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    Predefinito Per un partito di lotta e di opposizione (CPN 5-6 ottobre)

    Per un partito di lotta e di opposizione



    A seguire il documento presentato dai sostenitori di FalceMartello al Comitato Politico Nazionale tenutosi il 5-6 ottobre scorsi, che ha ufficialmente avviato il percorso verso il Settimo Congresso del Partito che si celebrerà all'inizio di marzo 2008. Il documento affronta nel dettaglio tutte le questioni sul tappeto dell'attuale fase politica. Ogni critica o commento all'analisi e alle prospettive qui delineate è benvenuta:

    ---

    Il bilancio sintetico di questi 18 mesi del governo Prodi si riassume in un ulteriore arretramento nelle condizioni sociali dei lavoratori e dei ceti popolari, nel peggioramento dei rapporti di forza (elettorali e non solo), nella capitolazione dei vertici della Cgil su pensioni e precarietà.


    La rabbia e il disincanto che vanno accumulandosi nella società producono quei fenomeni di populismo e di ostilità verso la politica (grillismo) che coinvolgono pesantemente la sinistra e il nostro partito, che oltre ad aver perso gran parte della propria credibilità viene riconosciuto, soprattutto fra le giovani generazioni, come forza integrante di quel mondo della politica ufficiale, corrotta, degenerata e distante dai problemi dei lavoratori e delle classi subalterne.


    L’aspetto più importante e grave è che fino ad ora il governo ha potuto gestire una politica economica e sociale in sostanziale continuità con quelle dei governi precedenti, in un contesto di pace sociale e riduzione dei conflitti. Mentre arretrano i salari, che in Europa sono fra i più bassi e quelli che crescono meno, mentre la precarietà e flessibilità continuano a crescere, mentre milioni di lavoratori rimangono senza contratti di lavoro, assistiamo a un calo delle ore di sciopero.


    Il primo punto da mettere all’ordine del giorno nella nostra discussione è quindi la necessità di rompere la pace sociale: come il Prc può contribuire alla ripresa del conflitto di classe.


    Oggi, dopo 18 mesi nei quali fra gli attivisti più avanzati si sono diffusi sentimenti di frustrazione, isolamento e rabbia nei confronti di questo governo, vediamo i primi incoraggianti segnali di una inversione di tendenza. L’opposizione all’accordo sul welfare, anche grazie al voto contrario espresso dalla Fiom, si sta sviluppando con forza, cogliendo di sorpresa vertici sindacali (che non a caso reagiscono con una vera e propria caccia alle streghe contro delegati e lavoratori che fanno attivamente campagna per il No). C’è un risveglio nel protagonismo di delegati sindacali, militanti della sinistra, lavoratori, che al di là dei risultati della consultazione (pesantemente viziata dalla gestione arbitraria dell’apparato sindacale) può tradursi in una prossima fase in una ripresa delle mobilitazioni operaie.


    Lo stesso interesse attorno alla data del 20 ottobre, nonostante i pesanti limiti, le omissioni e le ambiguità della piattaforma di convocazione, conferma questo nuovo clima.

    Per cogliere questa opportunità è necessario che il Prc riconsideri completamente la linea fin qui seguita. Il dibattito congressuale deve necessariamente prendere le mosse da un bilancio onesto e trasparente della nostra esperienza nel governo dell’Unione. Questo dibattito è necessario soprattutto in prospettiva, per gettare le basi di una svolta che tragga il Prc fuori dalle sabbie mobili in cui è attualmente scivolato.


    Contrariamente a quanto affermato negli scorsi anni, lo schieramento all’interno dell’Unione e l’evoluzione dei rapporti di forza ha messo in un angolo il nostro partito e la sinistra in generale. Si proclamava che “l’Unione materiale”, la Cgil, l’Arci, ecc. sarebbero stati dalla nostra parte aiutandoci a condizionare il settore borghese ulivista della coalizione e aprendo varchi ai movimenti e alle loro rivendicazioni.


    Chiunque abbia un minimo di onestà politica deve oggi riconoscere che le cose sono andate nella direzione precisamente opposta: nessuna delle rivendicazioni da noi avanzate ha trovato ascolto nel governo; si è consolidato un blocco che oggi sfocia nella costituzione del Partito democratico e che condiziona pesantemente la Cgil e tenta di fare il vuoto a sinistra, cooptando o marginalizzando ogni forza che si ponga in alternativa ad esso.


