LAMBERTO DINI, Natale D’Amico, Daniela Melchiorre, Giuseppe Scalera, Italo Tanoni
LA PROPOSTA LIBERAL DEMOCRATICA
PER FERMARE IL DECLINO, PER RILANCIARE LO SVILUPPO
I sottoscrittori di questo manifesto si ispirano ai principi, alle idee, alla storia del pensiero liberal-democratico italiano ed europeo e si collegano alle esperienze più avanzate di riformismo liberale presenti nel nostro continente.
Il filo conduttore è la forte convinzione che la libertà nel pensare e nell'intraprendere è indispensabile per la piena valorizzazione delle capacità umane e per il raggiungimento di una più alta crescita economica e sociale.
Il programma politico, economico e culturale che noi liberaldemocratici, laici e cattolici, proponiamo al Paese ha come grande obiettivo arrestare la fase di declino nella quale l'Italia è entrata da alcuni anni e permetterle di riprendere la strada dello sviluppo economico e civile, che conduca, perché no, verso un nuovo miracolo italiano.
E' nostra opinione che il Centrosinistra italiano potrà assolvere questa missione a condizione che nel suo progetto politico, nel suo programma, così come avviene nei poli di centrosinistra che più credibilmente si candidano a governare le grandi democrazie del mondo, assumano un peso importante le idee che provengono dalla grande tradizione liberale e democratica.
Del nostro declino si trova traccia nella ridotta dinamica del PIL, del prodotto per abitante, della produttività globale dei fattori, delle esportazioni. E se ne trova traccia anche in indicatori più vari: dal basso tasso di natalità al ritardo nella dotazione infrastrutturale, dal basso livello medio di istruzione alla bassa mobilità sociale.
E' nostra convinzione che l'Italia abbia in sé le risorse intellettuali e materiali per reagire; ve ne sono i primi sintomi: in una ripresa economica che, per quanto a ritmi non soddisfacenti, si è comunque avviata; in un andamento favorevole dell'occupazione; in un accrescimento del valore medio delle merci esportate; nello sforzo delle nostre imprese di competere con successo nel mondo globalizzato; nel ruolo di primo piano assunto dalle nostre banche commerciali in Europa; anche in indicatori in apparenza minori, quali la quota di ricercatori italiani nelle università di eccellenza degli USA. Ma tutto questo non è sufficiente per uguagliare e anche superare le altre principali nazioni europee.
A questo fine consideriamo necessario attuare riforme istituzionali che garantiscano la governabilità e definire politiche coerenti e coordinate, tutte orientate alla crescita del Paese, oggi integrato in Europa e nel mondo globalizzato.
1. Le Istituzioni: costruire la democrazia dell'alternanza governante
Può capitare in ogni Paese che la democrazia produca decisioni sbagliate. In Italia troppo spesso essa non è neppure in grado di produrre decisioni. Le nostre istituzioni rimangono ferme a un parlamentarismo estremo e a un bicameralismo perfetto senza eguali nel mondo sviluppato, mentre la legge elettorale produce frammentazione e un sistema di veti incrociati.
E' necessario correggere il nostro parlamentarismo, per accrescere potere e responsabilità del Governo e per dare maggiore efficacia all'azione di controllo e indirizzo del Parlamento. E' necessario cambiare la legge elettorale, per rafforzare il bipolarismo, offrire una prospettiva di alternanza incentrata su un sistema tendenzialmente bipartitico, accrescere la capacità dei cittadini di scegliere parlamentari e governo. Occorre concludere la interminabile transizione politica italiana, per realizzare quel bipolarismo dell'alternanza governante di cui il Paese ha bisogno, per mettersi in grado di produrre decisioni tempestive ed efficaci. Senza le quali diverrebbe impossibile rimettere il Paese sul cammino dello sviluppo.
