaria. Durante la crisi di ottobre o nei giorni del ciclone "Flora" abbiamo visto atti di valore e di sacrificio eccezionali, compiuti da tutto un popolo. Trovare il modo di perpetuare nella vita quotidiana questo atteggiamento eroico, è uno dei nostri compiti fondamentali dal punto di vista ideologico. Nel gennaio 1959 si costituì il governo rivoluzionario con la partecipazione al suo interno di vari esponenti della borghesia filoimperialista. La presenza dell'esercito ribelle costituiva la garanzia per il mantenimento del potere, come fattore di forza fondamentale. In seguito si produssero gravi contraddizioni, risolte in un primo momento nel febbraio 1959, quando Fidel Castro assunse la direzione del governo, con la carica di primo ministro. Questo processo culminò nel luglio dello stesso anno, quando il presidente Urrutia si dimise sotto la pressione delle masse. Appariva così, nella storia della rivoluzione cubana, ormai con caratteristiche nitide, un personaggio che si ripresenterà sistematicamente: le masse. Questa entità multiforme non è, come si pensa, la somma di elementi di una medesima categoria (a ciò ridotti, tra l'altro, dal sistema imposto) che agisce come un gregge mansueto. E' vero che segue senza esitare i propri dirigenti, in particolare Fidel Castro; ma il grado in cui questi si è guadagnato tale fiducia risponde precisamente al modo in cui egli interpreta i desideri del popolo, le sue aspirazioni, e alla lotta sincera per il mantenimento delle promesse fatte. Le masse parteciparono alla riforma agraria e al difficile compito dell'amministrazione delle imprese statali; sono passate attraverso l'esperienza eroica di Playa Giròn, si sono forgiate nella lotta contro le varie bande armate della Cia; hanno vissuto uno dei momenti decisivi della storia moderna con la crisi di ottobre e oggi continuano a lavorare per la costruzione del socialismo. Guardando ai fatti da un punto di vista superficiale, potrebbe sembrare che abbiano ragione coloro che parlano di sottomissione dell'individuo allo Stato; le masse realizzano, con entusiasmo e disciplina senza pari, i compiti che il governo afida loro, siano essi di tipo economico, culturale, sportivo o di difesa. L'iniziativa, in genere, parte da Fidel Castro o dall'alto comando della rivoluzione e viene poi spiegata al popolo che la fa propria. Altre volte, le esperienze locali vengono riprese dal partito e dal governo per generalizzarle, seguendo lo stesso procedimento. Lo Stato, tuttavia, a volte si sbaglia. Quando si verifica uno di questi errori, si nota un calo dell'entusiasmo collettivo, dovuto ad una diminuzione di quello stesso entusiasmo in ciascuno di quegli individui che formano la massa; il lavoro si paralizza, fino a ridursi a livelli insignificanti: è il momento di rettificare. Così avvenne nel marzo 1962, con la politica settaria imposta al partito da Anìbal Escalante. E' ovvio che il meccanismo non è in grado di garantire una serie di misure adeguate e che occorre un legame più organico con le masse. Dobbiamo migliorare tale meccanismo nel corso dei prossimi anni; nel caso, comunque di iniziative provenienti dai livelli elevati del governo, utilizziamo per ora il metodo quasi intuitivo di osservare le reazioni generali di fronte ai problemi sollevati. In ciò è maestro Fidel, il cui modo particolare di comunicazione col popolo si può apprezzare solo vedendolo direttamente. Nelle grandi manifestazioni pubbliche sembra di assistere quasi ad un dialogo tra diapason, che pone in vibrazione reciproca gli interlocutori. Fidel e le masse cominciano a vibrare in un dialogo di intensità crescente fino a raggiungere l'apice in un finale improvviso, segnato dal nostro grido di lotta e di vittoria. Ciò che è difficile da comprendere, per chi non stia vivendo l'esperienza della rivoluzione, è questa stretta unità dialettica tra l'individuo e la massa, in cui entrambi interagiscono e la massa, a sua volta, come insieme di individui, interagisce con i dirigenti. Nel capitalismo si possono osservare fenomeni di questo tipo quando appaiono uomini politici