    Al tempo stesso, la delusione di massa verso il governo Prodi ha creato spazio per la ripresa di forze reazionarie, razziste e fasciste che in un gioco di squadra con la destra parlamentare tentano di capitalizzare consenso fra i settori più colpiti dalla crisi sociale agitando campagne xenofobe che non solo non trovano alcuna resistenza da parte del Pd, ma anzi vengono riprese e rilanciate dai sindaci più rappresentativi nel campo ulivista.


    La formazione del Pd rappresenta un salto di qualità nel percorso di questo governo e del centrosinistra. Il Pd, erede dell’Ulivo, non è né un alleato con il quale competere all’interno di una stessa coalizione, né tantomeno (come fu affermato dopo le disastrose elezioni amministrative di maggio) la “diga” che deve arginare il ritorno delle destre. Il Partito democratico è oggi il principale avversario della sinistra e in particolare del Prc.


    Lo è non perché sia “peggiore” della destra berlusconiana, ma perché si pone (e non potrebbe essere diversamente) l’obiettivo di cancellare la nostra presenza, e quella di qualsiasi forza indipendente alla sua sinistra, come unico modo per poter assolvere al ruolo che si prefigge e che Veltroni, in piena sintonia con Montezemolo, proclama a chiare lettere: impedire che si manifesti, in qualsiasi forma, un “antagonismo fra lavoro e impresa”.


    Strumento fondamentale in questa strategia è la conquista dell’apparato della Cgil, che non a caso si è scagliato con virulenza mai vista non solo contro le minoranze interne che hanno preso posizione contraria al protocollo del 23 luglio, ma anche contro la stessa Fiom, equiparata a una frangia estremista e irresponsabile.


    L’unica strada percorribile per il Prc è pertanto quella di collocarsi all’opposizione anche rispetto al Partito democratico: un’opposizione di carattere strategico, che discende dalla natura di quel partito e dalla necessità improrogabile e urgente di offrire un credibile punto di riferimento a sinistra, che possa contrapporsi al progetto di Veltroni e Montezemolo (un progetto che domani potrebbe coinvolgere ampi settori della stessa coalizione di destra) e soprattutto che possa contribuire alla ripresa del conflitto di classe, unico possibile punto di partenza per quella “ricostruzione della sinistra” della quale fino ad oggi si è parlato sempre e solo in termini elettoralistici.



    L’esperienza di numerosi governi locali di questi mesi conferma che non appena si è aperto il percorso di fondazione del Pd, i sindaci ulivisti si sono bruscamente spostati ancora più a destra costringendo il nostro partito a collocarsi suo malgrado all’opposizione: Pavia e Bologna non sono eccezioni, ma le prime manifestazioni di questo “nuovo corso”.

    In questo contesto va analizzato il ruolo di Sinistra democratica all’interno di quello che viene impropriamente descritto come il campo della “sinistra radicale”.

    Nei pochi mesi della sua esistenza, Sd ha trovato modo di: 1) Boicottare le manifestazioni del 9 giugno contro la visita di Bush, compreso l’infausto presidio di Piazza del Popolo che era stato convocato apposta per avere la loro presenza; 2) Appoggiare nella sostanza il protocollo del 23 luglio, sostenendo la posizione di Epifani e rompendo quindi con quelle migliaia di lavoratori e delegati che stanno in questi giorni impegnandosi contro quegli accordi; 3) Boicottare la manifestazione del 20 ottobre.

    Ad ogni avvenimento importante è emerso come il rapporto con Sd non solo non abbia favorito l’allargamento della nostra azione, ma al contrario sia stato un ostacolo che ci ha condizionato, spingendo a “moderare” iniziative e parole d’ordine nel tentativo (sempre fallimentare) di mantenere un’unità fittizia.


    Indubbiamente esiste un ampio settore nella Cgil e nei Ds che ha rifiutato la prospettiva del Partito democratico e che cerca punti di riferimento a sinistra; ma per conquistare questo settore (e in primo luogo i lavoratori che ad esso guardano) è necessario in primo luogo che il nostro partito rompa nettamente la sua subordinazione nei confronti di questo governo; l’unità può determinarsi solo su azioni concrete e chiare parole d’ordine; è giusto sollecitare continuamente e pubblicamente tutte le altre forze della sinistra su questo terreno; è disastroso subordinare le nostre proposte e le nostre azioni a quanto si presume possa essere “accettabile” per Mussi o altri.


    Le contraddizioni apertesi con Sd non sono casuali; Sd dichiara espressamente che il suo obiettivo è governare in alleanza con il Pd e che intende costruirsi all’interno del partito socialista europeo: questo non significa che non possa avere contraddizioni al suo interno o che sia sbagliato proporre determinate azioni di lotta comune laddove vi sia un chiaro accordo su obiettivi e piattaforme. La questione importante è solo una: chi influenza chi? Siamo noi a trascinare a sinistra Mussi e compagni, influenzando la loro base, oppure è Sd a costituire un ulteriore guinzaglio con il quale si vuole legare il nostro partito a questo governo e al Pd?