2. La politica, le istituzioni, le amministrazioni pubbliche: aumentare l'efficienza, ridurre i costi
Non basta agire sul fronte delle riforme istituzionali per aumentare l'efficienza delle decisioni e dei meccanismi della politica. Occorre anche agire sull'altra lama della forbice, riducendone i costi, che hanno ormai raggiunto livelli con pochi confronti nel mondo sviluppato, che minano la legittimazione delle nostre istituzioni, che gravano sui contribuenti.
Occorre ridurre il numero dei parlamentari e degli amministratori locali e conseguentemente delle strutture amministrative di supporto. Così pure occorre semplificare l'eccessiva articolazione territoriale dei poteri pubblici, a partire dalla abolizione delle Province; se qualche Regione vuole mantenerle in vita, si assuma la responsabilità di finanziarle con le proprie tasse, e convinca i propri elettori della loro utilità.
Occorre avviare anche a livello locale quella grande opera di privatizzazione delle imprese pubbliche che si è realizzata negli anni '90 a livello centrale, disboscando la foresta intricata delle partecipazioni societarie degli enti locali. E comunque prevedere che la selezione di managers e dirigenti delle imprese pubbliche locali residue avvenga secondo procedure trasparenti e competitive.
Occorre rendere più efficaci i meccanismi di contenimento della spesa, prevedendo anche sanzioni amministrative per gli amministratori locali e regionali che non rispettano i limiti fissati; non è più accettabile che in alcune regioni ad esempio la spesa sanitaria ecceda le previsioni, scaricandosi sullo stato e su tutti i contribuenti.
3. La giustizia: prima di tutto, farla funzionare
Come la nostra democrazia, anche il nostro sistema giudiziario, più che di decisioni sbagliate soffre di decisioni non prese. Il ritardo della giustizia civile ostacola l'enforcement dei contratti, senza il quale non c'è moderna economia di mercato. La farraginosità della giustizia penale rischia troppo spesso di consentire al reo di sfuggire alla giusta pena; con ciò incentivando comportamenti che intaccano il tessuto civile.
Se c'è un settore nel quale il declino italiano, il ritardo rispetto agli altri paesi sviluppati si fa più netto, questo è il settore della giustizia. Occorre guardare al suo funzionamento senza gli occhi dell'ideologia, ma con gli occhi di chi considera il nostro sistema giudiziario come un'organizzazione che deve essere in grado di produrre decisioni in tempi ragionevoli, e di correggere in tempi altrettanto ragionevoli le eventuali decisioni sbagliate. Ciò è impossibile senza introdurre anche nell'amministrazione della giustizia il criterio del merito, ancorato alla produttività di ciascuno.
4. La finanza pubblica: verso il pareggio strutturale del bilancio, la riduzione della pressione fiscale, l'aumento delle spese per infrastrutture, la riduzione della spesa corrente
Portiamo sulle spalle il peso di un debito pubblico che non ha eguali e che si aggrava soprattutto in una fase in cui i tassi d'interesse tendono a crescere. L'obiettivo di pareggio strutturale del bilancio, con un sostanziale avanzo primario, serve a ridurre gradualmente il peso del debito; obiettivo ineludibile per rimettere il Paese sul cammino della crescita stabile e sostenuta.
Quel pareggio non può essere ottenuto con un ulteriore innalzamento della pressione fiscale e contributiva, che deve invece diminuire, perché è giunta a livelli gravemente pregiudizievoli per le prospettive di crescita economica. Non può essere raggiunto a prezzo di una riduzione degli investimenti in infrastrutture, che anzi devono aumentare per colmare un gap che è fra le cause del declino. E poiché la spesa per interessi sul debito è determinata dal livello dei tassi di mercato e dal livello stesso del debito, non resta che ridurre la spesa primaria corrente in ognuno dei prossimi anni, secondo un profilo graduale che deve essere indicato da subito con chiarezza e perseguito con determinazione.
A questo scopo, come insegna l'esperienza, è necessario un grande sforzo riformatore, che intervenga sui meccanismi e sullo stesso perimetro dell'intervento pubblico in economia.