capaci di spingere alla mobilitazione popolare; ma se non si tratta di un autentico movimento sociale - nel qual caso non si può parlare pienamente di capitalismo - esso durerà quanto la vita di chi lo ha messo in moto o fino al termine delle illusioni popolari imposto dalla rigidità della società capitalistica. All'interno di questa, l'uomo è guidato da un ordinamento impersonale che, in genere, sfugge alla sua comprensione. L'essere umano, alienato, ha un cordone ombelicale invisibile che lo lega alla società nel suo insieme: la legge del valore. Essa agisce in tutti gli aspetti della sua vita, modellandogli la strada e il destino. Le leggi del capitalismo, cieche e invisibili per il senso comune della gente, agiscono sull'individuo senza che questi se ne accorga. Egli non vede altro che la vastità di un orizzonte che gli appare infinito. Così lo presenta la propaganda capitalistica che pretende di ricavare dal caso Rockefeller - vero o falso che sia - una lezione sulle possibilità di successo. La miseria che è necessario accumulare perchè si realizzi un esempio del genere e la somma di iniquità che implica una fortuna di tali dimensioni non fanno parte del quadro, e non è sempre possibile per le forze popolari, avere sempre chiari simili concetti. (A questo punto sarebbe opportuna una disquisizione sul modo in cui gli operai dei paesi imperialisti vadano via via perdendo il proprio spirito internazionalista di classe, sotto l'influenza di una certa complicità nello sfruttamento dei paesi dipendendenti e come questo fatto attenui, contemporaneamente, lo spirito di lotta delle masse nel proprio paese; ma queso è un tema che esula dalle finalità di queste note). Al massimo si mostra la strada con gli ostacoli che, apparentemente, un individuo dotato delle qualità necessarie potrebbe superare per giungere alla meta. Il premio si intravede in lontananza; il cammino è solitario. Si tratta, per giunta, di una corsa tra lupi; si può vincere solo grazie all'insuccesso degli altri. Tenterò ora di definire l'individuo, attore di questo straordinario e appassionante dramma che è la costruzione del socialismo, nella sua duplice entità di singolo e membro della società. Credo che la cosa più semplice sia nel riconoscere la sua qualità di essere non-fatto, di prodotto non-terminato. Le tare del passato si trasmettono al presente nella coscienza individuale e c'è bisogno di un lavoro continuo per sradicarle. Il processo è duplice: da un lato è la società che agisce con l'educazione diretta e indiretta; dall'altro è l'individuo che si sottopone ad un processo cosciente di autoeducazione. La nuova società in formazione deve lottare molto duramente con il passato. Ciò si avverte non solo nella coscienza individuale, su cui pesano i residui di un'educazione orientata sistematicamente all'isolamento dell'individuo, ma anche per il carattere stesso di questo periodo di transizione, con il permanere di rapporti di mercato. La merce è la cellula economica della società capitalistica; finchè esisterà, i suoi effetti si ripercuoteranno sull'organizzazione della produzione e conseguentemente sulla coscienza. Nello schema di Marx il periodo di transizione era concepito come il risultato della trasformazione esplosiva del sistema capitalistico soffocato dalle proprie contraddizioni; successivamente si è visto nella realtà come dall'albero imperialista potevano staccarsi alcuni paesi che rappresentavano i rami deboli; un fenomeno previsto da Lenin. In essi, il capitalismo si è sviluppato abbastanza da far sentire i propri effetti, in un modo o nell'altro, sul popolo; ma non sono le sue stesse contraddizioni che, esaurite tutte le possibilità, fanno saltare il sistema. La lotta di liberazione contro un oppressore straniero, la miseria provocata da avvenimenti esterni come la guerra - le cui conseguenze vengono fatte ricadere dalle classi privilegiate sugli sfruttati - i movimenti di liberazione destinati a rovesciare i regimi neocoloniali; questi sono i fattori scatenanti più comuni. L'azione cosciente fa il resto. In questi paesi non