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    OLTRE LA MORTE
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    Socialismo Nazionale - Berto Ricci , l'anticonformismo di un fascista critico!

    da www.socialismonazionalebs.splinder.com




    Berto Ricci
    l'anticonformismo di un Fascista critico:

    Berto Ricci nacque a Firenze il 21 maggio 1905. Morì a 35 anni in combattimento - contro gli inglesi a Bir Gandula in Cirenaica - la mattina, verso le nove, del 2 febbraio 1941.
    Trentacinque anni vissuti intensamente, come giornalista, come poeta, come matematico, come scrittore. Fu un Fascista anticonformista, sanguigno, strafottente, spavaldo. Berto Ricci fu maestro di carattere, coscienza senza sonno, uomo di viventi e cocenti passioni.
    Secondo Indro Montanelli (prefazione allo “Scrittore italiano” - Editore Ciarrapico): “Fu l’esempio di un nuovo tipo d’italiano che il Fascismo ha tentato di costruire per trasformarsi in una vera rivoluzione”, ma anche “il oso maestro di carattere che io abbia trovato in Italia”.
    Sul “Borghese” del 4 novembre 1955, sempre Montanelli scrisse: “Quando decisi di voltare le spalle al fascismo e andai a parlarne con Berto Ricci, questi mi disse: “Pensaci bene. Per non arrossire di fronte a noi stessi e l’uno di fronte all’altro, se imbocchi questa strada, devi batterla fino in fondo, sino al confino o all’esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico”. Lì per lì, quando Berto mi disse che se imboccavo una nuova strada, era mio dovere batterla fino in fondo, mi pareva di essere ben deciso a farlo. Ma poi mi accorsi che, per battere fino in fondo una strada, bisogna sapere almeno qual è. Ed io non lo sapevo. Credevo di essere diventato antifascista, ma non era vero. Anticipavo solo di qualche anno quella malinconica cosa che è l’Italia di oggi, l’Italia smaliziata e utilitaria degli italiani che non ci credono più. E’ così che diventai scanzonato ed entrai nella compagnia dei grandi scettici, cioè di coloro a cui si deve il bel capolavoro di questa Italia. Mi ero illuso di aver trovato una bandiera: ora so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare nella mia vita è quella che disertai, prima che cadesse. Fummo giovani soltanto allora, amici miei !”
    E ancora: “A quella grande epopea mancata che fu il fascismo, l’ ”Universale” di Berto Ricci fornì un contributo, la cui inutilità non toglie nulla al suo valore. Quando un giorno si farà, al di fuori della polemica, la storia di quel regime e dei tentativi che nel suo interno furono fatti da alcuni giovani per impedirne la mummificazione, quel piccolo quindicinale apparirà più importante del “Popolo d’Italia”.
    ”Fu indicato da Diano Brocchi come “una delle più vive speranze della nostra generazione”.
    Giovanni Ansaldo nel suo “Dizionario degli italiani illustri e meschini” (1980) parlando di Berto Ricci: “Carattere risentito e fiero, non privo di una certa faziosità toscana, ma incapace di bassezze e di piccinerie, mente temprata dagli studi matematici e aperta ai più alti entusiasmi della poesia, il Ricci, in due e piccoli periodici pubblicati a Firenze, l’ “Universale”, e poi “Campo di Marte”, espose le sue idee in articoli brevi e taglienti che contrastavano stranamente lo stile dei tempi. Mussolini, in alto, come l’uomo che esprimeva meglio le esigenze di grandezza politica del popolo italiano., ma trattato senza piaggeria. E puntate di ogni sorta contro i gerarchi ai quali ricordava che “una adunata non è una Austerliz” e ironie inesorabili contro le mani che applaudono tutto. Detestato da molti federali, sospettato di sovversivismo dai ministri che parlavano di andare verso il popolo, il Ricci fu molto letto, e, entro certi limiti,, protetto da Mussolini, al quale doveva apparire la personificazione del tipo d’uomo che il fascismo avrebbe dovuto creare, per adempiere davvero le proprie speranze.”

    Fu anarchico (con pathos religioso mazziniano e sincera voglia di giustizia sociale), poi, nel 1932, aderì al Partito Fascista, divenendone un esponente del Fascismo possibile, come Guido Pallotta, Niccolò Giani, Carlo Roddolo, caduti in guerra nello stesso arco di tempo, o Dino Garrone, morto dieci anni prima.
    Al Fascismo (solo nel 1934 ne ufficializzò l’adesione) arrivò frequentando gli ambienti di “Strapaese” e collaborando al “Selvaggio” di Mino Maccari (“Berto era un’anima pura, piena di nobili propositi ed a quelli, magari sbagliando, ma sempre per eccesso di fede, si sacrificò”). E’ un mondo in cui si trova a proprio agio: fascismo di schietta razza popolare e toscana, intransigenza antiborghese, polemica feroce contro l’Italia dei ministeri e delle burocrazie, appassionati richiami a Mussolini perché faccia sul serio la Rivoluzione.
    Dopo la laurea in matematica, conseguita a ventun anni a Pisa, cominciò ad insegnare nella scuola media e nel frattempo collaborava con alcune riviste fiorentine. La prima fu “Il Bargello”.
    Nel gennaio 1931 avviò la pubblicazione di una rivista, “L’Universale”: la prima uscita fu il 3 gennaio, anniversario del famoso discorso mussoliniano della presa del potere. Rivista, dapprima mensile di battaglia contro tutti, contro i potenti prevaricatori del tempo, assai polemico ed intransigente contro i gerarchi , per la rivoluzione permanente, avendo nel cuore e nella mente un fascismo come ideale mistico capace di trasformare il mondo, fascismo come azione che obbliga alla responsabilità.
    “Fondiamo questo foglio con volontà di agire sulla storia italiana. Contro la filosofia regnante, che fermamente avverseremo, non ammettiamo che tutto sia storia: storia non è quel che passa e quel che dura, ripudiamo l’effimero e ce ne facciamo negatori... Non i sentiamo continuatori di nessun vivo; noi s’è imparato a scrivere da Niccolò Machiavelli e dal popolo d’Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri. Chi sognasse di averci creato, si disilluda: gli uomini li crea Iddio... Abbiamo l’ambizione incredibile di portare la letteratura e l’arte all’altezza del primato. Saremo dunque universali, e contro qualunque resto di nazionalismo ; moderni, e senza idoli, né d’aeroplano; saremo caldi, com’è degli uomini. Sta a l nostro secolo ridare alla mente italiana l’abito della vastità, l’amore e l’ardire, il dominio de’ tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi.”
    Il 3 giugno 1931 scriveva: “Certe nostre noticine di cronaca locale, innocentissime del resto, non sono andate a genio a certi goletti duri di nostra conoscenza: son piaciute, in compenso, a vinai, meccanici, macellari. Benone. Noi facciamo questo “Universale” assai più per i vinai e i meccanici che per i goletti duri. E proseguiremo con quella schiettezza fiorentina che dà noia, a tanti galantuomini indigeni e forestieri e seguiteremo a dir bene e male di quel che ci piace e non ci piace. troppa gente c’è oggi in Italia che batte le mani a tutto e a tutti, e approva ogni cosa, e crede, o mostra di credere, che discutere un editto d’un podestà sia come discutere il regime, il che non è fascismo, anzi servilità vilissima e antifascismo morale. Che in Italia manchi la libertà è una frottola straniera: ma aiutata, purtroppo, da molte deboli schiene italiane.”
    Il mensile visse cinque anni, cambiando formato e numero di pagine varie volte ed al terzo anno divenne quindicinale. Oltre ai suoi scritti, ”L’Universale” ospitò, tra gli altri, scritti e disegni di Benito Mussolini, Edgardo Sulis, Diano Brocchi, Giorgio De Chirico, Ugo Betti, Indro Montanelli, Giuseppe Ungaretti, Ottone Rosai, Luigi Bartolini, Camillo Pellizi.

    Scrive a Ottone Rosai (uno dei fascisti preferiti da Ricci): “Sicuro, ho fatto la guerra perché c’era da spendere tutto e riscuotere tutto, ma non per me, ma per gli altri; e ho fatto il fascista perché lo spirito ne trasse gli stessi vantaggi che dalla guerra son derivati, e son rimasto fascista perché è necessaria la vigilanza disinteressata e diretta, ma mi guarderei bene dal far la rota a un posto qualunque o dall’accettare di esservi nominato. Ho da servire una fede e so che soltanto col purificarmi la mente e col denudare la mia anima posso servirla e non col diventare accademico o deputato, dalla poltrona dei quali è possibile impartire del bene. Sto a casa mia, sto con la mia miseria, col mio destino e servo fino in fondo; e, se a un tratto, dipendentemente da questo, occorra la vita, sia pure, per il bene degli altri.” (“Richiami all’uomo”, “L’Universale”, n. 2-3, febbraio 1931).
    Gli scritti di Berto Ricci trattarono di politica, critica di vita quotidiana, problemi del costume, recensioni di libri, poesie e ferme polemiche. I suoi pezzi più seguiti ed attesi dai lettori furono i famosi “Avvisi” coi quali suscitò sovente vespai. Erano pezzi attentamente meditati che colpivano a sangue, curati nella forma, senza retorica, segno di una coscienza vigile che credeva appassionatamente nella funzione di quelle minoranze attive dove spesso l’utopia si confonde con la speranza. “L’Universale” terminò le pubblicazioni il 25 agosto 1935 e l’editoriale, firmato da ricci per la prima volta, concludeva: “Questo giornale finisce quando deve finire, quando il suo desiderio di battaglia e di grandezza trova appagamento magnifico nel volere del Capo. Non altro chiedevamo e non altro credevamo. Bilanci? Li tirerà chi ritornerà. Ora, camerati, non è più tempo di carta stampata: e se ieri un’Italia letteraria ci parve buffa, oggi a noi poeti essa appare come la personificazione dell’irreale. Non è più tempo di carta stampata.“
    Ricci, comunque, pensò di riprendere la pubblicazione ed in una lettera, scritta il 3 aprile 1938, indirizzata a Bilenchi (che aveva tenuto la rivista durante la sua assenza), Pavese, Sulis e pochi altri, scriveva che non si è fascisti se non si è anticapitalisti, e che bisognava diffidare delle destre “nazionaliste, antisemitiche, antibolsceviche, antiparlamentari” che “si mettono in divisa fascista, arrembano il potere e danno quindi elegantemente lo sgambetto a chi ce le ha portate col proprio sangue: Camice verdi, Guardie di ferro...”

    Dopo l’Africa, fu per due anni a Palermo ad insegnare matematica, poi tornò a Firenze ed ebbe la cattedra a Prato. Sul fronte egiziano portò con sé un quaderno in cui annotava pensieri per un nuovo libro sulla gioventù fascista, che andò perduto: si sarebbe intitolato “Tempo di sintesi”. E’ rimasta solamente l’idea generale scritta in una pagina dallo stesso Ricci: “Il libro esamina anzitutto lo stato della gioventù fascista. I candidi, i tiepidi, i profittatori, i combattenti. La minoranza attiva e la massa plastica. Anacronismo delle due torri d’avorio, la intellettuale e la politica. Postulato dell’uomo totale nello Stato totalitario. L’unità fascista sorge da molteplicità di motivi, di tendenze, di esigenze. Assorbe e trascende gli imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. le esalta nella sua universalità negandone i particolarismi singoli. Fine del frammentario e avvento della sintesi. Questa non è confusione, perché il ritmo della storia alterna le fasi della giustizia sociale e della potenza imperiale, ciascuna esigenza ponendosi periodicamente in primo piano senza annullare le altre. Questa sintesi non riguarda solo il corso d’un moto politico ma investe la personalità umana e la storia civile, morale, intellettuale in tutti i suoi aspetti. Tempo, dunque, gloriosamente unitario tra le varie facoltà e attività dell’uomo, tra le varie discipline della pratica e del pensiero, e nell’interno di ciascuna. Tempo che ripiglia, con in più l’unità politica e la millenaria esperienza spirituale, la stagione più fertile dello spirito italiano, la sua tradizione più vera, la sua più creatrice armonia. Sintesi, che risolve le antitesi della modernità europea e soprattutto francese: somma politica e vitale, di conoscenza e di azione, d’intelletto e di fede.”
    Una stagione importante della cultura e della vita italiana si chiuse perché Ricci e gli altri sentirono il dovere di partecipare costruttivamente al vivere sociale della Nazione, portando il contributo personale agli ideali che quei momenti illuminavano. In quella stagione che lo storico Renzo De Felice ha chiamato “del consenso”, l’unica irripetibile primavera del popolo italiano, che rappresentò l’unico momento di integrale identificazione del popolo nello Stato. Berto Ricci rappresentò il fiore, la punta di diamante di un nucleo di intelligenze che non poltrirono negli ozi dei ministeri o inseguirono prebende di ben remunerate collaborazioni giornalistiche, ma operarono per dare un senso sociale e civile alla vita ed alla cultura italiana. Il tema della classe dirigente è centrale nel pensiero di Ricci. Mirava alla formazione tra i giovani della seconda generazione fascista dei nuclei di una nuova dirigenza intellettuale e politica. Non fu nazionalista (la rivoluzione spirituale si acclarava nel riconoscimento dell’università di Roma e del primato dell’italianità inteso come civiltà più che come nazionalismo), né mai credette come Gentile che fosse lo Stato a dover fare gli italiani, al contrario cavò l’italianità ed il carattere nazionale da un incrocio di natura e cultura, “qualcosa d’imponderabile, eppure sommamente presente e reale”. Polemizzò contro l’”umanesimo rancido” e le astrattezze dottrinarie della riforma Gentile (“tutto quanto teoria è antifascismo”). Pubblicò articoli di fuoco contro il Concordato, contro l’Enciclica di Pio XI “Non abbiamo bisogno” in cui si rimbrottava il regime per il suo atteggiamento nei confronti dell’Azione Cattolica. Rivendicò al Fascismo il diritto ed il dovere di educare i giovani, accusando la Chiesa di essere compromessa con la mentalità borghese e di non aver più nulla né della santità francescana né dell’eroismo sacro e profano dei papi rinascimentali. Ammonì contro il “troppo unisono” e la “troppa ortodossia” che poteva anche “significare un impero della mediocrità”, ritenendo che la migliore avanguardia giovanile poteva, si, avere idee che rasentavano l’eresia, ma rappresentava una garanzia contro ogni imbalsamazione del regime e ogni interessata “normalizzazione”. Spaventò i conservatori affermando che la proprietà inviolabile non era affatto un principio dello Stato fascista... ma un dogma liberale, inglese e non romano e che “si poneva all’intelligenza fascista l’imperativo di non transigere con il mondo del denaro, cioè con la concezione mercantile della vota e con quella plutocratica della società”. Accomunò Fascismo e bolscevismo come movimenti destinati a mettere in crisi il sistema di Versailles, l’egemonia del capitalismo anglosassone, “l’Europa della pace ladra, antiitaliana e antiumana” (affermazioni che fecero arrabbiare i “moderati” che dipinsero Ricci come un “bolscevico” e che secondo lo storico Paolo Spriano, trovarono attenzione tra i quadri comunisti in esilio).

