Cala il sipario sulle "marinate".


Paul Scarron (1610-1660) fu poeta, drammaturgo e novellista francese, noto alle cronache mondane dell’epoca non solo per i suoi scritti salaci, ma anche per esser stato il primo marito di Françoise d’Aubigné, Madame de Maintenon. Vantò tra i propri emuli Molière, Furetière e La Fontaine.

Ci piace qui ricordare Scarron per le sue mazzarinate (1649-52), l’equivalente francese delle pasquinate romane; in senso stretto le mazzarinate altro non sono se non satire mordaci in forma di pamphlet composte contro il Cardinal Mazzarino all’epoca della fronda. E sul suo esempio ci permettiamo di chiederci se con oggi la feconda produzione di analoghe marinate non meriti di esser abbandonata, non foss’altro che per quel doveroso parce sepulto che sa fermare la penna anche del più acerrimo nemico del fu Maestro delle Cerimonie, delle sue manie, delle sue coreografie pseudoliturgiche, dei suoi paramenti d’avanspettacolo.

La notizia, che molti attendevano ed invocavano al cielo con fervide preghiere realizza il voto espresso sin dal gaudium magnum che annunciò al mondo l’elezione di Benedetto XVI: si pensava – all’epoca – che la diversità d’orizzonti del Pontefice e del di lui Maestro delle Cerimonie avrebbe portato ad un celere avvicendamento, anche in ragione dei gusti tutt’altro che moderni in fatto di liturgia del Successore del Principe degli Apostoli, e della opposta tendenza allo sperimentalismo più ardito dell’Arcivescovo di Martirano.

Si formarono circoli e club di ecclesiastici – anche Eminentissimi ed Eccellentissimi – che periodicamente si riunivano, osservando sgomenti il permanere del Maestro, ed il moltiplicarsi dei dispettucci al Santo Padre.

Le proposte vaticane di una sede che potesse incontrare il gusto del Maestro per spingerlo a lasciare pacificamente la poltrona – promoveatur ut amoveatur – si sono avvicendate nel corso dei mesi, ottenendo come risposta gli infastiditi dinieghi del promovendo. Nessuna Diocesi, nessuna Basilica romana, nessun Dicastero pareva per lui abbastanza prestigioso. E così – come la principessa neghittosa della fiaba che a furia di rifiutare pretendenti rimase zitella – abbiamo appreso nelle due scarne righe del comunicato ufficiale – che il Maestro è stato destinato alla Presidenza del Comitato pontificio per i Congressi Eucaristici Internazionali. Una sorta di "ufficio sinistri" di fantozziana memoria.

Il primo Ottobre sono state recapitate a tutta la Curia le lettere di commiato del Maestro, suscitando nei destinatari talora raccapriccio, più spesso ilarità. La prosa incerta di questo Nunc dimittis lascia sinceramente allibiti: con ostinazione tetragona il Santo Padre viene iteratamente chiamato Successore di Pietro, evitando di riconoscere in lui il Vicario di Cristo. Viceversa, il proficiscente Presule non lesina espressioni di aucompiacimento, né risparmia generose incensazioni triplici ductu al proprio operato, giungendo ad affermare che «in realtà Giovanni Paolo II non era un esperto di liturgia in senso tecnico, ma si è affidato al Suo Maestro», laddove il Maestro non è Nostro Signore, ma l’autore delle più indecorose trovate pseudoliturgiche imposte al Papa. E se per l’apertura della Porta Santa il Pontefice ha indossato un piviale ispirato ai costumi di Raffaella Carrà, nessuno osi fiatare. Così, quando afferma che il defunto Pontefice «è diventato nella Chiesa l’interprete più autorevole e l’esecutore più tenace della liturgia del Vaticano II» c’è da dedurre che il soffio ispiratore venisse proprio dal «Suo Maestro». Salve Rabbi! E c’è da chiedersi se l’enfasi sul «Servo di Dio Giovanni Paolo II» non miri a canonizzare anche il proprio operato: Marini santo subito.

Nelle oltre due pagine di panegirico che il Maestro ha composto – non essendovi altri che lo facessero al suo posto – si può avere un dettagliato curriculum del Maestro, quasi a voler suggerire di tenerlo a portata di mano, nel caso in futuro si decida di richiamarlo ad altre e più nobili funzioni. Le faremo sapere. Intanto egli dimentica che il motivo per il quale è stato rimosso è da ricercarsi proprio in quell’esasperato volersi ergere ad unico interprete della riforma liturgica, schifando con malcelato fastidio, per ventidue anni, gli inviti alla moderazione che gli giungevano anche dai moderati. «Nessuna esperienza liturgica del nostro tempo è paragonabile», dice il Maestro. E dice bene: mai si erano viste le liturgie papali far strame della veneranda tradizione romana per rincorrere con servile entusiasmo i retaggi del paganesimo tribale, in omaggio al dogma dell’inculturazione.