si è ancora prodotta un'educazione completa nei confronti del lavoro sociale e la ricchezza è lungi dall'essere alla portata delle masse attraverso un semplice processo di appropriazione. Il sottosviluppo da un lato e l'abituale fuga di capitali verso i paesi "civilizzati" dall'altro, rendono impossibile un cambiamento rapido e indolore. Resta un lungo tratto da percorrere per la costruzione della base economica e la tentazione di seguire le strade battute dell'interesse materiale, come leva propulsiva per uno sviluppo accelerato, è notevole. Si corre il pericolo che gli alberi impediscano di vedere il bosco. Rincorrendo l'illusione di realizzare il socialismo con l'aiuto delle armi spuntate che ci lascia in eredità il capitalismo ( la merce come cellula economica, il profitto, l'interesse materiale individuale come leva, ecc.), si può imboccare un vicolo senza uscita. E vi si arriva dopo aver percorso un lungo tratto in cui le strade si incrociano più volte e dove è difficile capire il punto in cui si è sbagliato strada. Frattanto, la base economica adottata ha compiuto il suo lavoro di scavo sullo sviluppo della coscienza. Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale, bisogna creare l'uomo nuovo. Di qui la grande importanza di scegliere correttamente lo strumento per mobilitare le masse. Questo deve essere fondamentalmente di natura morale, pur senza trascurare un corretto utilizzo degli incentivi materiali, soprattutto di natura sociale. Come ho già detto, nei momenti di grave pericolo è facile potenziare gli incentivi morali; per mantenere la loro efficacia è necessario sviluppare una coscienza in cui i valori acquistino nuove caratteristiche. La società nel suo insieme deve trasformarsi in una gigantesca scuola. Le grandi linee di questo fenomeno sono simili al processo di formazione della coscienza capitalistica nella sua prima fase. Il capitalismo ricorre alla forza, ma educa anche la gente all'interno del sistema. La propaganda diretta viene realizzata da coloro che sono incaricati di spiegare l'ineluttabilà di un regime di classe, sia esso di origine divina o imposto dalla natura come entità meccanica. Ciò placa le masse che si vedono oppresse da un male contro il quale non è possibile lottare. In seguito subentra la speranza e in questo si differenzia dai precedenti regimi di casta che non offrivano via d'uscita. Per alcuni, tuttavia, continuerà a vigere la formula di casta: il premio a chi obbedisce consiste nell'arrivo - dopo la morte - in altri mondi meravigliosi dove i buoni vengono premiati, secondo quanto affrma la vecchia tradizione. Per altri, c'è la novità: la distinzione in classi è fatale, ma gli individui possono uscire da quella cui appartengono mediante il lavoro, l'iniziativa, ecc. Questo processo e quello di autoeducazione al successo devono essere profondamente ipocriti; sono la dimostrazione interessata del fatto che una menzogna è verità. Nel nostro caso l'educazione diretta acquista un'importanza molto maggiore. La spiegazione è convincente perchè è vera; non ha bisogno di sotterfugi. Si esercita attraverso l'apparato educativo dello Stato in funzione della cultura generale, tecnica e ideologica, attraverso organismi quali il ministero dell'educazione e l'apparato di propaganda del partito. L'educazione penetra tra le masse e il nuovo atteggiamento proposto tende a trasformarsi in abitudine; le masse lo vanno facendo proprio ed esercitano una pressione su coloro che non si sono ancora educati. Questa è la forma indiretta di educazione delle masse, potente tanto quanto l'altra. Il processo, tuttavia, è cosciente: l'individuo riceve continuamente l'impatto del nuovo potere sociale e si rende conto di non essersi ancora completamente adeguato ad esso. Sotto la pressione prodotta dall'educazione indiretta, cerca di adattarsi ad una situazione che ritiene giusta ed alla quale la sua mancanza di sviluppo gli ha impedito di adeguarsi finora. Si autoeduca. In questa fase di costruzione del socialismo possiamo vedere l'uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora definita; nè potrebbe esserlo, giacchè il processo marcia parallelo allo sviluppo di nuove forme economiche. Tralasciando coloro la cui mancata educazione li spinge verso un cammimno solitario, verso l'autosoddisfacimento delle proprie ambizioni, ci sono altri che, all'interno di questo nuovo quadro di avanzamento collettivo, tendono a camminare isolati dalla massa che accompagnano. L'importante è che gli uomini vanno acquistando ogni giorno di più coscienza della necessità della propria integrazione nella società e, allo stesso tempo, della propria importanza come motori di essa. Ormai non marciano più soli, per sentieri sperduti, verso brame lontane. Seguono la loro avanguardia, costituita dal partito, dagli operai più avanzati che camminano legati alle masse e in stretto collegamento con loro. Le avanguardie hanno lo sguardo rivolto al futuro e alla sua ricompensa, però questa non appare come qualcosa di individuale; il premio è la nuova società in cui gli uomini avranno caratteristiche diverse: è la società dell'uomo comunista. La strada è lunga e piena di difficoltà. A volte, per avere smarrito la strada si deve retrocedere; altre volte, camminando troppo in fretta, ci separiamo dalle masse; in qualche caso, per troppa lentezza, sentiamo vicino il fiato di coloro che ci pestano i talloni. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, cerchiamo di camminare il più velocemente possibile, aprendo nuove strade, ma sappiamo che dobbiamo trarre nutrimento dalle masse e che queste potranno avanzare più rapidamente solo se le stimoliamo con il nostro esempio. Indipendentemente dall'importanza data agli incentivi morali, il fatto che esista la divisione in due gruppi principali (escludendo naturalmente la frazione minoritaria di coloro che non prendono parte - per una ragione o per l'altra - alla costruzione del socialismo) dimostra la relativa mancanza di sviluppo della coscienza morale. Il gruppo d'avanguardia è ideologicamente più avanzato delle masse: queste conoscono valori nuovi, ma in modo parziale. Mentre tra i primi si produce un cambiamento qualitativo che permette loro di andar incontro al sacrificio nella loro funzione di avanguardia, i secondi hanno solamente una visione parziale e debbono essere sottoposti a stimoli e pressioni di una certa intensità; è la dittatura del proletariato che si esercita non solo sulla classe sconfitta, ma anche, a livello individuale, sulla classe vincitrice. Tutto ciò implica, per la sua vittoria totale, l'esistenza di una serie di meccanismi: le istituzioni rivoluzionarie. Nell'immagine delle folle che marciano verso il futuro, è implicito il concetto di istituzionalizzazione, inteso come un insieme armonico di canali, gradini, barriere, apparati ben collaudati che permettono questa marcia e la selezione naturale di coloro che sono destinati a camminare tra l'avanguardia e che stabiliscono il premio o il castigo, rispettivamente per chi compie il proprio dovere e per chi trama contro la società in costruzione. Questa istituzionalizzazione della rivoluzione non si è ancora attuata. Stiamo cercando qualcosa di nuovo che permetta un'identificazione perfetta tra il governo e la comunità nel suo insieme, adeguata alle particolari condizioni della costruzione del socialismo e che rifugga al massimo dai luoghi comuni della democrazia borghese trapiantati nella società in formazione (come le camere legislative, per esempio). Sono state fatte alcune esperienze volte a creare poco a poco l'istituzionalizzazione della rivoluzione, ma senza eccessiva fretta. Il freno maggiore che abbiamo avuto è stato il timore che qualsiasi aspetto formale potesse separarci sia dalle masse sia dall'individuo, facendoci perdere di vista la più importante e decisiva ambizione rivoluzionaria, che è quella di vedere l'uomo liberato dalla sua alienazione. Nonostante la carenza di istituzioni, che deve essere superata gradualmente, ora sono le masse a fare le storie, come insieme cosciente di individui che lottano per una causa comune. L'uomo nel socialismo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è