    Da questo punto di vista le proposte sul “modello Flm” (oltre a chiamare in causa del tutto a sproposito l’esperienza dell’unità di classe che nasceva dalle lotte degli anni ’60 e ’70) altro non sono che una versione particolarmente negativa di una “unità” di vertice e puramente elettoralistica: gruppi dirigenti che si troverebbero a discutere al di fuori di qualsiasi reale controllo e partecipazione dei militanti, creando in provetta un’unità che alla prova dei fatti non esiste nelle lotte reali che intendiamo condurre.


    Il VII congresso del Prc ha il compito di cominciare a riparare il danno creato al partito e al movimento operaio dall’illusione governista che ha obiettivamente imperversato nel gruppo dirigente in questi tre anni. Nessuno può pensare che un cambiamento di rotta possa essere operato senza pagare un prezzo per questi errori e senza un processo faticoso di vera e propria ricostruzione del Prc come partito delle lotte, radicato nei luoghi di lavoro, nei quartieri, fra le donne lavoratrici, i giovani, gli immigrati, i settori più sfruttati di questa società.


    A un netto cambiamento di linea politica e di orientamento deve corrispondere un altrettanto netto cambiamento nella vita del partito e delle sue strutture. Il congresso deve adoperarsi perché nei gruppi dirigenti che verranno selezionati siano messi da parte tutti quegli elementi che si sono dimostrati sensibili all’istituzionalismo ed emergano invece i militanti capaci di sacrificio, politicamente formati, capaci di riaprire i canali di comunicazione fra il partito e quei settori della società che intendiamo organizzare.


    Claudio Bellotti, Simona Bolelli Alessandro Giardiello, Mario Iavazzi, Jacopo Renda

    http://www.marxismo.net/content/view/2474/104/

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  2. #2
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  3. #3
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    DOCUMENTO presentato al Comitato Politico Nazionale PRC – 5/6 ottobre 2007

    Area dell' ernesto






    Avremmo voluto che in questo cpn si affrontassero finalmente i veri problemi del partito e cioè i rischi di un suo distacco dalle masse ,dai lavoratori e dai movimenti di lotta del nostro paese, insoddisfatti delle politiche del governo. Avremmo anche voluto che si entrasse nel merito della deriva moderata dello stesso governo, il suo allontanarsi dalle aspirazioni del nostro elettorato e, in generale, del popolo della sinistra. E avremmo, infine, voluto che sulla proposta del nuovo soggetto unico e plurale della sinistra si facesse finalmente un discorso di verità, entrando nel merito di posizioni presenti fra i sostenitori di questa proposta che collidono esplicitamente con il nostro progetto politico. Ma non è stato così. La relazione che ci ha proposto il segretario è sotto questo profilo del tutto elusiva e ciò è francamente sorprendente.

    In quella relazione, partendo da un’analisi giustamente preoccupata per le tendenze all’omologazione delle politiche ad un’impostazione liberista, e per il dispiegarsi di un processo qualunquistico di massa, si è avanzata una tesi singolare e cioè che per dare risposta a questi problemi bisogna impegnarsi nella costituzione di un nuovo soggetto politico, nel presupposto che le nostre difficoltà possano essere superate attraverso un’operazione d’ingegneria politica, per riequilibrare a nostro favore i rapporti di forza nel governo.

    Questo approccio è del tutto riduttivo e costituisce l’ennesima fuga politicistica dai problemi reali.

    Cominciamo col dire che il problema principale è la deriva del quadro politico verso posizioni moderate, che di questa deriva è protagonista lo stesso governo e che noi viviamo una condizione di crescente difficoltà, nel momento in cui non siamo in grado di frenare questa tendenza e veniamo percepiti a livello di massa come corresponsabili. Stiamo sottovalutando la reazione a livello di massa agli accordi del 23 di luglio, in particolare per l’attacco compiuto al sistema previdenziale, per la non soluzione del problema della precarietà, per la centralità attribuita all’impresa, a scapito dei diritti del mondo del lavoro. Senza contare il mantenimento della missione in Afghanistan, o la recente assurda deriva sicuritaria.