    Il 10 gennaio 1933 venne pubblicato il “Manifesto realista” (sottoscritto da Ricci, Bilenchi, Pavese, Brochi, Petrone, Ottone Rossi, Sulis, Contri e qualche altro): contro il nazionalismo che fa da paravento agli interessi della borghesia, contro il capitalismo incapace di porsi di fronte ai nuovi grandi problemi sociali, contro il cristianesimo ridotto a virtuismo, si esaltava la rivoluzione italiana, intrapresa dal Fascismo, come “premessa necessaria dell’Impero umano che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini”, si negava un avvenire sia alle ideologie democratiche che a quelle marxiste contrapponendogli l’imperialismo popolare, l’eticità dell’economia, il dovere del lavoro, il corporativismo.”
    Ricci sostenne che il Fascismo avesse bisogno di una fase di “destra” che egli identificò nell’Impero, sia di una fase di “sinistra” in cui prevalsero la rivoluzione sociale nel grande e profondo processo economico imposto dalla rivoluzione corporativa. Ma il nemico numero uno, come scrisse nel 1938, “fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante... Il centro è compromesso, noi fummo affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità.”
    Era consapevole che il Fascismo fosse una rivoluzione tutt’altro che compiuta e che l’atteggiamento giusto di fronte alle mancanze degli istituti e degli uomini fosse quello del “combattente”, ossia quello positivo di colui che affronta realisticamente le difficoltà, le denuncia, opera per superarle. Il Fascismo viene da Lui concepito come il governo di una minoranza cosciente guidata da un Capo geniale (Benito Mussolini), necessaria per costruire l’uomo fascista, ardimentoso, generoso, sano, cittadino partecipe di una società in cui l’economia sia assoggettata alla politica, la proprietà privata all’interesse dello Stato, l’utilità borghese all’etica ed ai valori spirituali. Partecipando nel 1940 al primo convegno nazionale della Scuola di Mistica Fascista relazionò: “La mistica fascista ripropone al Partito, alla Milizia, agli Organi dello Stato, agli Istituti del Regime, di continuo il tema della unità sociale, dinamica unità che non si limita all’assistenza economica e al miglioramento delle condizioni di chi lavora, insomma a una pratica demofila, ma punta sulla civiltà del lavoro, tende a realizzare una più elevata moralità e insieme un maggior rendimento collettivo (governo della produzione e del consumo, graduale redistribuzione della ricchezza, bonifica e autarchia, il produttore compartecipe e corresponsabile dell’azienda, il lavoratore proprietario) e per questo, come ogni mistica chiamata a operare in concreto sulla storia e ad ergervi fondazioni durevoli, soddisfa anche a requisiti razionali.”
    Un impegno sociale nell’ambito di un regime che aveva attuato le prime uniche vere innovazioni sociali del secolo: istituzione degli enti di assicurazione e previdenza, erogazione degli assegni familiari, otto ore di lavoro giornaliere, assistenza alla maternità ed all’infanzia, colonie per i figli dei lavoratori anche se residenti all’estero, treni popolari, grandi spettacoli viaggianti, riforma scolastica ed edificazione delle scuole ed università, grandi bonifiche integrali, redenzione della terra, capillare politica sanitaria ed ospedaliera, emancipazione del sottoproletariato e del proletariato, come sostenuto dallo storico Renzo De Felice. Il suo forte anticapitalismo era in realtà l’applicazione coerente del suo antimaterialismo; il marxismo “è contrario alla natura umana, specialmente alla natura italiana.”
    Ma non mancò di scandalizzare i moderati: la Russia “con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa” e gli italiani che col Fascismo hanno assestato una bella botta al liberalismo “non possono sentirsi più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista... L’Antiroma c’è, ma non è a Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale.”

    Berto Ricci divenne un caso nel mondo del giornalismo degli anni Trenta, senza però cambiargli la vita che continuò a rappresentare concretamente il tipo di fascista integrale, di uomo responsabile e risoluto a sostenere la causa di una dottrina e di una fede che ritenne fondamentale ed universale. Perciò Ricci non si discostò mai da un tenore di vita modesto, da giovane idealista. Per esempio, il suo banchetto di nozze si ridusse ad un frettoloso cappuccino con sette amici presenti. In aderenza coerente con quello stile, egli fu un tenace avversario delle prebende, dei cadreghini, dei sussidi, delle raccomandazioni. Fu fustigatore delle seppur minime mollezze, da risultare un esempio di sistema di vita. Il rigore morale - non disgiunto dalla determinazione di dover svolgere la sua missione di azione e di fede anche per mezzo della penna - fu esempio per i suoi contemporanei. Gli “Avvisi” dell’”Universale” ebbero profonda eco e indussero Mussolini a far convocare a Palazzo Venezia, nell’estate del 1934, Ricci ed i suoi collaboratori. Si complimentò per vecchie e recenti battaglie (compresa quella contro il razzismo hitleriano e tra i collaboratori dell’”Universale” c’è l’ebreo Ghiron) e li invitò a collaborare col “Popolo d’Italia”, dove tennero una rubrica “Bazar”. Ma ciò che piacque al Duce fu ostacolato dai burocrati (“gli inglesi di dentro”, li chiamava Ricci) e lo scrittore (nel frattempo, nel novembre 1932 si era sposato e nel 1933 gli era nata la figlia Giuliana, che morì adolescente negli anni del dopoguerra, più tardi nacque Paolo) non riuscì, grazie alla burocrazia statale, a far riaprire l’”Universale” come quotidiano al suo ritorno dall’Africa Orientale ove, volontario (come camicia nera semplice nella divisione “23 marzo”), era andato a portare il suo contributo. Proprio dal fronte in una lettera spedita da Tripoli scrisse all’amico Brocchi: “Per ora, cerchiamo di vincere la guerra, agli inglesi di dentro penseremo poi.”

    I suoi compagni seppero che era un professore soltanto quando i superiori comandi lo inviarono d’autorità a seguire un corso ufficiale a Saganeiti. Anche se matematico, fu intimamente umanista da dedicarsi, oltre alle poesie, a traduzioni di Ovidio e di Shakespeare, in più nel 1931 pubblicò il saggio “Lo scrittore italiano”, intenso scritto che traccia il ritratto inconsueto del vero intellettuale che sa coltivare il suo anticonformismo creativo senza separarsi dalla vita politica e civile del suo popolo. Ricci dette una rappresentazione alta dell’intellettuale organico, militante e libero ad un tempo. Collaborò al “Popolo d’Italia” ed a “Critica Fascista”, altri suoi scritti furono ospitati in “Primato”, “Valori primordiali”, “Origini”, “Il Saggiatore”, “Il Frontespizio”, “Campo di Marte”.
    Fu accanito contro i figuri conservatori di destra (nazionalisti, alto e medio borghesi, carrieristi, grandi capitalisti, pantofolai, falsi moralisti) che nel regime trovarono posto. Rappresentante delle giovani avanguardie intellettuali fasciste che tentarono una correzione della rivoluzione rivendicandone lo spirito originario di fronte alle deviazioni del gerarchismo. Sostenitore di una rivoluzione nazionale ed imperiale che la facesse finita con “l’etica del portafoglio” e con quel “professionismo politico” che inquina la “virtù” squadrista. Nel mensile “Origini” scrisse, nel luglio 1938, un brano dal titolo “Né sinistri né destri” che si chiudeva così: “Per gli scrittori fascisti non ha senso una negazione del comunismo che non sia insieme una altrettanto chiara ed esplicita negazione della civiltà borghese in tutte le due eccezioni sinistre e destre. Non si obietti che a negare le civiltà del feudo e del denaro basta l’esistenza e l’operato dello Stato corporativo: perché allo stesso modo sarebbe facile rispondere che per combattere il comunismo basta l’esistenza dell’Italia imperiale e bastano in Spagna le truppe del generale Franco, senza bisogno di agire su un piano ideologico antibolscevico.”
    Sostenne le fondamentale necessità dell’impegno nella ricerca scientifica solo quale mezzo, o stadio di transizione, per la cultura moderna. Andò volontario in guerra per la seconda volta e lo mandarono in Libia, nel Gebel Cirenaico, al 29° artiglieria. nel gennaio 1941 scrisse ai genitori: “Ai due ragazzi (i figli, ndr) penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia.”
    La mattina del 2 febbraio verso le nove, la sua batteria fu attaccata presso un pozzo montagnoso tra Barce e Cirene, vicino a Bir Gandula, e fu mitragliato da uno Spitfire inglese. Oggi è sepolto nel sacrario di Bari.
    Nonostante i postumi riconoscimenti dei suoi avversari antifascisti, nonostante Benedetto Croce nei “Quaderni della critica” avesse sottratto al giudizio negativo sul fascismo solo quei giovani fascisti alla Ricci a cui si “deve rendere aperta giustizia”, la città di Firenze nel 1948 cancellò una strada a lui dedicata.
    Uomo come tutti, che ha voluto vivere una stagione breve da uomo perché impegnato a vivere per gli uomini.
    Lo ricordiamo scusandoci per non essere all’altezza della sua predicazione, della sua vita di maestro di carattere, di italiano purissimo.