5. La politica per le imprese: meno aiuti pubblici, più libertà di mercato
In un'economia liberale di mercato non è la politica che produce lo sviluppo, bensì le imprese. La politica può aiutare le imprese a guadagnare e a investire. Non con gli aiuti pubblici che spesso vanno sprecati, che rischiano di distorcere il mercato, che comportano costi burocratici per chi li eroga e per chi li riceve spesso superiori ai benefici. Invece aprendo i mercati, riducendo il carico della regolamentazione, della burocrazia, del fisco. Assicurando condizioni di sostegno (giustizia civile, infrastrutture, quadro delle regole) improntate all'aiuto allo sviluppo, e non a frapporre ostacoli. In troppe attività il sistema delle licenze, dei permessi e dei divieti ostacola lo sviluppo.
E' necessario un incisivo programma di semplificazioni e di liberalizzazioni nell'economia.
Meno regole ma migliori, fisco più parco ma più equo. Questo è quanto dobbiamo fare per aiutare le imprese ad accelerare la crescita.
Senza mai dimenticare che il mercato rischia di negare se stesso, con l'affermarsi di pratiche monopolistiche e di abusi di posizione dominante; occorre quindi rafforzare e coordinare il sistema delle autorità indipendenti, a partire dall'Autorità Antitrust, a difesa del mercato.
6. Il lavoro: flessibilità, repressione degli abusi, formazione continua
A partire dal lancio del cosiddetto "pacchetto Treu" nel 1995, l'Italia ha cambiato il suo mercato del lavoro, riducendo un carico di vincoli che aveva pochi confronti nell'Occidente. Da allora ha preso avvio una crescita dell'occupazione pressoché ininterrotta, anche in fasi di andamento economico generale tutt'altro che buono.
Quella è la strada: nessun passo indietro su quanto compiuto; semmai, revisione dei meccanismi della contrattazione in modo tale da adeguarli alla nuova realtà, per stimolare e premiare la crescita della produttività. E' necessario reprimere possibili abusi, ma senza stravolgere una delle riforme che ha meglio funzionato, assicurando una prospettiva di lavoro a tanti giovani e a tante donne che altrimenti sarebbe state mantenute fuori dal mercato del lavoro. Parallelamente occorre potenziare le opportunità di crescita individuale aggiungendo al nuovo quadro quella formazione continua per dare a tutti i lavori contenuti di professionalità all'altezza delle sfide della società della conoscenza e facilitare così l'incontro fra domanda e offerta di lavoro.
La crescita delle conoscenze e della professionalità vanno inoltre premiate con un riconoscimento dei meriti, legando meglio le retribuzioni alla produttività, nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni, perché decisivi per sostenere la competitività e una crescita sostenibile e di qualità.
7. Le donne, i giovani: un loro maggior coinvolgimento attivo, contro il declino
Troppe risorse umane vanno sprecate. Troppi giovani fanno fatica a entrare nel mercato del lavoro; hanno una formazione inadeguata rispetto alle esigenze del mondo produttivo; sono condannati alla precarietà; si vedono precluse le strade della mobilità sociale. Troppe donne vengono confinate ai margini della vita attiva; non riescono a sottrarsi alle pur preziose funzioni di cura parentale; fanno fatica a reinserirsi dopo la maternità; trovano barriere insormontabili nell'accesso alle posizioni di vertice.
Non sarà possibile arrestare il declino italiano senza la piena valorizzazione di giovani e donne. E non vi è che una strada: quella del merito, della libera competizione, della rimozione di ostacoli normativi, culturali, organizzativi.
L'intero sistema di welfare deve in particolare essere riorientato a sostenere la donna lavoratrice, anche rendendo più facilmente reversibile la frontiera fra lavoro part-time e lavoro a tempo pieno, e sostenendo il reinserimento post-maternità con un'adeguata formazione. Ricordando che, come insegna l'esperienza degli altri paesi europei, non c'è politica a sostegno della famiglia e dell'inserimento lavorativo della donna più efficace di una estesa rete di asili nido.
