«Se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all'identificazione e alla rimozione del velo»
Vittorio Capoccelli, Prefetto di Treviso
«Allo stesso modo con il quale vogliamo vedere i crocifissi appesi nelle nostre aule, siamo tenuti a essere rispettosi del velo con cui le donne islamiche si coprono il volto. Se viene liberamente portato è un segno della propria civiltà».
Rosy Bindi, Ministro della Famiglia, finta candidata alla segreteria del PD
«A mio giudizio il provvedimento del prefetto di Treviso sul burqa è intelligente ed evita contrapposizioni fittizie, perché permette di identificare una persona ma non impedisce l'utilizzo di un costume religioso. Si dovrebbe imparare dal buon senso del prefetto e fare finalmente una legge sulla libertà religiosa che disciplini il modo in cui le diverse fedi possono esprimersi nel nostro Paese»
Paolo Ferrero, sedicente ministro della solidarietà sociale
(Fonte: Corrierino dei piccoli.)
Molto bene. Chi scrive crede profondamente, religiosamente e assolutamente senza alcun dubbio nella Topa. Non tanto in quella che l'universo masculo immagina appena al di sotto di vite talmente basse che sfiorano l'orlo dei gambaletti, ma in quella potente e generatrice che presiede agli antichi culti della Dea Mater. La Topa, quella con la T maiuscola, quella svincolata dal rapporto di particolare solidarietà fisica con la singola portatrice, la sublime astrazione archetipa di una limpida forma triangolare rovesciata che cede al solo vezzo di un accenno di bisettrice pudicamente restia a toccare la base.
Noi crediamo, e siamo una grande moltitudine di umani, in questa religione naturale e siamo devotamente fedele alla Topa. Veneriamo, perciò, l'incarnazione della Dea in ogni femmina che ancheggia sulla superficie dell'orbe terracqueo aspirando ardentemente a godere il più frequentemente possibile del contatto col divino, per lo più senza successo. E desideriamo ripristinarne culti e liturgie come nell'antica Babilonia, civilissima cultura che diede al genere umano notevoli contributi nel cammino verso il progresso.
La nostra religione affonda le radici in tempi assai più antichi di quelli che diedero i natali al Cristianesimo o all'Islam e le nostre sacerdotesse, sebbene in forme mutate nel corso dei secoli, hanno continuato a tener messa senza sosta a qualsiasi latitudine. Siamo stati, e siamo, perseguitati a causa del nostro credo, ma mai abbiamo ceduto in cambio dell'approvazione di modelli di società che hanno preteso di imporre costumi via via più restrittivi della libertà di espressione.
Noi continuiamo a preferire donne discinte e sgravate della prigione tessile nella quale i successori cristiani e islamici le hanno volute chiudere e pretendiamo, in nome dell'esigenza di testimoniare anche esteriormente l'adesione ad una cultura altissima e antichissima, che sia concessa con uguale determinazione la libertà alle nostre correligionarie di passeggiare per le strade vestite unicamente della propria cute.
A maggior ragione sosteniamo questa pretesa perché questi costumi, anzi non costumi, non violano alcuna disposizione di Legge in vigore (come testimonia questa sentenza della Cassazione che stabilisce che mostrare i genitali senza palpare qualcuno non è atto osceno, e solo il movente del dispetto può far pensare all'ingiuria), mentre indossare il burqa contraddice esplicitamente larticolo 5 della legge numero 152 del 1975.
A questo proposito, vorrei conoscere l'autorevole opinione del Prefetto di Treviso, della Ministressa della Famiglia e del Signor Ferrero in merito alla sentitissima esigenza sopra enunciata. Soprattutto, mi interessa capire se ciò che rivendichiamo come diritto ad esprimersi in coerenza con tale credo religioso sarà considerato nello stesso modo qualora decidessimo di mettere in pratica i nostri liturgici propositi oppure sarà atteggiamento declassato alla violazione dell'articolo 726 del codice penale (se non del 527).
Se, come penso, i pronunciamenti dovessero risultare diversi, allora mi sembra ragionevole pretendere le dimissioni del prefetto trevigiano, il ritiro a vita privata dell'esponente politica ciellina, magari in un convento o in una madrassa che tanto ci si troverebbe bene uguale, e l'abiura relativista del bamboccio ministro (è ironico, eh?) social solidale.
Quello che ci frega è che noi siamo liberali e che siamo pronti, in nome di una convivenza che rispetti le orticarie altrui, a rinunciare a questa libertà senza mettere il tritolo sotto le chiappe degli oppositori e senza minacciare di dannazione eterna coloro che ci osservano scettici. E, siccome non portiamo minacce come quei quattro stronzi di fondamentalisti islamici che ricattano i nostri pavidi governanti con la dinamite e non invitiamo i nostri fedeli, dopo le celebrazioni o nei confessionali, a votare per tizio o per caio, continueremo a ricevere a casa le contravvenzioni e ad essere additati come soggetti pericolosi per la democrazia.
E su questo non hanno tutti i torti, perché della loro democrazia etica e finta saremo avversari sempre, ma con una differenza di fondo, e cioè che durante la battaglia difenderemo il loro diritto a tifare per la teocrazia. Alla fine forse perderemo, ma la nostra sconfitta sarà anche la nostra più clamorosa e amara vittoria perché, quando saremo spariti, la democrazia sarà andata definitivamente a puttane.
Da:http://lavocedelpadrone.net/


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