    •   Alt 

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    La figura e la vita di Berto Ricci
    Roberto Ricci nasce a Firenze il 21 maggio 1905 ed è noto al suo esordio su "Il Selvaggio" di Maccari nel 27 come Berto Ricci, nome con il quale si firmerà per tutta la vita, fino alla morte in guerra nel ‘41 nel deserto libico di Bir Gandula, dove combatteva da volontario.L'importanza di questa figura di intellettuale, matematico, poeta e "maestro di carattere", come é stato definito da Indro Montanelli, ed il suo peso nella cultura e nel dibattito politico - culturale degli anni Trenta costituiscono oggi, dopo anni di silenzio ufficiale, un fatto acquisito, come testimonia il presente interesse e lo spazio dedicato a Ricci negli studi relativi alla storia della cultura italiana del 1900 (ved. ad es. "L'interventismo della cultura" di Luisa Mangoni e"Letteratura Italiana" di Asor Rosa), oltre all'interesse suscitato dalla ristampa nel 1984 de "Lo scrittore Italiano" per iniziativa di Marcello Veneziani.Precocissimo negli studi, parimenti portato per le materie scientifiche che per quelle letterarie, si laurea alla facoltà diMatematica e Fisica dell'Università di Firenze nel 1926 con il prof. Sansone all'età di 21 anni. Tali studi non andarono disgiunti nel giovanissimo Ricci degli anni tra il 1920 e 1928 da studi febbrili e appassionati, proseguiti per tutta la vita, relativi alle più svariate discipline, straordinariamente vasti e approfonditi per un ragazzo di quell'età. La sua formazione matematico - scientifica, le sue scelte culturali e filosofiche, i suoi gusti letterari e poetici nefanno un intellettuale piuttosto inconsueto o atipico nel panorama della cultura italiana del Novecento.Un uomo di scienza che ama e si occupa anche diletteratura, siche il poeta ed il letterato nascono e si nutrono di"schiettezza toscana" ma anche di culturascientifica. Cosicché la sua poesiachiara e razionale ela sua prosa giornalistica, polemica ma sobria e rigorosa, nervosa e asciutta, recanonon solo l’improntadella toscanità ma anche quella della scienza.E' il periodo della giovinezza, fino agli anni '27 almeno, di prese di posizione violentementeantiborghesisociali - populistiche e contraddistinto da un atteggiamento di polemica contro il cosiddetto"moralismo politico" delle masse e dei partiti di sinistra, quindiun periodo di simpatie e tendenze anarchicheche successivamenteRicciporterà, cercherà e fonderà nellasua visione fascista. Si interessa ad autori, che ama profondamentecome Macchiavelli, Mazzini, Carducci, Oriani, Vico, Stirner, Nietczhe, Sorel, filosofi come Bruno e Campanella, poeticome Petrarca, Dante, Carducci Campana, santi significativi per la loro opera e figura come S. Francesco, S. Caterina da Siena, lo scrittore religioso Tommaso da Kempis, autore della "De Imitatione Christi"."Scienza classica" e "schiettezza toscana" costituiscono il binomio che Berto riscontra con soddisfazione in F. Petrarca, binomio chiave per capire e definire la formazione e il pensiero dell'intellettuale Ricci. E' il periodo giovanile degli eroici furori, in cui elabora una sintesi ideologica mazziniana - anarchista, rivoluzionaria, antiborghese ed antigentiliana, una base, una concezione che lo accompagnerà per il resto della sua vita anche quando inquadrerà questa sua concezione come componente basilare nella ideologia sociale fascista, vedendo tale ideologia come elemento portante per l'attuazione di un nuovo assetto politico - sociale del paese avente una risonanza non solo nazionale ma anche internazionale, adatti al momento storico che si stava affermando a seguito della crisi dei valori liberal - borghesi della società, come risulta dalle lettere ad amici e dalle impressioni sui quaderni in cui nota le sue idee. Il giovane Berto, fin dai primissimi anni '20, studia con accanimento tutta una serie di autori ed opere congeniali ai suoi interessi scientifici e alla sua formazione matematica, collocabili cronologicamente tra il Medio Evo e l'età contemporanea, italiani e stranieri, riconducibili ad una cultura "eversiva", anticonformista, in certi casi "eretica", in altri anarchica, ma nello stesso tempo non immune da aspirazioni totalizzanti e monistiche, che si esprime ad es. in autori e pensatori come Stirner, Nietczhe, Carlyle, Sorel, ... ecc. da lui amati.Una formazione ideologica - culturale da ricondurre, sia pure con la sua impronta scientifica, a quella che Emilio Gentile ha definito "radicalismo nazionale" portatore del mito dello Stato nuovo, risolutore dei conflitti e capace di integrare le masse nello Stato; una formazione la quale nella sua complessità contribuisce a spiegare il suo futuro fascismo, pensiero eversivo, ma anche totalizzante ed intransigente, alimentato dal culto per il capo il "duce", artefice della storia, figura che riassume in sé gli ideali e i destini di un popolo e di una civiltà. Né pedante, né servile, ma animo libero, dotato di spirito critico, civilmente impegnato, questo il modello ideale di uomo di cultura non solo per Roberto del ‘22, ma anche per il Berto fascista degli anni successivi. Si tratta dunque di interventismo della cultura, ma da realizzarsi nella più assoluta indipendenza nei confronti del potere politico già allora e come teorizzerà e praticherà realmente negli anni della adesione al fascismo. Simpatia per un sindacalismo rivoluzionario e per un socialismo anarchico dunque, ma non marxista, avversione ad ideologie materialistiche ed empiristiche, primato della politica sulla economia, dello "spirito" sulla "materia". Un anarchismo individualistico quello del giovane non ancora fascista, certamente estraneo alla democrazia e molto vicino al suo futuro sovversivismo mussoliniano, di cui contiene Il culto per la tradizione nazionale italiana e la credenza in una missione dell’Italia nel mondo contemporaneo, di origine mazziniana e orianesca. Non si tratta di nazionalismo, ma di un atteggiamento che precorre il suo "fascismo universale" e che si inserisce nella sua concezione monistica della realtà e della società, visione che sarà persistente fino alla morte. Si notano inoltre l'aspirazione all'integrazione tra cultura e Politica (su cui torneremo successivamente) e polemica contro l’empirismo e materialismo, ma come uomo di scienza presenta tuttavia affermazioni razionali e moderne, altre riconducibili a posizioni spiritualistiche e misticheggianti, che emergeranno con evidenza nel Ricci futuro, studioso e appassionato di mistica fascista. Quindi uno spiritualismo razionalistico ed una visione monistico - sintetica con la convinzione della necessità di una reciproca integrazione tra Politica e cultura che avrebbe portato nel futuro Ricci fascista alla visione dell'impero fascista universale, nonché il mito del nuovo stato, identificato con lo Stato corporativo totalitario, che avrebbe portato al superamento del capitalismo borghese, insensibile ai valori dello spirito, uno Stato corporativo, quindi, che avrebbe conseguito la composizione feconda dei conflitti e alla sintesi armonica e feconda di una molteplicità di motivi, tendenze ed esigenze.
    L'adesione al fascismo
    Non fascista fino al '25, quindi fino all'età di 20 anni, Ricci si rivela mussoliniano e strapaesano già nel '27, l’anno del servizio militare. Indubbiamente attratto dal capo del fascismo, che vede molto vicino al suo Modello rivoluzionario (si ricordi la passione di R. per Stirner, Nietzche, Sorel) non è all'inizio altrettanto entusiasta del regime. Condivide di Strapaese la polemica antiborghese populista, l'anticonformismo e l'antiaccademismo (anni ’26 - '27), ma non vi aderì fino in fonda e finì per staccarsene. A tale simpatia e l'avvicinamento a Strapaese non é estranea l’amicizia con l'editore Enrico Vallecchi e la frequentazione della casa editrice Vallecchi ove lavorò fino al dicembre del '29 e dove conobbe Ottone Rosai, Romano Romanelli, Mario Tinti, Gioacchino Conti (futuri collaboratori de "L'Universale") che lo introdurranno a "Il Selvaggio" di Maccari, a cui collaborerà dalla primavera '26 al Marzo ‘27, e lo porteranno a stabilire rapporti personali con i comuni maestri Soffici e Papini.Come formazione culturale, Ricci si colloca in ambito vociano e risente della azione svolta da "Lacerba", la quale contribuì in modo decisivo a creare i presupposti all'approdo mussoliniano e strapaesano di Berto. In questo periodo, si sviluppa e matura la sua personalità politica ed intellettuale. Scrive I. Montanelli nella prefazione a B.R. "Lo scrittore italiano" : "della sua prosa polemica così asciutta e tagliente e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e qua e là, spavalda". Scrive Berto su "Il Selvaggio" : "Noi italiani, che siamo anche noi una rivoluzione - e la maggiore - non possiamo sentirci più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, a Parigi democratica e conservatrice, che a Mosca comunista ..... L'Antiroma cié, ma non é Mosca. Contro Roma, città dell'anima, sta Chicago, capitale del maiale ....... I nemici dell'Italia fascista non sono i comunisti sovietici, ma gli anglosassoni, unici trionfatori di questa guerra vinta dalla gente latina". 1928-29 Contributo di R. alla rivista "Il libro italiano" di Giuseppe Milanesi, mensile della Vallecchi, che vuole contribuire alla formazione di una cultura fascista e "portare il libro al popolo". Importante quello che vi scrive sul rapporto tra arte e politica : "L'arte non può sostituirsi alla grande politica, ma deve accettarne le linee maestre e trarne conseguenze sul suo terreno. Contrari, quindi, contrarissimi siamo all'arte apolitica, traducibile in tutte le lingue, stoltamente estranea ai tempi e stoltamente inutile agli uomini, sia all'arte superpolitica che per troppo zelo sbaglia la mira e usurpa funzioni non sue. Vogliamo una letteratura che sia tanto italiana da non aver bisogno di dire "Italia" a ogni passo : perché l'Italia non é fatta di parole ma di vivo sangue e fierissima salute". Quindi una posizione che sarà ripresa decenni dopo ad es. da un Vittorini nel "Politecnico" non a caso collaboratore, come giovane fascista, con BilenchI e Pratolini della terza pagina de "Il Bargello". Quindi, per R. la nuova cultura rivoluzionaria del fascismo non deve essere "apolitica", ma neanche "superpolitica" (cioè propagandistica e di "regime"). L'idea della cultura come fondamento e presupposto necessario dell'azione politica é alla base del suo "imperialismo fascista" che R. chiamerà "Universalismo". La realizzazione, sul piano politico, dell'impero italiano si giustifica, ai suoi occhi, con la convinzione, sulle orme coi Gioberti, Mazzini, Oriani (già amati dal R. anarchico), del primato spirituale e culturale della Italia, un primato che le deriva dalla sua tradizione e che deve essere mantenuto vivo dal fascismo ; da qui il suo impegno e battaglia per il superamento della cultura liberale e borghese, considerata una deviazione e degenerazione rispetto alla tradizione culturale italiana. Ciò non significa (sempre nel "Libro Italiano") cadere nello sciovinismo, nel "nazionalismo gonfio e piccino" nello "stambureggiamento fanfarone a base di aquile e destini", ma di battersi invece per un fascismo "universale e internazionale". II valore universale del Fascismo consiste per R. nella capacità di "imporre al mondo la cultura italiana" più autentica nel dare spazio a un'animosa grandezza di pensiero che senta l’enorme peso del primato avanti di sentirne l'orgoglio..... che non ignori le vie del mondo, ma le costringa a partire da questa Italia, col semplice fatto della sicura, riconosciuta superiorità". Posizioni che saranno poi riprese nella pubblicazione "Errori del nazionalismo italico". Nel '31, l'anno dell'inizio de "L'Universale", uscirono due saggi "Errori del nazionalismo italico" e "Lo scrittore italiano". Ed é del '31 l'inizio del legame con Giuseppe Bottai alla cui rivista "Critica fascista" R. comincerà a collaborare nel novembre ‘32, nel '29 la sua collaborazione al romano "Il lavoro fascista" diretto da Gherardo Casini (uomo vicino a Bottai) e nel '30 quella al settimanale romano "Civiltà Fascista" diretto da Luigi Volpicelli. Una parte notevole spetterebbe a Ricci poeta e alla sua produzione a cui accenniamo appena in questo contesto. Notiamo solo alla freschezza e linearità della sua poesia notata da critici di valore, al carattere di percezione della realtà e dei sentimenti nel dare nella sua poesia, immagini indirette. Pubblica due suoi libri di poesie "Poesie" nel '30 e "La corona ferrea" nel '33 e un commento "Il meglio del Petrarca" al grande poeta trecentesco da lui tanto amato.L'amicizia Ricci e Garrone. Grande amicizia con Lino Garrone, nato a Novara nel 1904, vissuto a Pesaro, a Parigi dove morì a ventisette anni nel dicembre '31 di setticemia improvvisa. Scrittore di racconti, prose, critiche letterarie, poesíe; una traversata dell'Adriatico in tempesta con un cutter. Era bello, vibrante di gioventù, piacque a diverse donne. Non cercò carriere - scrive Ricci di lui - ebbe un vita interiore potente, popolata di fatti e accesa di passioni, diviso tra il bisogno di cultura e l'imperativo dell'azione...... Ricci e Garrone fanno parte della giovane generazione, sono due giovani quindi che vivono le inquietudini di un’epoca e di un'età di crisi, hanno sete d'azione, sono desiderosi di amicizia di onestà intellettuale, ritengono di incidere nelle realtà dell'Italia fascista, cui aderiscono, e di realizzare in essa un rinnovamento della politica e della cultura, quindi in essi é presente l'esigenza di "fascismo autentico" che vedono come una rivoluzione popolare e antiborghese, da qui la loro entusiastica adesione al fascismo visto come antiliberale e come ripresa del Risorgimento popolare e repubblicano, soffocato dall'avida borghesia piemontese e dalla grettezza mercantile del Giolitti. Una posizione comune a molti fascisti di destra e di sinistra e a importanti scrittori ed intellettuali prefascisti e postfascisti.Fa parte del mondo poetico di questi giovani la figura del "fanciullo", del "puer", già presente nella letteratura del ‘900 e ripresa da Ricci e da Garrone, diversa dal fanciullino pascoliano.E' un fanciullo, un giovane, un adolescente ribelle e tormentato, nemico della civiltà borghese considerata come ciò che è negativo e della quale tuttavia si sente figlio degenere, un fanciullo, un giovane riconducibile alla figura maledetta baudeleriana già visto e ripreso nei romanzi di F. Tozzi, nella poesia di Dino Campana, in autori come E.Settimelli e in Ottone Rosai, nei quadri del quale appare quest'uomo impastato di dolore e di ribellione, in numerosi protagonisti di Marcello Galliano, altro fascista anarchico.Nel luglio 1930, appare, su iniziativa di Ricci, la rivista "Il Rosai", dal nome dell'amico conosciuto nel '27 al tempo della frequentazione della Editrice Vallecchi, il pittore Ottone Rosai che Ricci considerava suo maestro. Tale pubblicazione getta le basi proseguite successivamente con "L'Universale".In Berto si rileva la compresenza di elementi ed atteggiamenti riconducibili alla tradizione italiana, ad es. con elementi relativi al passato come il suo classicismo, il mito del primato italiano che continua nella visione universalista con altri che invece lo collocano in una opposta prospettiva, ad es. la consapevolezza della crisi del modello di Stato liberale e della sua incapacità di organizzare la società di massa, la coscienza dell'inadeguatezza negli anni '30 della cultura strapaesana di cui pure è figlio, la sua proposta culturale, segno di un’ansia di rinnovamento che cerca di misurarsi con l'industrializzazione e la modernizzazione in atto che R. uomo di scienza decisamente indaga e auspica.Talvolta, le sue posizioni si presentano lungimiranti e sorprendenti (dice nel suo libro su di lui P. Buchignani) e anticipatrici di posizioni analoghe che intellettuali non estranei alla sua cultura prenderanno molti anni dopo in un diverso contesto culturale (ad es. E. Vittorini). Si potrebbe quindi pensare ad una contraddizione tra la sua vocazione di uomo moderno aperto alle esperienze di una moderna civiltà (scriverà di lui dopo la morte l'ex - collaboratore R. Bilenchi) e la sensibilità ai problemi di un umanesimo, situazione che tendeva a configurarsi in un ideale apparentemente contraddittorio di "Conservazione classicista" sul piano letterario e di progresso "rivoluzionario" sul piano politico-sociale. Una contraddizione che non e più tale se la vediamo nell'ottica di sintesi del periodo politico di quel tempo, il tentativo culturale e politico effettuato dall'Ideologia fascista che cercava nuove soluzioni ai problemi creati dalla crisi di un passato, quindi crisi del mondo moderno, senza rinnegare aspetti validi di un passato, quindi ostilità ad una modernità senza radici, che non faccia i conti fino in fondo con la tradizione. Ricci è inoltre "un intellettuale militante", un "letterato ideologo", intenzionato a mantenere la battaglia entro il fascismo. Per R. vale il principio del primato della cultura sulla politica, quindi ai poeti ed intellettuali spetta un ruolo fondamentale, essendo "per destino profeti e portatori di verità", di guida politica e morale, non disgiunto da una irrinunciabile funzione critica e dal diritto di dissenso. Si può quindi evidenziare l'appartenenza dell'intellettuale toscano al "fascismo movimento" e quindi alla carica che lo anima e lo spinge verso l'azione. L'azione che considera la forma più alta, ritenuta il mezzo in quel momento storico per espandere il "fascismo universale" ed imporre al "fascismo regime" quell'impennata antiborghese e anticapitalistica, quella svolta sociale da lui auspicata. Così quando scoppia la guerra di Etiopia o la seconda guerra mondiale Berto ritiene suo dovere partire volontario per il fronte, lasciare la penna per il fucile. Mentre in tempo di pace, secondo questa logica Ricci si sente necessariamente portato a dedicarsi prioritariamente al giornalismo politico, più vicino all'azione di quanto non lo siano la letteratura e la poesia.
    L’Universale
    L'Universale inizia nel gennaio del '31 e termina nell'agosto del '35. Pochi mesi prima, nell'aprile 35, R. aveva lasciato la direzione nelle mani di R. Bilenchi, per partire volontario come semplice camicia nera per la guerra di Etiopia.Negli anni dell'Universale si guadagnò da vivere insegnando matematica e fisica come incaricato, un lavoro precario, presso l'Istituto "Tullio Buzzi" di Prato, scuola a cui tornerà come insegnante di ruolo nell'anno scolastico '37 - '38 e vi rimarrà fino alla morte. Nello stesso periodo, collabora a diverse riviste e giornali con brani di terza pagina, come su "Il Popolo d'Italia" dal '33, su "Critica fascista" con la rubrica Stoccate (rispettivamente il quotidiano di Mussolini e la rivista di Bottai), su "Il Giornale di Genova" dell’amico Giorgio Pini, "Il lavoro fascista" di Gherardo Casini, "L’Impero" dell'amico Emilio Settimelli, "Il Bargello" diretto da A. Pavolini e poi da G. Contri.Nel '32 si sposa, nascita nel '33 della amatissima figlia Giuliana, nel '39 del figlio Paolo.Difficoltà economiche per la rivista che si basava per le fonti di finanziamento su abbonamenti e contributi di amici (Vallecchi, Pini, Palazzeschi, Bottai, Ciano e forse Balbo). Altra difficoltà inoltre per la domanda di iscrizione al partito che, inoltrata probabilmente nel '32, fu respinta. Bilenchi scrive che alla domanda del questionario "Perché non vi siete iscritto prima" Berto avrebbe risposto "Perché ero di idee contrarie". Per questa risposta, Pavolini respinse la domanda e inviò la pratica a Roma al Direttorio Nazionale del Partito. Il vicesegretario del partito Arturo Marpicati convocò Ricci e gli chiese chiarimenti. Quando seppe che R. era stato anarchico, Marpicati avrebbe esclamato "e noi fasci non si era anarchici ?" e così alla fine del '34 R. ottiene la tessera. Il primo Marzo '35 viene sospeso per un anno dal partito con la motivazione " ... permetteva su un giornale da lui diretto la pubblicazione di un articolo di critica ingiustificata su una organizzazione di partito ....". In base a questi fatti dovuti al suo senso di indipendenza R. si direbbe oggi un fascista di sinistra, critico, spregiudicato, coraggioso, insoddisfatto e con ansia di rinnovamento, ma non per questo lo si può considerare contrario al fascismo in cui credeva profondamente e che corrispondeva alle sue ansie e speranze quindi una forma, la sua, di fascismo critico e indipendente, come possiamo vedere anche nella direzione del suo piornale "L’Universale" a cui collaborarono Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Roberto Pavese, Eugenio Galvano, Romano Bilenchi, Indro Montanelli, Gioacchino Contri, Icilio Petrone, Luigi Bartolini, oltre ad altri collaboratori minori.L'ostilità mostrata sull'Universale alla cultura accademica e disimpegnata, il populismo, l’anticapitalismo, il "realismo" del Manifesto Realista (sul quale torneremo ) in una visione estranea al liberalismo, l’idea del primato italiano, sono presenti costantemente ed alcuni di questi temi potrebbero avvicinare Berto al comunismo e secondo alcuni anche a Gramsci. Tutto ciò tuttavia non permette di affermare che R. fosse comunista (ricordare la sua avversione alle ideologie materialistiche) e tanto meno antifascista. Il suo radicalismo nazionale di tipo mazziniano, il suo spiritualismo, il suo imperialismo, ma anche la sua visione economico - sociale legata al corporativismo fascista, lo collocano indubbiamente all'interno del fascismo al quale resterà fedele fino alla morte, anche se non cesserà mai di lottare per un fascismo spesso diverso da quello ufficiale.Non solo Berto non può essere definito comunista - scrive P. Buchignani - ma malgrado il suo sovversivismo e le posizioni anticapitalistiche non é agevole definirlo nemmeno "fascista di sinistra", una definizione che avrebbe certamente rifiutato per sé. Infatti, scrive B. che "Destra e sinistra sono le componenti della storia, .... Il Fascismo ha avuto e avrà la sua Destra e la sua Sinistra. Si tratta di comporne la (relativa e limitata) sintesi. Dando però la precedenza alle esigenze del presente". Infatti nel fascismo secondo Ricci coesistono "impero universale" e "rivoluzione sociale", destra (intesa come sostegno alle "ragioni dell'autorità e non del privilegio economico della reazione") e sinistra sono due aspetti inscindibili e irrinunciabili, da portare avanti contestualmente, dato che si possono alimentare a vicenda, ma anche privilegiare alternativamente a seconda delle esigenze legate alla contingenza politica". Negli anni dell'U., pur non trascurando la questione sociale, intende svolgere la sua attenzione alla politica estera e sviluppare la battaglia contro "l'ordine di Versailles" e per la creazione dell'impero. Sempre in tale periodo, Berto - nota Settembrini - "mostrava di credere che la rivoluzione del fascismo fosse realizzabile senza sovvertire il capitalismo, limitandosi a porlo sotto controllo dello Stato, mentre nella circolare del '38 assume una posizione più radicale rispetto al capitalismo e la questione sociale, come ad es. ricreare la antitesi fasciamo - capitalismo, la necessità della "estensione del diritto e del fatto della proprietà ai produttori" ecc. Inoltre non si può dimenticare un dato fondamentale che segnò a fondo la sua ideologia : il culto per Mussolini, la fiducia che avrà sempre per il duce, al quale attribuirà sempre la volontà di liberare, con l'aiuto dei giovani, il fascismo dal moderatismo e dall’egemonia borghese, per ricondurlo alle sue origini "rivoluzionarie". Viene spontaneo pensare al futuro periodo del fascismo sociale della Repubblica Sociale che Ricci non potrà vedere. Proprio nel 1933 Mussolini lo invitò a scrivere sul suo giornale "il Popolo d'Italia" e nel '34 ne diventeranno collaboratori altri giovani dell'U. : Pavese, Luchini, Montanelli, Galvano, Sulis, D. Brocchi, Petrone, R. Bilenchi, Personé e tutti assieme a B. nella primavera del '34 furono invitati da Mussolini a Palazzo Venezia e da lui ricevuti il 5 Luglio. In quel periodo furono appoggiati da Ciano, favore che durò fino al '35, anno in cui i rapporti di Ciano con l'intellettuale fiorentino devono essersi deteriorati forse a causa della chiusura della pubblicazione. L'atteggiamento benevolo del Duce esprimeva l’anima antiborghese del capo del fascismo che rivedeva in quei giovani fascisti dell'U. una sua componente sacrificata alle ciniche leggi del realismo politico.Altri rapporti importanti: quello di Ricci con Bottai, "fascista critico" ed intelligente, attento al problema dei giovani : altra convergenza quella con Settimelli direttore de "L'Impero", nemico della normalizzazione, fautore di un futurismo come arte - vita, arte - azione e sostenitore di una nuova cultura fascista, alternativa a quella liberale e gentiliana e che parteciperà alla guerra di Etiopia e che nel '36 fonderà la rivista "Il Riccio". Altro punto di riferimento è Ottone Rosai, pittore, ardito, squadrista, fascista, poi staccatosi e passato ad altre posizioni durante la guerra e le vicende dopo la caduta del fascismo.L'Universale rappresentò dunque nelle intenzioni del suo fondatore un giornale di "giovani d'ingegno e di carattere", uniti da un insieme di inquietudini, ansie, passioni, un bisogno di amicizie e d'affetto da rapportare alla condizione storica ed esistenziale della nuova generazione fascista insofferente della "normalizzazione" e alla ricerca di un ruolo attivo nell'Italia degli anni '30, ruolo che non ha potuto avere essendo esclusa per età dal partecipare sia alla grande guerra che dal periodo dello squadrismo e della rivoluzione fascista, due eventi ormai trasformati in un mito.