più completo e benchè non disponga di un meccanismo perfettamente adeguato allo scopo, la sua possibilità di esprimersi e farsi ascoltare nell'apparato sociale è infinitamente maggiore. Tuttavia è necessario accentuare la sua partecipazione cosciente, individuale e collettiva, in tutti i meccanismi direttivi e produttivi e legarla all'idea della necessità dell'educazione tecnica e ideologica, in modo che avverta come questi processi siano strettamente interdipendenti e i loro progressi paralleli. L'uomo acquisterà così la piena coscienza del proprio essere sociale, il che equivale alla sua completa realizzazione come creatura umana, una volta spezzate le catene dell'alienazione. Ciò si tradurrà concretamente nella riappropriazione della propria natura attraverso il lavoro liberato e l'espressione della propria condizione umana attraverso la cultura e l'arte. Perchè l'uomo si sviluppi nel primo aspetto, il lavoro deve acquistare un carattere nuovo; la merce-uomo cessa di esistere e si instaura un sistema che assegna una quota in cambio dell'adempimento del dovere sociale. I mezzi di produzione appartengono alla società e la macchina è solo la trincea dove si compie il proprio dovere. L'uomo comincia a liberare la propria mente dal pensiero sgradevole di dover necessariamente soddisfare i propri bisogni animali attraverso il lavoro. Comincia a vedersi realizzato nella propria opera e a cogliere la propria grandezza umana attraverso l'oggetto creato, il lavoro compiuto. Ciò non implica la perdita di una parte del suo essere sotto forma di forza-lavoro venduta, che non gli appartiene più, ma significa un'emanazione di se stesso, un contributo alla vita comune nella quale egli si riflette: l'adempimento del proprio dovere sociale e per collegarlo allo sviluppo tecnologico, da un lato - il che determinerà nuove condizioni per una maggiore libertà - e al lavoro volontario dall'altro, fondandoci sulla concezione marxista secondo cui l'uomo realizza pienamente la propria piena condizione umana quando produce senza la costrizione della necessità fisica di vendersi come merce. E' ovvio che esistono ancora aspetti coercitivi nel lavoro, anche quando esso è volontario; l'uomo non ha ancora trasformato tutta la coercizione che lo circonda in un riflesso condizionato di natura sociale, e in molti casi produce ancora sotto la pressione dell'ambiente ("costrizione morale", la definisce Fidel). Gli resta ancora da conquistare il piacere di un completo godimento spirituale del proprio lavoro, senza la pressione diretta dell'ambiente sociale, ma vincolato ad esso dalle nuove abitudini. Questo sarà il comunismo. Il mutamento non avviene automaticamente nella coscienza, così come non avviene nell'economia. Le variazioni sono lente e irregolari; ci sono periodi di accelerazione, altri di pausa e persino di regresso. Dobbiamo inoltre considerare, come abbiamo notato prima, che non siamo di fronte ad un periodo di transizione puro e semplice, quale lo vedeva Marx nella "Critica del programma di Gotha", ma ad una nuova fase da lui non prevista: il primo periodo di transizione al comunismo o di costruzione del socialismo. Ciò avviene in mezzo a violente lotte di classe con elementi di capitalismo nel proprio seno, che rendono difficile una comprensione globale. Se a ciò si aggiunge lo scolasticismo che ha frenato lo sviluppo della filosofia marxista e impedito l'analisi sistematica del periodo, la cui economia politica non si è sviluppata, dobbiamo riconoscere che siamo ancora in fasce e che è giusto dedicarsi allo studio di tutte le caratteristiche fondamentali di tale periodo, prima di elaborare una teoria economica e politica di maggior respiro. La teoria che ne scaturirà darà inevitabilmente la preminenza ai due pilastri della costruzione: la formazione dell'uomo nuovo e lo sviluppo tecnologico. In entrambi gli aspetti, ci resta molto da fare, ma è meno grave il ritardo per quanto riguarda la concezione della tecnica come base fondamentale, giacchè non si tratta in questo caso di andare avanti alla cieca, ma di