    Né si può, nel tentativo di giustificare la nostra presenza al governo, tentare ora di dare un’immagine trionfalistica della finanziaria, dimenticando che il protocollo sul welfare ne costituisce un allegato, e stendendo un velo su altre scelte: dalla riduzione delle tasse per le imprese, alle elemosine per gli incapienti, alle misure surreali per contenere i costi della politica, come il taglio dei consiglieri comunali e provinciali. La verità è che ci troviamo di fronte ad una sostanziale continuità della politica del governo che occorre rimettere in discussione. Il primo passaggio decisivo è la posizione che assumeremo nel voto sul protocollo di luglio. Se non vi saranno significative modificazioni Rifondazione comunista deve opporsi esplicitamente.

    Fare come gli struzzi e sperare in un ripensamento della maggioranza è assai poco lungimirante. La questione fondamentale è che Rifondazione comunista non può orami più esimersi da un confronto concreto sulla questione dirimente e, cioè, se la sua presenza in questo governo sia o no utile socialmente e trarne conseguentemente le conclusioni.

    Tutto ciò è largamente trascurato nella relazione e questa è una scelta. Quello che ci pare venga proposto è, di fatto, il mantenimento di quest’opzione di governo, destreggiandosi in quella politica "stop and go" che in questi mesi ha condotto il partito ad aprire offensive, seguite puntualmente da ritirate. Così non si va da nessuna parte.

    Così come non si affronta di petto la questione del governo, così si prosegue con cocciutaggine, e senza fare i conti con la realtà, con la proposta del nuovo soggetto politico. Anche qui è sorprendente come si possa proporre una ulteriore stretta nel percorso di unificazione, avanzando la proposta degli “stati generali della sinistra”, nel momento in cui la manifestazione del 20 ottobre sancisce l'ennesima rottura con Sinistra Democratica, e mentre nella consultazione i dirigenti sindacali che vi fanno riferimento sostengono le ragioni del si.

    Ciò che si sta facendo è eludere un problema politico di prima grandezza e, cioè, il fatto che fra le forze che intendono dar vita al soggetto unitario e plurale della sinistra vi è una posizione che teorizza il primato della governabilità e che sostiene il carattere strategico di un rapporto col Partito Democratico. Ma ci chiediamo: si può dare vita ad una formazione politica senza affrontare la questione, si può far finta di non vedere che questo fatto costituisce un enorme ipoteca politica?

    La verità è che il processo di costituzione della "cosa rossa", condizionato, da un lato, dalla presenza al governo e, dall'altro, dal governismo di alcune fra le forze che vi dovrebbero confluire, conduce inevitabilmente, non già alla costituzione di un soggetto pienamente alternativo al PD, ma ad una forza che sempre di più rischia di essere sussunta nella logica bipolare e quindi in una condizione di oggettiva subalternità allo stesso PD.

    Questi rischi per altro sono molto concreti. Basti pensare alle scelte che il nostro gruppo dirigente ha incredibilmente assunto a proposito della consultazione dei lavoratori. Ci si è rifiutati di fare campagna attiva per il no e con ciò si è, di fatto, rinunciato ad assolvere ad una funzione che sarebbe stata essenziale per i lavoratori impegnati in questa battaglia e cioè quella di offrire loro una sponda politica ed aiutare attivamente a rompere quel muro di silenzio che si tenta di costruire intorno a questo decisivo appuntamento. Se l’impegno del nostro partito non vi è stato è perché la necessità di mantenere i rapporti con alcune forze è stata considerata prioritaria e ciò costituisce un grave errore.

    Sono queste le questioni che avrebbero dovute essere affrontate in questo cpn e che invece sono state rimosse. Avremmo voluto che l’avvio della fase congressuale avvenisse all’insegna dell’apertura di un dibattito vero, nella consapevolezza che la gravità della situazione imporrebbe che vi fosse uno sforzo collettivo del partito per uscire da una condizione oggettivamente grave, ma si sono scelte per l’ennesimo volta l’omissione e l’elusione dei problemi.

    E questo, fra l'altro, ci fa immaginare quello che rischia di essere il congresso, un appuntamento in cui non vi è l’intenzione seria di affrontare i nodi, ma di blindare una maggioranza che appare attraversata da evidenti disagi, ma che si punta a congelare per evitare una discussione vera.

    Per quanto ci riguarda, intendiamo sottrarci a queste logiche. Noi vogliamo un congresso partecipato. Siamo convinti che sulla base della linea che viene qui proposta non ci sia futuro per Rifondazione. Che il rischio sia quello di un suo definitivo superamento e con esso il venire meno di un’opzione comunista e anticapitalista nel nostro paese. Ma anche l’accelerazione del processo bipolare. Chi giustamente segnala il rischio dell’americanizzazione dovrebbe anche sapere che il bipolarismo è un connotato essenziale dell’americanizzazione.