    L'Universalismo
    Il nome "L'Universale", con cui R. battezzò la rivista, si presenta coerente con la visione politica e le esigenze avvertite dai giovani fascisti. Le origini dello "universalismo" risalgono addirittura al periodo adolescenziale, del R. anarchico, fautore di una concezione monistico - sintetica e totalizzante del primato italiano, travasatasi successivamente nella sua ideologia fascista ed evidenziata già nel '29 su "Il libro italiano". Già nell'opuscolo "Errori del nazionalismo italico" R. riprende questa tematica e chiarisce le ragioni che lo inducono a rifiutare il nazionalismo e ad accettare invece lo "universalismo" e di conseguenza lo "imperialismo". Il nazionalismo per R. é inoltre un fenomeno borghese ottocentesco, non é rivoluzione ma conservazione, mentre invece l’universalismo soltanto può essere la forza propulsiva capace di dare nuovo slancio alla rivoluzione fascista all'interno ed espanderla all'estero e i protagonisti saranno i giovani tesi a dar vigore a un "fascismo universale" che trae alimento dalla capacità civilizzatrice dell'Italia e che può costituire una alternativa politico - sociale ma anche di civiltà rispetto al liberalismo e al capitalismo sconvolti negli anni '30 da una crisi fortissima che non risparmia istituzioni e convinzioni del passato. L'universalismo o internazionalismo (inteso in questo senso) é un fatto certo per Berto e sta all'Italia dargli un'attuazione imperialle, dice in "Errori del nazional. ..." e questa concezione (ripetuta in altri importanti scritti ad es. nel Manifesto Realista) ebbe una larga diffusione negli anni '30, specie tra i giovani ed in linea con la politica estera dei regime.Nel '29 quando R. la espose su "Il libro italiano" e pure nel '31, l'idea del "fascismo universale" o universalismo si presentava alquanto isolata. Il fratello del duce, Arnaldo, fondatore della Scuola di Mistica Fascista e maestro ideologo, sostenne fin dal 1928 la concezione spiritualistica (specie su "il Popolo d'Italia"), una concezione spiritualistica e misticheggiante del fascismo, da realizzarsi dalla giovane generazione. Nel '30 Mussolini promosse questa dottrina al rango di ortodossia. In Ricci questa visione ideologica preesisteva alla sua adesione al fascismo.
    "L’Universale" 1931-32
    L'articolo di presentazione dell'U. del primo numero, 3 gennaio 1931, ricalca la posizione ideologica, politica e letteraria già espressa in scritti precedenti e nell'opuscolo "Il ROSAI" di cui l'universale si dice la prosecuzione. Vediamone i punti programmatici principali.L'impegno politico : "Fondiamo questa foglio con la volontà di agire sulla storia italiana", ma un impegno di artisti che non rinunciano alla loro funzione critica e rifiutano di farsi propagandisti politici. "Crediamo nell’assoluto politico : aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all'impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura ...."Avversione alla filosofia gentiliana : "Contro la filosofia regnante ... non ammettiamo che tutto sia "storia" : storia non é quel che passa, è quel che dura".Rivolta verso i "padri lacerbiani" Papini e Soffici, come rivendicazione di autonomia e superamento verso la cultura espressa dalla generazione precedente : "Non ci sentiamo "continuatori" di nessun vivo ; noi s'è imparato a scrivere da Niccolò Macchiavelli e dal popolo d'Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri ......."I gusti letterari : "Quando non avremo altro da dire, stamperemo Tozzi e Palazzeschi".Lo "Universalismo" contrapposto al nazionalismo ed il rapporto con la modernità : "Abbiamo l'ambizione incredibile di portare la letteratura e l'arte alla altezza del primato. ... Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l'abito della vastità, l’amore e l'ardire, il dominio de' tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi".Importanti gli articoli "Avvisi" una rubrica del direttore in cui si affrontano varie tematiche. Ad es. la proposta di eliminazione degli oziosi e della ricchezza improduttiva dall'Italia corporativa e fascista. Subordinazione effettiva del concetto di proprietà ai supremi interessi dello Stato. Affermazioni sulla modernità, simpatia verso i popoli portatori di nuove civiltà.Riconoscimento della innegabile decadenza del Cristianesimo e della Chiesa "Affermazione di una tradizione nostra civile, arricchita di millenaria cristianità, ma sostanzialmente e robustamente pagana, che procede da Pitagora a Campanella e dalla Monarchia di Dante al Concilio di Mazzini ......"Eliminare definitivamente l'Italia borghese dall'Italia fascista. Realizzare una rivoluzione antiborghese non tanto sul piano economico - sociale, in questa fase, quanto sul piano della mentalità e del costume.E' contrario alla soppressione della proprietà privata, ma molto favorevole ad una sua subordinazione "ai supremi interessi dello Stato". Non ostile al Cristianesimo ma solo alla sua degenerazione borghese ...La posizione di fondo é antigentiliana, in quanto Ricci considera la filosofia di Gentile un retaggio dell'Italia liberale e la necessità di sostituire il suo pensiero "idealista" con una nuova cultura "realista".
    Favore per la architettura razionale che si concretizza nel '32-'33 con l'intraprendere su l'U. una convinta battaglia a favore del progetto razionalista di Michelucci per la nuova stazione ferroviaria di Firenze.
    Il Manifesto Realista
    L'Universale nel '33 diviene da mensile un quindicinale e nel primo numero della nuova serie appare il "Manifesto realista" di Berto Ricci, firmato anche da Ottone Rosai, Roberto Pavese, Icilio Petrone, Alberto Luchini, Mario Tinti, Edgardo Sulis, Gioacchino Contri, Diano Brocchi, Alfio del Guercio, Giorgio Bertolini, Romano Blienchi.L’aggettivo "realista" non é da intendere in una precisa accezione filosofica. Il "realismo" dell'U. risponde all'esigenza politica di opporsi all'idealismo gentiliano, una filosofia considerata omologa ad una civiltà occidentale sullo orlo del collasso, e alla volontà di creare una nuova cultura, quella fascista, che viene definita "realista" cioè concreta (in antitesi all’astrattezza attribuita all'idealismo) capace di costituire un reale tentativo di soluzione ai problemi posti dalla nuova realtà tecnologica e di massa che si delineavano nell'Italia, all'inizio degli anni '30. Una nuova cultura, fondata sulla tradizione italiana, ma aperta alla modernità, una cultura spiritualista e antiborghese (sintetizzata nei 7 punti dell'articolo di B. R. Su "Educazione fascista" e ripresa dal Manifesto realista). In esso i firmatari concordano su alcuni punti essenziali affermando : " ... l’odierna crisi spirituale di molti popoli è crisi di civiltà e sta ad indicare la decadenza della civiltà occidentale nei suoi aspetti di nazionalismo e di capitalismo, nonché in quello più antico e solenne di cristianesimo". Crisi del nazionalismo, la sua "decadenza" é dimostrata dal suo configurarsi come miope e retriva conservazione di angusti privilegi da parte di "stati più forti" e "dall'esasperarsi degli egoismi nazionali", in contrasto col crescente universalismo dell'intelligenza e dei costumi, quell'universalismo considerato dai firmatari come l'approccio più idoneo ad affrontare i problemi posti dalla drammatica crisi del capitalismo, crisi letta come omologa ad una visione nazionalistica incapace di porsi all'altezza della modernizzazione in atto in scala internazionale. Il fascismo strapaesano di Maccari - sono consapevoli - è ormai superato dalla nuova realtà socio - economica degli anni '30 in Italia che si avviava a diventare un paese industriale, mentre consideravano l'opportunità dello scadimento del vecchio dualismo tra campagna e città sia nell'ordine economico che in quel lo sociale e morale ed il convergere delle due civiltà verso un unico tipo, affermando che "la crisi presente si risolvere oltre il sistema, cioè oltre il nazionalismo, oltre il capitalismo, oltre le degenerazioni storiche del cristianesimo". E ritengono che un ruolo fondamentale in tale situazione e nella fondazione di una nuova civiltà debba essere riservato all'intervento attivo dello Stato nell'economia. Tuttavia escludono "che la società e la civiltà avvenire abbiano a fondarsi sul comunismo russo o sul gandhismo indiano .... il primo un contraccolpo locale della rapida rovina di un feudalesimo mitigato, il secondo un impulso tradizionale non adattabile ad altro clima" e vedono nell'universalismo un moto fatale della storia contemporanea ; "e cono convinti che l'unione dei popoli sarà attuata dall'impero fascista con le armi della pace e della guerra. Vedono cioè nel fascismo .... un moto cosmopolita .... assimilatore ed unificatore di popoli". Convinzione di R. : il fascismo universale come movimento rivoluzionario capace di trasformare la realtà italiana e mondiale e le due realtà - idealità madri "Rivoluzione e Impero" vi appaiono inseparabilmente legate da relazione causa - effetto. Questo per l'aspetto politico mentre per quello economico - sociale con cui si chiude il documento R. ed i suoi vedono la necessità di subordinare l’economia alla politica e di attribuire allo Stato il compito di intervenire in questo ambito, attraverso il corporativismo fascista che deve configurarsi come "il principio del nuovo ordine sociale, suscettibile d'imprevisti sviluppi e d’impensabili risultati", il quale corporativismo non deve esaurire nella realizzazione dei primi passi necessari come l’iscrizione generale ai sindacati, le otto ore lavorative, l'assicurazione obbligatoria, la magistratura nel lavoro, ecc. Inoltre, "i sottoscritti riconoscono .... la necessità di una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà e .... di una subordinazione equa degli interessi privati all'interesse dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo incompatibile con la natura umana ma solo trasferire nell'ordine economico il concetto di politicità dell'individuo ....". Da un lato essi vedono il tramonto del sistema liberale, dall'atro la graduale partecipazione dei lavoratori alle aziende e la fine di ogni proletariato.Tale documento ebbe vasta eco in Italia con manifestazioni di favore ed anche di reazioni contrarie sia per i contenuti anticapitalistici (che procurarono a R. l’accusa di comunismo) che da parte cattolica per la questione religiosa. Vi fu chi considerò tale visione globale del Manifesto non una filosofia o un programma politico soltanto ma una religione.
    Anno 1934-1935
    Alla fine del '33 Mussolini, attento lettore del foglio fiorentino, invita R. e suoi a collaborare a "Il popolo d'Italia" e nel luglio '34, come si é già detto, li riceve a Palazzo Venezia, nell'anno in cui fu varata la seconda legge sulle corporazioni che rese effettivo il regime corporativo e cominciarono le condizioni dell'impresa di Etiopia. In concomitanza anche di questo ultimo fatto si ritiene da parte dei redattori dell'U. di chiudere la pubblicazione, con il proposito di riaprirla in tempi successivi.
    La fine dell'Universale
    Nella primavera del '35 Ricci parte volontario per la guerra di Abissinia e lascia la direzione dell'U. nelle mani di Bilenchi, che lo diresse solo dal giugno all'agosto '35, data in cui cessarono le pubblicazioni. Nel '36 vi è la richiesta di riaprirlo, una pausa nel '37 anno di tirocinio con insegnamento a Palermo e pubblicazione da parte di R. dell'epistolario garroniano. Nel '38 lettera circolare agli ex - collaboratori per la ripresa della rivista (che non avverrà).Tornando al periodo della guerra di Etiopia, parte come semplice camicia nera nell'Aprile del '35, sottotenente di artiglieria nel giugno '36. Mostra favore per tale impresa che può realizzare l'attuazione delle sue aspirazioni per un universalismo fascista e contro le clausole di Versailles. Felice di essere a fianco di un popolo sano, forte sobrio, entusiasta, il contrario di un borghese pavido, vile, egoista, incapace di battersi per un ideale, schiavo della morale dell'utile. Scrive a G. Contri (lettera pubblicata sul Bargello) che è fiero di essere stato 10 mesi caporale "perché ho vissuto con la più splendida gente del mondo, del popolo toscano in armi". Quindi lotta contro la politica dell'Inghilterra culla del capitalismo e della borghesia, custode dell'ordine di Versailles e principale ostacolo all'espansione italiana nel Mediterraneo.Il 1 Novembre '36 importante discorso di Mussolini in cui afferma che "il bolscevismo o comunismo non é oggi ..... che un supercapitalismo di stato portato alla sua più feroce espressione; non é quindi una negazione di questo sistema, ma una prosecuzione e una sublimazione di questo sistema" mentre il fascismo e visto come "terza via". In questi termini la "sinistra fascista" non ebbe difficoltà ad allinearsi con la posizione del duce, nella quale vide l'occasione per realizzare la "rivoluzione sociale" in modo più "rivoluzionario" di Mosca.Su "Critica fascista" (giugno '35) scrive R. "abolire non la proprietà .... ma il proletariato ossia i senza proprietà; ossia riconoscere la proprietà e con lei lo sviluppo di tutte le potenze della personalità umana, come attributo inseparabile del produttore ; eliminare non l'iniziativa umana ma l'accumularsi indefinito della ricchezza privata ; combattere in noi stessi e nel costume civile ogni avanzo di materialismo storico .....". Il '38-39 mostra, come ha notato De Felice, l'impennata antiborghese del duce.Nella circolare del '38 (3 Aprile) comunicando, come abbiamo già accennato, la ripresa dell'Universale nell'ottobre successivo (poi non avvenuto), Ricci mostra impazienza di battersi per la rivoluzione sociale e per un diverso assetto della proprietà privata, che non deve essere abolita ma estesa a tutti, quindi si deve colpire necessariamente il grande capitale (come appare pure in articoli su "Critica fascista"). La rivoluzione sociale é per B. nel 1938 l'obiettivo primario per il quale l'U. (che invano cerca di ricostituire) deve battersi.In tale lettera circolare scrive "Dal '34 la Rivoluzione è inchiodata ... Ma già molti indizi .... fanno capire che il primo periodo dell'affermazione imperiale si chiude e sta per aprirsi il secondo tempo sociale del Fascismo (riportato in B. R. "Lo scrittore italiano"). Porta avanti queste tematiche su varie pubblicazioni ad es. su Il Bargello (1938), in un articolo sulla base della formula mazziniana "Capitale e lavoro nelle stesse mani" in cui afferma la necessità di estendere la proprietà a tutti, di sostituire ad un'Italia di "proletari" una Italia di "produttori", i quali in quanto "produttori" sarebbero di conseguenza "proprietari". Nel '39 partecipa alla pubblicazione "Processo alla borghesia" di E. Sulis in cui B. critica nel saggio "Borghesia, categoria spirituale e categoria sociale" tale classe sociale come categoria (come appare nel titolo), mentre lo ordinamento corporativo secondo R. vuol dare al lavoratore coscienza di produttore e dovrà ..... farlo effettivo partecipe dell'azienda, farne in pratica un proprietario responsabile. Inoltre nello stesso periodo auspica una scuola aperta a tutti in ogni ordine e grado con riferimento alla Carta della Scuola di Bottai, approvata dal Gran Consiglio il 15 febbraio '39 (articolo su "Gerarchia"). Importante notare che R. collabora a due giornali diretti dal Duce (o controllati da lui) "Gerarchia" ed "il Popolo d'Italia". L'intellettuale fiorentino nutrì sempre una profonda ammirazione e devozione per Mussolini; nel '39 tali sentimenti devono essere stati particolarmente intensi per la campagna antiborghese del Duce, una campagna che portava il capo del fascismo ad avvicinarsi alle posizioni della "sinistra fascista".Nel febbraio '40 Berto partecipa con un intervento all'importante convegno di Mistica fascista a Milano (organizzato dalla scuola di Mistica Fascista). Ricci fu senz'altro un mistico ma tale misticismo non oscurò mai l'istanza razionale, la sua é una mistica che agisce sul piano etico come su quello economico - sociale e quindi obbedisce a criteri di razionalità.
    Tempo di sintesi
    In R. si nota una posizione spiritualistica, fascista, mistica, con una ideologia "monistica sintetica" e totalizzante che concepisce lo Stato totalitario come luogo della sintesi e dell'armonica composizione di una molteplicità di conflitti e tendenze diverse e contrastanti. Il fascismo vi é concepito come "spiritualità" e "socialità", rivoluzione sociale ed imperiale e come la capacità di realizzazione della giustizia sociale, e di creare l'uomo nuovo, lo "uomo fascista".Nel fascismo devono convivere ed armonizzarsi destra (aspetto imperiale) e sinistra (giustizia sociale), pensiero e azione, intelletto e fede, cultura e politica, tradizione e rivoluzione, classicismo e modernità, concezione quindi totalitaria.Fallito il tentativo di ricostituire l'U., Ricci dà il suo contributo alla elaborazione della dottrina del fascismo per la costruzione di un terza via tra civiltà borghese e comunismo, quest'ultimo é considerato la risposta errata al legittimo desiderio di giustizia delle classi lavoratrici, errato in quanto legato all'economicismo e al materialismo e fondante una civiltà priva di valori spirituali. "Tempo di sintesi" doveva trattare di questi temi, del compito del fascismo di realizzare l'unità del molteplice e il superamento di ideologie e istituzioni (ad es. il liberalismo e lo stato liberale) ritenute unilaterali e incapaci di rispondere ai bisogni dell'uomo come parte integrante della società e nello Stato, cioè di pervenire alla "sintesi". Non sappiamo fino a qual punto tale proposito poté essere messo in atto. Probabilmente il libro era in corso di stesura, quando la morte lo colse in guerra nel febbraio '41. Il manoscritto andò perduto, ma è restata una scaletta con indicazioni del contenuto.
    Questione razziale e arte moderna
    Ricci non fu mai razzista come vediamo dagli scritti (ebbe amici ebrei come Ghiron collaboratore alla sua rivista). Fu contrario al sionismo, perché non conciliabile come forma politica alle sue posizioni e al suo senso di "sintesi" e simile, in altro campo, al "cattolicesimo politico".Si è già detto del favore per l'arte moderna razionale in particolare a favore del progetto Michelucci relativo nel '33 alla stazione di Firenze, battaglia condotta sull'U. che attribuisce al fascismo il compito di realizzare una società "moderna" e "razionale" (distanza che separa ormai da Strapaese, con il suo atteggiamento antimoderno). A proposito di ciò e del rapporto tra Firenze medievale e quella contemporanea, Ricci afferma "Era qualità dei Fiorentini antichi quella di essere incredibilmente moderni", di possedere quelle stesse "virtù prammatiche che hanno portato nei tempi recenti Liguri e Milanesi al comando della vita pratica italiana .... ". Il tema dell'architettura ed arte moderna razionale viene ripresa negli anni successivi e con una certa intensità negli anni '37-'38. L’architettura razionale moderna - scrive R. - non é stata inventata dai bolscevichi ma dal futurista italiano Sant'Elia.


