Non ci fosse la Bindi, il potere delle donne sarebbe tutto gergo e lagna
La vita pubblica e politica italiana è un pianto greco, al momento. Ambosessi cercansi per dare un senso anche solo parzialmente compiuto a quel che accade. Ma una speciale menzione meritano quelle donne sempre più numerose, tutte lagna e gergo, gergo e lagna, che da posizioni di governo o di opposizione o di un qualche potere culturale ambiscono a “sconnettersi dal maschile” (da Lerner, l’altro ieri, si è assistito a un duetto di una banalità urticante tra una signora della Libreria delle donne e la ministra Barbara Pollastrini).
La politica non è una boutique e il discorso pubblico alla lunga non sopporta coiffures troppo barocche, linguaggi autoreferenziali, sorrisi & solidarietà di genere così vistosamente forzati.
Forse aveva ragione Marina Terragni, quando scriveva che il luogo delle donne oggi dovrebbe essere una vera antipolitica. Forse no.
Forse basterebbe, a risparmiarci il birignao conventicolare di tante ministre e deputate, accettare qualche sapida lezione europea.
Ségolène ha fallito. Ha giocato la carta del potere al femminile, e ha perso.
Non tanto e non solo le elezioni, che non è poco, ma il dopo. Quando Sarkozy ha messo alla guida dell’economia, della giustizia e della difesa, oltre che in altri centri di comando importanti, donne sicure del fatto loro, che avevano qualcosa da dire e da fare; quando il Partito socialista francese è diventato un soggetto da psicoanalisi, incline al più autolesionistico e pettegolo lutto postelettorale; quando si è visto che al posto della democrazia partecipativa, del mammismo in ascolto o della seduzione incompetente si era installato al centro del potere un gruppo di donne capaci di incidere nella politica facendola con tutta la forza del genere ma al di là del genere: lì Ségolène ha davvero fallito.
Angela Merkel, al contrario, ha dalla sua ottanta tedeschi su cento, a quanto dicono i sondaggi. Ha mostrato carattere schiettamente androgino, umile competenza e disponibilità a una seria professionalizzazione del suo ruolo di cancelliere, di lei si parla per le idee che incarna e la prassi che impone, non per una speciale, evanescente sensibilità di genere.
Ieri la Bindi si è paragonata ad Auung San Su Kyi, da mesi gioca la carta del suo dissenso e del suo programma, e lo fa con una metodologia femminile radicalmente asessuata, mettendo sotto accusa per eccesso di cortigianeria oligarchica le avances femmineggianti del suo avversario W. Storie significative di donne in politica si danno in tutto il mondo, dalla grinta di Condi a quella di Hillary al temerario ritorno in Pakistan di Benazir Bhutto.
E le signore della politica italiana non potrebbero darci un taglio con questo petulante birignao femminile?
G.Ferrara su www.ilfoglio.it del 5 ott. 07 pg3
saluti




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