«La provvidenza mi chiama tuttavia a guardare avanti»: ed anche noi possiamo finalmente guardare avanti, ringraziando la Provvidenza – con la maiuscola – per averci risparmiato un altro lustro di squallore, sempre nel timore che ogni celebrazione del Santo Padre potesse riservarci nuove sorprese. E se sorprese vi saranno in futuro, saranno nel sano ritorno al decoro e alla dignità della liturgia papale, dimenticando per sempre il deprecato ventennio mariniano.

L’ipocrisia giunge al suo acme ricordando anche il suo preziosissimo contributo sotto l’attuale Pontefice: «Non potrò mai dimenticare l’emozione avuta nel trovarmi solo con lui nella Cappella Sistina subito dopo la Sua elezione». Al di là del lui minuscolo e del Suo maiuscolo riferiti al Papa, non sono in molti a non dimenticare: la porta chiusa della Camera lacrimatoria, l’orrido rocchetto, il golfino nero del neoeletto Papa, deliberatamente lasciato sotto la veste talare troppo corta; e poi la stola del raccapriccio, rifiutata dallo stesso Benedetto XVI, e il tentativo di imporgli anche una croce pettorale miserrima. Tutte cose che ricordiamo bene, anche perché se il Maestro rende pubblici i suoi palpiti «nel trovarmi solo con lui» dovrebbe spiegare anche era solo perché aveva chiuso a chiave la porta.

E ancora: «l’emozione provata durante lo svolgimento dei Riti di Inizio del Suo ministero petrino: [...] ritengo siano l’icona più completa e più riuscita che la liturgia ha dato della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II». Bella icona: a iniziare da quella sciarpona di lana, tristissima riproposizione del pallio senatoriale e devoto omaggio del Maestro all’archeologismo più vieto. Ma quando egli ringrazia il Papa «per aver approvato tali riti», omette di dire che l’edizione ufficiale del Rito di Inizio del Pontificato fu estorta il 20 Aprile, con rescritto ex audientia Sanctissimi, il giorno dopo l’elezione di Benedetto XVI, senza che il Pontefice potesse aggiungervi o mutarvi alcunché.

Dopo il veto del Segretario di Giovanni Paolo II a commissionare altri paramenti in quel di Treviso, fin dai primi giorni di questo Pontificato erano infatti ricomparsi più stravaganti e multicolori i paramenti da Nabucco. Con curiosa sincronia rispetto alla partenza di mons. Dziwisz, era stato revocato l’esilio dei sarti prediletti del Maestro delle Cerimonie: dopo i primi fallimenti – ad esempio la mitria nera per la Messa d’Incoronazione del Pontefice – all’Ufficio per le Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice si sono moltiplicati gli ordini di casule e piviali futuristi, così come è stato dato libero sfogo alle coreografie della Giornata Mondiale della Gioventù in Germania, con le orride melodie etniche cantate sul testo latino. Benedetto XVI voleva la lingua sacra nella liturgia? Eccolo servito.

L’apoteosi della stravaganza si è avuta recentemente al santuario austriaco di Mariazell, con paramenti e mitria raccapriccianti, e qualche settimana prima con il pietoso teatrino con figuranti dell’Agorà di Loreto. E se gli strali delle marinate d’un tempo non hanno voluto vedere nel Maestro l’artefice di quelle peregrine trovate, di certo va osservato che l’autoritarismo nell’impedire l’uso di paramenti decorosi e la celebrazione di funzioni più degne del Vicario di Cristo non è stato impiegato nel porre un freno alle innovazioni più ardite. Eppure, dopo i selvaggi con tamburi e le variopinte danzatrici discinte sotto le auguste volte della Basilica Vaticana all’epoca di Giovanni Paolo II, alcuni credevano che si fosse toccato il fondo.

Cala il sipario su un’epoca di sperimentalismi. Questa ultima lettera, che nonostante la prosa claudicante potremmo intitolare Marini pro domo sua, lascerà cadere definitivamente in Lete il suo autore e i suoi caudatari in lutto.
P.S.