    La guerra
    Dopo l'entrata in guerra del'10 giugno '40 Ricci vede il mondo diviso in due blocchi, i fascismi che rappresentano la rivoluzione e la nuova civiltà dello spirito, da un lato, dall'altro le nazioni democratiche, espressione della civiltà capitalistica, materialistica, borghese, fondata sul denaro e la morale dell'utile.Gli Usa temerebbero quindi la carica anticapitalistica della rivoluzione fascista. Ricci ritiene giuste le motivazioni che portano ad opporsi alla politica di tali potenze capitalistiche. Basandoci su questi elementi come pure su scritti dal '40 fino al gennaio '41, pochi giorni prima della morte in battaglia, resta difficile accettare la tesi esposta da R. Zangrandi nel libro "Il lungo viaggio attraverso il fascismo" secondo cui B. Ricci sarebbe stato fuori del fascismo e la tesi del suicidio per motivi politici, mentre le lettere e gli articoli del periodo attestano il contrario. Parte volontario vedendo nel partecipare al conflitto il coronamento delle sue battaglie e speranze, come testimonia il suo impegno a farsi mandare in prima linea. E' amareggiato vedendo che alcuni amici intimi (ad es. dell'U.) non sono con lui a differenza della guerra di Etiopia e probabilmente fuori del fascismo. E' il caso forse di R. Bilehchi e di O. Rosai che Ricci aveva sempre considerato suo maestro.Sbarca in Tripolitana il 7 novembre '40, ma raggiunge il fronte non prima del gennaio '41. Dall’Africa scrive a familiari ed amici : Vallecchi, G. Pini, Contri Luchini, Soffici con cui si é riconciliato dalla guerra di Etiopia. Nelle sue lettere conferma la sua fede nel fascismo e nella giustezza della guerra. Alcuni esempi. Lettera a Luchini 8 gennaio '41 : "Qui il morale é alto e credo sia alto anche costà .... poiché in Italia quelli che contano sono l'Uomo ed il Popolo. Io ..... non ho mai dubitato né dubiterò un minuto : con Mussolini si vince". Ai familiari 12 gennaio '41 : "Ai due ragazzi penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui anche per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro ; e perché la sia finita con gl'inglesi e coi loro degni fratelli d'oltremare, ma anche con qualche inglese d'Italia". Il 19 gennaio ai familiari dichiara che il suo morale è "eccellente" non diverso il suo stato d'animo, legato ad una immutata fede nel fascismo e nella vittoria. Il 30 gennaio '4I, tre giorni prima della morte , ultima lettera, indirizzata a Giorgio Pini ".. Ti mando il mio fraterno saluto e aspetto un rigo tuo : viva la vittoria, oggi più certa che mai, come é certo che siamo pronti nel nome del Duce".Il contenuto di queste ultime lettere, gli articoli di cui uno pubblicato postumo il 10 febb. su "Il Popolo d'Italia" il giornale di Mussolini, tutto questo ci sembra più che sufficiente a comprendere quale fosse la posizione ideologica e lo stato d'animo dell'intellettuale toscano quando la fine arrivò, quel mattino del 2 febbraio '41 in Libia. in un'azione che gli meritò una medaglia al valore.E lascio giudicare se é da considerarsi attendibile la tesi del suicidio e dell'essere fuori del fascismo affermata dallo Zangrandi.Colpito in pieno da una raffica di un aereo inglese il tenente Berto Ricci cadde fulminato, dopo aver provveduto a mettere in salvo gli uomini della sua batteria.
    Paolo Ricci
    Bibliografia
    • Scritti di Berto Ricci
    L'Universale (Avvisi ed articoli), 1931-35
    Poesie, 1930 Ed. Vallecchi
    Errori del nazionalismo italico, '3I
    Lo scrittore italiano, '31
    Corona Ferrea , '33
    Commento a "Il meglio del Petrarca", anno 1928 Ed. Vallecchi
    Rivista "il Rosai", '30
    Saggio in "Processo alla borghesia", '39 di E. Sulis Ed. Roma
    Epistolario di Garrone , '37
    Tempo di sintesi (anni '40, perduto in guerra)
    Traduzione de "Il vicario di Wakefield" di O.Goldsmith Vallecchi Ed. '31
    ANTOLOGIE
    Avvisi Ed. Vallecchi 1943
    Antologia de "L'Universale" a cura di Diano Brocchi Casa editrice Giardini Pisa 1961
    Prose e Ritmi a cura di Diano Brocchi Giovanni Volpe Editore, 1967
    L’Universale a cura di Diano Brocchi , Ediz. del Borghese
    Lo scrittore Italiano, Ciarrapico Editore '84, con prefazione di I. Montanelli
    Paolo Buchignani, Un fascismo impossibile, Ed. Il Mulino, 1993
    L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio
    E. Gatta : Gli uomini del Duce
    E. Gatta : La solitudine della guerra
    Zangrandi : Il lungo viaggio attraverso il fascismo, 1964 Ed. Franco di Mauro
    Inoltre, citato nelle Opere di E. De Felice
    Anche in M. Veneziani, La rivoluzione conservatrice, Italia SugarCo Edizioni, 1987
    Berto Ricci, La Rivoluzione Fascista, Antologia di scritti politiciin appendice articoli di Julius Evola e Roberto Farinacci, a cura di Attilio Cucchi e Gastone Galante, Società Editrice Barbarossa, anno I996
    Mario Parri, Raccolta ... Editrice dell’Ussaro, Pisa, Antologia
    Romano Bilenchi, Amici, Ed. Rizzoli, 1988

