Un sasso e' caduto nel bicchiere
Vajont 9 ottobre 1963
“Un sasso è caduto nel bicchiere e l'acqua è andata sulla tovaglia” così scriveva Dino Buzzati sul Corriere della sera poche ore dopo la sciagura del Vajont.
Un riduzionismo impietoso che svilisce la portata storica ed emotiva della prima catastrofe operata in Italia a sfregio di ogni rispetto ambientale.
Altre ne seguiranno: Stava nel 1985, Sarno nel 1998, tutte accumunate dal mancato rispetto della natura e delle sue leggi da parte dell'uomo.
A far riscoprire e rianalizzare questo tragico episodio della nostra storia è Marco Paolini, attore e autore teatrale bellunese che dal 1994 porta in giro per il l'Italia il suo monologo sul Vajont.
E' stato molto forte l'impatto che ha suscitato il suo spettacolo in prima serata tv nel 1997, quasi tre ore di racconto fatto su di un palco ricostruito nelle vicinanze della diga del Vajont e riproposto poche settimane fa per celebrare il quarantennale del disastro.
Paolini ha il merito di ripercorrere la vicenda con l'occhio di chi sa già tutto; ma c'è stato anche chi ha saputo denunciare i misfatti del Vajont prima e mentre accadevano.
Tina Merlin, giornalista dell'Unità, è stata la sola che a cavallo tra il 1956 e il 1963 ha puntualmente denunciato quello che stava per avvenire, non in veste di Cassandra moderna ma come voce dei paesi coinvolti.
Degno di menzione il commento che Indro Montanelli consegna a coloro che a tragedia avvenuta rivendicavano che il tutto si poteva evitare: “Sciacalli” li aveva definiti...
Eppure tutti i segni della tragedia a veder bene erano già scritti nella toponomastica del luogo, il torrente che dà il nome alla valle è Vajont che in ladino vuol dire va giù e il protagonista di tutto, il monte Toc, in dialetto friulano-cadorino vuol dire marcio.
Sembra una farsa , in realtà il nome del monte ha racchiuso in sè la verità popolare, generazioni si sono tramandate questo nome perchè si sapeva che quella montagna non era di dura roccia dolomitica, compatta; ma era composta da uno strato ghiaioso prodotto da frane succedutesi nel corso delle ere geologiche.
Visti i protagonisti “naturali”, quelli per così dire “umani” sono: la S.A.D.E.(società adriatica di elettricità) con i suoi ingegneri e geologi, la diga costruita all'inbocco della valle del Vajont; i paesi di Erto e Casso posti sulle pendici del Monte Toc e dell'altro monte posto di fronte,il Salta, e ovviamente Longarone.
La SADE decise di costruire in quella valle in quanto unica come conformazione nelle Dolomiti: molto stretta , alta e con un torrente che nel tempo si era scavato un piccolo letto tra due imponenti montagne, il posto ideale per costruirvi una grande bacino idroelettrico con la diga allora più grande del mondo.
In 3 anni dal '57 al '60 la diga arrivò a completamento, alta più di 220 metri era un capolavoro dell'ingegneria idraulica italiana, a coronamento del “ progetto Vajont” il bacino aveva una portata d'acqua maggiore di tutti quelli preesistenti nella zona veneto-friulana messi insieme.
Se è corretto lodare l'opera ingegneristica, infatti la bontà dell'opera è confermata dal fatto che nonostante quello che è avvenuto la diga ha retto ed è ancora lì, il suo corollario è un campionario di ipocrisia, omertà e disonestà.
La SADE nelle fasi avanzate del progetto doveva fornire ai vari enti pubblici Regione Veneto, Ministero dei Lavori Pubblici e Commissione di collaudo le perizie geologiche che certificassero la salute del terreno che avrebbe fatto da sponda naturale al bacino.
Essendoci conclusioni contrastanti sul terreno del Toc sia di esperti italiani che esteri, la SADE fece in modo che arrivassero nelle mani giuste quelle che certificavano la salute ottimale del monte Toc, anche di fronte all'evidenza.
Al momento delle prime prove di invaso infatti, iniziavano a manifestarsi quei segni di erosione al terreno generati dall'acqua che piano piano veniva immessa.
Il Toc cominciava a brontolare e scuotersi, le case subivano numerose fessurazioni sui muri, un intero fronte della montagna si stava sgretolando.
La situazione durante il 1962 divenne critica e come non bastasse in quell'anno era iniziata la nazionalizzazione degli impianti elettrici, quindi la SADE dovendo vendere alla neonata ENEL l'impianto come funzionante cercava ancor di più di nascondere i potenziali pericoli.
La situazione peggiorò durante tutto l'arco del '63, si ebbero infatti alcune forti scosse telluriche generate dal Toc e il 9 ottobre, i piedi la massa franosa, che da millenni compattava la montagna, si erose del tutto e quella sera,alle 22,39, si riversò nel bacino artificiale.
Una frana di 240 milioni di metri cubi precipitò provocando un onda di circa 50 metri che solo per 25 superò la diga, ma tanto bastò per spazzare via parte del paese di Casso e di Erto e di precipitare a valle verso Longarone distante 4 km dalla diga.
Alla velocità di 80 km l'ora in 4 minuti prima l'aria, generata dallo spostamento e poi l'acqua giunsero sul paese: 2000 morti è il tragico bilancio che viene ascritto per il Vajont.
Seguirono poi le vicende processuali lunghe e tormentate che, se possibile, acuirono la vergogna per quello che era accaduto, le pene furono miti in quanto i reati vennero rubricati come colposi , e si deve attendere l'anno 2002 per vedere il risarcimento dei danni ad alcuni parenti delle vittime.
Se qualcuno dovesse capitare nei pressi di Longarone percorra la valle del fiume Vajont, salga all'apice della diga, osservi la frana del Toc e si immagini quello che accadde il 9 ottobre 1963, poi scenda al cimitero di Longarone e sosti davanti a centinaia di tombe vuote perchè nulla è rimasto su cui piangere.
Io lo farò,per non dimenticare.
Cisco (Milano)
http://www.lepaginedellanostravita.i...de/vajont.html