8. Previdenza e welfare: meno assistenza, più efficienza e più giustizia
Nel 1995 il nostro sistema previdenziale ha intrapreso il cammino verso l'equilibrio finanziario e una maggiore equità. Occorre procedere lungo quella strada, completando il sistema contributivo e incoraggiando un progressivo aumento dell'età media di pensionamento effettivo, di uomini e donne, per tener conto del progressivo invecchiamento della popolazione.
E' importante incoraggiare e facilitare per i giovani e i meno giovani lo sviluppo e la crescita della previdenza complementare. A regime, occorrerà prevedere la possibilità per i singoli lavoratori di destinare alla previdenza complementare anche parte dei contributi oggi destinati alla previdenza obbligatoria pubblica. Anche perché occorrerà gradatamente ridurre l'esborso pubblico connesso al sistema pensionistico, per destinare maggiori risorse a un moderno sistema di welfare, più chiaramente basato sull'aiuto e sull'incentivo alla ricerca del lavoro. Occorrerà fronteggiare meglio i nuovi rischi di disoccupazione temporanea e di non autosufficienza degli anziani.
9. Il mezzogiorno: basta con lo spreco della spesa pubblica; più infrastrutture, più rispetto della regola della legge
E' impossibile arrestare la tendenza al declino, rilanciare lo sviluppo, se parti consistenti del nostro Paese restano estranee al corretto funzionamento dell'economia di mercato.
Occorre prendere atto che politiche basate sul trasferimento di risorse finanziarie pubbliche come quelle realizzate negli ultimi 50 anni, che non hanno confronto in altri paesi sviluppati, non risolvono il problema. Gli indicatori rispetto al resto d'Italia e di Europa ci dicono che purtroppo il divario non si sta riducendo.
Quanto alla spesa pubblica, bisogna riprendere con coraggio la via seguita nei primi anni '50; e cioè meno aiuti agli individui e alle imprese -- e ancor di meno di natura discrezionale -- più spese in infrastrutture di trasporto e in formazione. Inoltre massicci investimenti tesi ad assicurare il rispetto della regola della legge; non solo la legge penale, ma anche quella civile, amministrativa, tributaria.
10. Ambiente: meno licenze e divieti, più ricorso al sistema dei prezzi
Siamo convinti che garantire la tutela dell'ambiente in cui viviamo significhi garantire la nostra salute, il nostro paesaggio, la nostra qualità della vita, il nostro futuro.
Il problema ecologico, di cui il global warming e i cambiamenti climatici sono un aspetto, ci impone una gigantesca riallocazione delle risorse di lavoro, di terra, di capitale. A questo fine occorre:
- accelerare la transizione da settori, processi e prodotti energy intensive a settori, processi e prodotti energy saving;
- spostare risorse dal consumo immediato all'investimento, in particolare all'investimento che ha il più lungo orizzonte temporale, quello in ricerca e sviluppo;
- incoraggiare l'abbandono di stili di vita consumistici a favore di stili di vita attenti alla eco-compatibilità dei comportamenti individuali.
Finora si è fatto principalmente ricorso a strumenti vincolistici, fatti di divieti, licenze e concessioni, con risultati meno che scarsi. Troppo a lungo si è dimenticato che in un'economia di mercato l'allocazione delle risorse è governata dal sistema dei prezzi.
Paradossalmente, hanno fatto di più per l'ambiente gli shocks petroliferi, che hanno piegato bruscamente il trend nel consumo di energia per unità di prodotto, piuttosto che non tutti i vincoli imposti dai singoli Stati.