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    POESIE DI BERTO RICCI


    Berto Ricci: da"Corona Ferrea" Vallecchi ,1993.
    O DI ME STESSO

    mine eternal jewel given to the common enemy of man.
    (MACBETH, II, 1)
    O di me stesso forsennata fede, Cara a me come il mio sangue m'è caro,
    Quanto il mio cuor ti sconta! E più e più crede
    In te, quanto gli sei cibo più amaro.
    Forte ragioni, e il cuor non si ravvede
    Che fu innocente, e fu gioiello chiaro.
    Gli error fanciulli un dopo l'altro cede
    E tu sola rimani, e il tempo è avaro.
    Ne' giorni che m'umilia altri e mi sprezza
    Forse perchè maggior degli altri sono
    E scherno leggo in ogni volto o cosa,
    Tu mi resti e mi fai certo d'altezza,
    Tu m'inebbri del tuo selvaggio suono,
    Tu nei tormenti bella vittoriosa.

    PREGHIERA
    (Berto Ricci)

    O Dio sereno cantato negli anni
    Più forti, ne' giorni più buoni,
    Quand'ero bambino
    E pensieroso di te;
    Dio ch'eri grande in croce sul tu' altare
    E più grande nel canto stellato
    D'un maggio toscano:
    Io non ti chiedo pietà del mio male,
    Perché pietà di me sento anch'io
    E so che questa compassione è tua
    Nata per me nel tuo cuore
    Come già al sangue ti còsse l'ardore
    De' palmi trafitti.
    Io non ti chiedo pietà del mio male
    Dio di pietà, Signore
    Di morte e di resurrezione.
    Ben venga a me tempestosa vittoria
    Bella di lagrime, bella di spine
    E di troppo sudore.
    Ma si rammenti il cuore di cantare
    Sempre, in tramonti in aurore
    E in notturne paure:
    Questo ti chiedo Signore,
    Ti domando questo in preghiera.
    Un po' di voce e un campo spigato
    Fanno felice chi t'ama,
    Padre, per le tue voci
    Segrete fuse nell'ampia natura,
    Per i tuoi cieli fioriti
    Da tutto il popolo de' tuoi splendori,
    Per l'orda delle tue tenebre muta,
    Per ogni respiro di mamma spaurita
    Strinta al giaciglio del suo figlio e tuo,
    O Dio cantato negli anni sereni
    Quand'ero un bambino pensoso di te.



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    da www.beppeniccolai.org





    CONFERENZE

    Intervento di Beppe Niccolai al Convegno, tenuto a Firenze domenica 25 marzo 1984, all’auditorium del Palazzo dei Congressi per ricordare, a cento anni dalla nascita, Benito Mussolini.
    Il testo dell'intervento è ricavato da una "cassetta" inviata da Umberto Croppi e "sbobinata" dal ricercatore Andrea Biscàro - http://www.ricercando.info


    Beppe Niccolai
    Berto Ricci: come fummo giovani allora

    Domenica, 25 Marzo 1984, nell’auditorium del Palazzo dei Congressi in Firenze, l’aspra, irriducibile toscana, celebra e ricorda, a cento anni dalla nascita, Benito Mussolini.

    Coordinatore:
    Un saluto, e un ringraziamento che non hanno e non vogliono avere niente di formale, ma che sostanziano la rinnovata scelta di ieri e di oggi dei grandi valori di nazione, popolo, patria e la loro socialità. Con noi oggi, e ne siamo fieri e felici, alcune presenze che toccano il nostro cuore e il nostro animo: la vedova e il figlio di Berto Ricci, che ringraziamo; con noi oggi e ne siamo profondamente grati, Federico Gentile con Giorgio Gentile. A loro, sinceramente e profondamente, l’abbraccio più affettuoso per queste presenze così significative. Come significativo, esaltante e, lasciatemelo dire, particolarmente adatto a questa nostra terra di maledetti e a questa città tanto difficile, il tema di questo incontro: l’anticonformismo dei fascisti critici da Berto Ricci a Giovanni Preziosi. Niente di dissacrante, certo, ma un’occasione esaltante per rivisitare storicamente e culturalmente uomini e fatti gettati nel dimenticatoio dal regime cosiddetto democratico, perché estremamente scomodi ed estremamente più grandi, tanto più grandi dei tanti […] grande occasione questo giorno e guai, guai amici e camerati, se non si comprendesse e non se ne intuisse il significato più profondo che è celebrativo ma non nostalgico, dacché non può esservi nostalgia, quella inutile, quella che […] fuori dai tempi e dalla storia in chi scegliendo la strada dell'incontro con gli uomini che fecero la storia, sceglie l’avvenire, il futuro, senza dimenticare la tradizione, il passato, le radici.
    Grazie! Grazie ancora una volta a tutti voi che siete venuti a trovarci. Grazie per la vostra presenza. Grazie agli autorevoli relatori che svolgeranno i loro interventi e un grazie particolare, per concludere, permettetemi di rivolgerlo a due uomini che sono a questo tavolo, ai due presidenti, il presidente nazionale del mio partito, Nino Tripodi, e al presidente del comitato nazionale, Vittorio Mussolini. Noi non abbiamo vissuto anagraficamente alcune esperienze importanti che molti di voi ricordano e da loro e non solo da loro, dal nostro mondo altamente indietro abbiamo appreso cose importanti e fondamentali nella vita di ogni uomo, per esempio la coerenza, lo stile di vita. Ecco perché oggi, insieme a voi, siamo qui ad ascoltare, in punta di piedi, a imparare, per ricordare. Grazie.

    […]

    Coordinatore:
    Dopo la voce, il saluto, il memento filiale di Vittorio Mussolini, seguono le relazioni di Nino Tripodi, Mario Bernardi Guardi, Luigi Tallarico.
    Chiude l’indimenticabile convegno Giuseppe Niccolai, sul tema «Berto Ricci: come fummo giovani allora».


    […]


    Coordinatore:
    Vi porgiamo ora all’ascolto la vigorosa, ardente orazione di Niccolai, vivente memoria di questo impareggiabile giorno e testimonianza di un altro tempo, il tempo d’allora. Anni e uomini irripetibili, vissuti in generosa giovinezza, con un enorme carico di passione, di fede e di virtù eroiche.
    Nell’ultimo intervento, l’onorevole Giuseppe Niccolai parlerà di Berto Ricci: «Come fummo giovani allora».