    Le divisioni che si sono prodotte all’epoca del congresso di Venezia erano il risultato di differenti proposte relativamente alla strategia che Rifondazione comunista avrebbe dovuto assumere. Ma in quella circostanza non era in discussione la sopravvivenza del nostro partito, né tantomeno il mantenimento della sua autonomia politica, organizzativa ed elettorale. Oggi invece questo è in discussione. Per questo non c’interessa qui riproporre una logica stretta di componente per marcare la nostra identità. Ci interessa, invece, segnalare un’urgenza, e cioè che chi ritiene che l’unica alternativa sia quella di partire dall’ispirazione di fondo di Rifondazione comunista, per salvaguardarla, ma anche per allargarne i confini, aprendosi ad un rapporto fattivo con i movimenti, e uscendo dalle secche di un governismo asfittico, converga in un impegno comune. Non ci interessa riproporre angusti confini di componente, quello che c’interessa è impedire il dissolvimento di un’esperienza fertile in indistinti soggetti e l’abbandono di un’opzione critica, in nome di un approdo governista.

    Fosco Giannini

    Gianluigi Pegolo

    Leonardo Masella

  4. #4
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    Mi sembra che vi sia una evidente sitesi comune tra i due documenti.

    Da esterno, mi sembra che l'Ernesto e FalceMartello abbiano, se non la stessa, una comune linea di analisi e di prospettiva politica.

  5. #5
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    Si, spero che queste due aree non vadano divisi al congresso...o per lo meno non si facciano guerra. E questo vale anche per sinistra critica. Anche se lo scissionismo va combattuto.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Tyrion Visualizza Messaggio
    Si, spero che queste due aree non vadano divisi al congresso...o per lo meno non si facciano guerra. E questo vale anche per sinistra critica. Anche se lo scissionismo va combattuto.
    il congresso -cammellato- sarà improntato sulla costruzione di un nuovo soggetto riformista con Mussi.
    personalmente non sono interessato.

  7. #7
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    non sono molto d'accordo.....sono favorevolissimo all'uscita in massa una volta sancita la cosittuzione della "sinistra" all'acqua di rose con mussi e compagnia, ma la battaglia congressuale dev'essere affrontata in maniera seria. I cammelli poi purtroppo non sono una novità...

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da matteomatteo Visualizza Messaggio
    non sono molto d'accordo.....sono favorevolissimo all'uscita in massa una volta sancita la cosittuzione della "sinistra" all'acqua di rose con mussi e compagnia, ma la battaglia congressuale dev'essere affrontata in maniera seria. I cammelli poi purtroppo non sono una novità...
    intendo che non sono interessato al progetto sinistro, il (pen)ultimo congresso del Prc, come momento per discutere, specie a livello di circolo, è indubbiamente importante.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Mi sembra che vi sia una evidente sitesi comune tra i due documenti.

    Da esterno, mi sembra che l'Ernesto e FalceMartello abbiano, se non la stessa, una comune linea di analisi e di prospettiva politica.
    Personalmente vedrei con favore un documento congressuale unico delle opposizioni -o almeno di quelle che intendono rimanere per il momento nel partito. Solo che, a parte elementi corretti di critica e analisi, non vedo nel documento proposto al Cpn dai compagni dell'Ernesto una pars construens, una chiara prospettiva: come si pongono rispetto alla permanenza al governo? e alle amministrazioni locali? come voteranno i loro rappresentanti (Giannini e Pegolo) di fronte alla finanziaria e all'annesso protocollo, ai crediti di guerra, ecc.? cosa propongono in alternativa al "nuovo" soggetto delle sinistre?

    Non ho nemmeno capito quale posizione intendono assumere riguardo al congresso: presentare un loro documento, emendare come i grassiani quello di maggioranza, lavorare per un documento di sintesi delle opposizioni?

    Sappiamo che ci sono tra di noi determinate differenze ideologiche, ma non è tanto questo che qui importa. Il problema è di metodo e di strategia. Ecco, non riesco a decifrare questi due aspetti essenziali.

  10. #10
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    Se la maggioranza voterà il protocollo, dopo questo risultato dei NO...penso che al congresso dovremo concentrare il fuoco di fila contro la maggioranza, e non fare polemica tra minoranze (con un solo distinguo: non usciamo ORA dal partito!).
    Marius jacob, MatteoMatteo...volete lasciare il partito a chi si prepara a tradire ancora una volta?
    No, io non ci credo. Questa volta non possono votare si. Non con questo risultato nelle fabbriche.
    Se diranno "lo votiamo per poi migliorarlo in parlamento" vuol dire che sono veramente MARCI.

 

 
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