Di recente è stata avviato un utilizzo sperimentale del sistema dei prezzi per ridurre le emissioni di CO2. Questa sperimentazione costituisce una vera speranza per il futuro. Lo è per sé, considerata la rilevanza del global warming, ma lo è anche come simbolo di un più esteso utilizzo degli strumenti di mercato per favorire la grande riallocazione delle risorse richiesta dai problemi globali dell'ambiente.
Gli esempi possibili sono infiniti; molti già sperimentati in diversi Paesi. Da tariffe variabili per lo smaltimento dei rifiuti (a seconda che si partecipi o meno alla raccolta differenziata) a tasse automobilistiche legate alle emissioni di CO2; dalla detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo alla previsione di una carbon tax che penalizzi processi particolarmente energivori.
In generale è necessario un maggior ricorso al mercato e ai prezzi e un minore ricorso a concessioni, licenze e divieti. Cioè più libertà per tutti, più responsabilità, anche economica, per ciascuno.
Sempre riguardo la tutela dell'ambiente ci sono decisioni che vanno prese e di cui bisogna che chi governa si assuma la responsabilità; dalla TAV ai rigassificatori; dagli inceneritori al nucleare di nuova generazione. Occorre studiare le soluzioni alternative, discuterle con tutti i soggetti interessati, ma poi assumere decisioni e farle rispettare.
11. La scuola: aumentare quantità e qualità di diplomati e laureati, premiare il merito fra docenti e discenti
Non c'è aumento della produttività e quindi aumento del prodotto sostenibile nel lungo periodo senza un accrescimento del capitale umano. La nostra scuola produce ancora troppo pochi diplomati e laureati e spesso li produce di qualità inadeguata ai bisogni dell'economia. Svolge troppo poco quella funzione di segnalazione al mondo esterno delle eccellenze, che invece viene svolta dalla scuola in molti altri paesi. E' necessario accrescere la produttività del sistema scolastico e universitario; rafforzare la sua capacità di selezionare e premiare il merito, fra chi insegna e fra chi impara. Occorre dare finalmente piena attuazione all'articolo 34 della nostra Costituzione: "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Queste le linee guida di un sistema della formazione che sia adeguato al rilancio dello sviluppo.
12. La politica estera: il primo luogo ove difendere l'interesse nazionale
Troppo spesso la politica estera italiana ha oscillato fra velleitarie volontà di piccola potenza e modesta rassegnazione a ruoli subalterni. Ma, alla lunga, la capacità di essere protagonisti sullo scenario internazionale è al tempo stesso manifestazione e concausa della capacità dinamica di un Paese.
Il primo luogo della politica estera nel quale affermare l'interesse nazionale è l'Europa. Intesa certo come luogo della pace realizzata fra nazioni in guerra per secoli. Ma anche come luogo del libero scambio, della libera competizione, di un ampio mercato interno, di una comune moneta. E infine come modello possibile, da proporre al mondo, per la civile convivenza fra i popoli. L'interesse dell'Italia sta in uno sviluppo della costruzione europea coerente con il progetto dei padri fondatori, che estenda e intensifichi l'area di cooperazione, di co-decisione, di decisione unitaria.
Questa Europa non è affatto in contraddizione con l'Alleanza Atlantica, che anzi deve essere rafforzata. Contro ogni tendenza anti-americana che rischia di riemergere nel nostro continente anche a causa di alcune posizioni assunte dall'attuale Amministrazione Usa.
Altro luogo dell'interesse nazionale è l'area del mediterraneo. Per motivi geografici prima ancora che commerciali e politici, l'Italia è interessata a uno sviluppo dell'area verso la democrazia e l'economia di mercato. E all'Italia molti paesi dell'area guardano come potenziale o già attuale partner decisivo.
Infine, la nostra politica estera, non solo perché le imprese italiane sono presenti con i loro commerci in tutto il mondo, deve essere sensibile alla evoluzione dell'intero pianeta verso rapporti di pace, cooperazione economica, libero scambio. Grazie all'impegno delle sue truppe in tante missioni internazionali, l'Italia è in grado di far sentire la propria voce su molte questioni aperte. Senza velleitarismi, ma con la coscienza di chi dà un contributo rilevante alle grandi organizzazioni internazionali e di chi fa della civile convivenza fra i popoli un elemento centrale della propria politica estera.