    Berto Ricci:
    come fummo giovani allora
    Berto Ricci è fiorentino, poeta, polemista, matematico, cade a Bir Gandula, Cirenaica, il 2 Febbraio 1941. Aveva 35 anni. In che cosa credeva? Nelle strutture politico-brurocratico-amministrative di cui è fatto uno Stato? Nel Palazzo, si direbbe oggi? Berto Ricci credeva nell’Italia, e per dirla con le parole di Dino Garrone, e che Berto Ricci mise nella sua prefazione alle lettere di Garrone stesso, scomparso anche lui giovanissimo all’età di ventisette anni, l’Italia la vedeva e la sognava così: «l’Italia dura, taciturna, sdegnosa, che portava la sua anima in salvo soffrendo delle contraffazioni, dei manifesti, dei ciarlatani, dei buffoni, dei letterati, dei commendatori. L’Italia che ci fa spesso bestemmiare perché la vorremmo più rigida, più attenta, più macra: vicino alla perfezione dei santi».
    Dell’amico adorato, scrittore e poeta come lui, Berto Ricci tracciò questi lineamenti:
    «Non cercò carriera, non ebbe fini effimeri, non comuni ambizioni. Ebbe vita interiore potente, soverchiante la esteriore pur così varia, popolata di fatti e di figure e accesa di passioni. Soffrì d’ogni menomazione inferta dalla debolezza propria o altrui (…) una coscienza senza sogno (…) un volere il sole, in sé e negli uomini il sole (…) un gioire e un soffrire coi paesi e con le acque, con la gente e i libri, con tutto quello che noi siamo (…) Il rispetto per l’uomo, la sua umiltà dinanzi al fratello ignoto e qualunque,così bella se guardata sullo sfondo della formidabile capacità di disprezzo che era in lui, dicono com’egli fosse alto e solo. Risultava da tutto questo, dall’amore, dal disdegno, dall’ingegno, dalla dominante e assillante pretesa d’assoluto, una magnetica giovinezza, di quelle che fanno esclamare: bella questa moneta nuova, e quanto val più dell’altre usate e tosate. E giovane è rimasto in morte, sull’invecchiare veloce di molti vivi».
    Così Berto Ricci di Dino Garrone.
    Potremmo scrivere: «così Berto Ricci di Berto Ricci».
    La prefazione alle lettere di Dino Garrone è del ’38, ma Berto Ricci resta una colata di vita:
    «E giovane è rimasto in morte, sull’invecchiare veloce di molti vivi».
    Lo potremmo scrivere sulla tomba di Berto. E nessuno meglio di lui, a cui è toccata la sorte di vivere questa scettica e cinica Italia, sa e conosce la verità di quella frase: «e giovane è rimasto in morte sull’invecchiare veloce di molti vivi».
    Berto Ricci fu un’intelligenza viva, libera, sanguigna, spregiudicata, strafottente e spavalda. Il suo foglio "l’Universale" è destinato a restare. Berto Ricci fu carattere, che altro non è che il coraggio civile. Berto Ricci, nel tempo di Mussolini e della sua dittatura, fu faziosamente, come può esserlo un fiorentino, controcorrente, contro, su ogni cosa, il moderatismo, i tecnici del saper vivere e del saper fare. Per dirla con termini della grigia politica di oggi, fu l’antidoroteo, fu l’antimoroteo per eccellenza.
    In una sua poesia, "Inno a Roma" del ’33, è detto: «Oh i buoni servi non sono degni di Roma, non gli immoti e i pigri, ma i liberi, gli inquieti, quelli che simili a praterie che inarca il vento delle folli ambizioni».
    «Pederasti e ladri», scriverà nel ’31 su "Lo scrittore italiano", «possono esser grandi d’arte, e furono i piccoli cercatori d’applausi, cacciatori di recensioni e di premi, romanzieri stipendiati dal pubblico, no in nessun modo. E se parrà enorme a qualcuno questa mia affermazione, da non poterla digerire, e’ se la sputi. Già ho notato la preminenza dello spirituale sul morale, della divinità sulla onestà: e con questo non vo’ dire che pederasti e ladri sono divini; ma più vicini a Dio, forse, dei frigidi astuti savi e delle canaglie moderate».
    Più vicini a Dio dei frigidi savi e delle canaglie moderate…

    Giugno 1931. Fascismo e Azione Cattolica si fronteggiano. Sono passati due anni dal Concordato. Motivo del contrasto: l’educazione dei giovani. Berto Ricci su "l’Universale" titola: "Il duello col Papa" e trancia questi giudizi:
    «Diciamolo francamente: noi non ci spaventeremmo di un clero macchiato di lussuria, di simonia, di ferocia, quanto ci preoccupa questo esercito d’impiegati in tonaca, irrimediabilmente malati di mal borghese. È nel peccato una grandezza, un principio forse di santità: nell’inerzia dei borghesi e dei mediocri non c’è che buio».
    «(…) Venga presto, per il bene della cristianità, un papa gagliardo, rivoluzionario, che sprotestantizzi la Chiesa, spenga la politica e ravvivi...
    [incomprensibile, coperto dagli applausi]
    ..., lasci alle donnacole le polemichette puntigliose, riporti nel mondo l’alito del Vangelo, riceva sì i pellegrini d’America, ma si mescoli anche alla plebe di Trastevere ed entri il vicario di Cristo nelle case di San Frediano».
    C’è qualcuno nell’Italia democratica e repubblicana, uscita dalla Resistenza, che mi sappia indicare, da qualche parte, un polemista di questa vaglia, polemista, fatene caso, che così si esprimeva negli anni del diavolo del cavalier Benito Mussolini?
    «Questo ci preme, questo vogliamo dire: questo nessuno può smentire, che gli eunuchi, i vili i pigliaschiaffi disonorano il fascismo, che i saggi in cappa magna lo inceppano, i noiosi teorici della tradizione gli fanno perdere tempo, gli adulatori lo avvelenano, i bruti spiritati dal gesto dittatorio e dagli occhi grifagni lo mettono in farsa, e l’Italia del popolo, l’Italia di Basso Porto e di via Toscanella, essa sola lo alimenta di vita, e questo non è classismo, non è bolscevismo, perché non importa essere nati in via Toscanella né starci. Quel che conta è saperci stare».
    È il 12 Aprile 1931: la Spagna è repubblicana. Re Alfonso XIII, l’ultimo dei Borboni, lascia Madrid e prende la via dell’esilio. Su "l’Universale" del Maggio ’31, Berto Ricci scrive:
    «Sommo errore politico, oltre che pessima romanticheria di maniaci del principio monarchico universale, sarebbe fare il broncio alla nuova Spagna repubblicana. Né i dogmi democratici dei successori di re Alfonso possono interessarci gran che: c’interessa la loro politica estera e la posizione del loro paese nel Mare Mediterraneo. Venendo poi a considerare in sé questo sbrigativo, ma atteso, invocato e guadagnato mutamento di regime, non si può dire che la monarchia sia stata molto benemerita di quella nazione. Che fruttarono alla Spagna i suoi secoli di obbedienza e di fedeltà al trono? Una lunga, atona agonia, una dittatura senza genio, un parlamentarismo senza sale, una lenta rovina di commerci e d’imprese. Ogni scossa è santa se giova a scuotere dal sonno e dall’ozio i popoli forti. D’altra parte i ribelli spagnoli hanno mostrato negli ultimi tempi di saper guardare in faccia con abbastanza tranquillità i plotoni d’esecuzione: e un’idea capace di preparare gli uomini alla morte merita vittoria, merita rispetto nell’Italia del comandante Umberto Maddalena». (maggio 1931)
    Fateci caso, amici fiorentini, non sono considerazioni di poco conto. Sulla Spagna repubblicana o no, sui cui casi successivi l’Italia fascista, specie nei settori giovanili, doveva sentirsi lacerata, Berto Ricci è chiaro e direi aperto: questi ribelli sanno morire, meritano rispetto. E poi quali vantaggi hanno portato alla Spagna i secoli di obbedienza al trono? «Una lunga, afona, agonia, una lenta rovina».
    Alcune idee di Berto Ricci irrinunciabili, le espose in una lettera del 3 Aprile ’38, quando decidendo di riprendere la pubblicazione de "l’Universale", che aveva cessato di vivere allo scoppio della guerra di Abissinia, chiamava alla nuova collaborazione i suoi antichi, giovanissimi amici. È un documento rarissimo, di cui ringraziamo la famiglia di Berto di averci dato la possibilità di prenderne visione. Sono dodici pagine cariche di religiosità. State ad ascoltare. Sono direttive rivolte ad un gruppo umano che farà un giornale.
    «È necessario -scrive Berto- che ognuno di noi sappia essere severissimo con se stesso. È una regola di vita e metodo d’azione che noi ci imponiamo e che va dalla purezza del nostro vivere pubblico alla semplicità dello stile, dalla dedizione intera all’Italia alla infrangibile unità fra noi. È il nostro fascismo e, anzi, più brevemente, il fascismo. E dobbiamo riflettere che è molto facile consentire su questi propositi, ma che il realizzarli sarà non sempre facile e potrà costar sacrificio. Sacrificio che può essere oggi una recensione mancata o il vedere un proprio articolo rifiutato. Sacrificio che può essere domani quello di partire per un fronte qualsiasi e di morirci come c’è morto Carlo Roddolo. Disciplina vera e bella, cioè non rinunziare mai alle idee, ma saper sempre rinunziare al tornaconto personale».
    Signori della democrazia italiana: così i giovani trentenni nell’Italia di Mussolini fondavano i loro giornali, ne stabilivano le norme di vita e di comportamento. E ci vogliono dire, o ci volete dire se, per caso, nel giornalismo ultrademocratico del dopoguerra c’è qualche esempio del genere? Io l’ho chiesto personalmente a Romano Bilenchi, che ha vissuto da scrittore e polemista di punta l’esperienza de "l’Universale", poi quella di questo dopoguerra come comunista.
    «No -mi ha risposto- di quella passione non resta più nulla, se non un’angoscia panica di vivere oggi senza significato».
    «Cosa dire? -si chiedeva Berto Ricci, scrivendo ai suoi amici- Ripensiamo, diceva, l’esperienza de "l’Universale" dal ’30 al ’34. Dal ’34 la Rivoluzione Fascista è inchiodata. Per una rivoluzione essere fermi significa arretrare. Si chiude il primo periodo dell’affermazioneliberale, si apre il secondo tempo sociale del fascismo. Bisogna ricreare l’antitesti fascismo-capitalismo. Il nostro più immediato e più grave compito sta qui: le energie dirette altrove sono da considerarsi come disperse. Un socialismo di Stato, anche attuato completamente, e cioè una politica di assistenza spinta all’estremo limite, sarebbe semplice demagogia e trionfo di quel materialismo che molto fieramente si combatte a parole. Finchè non si organizza su nuove basi la produzione, e non la sola ripartizione, si resta nel sistema borghese, nella civiltà borghese, nel fascismo borghese. Si fa tanto per il popolo. A me non interessa neppure di sapere se questo è vero, perché una rivoluzione non può contentarsi di fare tanto per il popolo. Deve fare il popolo. Non basta dire quello che il fascismo non è. Bisogna dire quello che è. Per me il [incomprensibile] ideologico è cessato. La confusione ideologica rimane. Rimane un indirizzo sempre più accentuatamente destrorso e conservatore. Equivoci dottrinali innumerevoli, alcune farfalle, alcune povere farfalle e degni mandolinisti in camicia nera, si sono dati alla propaganda razzista. Anche qui, però, non basta insorgere contro la sempreverde livrea italiana, oggi al servizio di Berlino come ieri di Parigi, se non si indicano i veri e più profondi mali e i rimedi. Il razzismo deve il suo potere di attrazione perchè ha saputo essere a suo modo e con perfetta barbarie estremismo. Il fascismo, nonostante l’occasione impagabile delle sanzioni, è rimasto all’ideale della moderazione. Incoltura, machiavellismo volgare e un tritume storicistico non digerito hanno cooperato la tara al pensiero fascista l’orrore delle posizioni estreme. Barbari non si può più essere. Civili non si sa essere per bene. Noi siamo civilini. E la colpa è degli intellettuali fascisti. Quando Mussolini dice una parola giusta, diretta, audace, si precipitano in centomila a denicotizzarla, a tradurgliela in termini di compromesso e di burocrazia. Si tratta, invece, di andare più in là di lui, avendo noi le mani più libere. Si tratta di dirle anche per conto nostro codeste parole, senza aspettare il «via». "l’Universale" dette a Mussolini il senso che questa iniziativa c’era, e bisogna ridarglielo. Chi dice: c’è Lui, dunque seguiamolo; e chi dice: c’è Lui, dunque non possiamo far nulla, si inganna egualmente, tradisce la nostra missione. Le conseguenze sono che la gioventù straniera non vede in noi che i piccoli seguaci di un grande condottiero, i soldati di Napoleone che finiranno con Napoleone e quella Italiana sbadiglia, colleziona le cartoline precetto delle adunate, qualche volta fonda le cellule comuniste. Il pericolo comunista c’è anche in Italia ed è creato in gran parte dalla stupidità della polemica anticomunista fatta dai fascisti, perché l’estremismo è l’eterno bisogno organico della gioventù degna di tal nome, e quando non lo si trova in casa lo si cerca fuori. Avete sentito parlare di cellule comuniste nel periodo della guerra d’Africa? Io no. E questo non soltanto per un fenomeno di sana unione, ma proprio perché in quel tempo la posizione rivoluzionaria dell’Italia nel mondo fu aperta e apertamente proclamata. Fu estremismo».
    E sul tema della libertà: «compito del futuro immediato -vedeva Berto- l’educazione della libertà, far vedere quanto il postulare una educazione, e quindi volontà e responsabilità si distanzi da un’affermazione di libertà vecchio stile, statica e sterile. Ma per Dio!, fare anche vedere che non si può proseguire all’infinito sulla via del saluto romano, del rompete le righe e zitti! Che il fascismo si decida: o con Dio o con il diavolo! O sistema invariabile delle nomine dall’alto o partecipazione del popolo allo Stato, e non semplice atto di presenza alle adunate e versamento dei contributi sindacali. Affogare nel ridicolo, chi vede nella discussione il diavolo, chi non capisce la funzione dell’eresia, chi confonde unità e difformità. Far capire che se non si fa questo, hanno ragione i fondatori di cellule comuniste, e finiranno per averla davvero. Finirla con l’asfissiante frasario a base di "ordine e basta". Libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare. Libertà non indistinta ma funzionale e non al servizio dei porci comodi dell’individuo. La libertà che è anche mistica, che anzi non può sboccare che nella mistica, ma libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale. Mostrare come la civiltà e la moralità fascista non possa coesistere nei soli ingredienti "fede e polizia". E anche la libertà di manifestare opinioni e di fare un giornale che dica queste cose è secondaria dinanzi a quella che l’ultimo italiano deve esercitare, cioè il controllo dei pubblici poteri, di denunciare apertamente le ingiustizie, le prevaricazioni da chiunque commesse. Finirla col tabù delle benemerenze personali. Le benemerenze impegnano. In Italia gli attestati di benemerenza sono troppi e contano troppo, sono troppi e rendono troppo. E poi educare alla semplicità di vita le gerarchie, specialmente le loro donne».
    E sulla politica estera: «si presenta -scrive Ricci- un fatto inquietante». E mi ha fatto piacere che l’ha detto Vittorio all’inizio dell’apertura di questo Convegno: «qua e là nel mondo -scrive Ricci- le destre si mettono in divisa fascista; arrembano il potere e danno quindi elegantemente lo sgambetto a chi ce le ha portate col proprio sangue. Camicie verdi o guardie di ferro. Le confusioni ideologiche ed i facili innamoramenti, per i quali un qualsiasi generale o colonnello che si mettano a parlare di governo forte e a mobilitare un po’ di ceti medi possano passare per banditori del verbo di Mussolini, ebbene -scrive Ricci- questi signori ci hanno fatto più male della grandine, all’estero e all’interno. Hanno autorizzato certe zone del popolo italiano, e non sempre le peggio disposte verso il fascismo, a vedere il fascismo soprattutto sotto l’aspetto della conservazione sociale».
    L’allusione a Franco, qui, è scoperta, e questo valga per Ricci, ma per noi, o almeno per alcuni di noi, è attualissimo e Pinochet ci dice qualcosa a riguardo. Ma poi, è immaginabile, ai tempi che si vivono, una lettera di intenti per fondare un giornale, organata sulle motivazioni che Berto Ricci portava innanzi. Pensate: «si fonda un giornale per dibattere idee. La nostra totale dedizione è all’Italia. La nostra vita è all’Italia. Lo fondiamo perché chi sta in alto dia esempio di umiltà e di pulizia, perché le benemerenze impegnino e non contino. Perchè anche l’ultimo degli italiani abbia il diritto di denunciare chi ruba e chi commette ingiustizie».
    Ma ditemi un po’, ma si fondano oggi giornali in Italia per sostenere simili istanze?
    Oggi in Italia si fondano ad un unico scopo: farne strumento di lotta fra bande rivali che si contendono il potere, e non si va oltre. Nino Tripodi nel suo "Intellettuali sotto due bandiere", ha risposto alla domanda. Non mi servirò di Berto antifascista, Berto comunista. Non mi servirò delle sue puntuali citazioni. Per la parte in cui è schierato, la testimonianza di Tripodi potrebbe apparire tendenziosa. Berto comunista, Berto antifascista? Io prendo invece a difesa Alberto Asor Rosa, già deputato comunista, operaista, come lui si qualifica, professore universitario a Roma. Nel IV volume della "Storia d’Italia" stampato da Einaudi scrive: «non si creda che le idee sostenute da questi giovani scrittori fiorentini, Berto Ricci è un personaggio assai più importante di quanto non dica la sua fama, siano il frutto di una individualistica ricerca di verità, tendente ad ogni modo a spezzare la corteccia del fascismo con posizioni apertamente e genuinamente eterodosse. Dietro a questi atteggiamenti di questi giovani c’è un corpus di dottrina fascista cui essi in gran parte si ispirano e non si può pensare altrimenti, dopo aver letto il brano -e lo riporta- in cui Giovanni Gentile afferma con molto chiarezza la natura popolare dello stato fascista. Sì, questi giovani, sul piano politico esprimono una posizione di estrema sinistra. Si badi, però, che estrema sinistra -è il comunista Asor Rosa che parla- significa, in questa sede, richiesta di una applicazione totale dei princìpi della rivoluzione fascista ed esaltazione del periodo eroico delle bastonature dello squadrismo. Nel progressismo social-fascista di questi giovani, c’è del nuovo …
    [breve interruzione del nastro]
    … c’è, rispetto ai precedenti modelli democratici, un più accentuato senso della dimensione sociale dovuto -è Asor Rosa che parla- a quel tipo di ideologia sociale antiproprietaria e collettivistica che nei teorici del corporativismo fascista trova la sua prima sistemazione politica».
    Natura popolare del fascismo: se fosse stato altrimenti, cari amici fiorentini, come avrebbero potuto, scrittori come Curzio Malaparte e Vasco Pratolini, scrivere queste pagine sulla Firenze di Berto Ricci?
    «Ma anche quei "franchi tiratori" -questo è Vasco Pratolini che scrive, su "il Politecnico" del Dicembre ’47- che si difesero di tetto in tetto erano fiorentini. La Repubblica Sociale Italiana salvò la faccia a Firenze. Una faccia che spuntava coi mitra dai comignoli e dagli abbaini. Soltanto a Firenze ci fu fra patrioti e fascisti vera guerra civile. Fu lì e solo lì vera Spagna. Rossi e neri dietro le barricate, al riparo di una cantonata, la linea del fuoco sugli argini di un torrente, nelle stesse ore dell’Agosto ’44, in cui anche Parigi lottava per la sua liberazione. I partigiani scesero dalle montagne e i fascisti li aspettarono. Non era più nazi-fascismo e Nazioni Unite. Erano fiorentini di due opposte fazioni che si ritrovavano ad uno dei tanti appuntamenti della loro storia. I tedeschi, fatti saltare i ponti, piegavano in ritirata, lasciavano le bande nere a vender cara la pelle. Gli alleati avevano segnato il passo davanti alle rovine dei ponti, affidavano ai volontari della libertà l’onore di cavare le castagne dal fuoco, espugnando la città. Durò otto giorni. E sulla stessa pietra, che ricorda il rogo di fra Savonarola, venne fucilato Pietro Chesi, trionfatore con distacco di una Milano-San Remo, che fa testo negli annali del ciclismo italiano. Dietro l’abside di Santa Croce, ove riposano Machiavelli, Galileo e Foscolo, fu passato per le armi Alfredo Magnolfi, challenger al campionato europeo dei pesi gallo.I partigiani dissero: "Alfredino era una canaglia, ma è morto bene". Morirono bene questi sportivi».
    La descrizione che si farà è stupenda, nella prosa di Curzio Malaparte ne "La Pelle", il capitolo "Il Processo", che inizia (oh, se Berto avesse potuto vedere questi ragazzi!):
    «I ragazzi seduti sui gradini di Santa Maria Novella. (…) I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza, fra loro: giovanissima, nera d’occhi e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli di Masaccio negli affreschi del Carmine. A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo. Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.
    "E quei bighelloni che stanno a guardare? O non hanno mai visto ammazzare un cristiano?"
    "E come si divertono, quei mammalucchi!"
    "Li vorrei vedere al nostro posto icché farebbero, quei finocchiacci!"
    "Scommetto che si butterebbero in ginocchio!"
    "Li sentiresti strillar come maiali, poverini!"
    I ragazzi ridevano, pallidissimi, fissando le mani dell’ufficiale partigiano.
    "Guardalo bellino, con quel fazzoletto rosso al collo!"
    "O chi gli è?"
    "O chi gli ha da essere? Gli è Garibaldi!"
    "Quel che mi dispiace" disse il ragazzo, in piedi sullo scalino, "gli è d’essere ammazzato da quei bucatoli!"
    "’Un la far tanto lunga, moccicone!" gridò una dalla folla.
    "Se l’ha furia, la venga lei al mio posto" ribattè il ragazzo ficcandosi le mani in tasca.
    L’ufficiale partigiano alzò la testa, e disse: "Fa presto. Non mi far perder tempo. Tocca a te".
    "Se gli è per non farle perdere tempo" disse il ragazzo con voce di scherno "mi sbrigo subito".
    E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio dei cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
    "Bada di non sporcarti le scarpe!" gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere. (…)
    Ma in quell’istante il ragazzo gridò "Viva Mussolini!" e cadde crivellato di colpi».