seguire pere un buon tratto la strada aperta dai paesi più evoluti del mondo. E' per questo che Fidel batte con tanta insistenza sulla necessità della formazione tecnica e scientifica del nostro popolo e in particolare della sua avanguardia. Nel campo delle idee che riguardano attività non-produttive è più facile cogliere la divisione tra necessità materiale e spirituale. Da molto tempo l'uomo cerca di liberarsi dell'alienazione mediante la cultura e l'arte. Muore quotidianamente durante le otto e più ore in cui funge da merce, per rinascere poi attraverso la sua creatività spirituale. Ma questo rimedio ha in sè i germi della stessa malattia: è un essere solitario che cerca la comunione con la natura. Difende la propria individualità oppressa dall'ambiente e reagisce di fronte alle idee estetiche come un essere isolato, la cui aspirazione è rimanere immacolato. Si tratta solo di un tentativo di fuga. La legge del valore non è il semplice riflesso dei rapporti di produzione; i capitalisti monopolistici la circondano di una complicata impalcatura che la trasforma in una schiava docile, anche quando i metodi che usano sono esclusivamente empirici. La sovrastruttura impone un tipo di arte in cui bisogna educare gli artisti. I ribelli vengono dominati dal meccanismo e solo i talenti eccezionali potranno creare opere proprie. Gli altri diventano vili salariati oppure vengono schiacciati. Si inventa la ricerca artistica, intesa come sinonimo di libertà; ma questa "ricerca" ha i suoi limiti, impercettibili fino al momento in cui non ci si scontra, vale a dire fino a quando non si affrontano i problemi reali dell'uomo e della sua alienazione. L'angoscia irrazionale o il volgare passatempo rappresentano delle comode valvole di sfogo per l'inquietudine umana; si combatte l'idea di rendere l'arte un'arma di denuncia. Se si rispettano le regole del gioco, si ottengono tutti gli onori; quegli stessi che otterrebbe una scimmia esibendosi in piroette. L'accordo è di non cercare di fuggire dalla gabbia invisibile. Quando la rivoluzione prese il potere, ci fu l'esodo di coloro che erano completamente addomesticati; gli altri, rivoluzionari o no, videro di fronte a sè nuove strade. La ricerca artistica ebbe un nuovo impulso. Senza dubbio le strade erano più o meno tracciate e il significato del concetto di fuga si mascherò dietro la parola "libertà". Gli stessi rivoluzionari ebbero molto spesso questo atteggiamento, riflesso dell'idealismo borghese nella coscienza. Nei paesi in cui si è verificato un processo analogo, si è cercato di combattere queste tendenze con un esasperato dogmatismo. La cultura in generale si trasformò praticamente in un tabù, e si proclamò come massima aspirazione culturale la rappresentazione formalmente esatta della natura, trasformandosi poi questa in una rappresentazione meccanica della realtà sociale che si voleva mostrare: la società ideale, quasi senza conflitti nè contraddizioni, che si voleva creare. Il socialismo è giovane e compie degli errori. Noi rivoluzionari, a volte, siamo privi delle conoscenze e dell'audacia intellettuale necessarie per affrontare il compito di sviluppare l'uomo nuovo con metodi diversi da quelli tradizionali che, a loro volta, subiscono l'influenza della società che li ha creati. (Ancora una volta si pone il problema del rapporto tra forma e contenuto). Il disorientamento è grande e siamo assorbiti dai problemi della costruzione materiale. Non ci sono artisti di grande valore che abbiano, a loro volta, un grande prestigio rivoluzionario. Sono gli uomini del partito che devono assumere questo compito e cercare di raggiungere l'obiettivo principale: l'educazione del popolo. Si cerca allora la semplificazione; ciò che è alla portata di tutti, che è poi alla portata dei funzionari. La ricerca artistica autentica viene annullata, e il problema della cultura generale si riduce ad una riappropriazione del presente socialista e del passato morto (e quindi non più pericoloso). Così nasce il realismo socialista, sulle basi dell'arte del secolo scorso. Ma l'arte realista del secolo