I Liberaldemocratici:
per cambiare il centrosinistra, per rilanciare il Paese
In questi giorni il centrosinistra vede la nascita di una nuova forza politica: il Partito Democratico. Si tratta di una novità positiva; un primo passo verso quella riduzione della frammentazione partitica di cui sicuramente il Paese ha bisogno. E tuttavia una novità ancora insufficiente. Come appare sempre più evidente, nel nuovo partito prevale l'incontro di personalità politiche e quadri di partito che provengono dall'esperienza dei DS e dalle fila del cattolicesimo di sinistra. I suoi riferimenti internazionali, considerati anche i rapporti di forza interni, tendono inevitabilmente a gravitare intorno all'Internazionale Socialista e al Partito Socialista Europeo. I suoi riferimenti sociali tendono a privilegiare il mondo sindacale e della cooperazione.
Noi auguriamo ai promotori della nuova iniziativa politica il massimo successo possibile. Ma, in quanto liberali e democratici, laici e cattolici, che trovano il loro naturale riferimento internazionale in Liberal International e nell'ELDR, che guardano con attenzione al sempre più grande mondo del lavoro non sindacalizzato, del lavoro autonomo, delle libere professioni, dell'impresa privata, dei cittadini-consumatori, non ci sentiamo oggi di partecipare a quel progetto politico. E riteniamo che il centrosinistra italiano non sarà in grado di superare l'illusione statalista che attraversa la sua storia, sia nelle componenti di matrice socialista sia in quelle di matrice cristiano-sociale, se al suo interno non saprà svilupparsi una forte iniziativa e una riconoscibile soggettività politica liberaldemocratica.
Abbiamo osservato con preoccupazione l'infittirsi nella fase di nascita del nuovo partito di un confronto incentrato sui ruoli di ciascuno, sulla presenza nell'assemblea costituente e negli organi locali; non siamo interessati a questa discussione sui posti; siamo invece interessati a discutere con il partito nascente, e in generale con gli Italiani, le proposte concrete necessarie per rimettere il Paese sulla strada dello sviluppo economico e civile. Per questo nessuno di noi sarà presente nelle liste per le cosiddette primarie del 14 ottobre prossimo.
Fra i candidati alla leadership del nuovo partito, Walter Veltroni ci pare meglio di altri in grado di condurlo sulla strada dell'innovazione, di confrontarsi con le proposte qui avanzate. Lo avremmo sostenuto, se fosse stato possibile votarlo senza con questo dare il voto a liste che non abbiamo contribuito a redigere, che non condividiamo, in cui non siamo presenti. Purtroppo le regole barocche adottate dal nascente partito non lo consentono: non si può votare per Veltroni, o per chiunque altro, senza votare anche una delle liste bloccate che lo sostengono; in questo quadro, non potremo dare il nostro voto. D'altronde la presenza di una nostra lista nella competizione è stata anch'essa preclusa da regole fatte apposta per consentire la presentazione di liste solo ad apparati di partito o di corrente; e, come è noto, i liberaldemocratici non sono particolarmente versati nella costruzione di apparati.
Facciamo dunque appello a tutti coloro che condividono con noi analisi e proposte, affinché vogliano sottoscrivere questo documento, e vogliano partecipare al rilancio della iniziativa e della soggettività politica dei liberaldemocratici.
Senza alcuna ambiguità riguardo alla collocazione politica e riguardo al sostegno all'attuale Governo. Ma senza alcuna ambiguità riguardo alla necessità di impedire ogni slittamento verso sinistra nel baricentro della coalizione, ogni cedimento alla sinistra tradizionale del "tassa e spendi", ogni arretramento sulla strada delle riforme liberali dell'economia e della politica.
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