XIX è anch'essa di classe, capitalistica forse in una forma più pura di questa arte decadente del XX secolo, da cui traspare l'angoscia dell'uomo alienato. Nella cultura il capitalismo ha dato tutto se stesso e di esso non rimane altro che la presenza di un cadavere maleodorante; in arte la sua decadenza attuale. Perchè tentare, allora, di cercare nelle forme congelate del realismo socialista l'unica ricetta valida? Non si può opporre al realismo socialista "la libertà", perchè questa ancora non esiste, nè esisterà fino al completo sviluppo della nuova società; non si pretenda neppure di condannare tutte le forme artistiche successive alla prima metà del secolo XIX dall'alto del trono pontificio del realismo ad oltranza, perchè si cadrebbe in un errore proudhoniano di ritorno al passato, mettendo una camicia di forza all'espressione artistica dell'uomo che nasce e si forma attualmente. Manca lo sviluppo di un meccanismo ideologico culturale che permetta la ricerca e distrugga le erbacce che così facilmente si moltiplicano sul terreno concimato delle sovvenzioni statali. Nel nostro paese non si è verificato l'errore del meccanicismo realista, ma uno di segno contrario. E ciò è accaduto perchè non è stata compresa la necessità di creare l'uomo nuovo; un uomo che non sia più il portavoce delle idee del secolo XIX, ma neppure di quelle del nostro secolo decadente e morboso. E' l'uomo del XXI secolo che dobbiamo creare, benchè si tratti ancora di un'aspirazione soggettiva e non sistematizzata. Proprio questo è uno dei punti fondamentali del nostro studio e del nostro lavoro e nella misura in cui otterremo risultati concreti su una base teorica o, viceversa, ricaveremo conclusioni teoriche di carattere generale dalla nostra ricerca concreta, avremo dato un valido apporto al marxismo-leninismo e alla causa dell'umanità. La reazione contro l'uomo del XIX secolo ci ha portato ad una ricaduta nel decadentismo del XX secolo; non è un errore troppo grave, però dobbiamo superarlo, se non vogliamo aprire un ampio arco al revisionismo. Le grandi masse si vanno sviluppando, le nuove idee stanno acquistando un naturale impeto in seno alla società, le possibilità materiali di sviluppo integrale di tutti i suoi membri in assoluto, rendono più produtiva la fatica. E' un presente di lotta, ma il futuro è nostro. Riassumendo, la colpa di molti nostri intellettuali e artisti risiede nel loro peccato originale; non sono autenticamente rivoluzionari. Possiamo cercare di innestare un olmo perchè dia pere, ma contemporaneamente bisogna piantare peri. Le nuove generazioni saranno libere dal peccato originale. Le probabilità che compaiano artisti eccezionali saranno tanto maggiori quanto più si saranno ampliati il campo della cultura e le possibilità di espressione. Il nostro compito consiste nell'impedire che la generazione odierna, fuorviata dai suoi stessi conflitti, si perverta e perverta le generazioni future. Non dobbiamo creare docili salariati del pensiero ufficiale, nè "borsisti" che vivano al riparo dei finanziamenti statali, beneficiando di una libertà tra virgolette. E' tempo ormai che siano i rivoluzionari a intonare il canto del popolo. E' un processo lungo. Nella nostra società svolgono un ruolo enorme la gioventù e il partito. Particolarmente importante è la prima, perchè è l'argilla malleabile con cui si può costruire l'uomo nuovo, senza alcuna delle tare del passato. Essa riceve un trattamento corrispondente alle nostre ambizioni. La sua educazione è sempre più completa e non trascuriamo di integrarla nel lavoro sin dal primo momento. I nostri studenti fanno un lavoro manuale durante le vacanze o contemporaneamente allo studio. Il lavoro è un premio in certi casi, uno strumento educativo in altri, mai un castigo. Una nuova generazione sta nascendo. Il partito è un'organizzazione d'avanguardia. I lavoratori migliori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. E' minoritario, ma dotato di grande prestigio per la qualità dei suoi quadri. La nostra aspirazione è che il partito sia di massa, quando però le masse avranno raggiunto il livello di sviluppo dell'avanguardia, vale a dire quando saranno state educate per il comunismo. E verso questa formazione va indirizzato il lavoro. Il partito è l'esempio vivente; i suoi quadri devono essere mdelli di laboriosità e sacrificio, con la loro azione devono portare le masse al compimento degli obiettivi rivoluzionari, e ciò implica anni di dura lotta contro le difficoltà della costruzione, i nemici di classe, le piaghe del passato, l'imperialismo... Vorrei spiegare ora il ruolo che svolge la personalità umana, l'uomo come individuo dirigente delle masse che fanno la storia. E' la nostra sperienza diretta, non una ricetta. Fidel ha dato alla rivoluzione l'impulso nel primi anni e il tono sempre; ma oggi esiste un buon gruppo di rivoluzionari che si sviluppa all'unisono con il nostro massimo dirigente e una gran massa che segue i propri capi perchè ha fiducia in loro; e ha fiducia perchè questi dirigenti hanno saputo interpretare le loro aspirazioni. Non si tratta di sapere quanti chili di carne si mangiano o quante volte l'anno ognuno possa andarsene a passeggiare sulla spiaggia, e neppure quante belle cose provenienti dall'estero si possano acquistare con gli attuali salari. Si tratta, piuttosto, di far sì che l'individuo si senta più completo, con molta maggiore ricchezza interiore e senso di responsabilità. Il cittadino nel nostro paese sa bene che l'epoca gloriosa che sta vivendo è fatta di sacrifici; e sa bene che cos'è il sacrificio. I primi impararono a conoscerlo sulla Sierra Maestra e ovunque si è combattuto; e poi lo abbiamo conosciuto in tutto il paese. Cuba è l'avanguardia della 'America e deve fare dei sacrifici perchè sta in prima linea, perchè indica alle masse latinoamericane il cammino verso la completa libertà. All'interno del paese, i dirigenti hanno il dovere di assolvere il proprio ruolo di avanguardia; ed è bene dirlo in tutta sincerità, in una vera rivoluzione alla quale si consacra tutto, dalla quale non ci si attende alcuna ricompensa materiale, il compito del rivoluzionario di avanguardia è a un tempo magnifico e angoscioso. Mi permetta di dirle, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore. E' impossibile concepire un rivoluzionario autentico privo di questa qualità. E questo è forse uno dei grandi drammi del dirigente: egli deve unire a uno spirito appassionato una mente fredda, e prendere decisioni dolorose senza contrarre un muscolo. I nostri rivoluzionari d'avanguardia devono idealizzare questo amore per i popoli, per le cause più sacre e renderlo unico, indivisibile. Non possono scendere con la loro piccola dose di affetto quotidiano nei luoghi in cui lo esercita l'uomo comune. I dirigenti della rivoluzione hanno figli che nei loro primi balbettii non imparano a nominare il padre; mogli che devono partecipare al sacrificio della loro vita, al fine di condurre la rivoluzione verso il suo destino; la cerchia dei loro amici coincide con quella dei compagni della rivoluzione. Non c'è vita al di fuori di questa. In tali condizioni, bisogna avere una grande dose di umanità, un grande senso di giustizia e di verità per non cadere in eccessi di dogmatismo, in freddo scolasticismo, nell'isolamento delle masse. Bisogna lottare ogni giorno perchè questo amore per l'umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in atti che servano di esempio, di mobilitazione. Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione in seno al partito, si consuma in questa attività ininterrotta, che finisce solo con la morte, a meno che il processo non si estenda su scala mondiale. Se il suo impegno rivoluzionario si affievolisce quando i compiti più urgenti vengono realizzati su scala locale e l'internazionalismo proletario viene dimenticato, la rivoluzione che egli dirige cessa di essere una forza propulsiva e affonda in un tranquillo letargo, di cui approfitta il nostro inconciliabile nemico, l'imperialismo, per riguadagnare terreno. L'internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una necessità rivoluzionaria. Così educhiamo il nostro popolo.