    Il più illustre dei sopravvissuti che si trovò con Berto Ricci a collaborare al foglio "l’Universale", Indro Montanelli, nel "Borghese" di Leo Longanesi, il 4 Febbraio ’55, trenta anni fa, così racconta: «quando andai a Firenze, insieme a Brocchi, a conoscere il direttore del periodico Berto Ricci, con il quale avevo scambiato alcune lettere, anche per me il fascismo cominciò a contare qualcosa».
    Due esili volumetti, oggi credo introvabili, uno di poesie, l’altro di pezzi polemici, son tutta l’eredità lasciata da Berto, caduto volontario a Bir Gandula nel 1941. Sulle poesie non mi sento di pronunciarmi perchè non ne capisco nulla, ma sulla prosa polemica mi pare di poter dire che la letteratura giornalistica non ne ha mai avuta di così stringente, dura e qua e là spavalda. A quella grande epopea mancata, che fu il fascismo, "l’Universale" di Berto Ricci fornì un contributo la cui inutilità non toglie nulla al suo valore e quando un giorno si farà, al di fuori della polemica, la storia di quel regime e dei tentativi che nel suo interno furono fatti da alcuni giovani per impedirne la mummificazione, quel piccolo quindicinale apparirà più importante del "Popolo d’Italia" e di "Gerarchia".
    Fin qui Mussolini. Più importante perché? Perché su tutti, amici di Firenze, al di là delle idee, le più disparate, che ne "l’Universale" venivano dibattute, con una libertà senza pari e sulle quali quei giovani sotto i trent’anni si accapigliavano con impegno ed entusiasmo, una convinzione è per la preminenza che nasce, ferma e ripetuta fino all’ossessione, che la rivoluzione italiana sarebbe stata tale solo se riusciva a costruire un nuovo tipo di italiano. Qui sta la solitaria grandezza di Berto Ricci. Qui sta la sua eresia nei riguardi di un fascismo ufficiale che in questa opera di costruzione umana non fu pari alla predicazione.
    Berto Ricci non mancò a quell’appello di fondo. Fu un maestro di carattere. Portò l’impegno di fare le cose sul serio sino alle estreme conseguenze.
    Si è detto, dal punto di vista letterario ci lascia soltanto due o tre volumetti. , perché Berto, più che fornire parole, badò a dare un esempio a chi gli stava vicino, fino alla morte, e ci riuscì, vista la straordinaria autorità che esercitò su quei giovani di allora e che vi si raccoglievano intorno e chi si chiamavano Indro Montanelli, Ottone Rosari, Romano Bilenchi, Dino Garrone, Camillo Pelizzi, Elio Vittorini, Vasco Pratolini.
    Lui, anti-gentiliano, si spense gentilianamente.
    «Un uomo è vero uomo -aveva scritto Giovanni Gentile nel "Sommario della pedagogia"- se è martire delle sue idee. Non solo le confessa e le professa, ma le attesta, le prova e le realizza».
    Berto Ricci è l’insegnamento che ci ha lasciato e che proprio nel suo ricordo, nel suo rifiorire prepotentemente dopo tanti anni di oblio, ci fa dire che spesso quell’insegnamento, come operatori di politica, in questa Italia della fuga dalla storia, abbiamo spesso offeso. Ai gigioni degli immancabili destini del «credere, obbedire, combattere», del «meglio un giorno da leoni» ci fu Berto Ricci che i problemi, anziché in termini di retorica facile, se li pose in termini di coscienza. Un fenomeno umano e politico che non ha eguali assolutamente nel tempo…
    [interruzione]
    Fin dal 1821 una costante storica italiana si afferma: la vocazione del volontariato. Si corre laddove le idee in cui si crede si danno battaglia. Berto parte due volte volontario: come soldato semplice la prima volta, come ufficiale la seconda. Per le idee in cui crede rinnova la tradizione che fu di Garibaldi e per le idee in cui crede muore.

    1945-1984: quella tradizione è del tutto spenta.
    L’Italia antifascista, alla lotta delle idee in cui afferma di credere non dà volontari. Nemmeno uno. Nemmeno nello scontro più fortemente passionario, il Vietnam, tutto finisce in cortei, nella raccolta di firme, nei gesti di solidarietà turistico-simbolici come i gemellaggi. Finisce la fede, tramonta l’idea, non sventola più nessuna bandiera. È il periodo democristiano. È il periodo bianco della nostra storia: la fuga dalla storia.
    Con il 1945, con piazzale Loreto, la vena letteraria in senso lato, dei nuovi scrittori si esaurisce. Deserto. Nel libro citato di Nino Tripodi, "Intellettuali sotto due bandiere", è riportata una frase significativa del pittore comunista Renato Guttuso: «la cosa strana è che le cose migliori che abbiamo prodotto le abbiamo fatte sotto il fascismo, sotto Mussolini perché sia Vittorini con "Conversazioni in Sicilia", sia Luchino Visconti con "Ossessione", sia io con la "Crocifissione" abbiamo dato il meglio di noi sotto il fascismo».
    Gli fanno eco i due registi Paolo e Vittorio Taviani, "La notte di San Lorenzo": «rispetto ai nostri miserabili anni di piombo del terrorismo e della pazzia, quelli del diavolo di Mussolini erano anni di diamante».
    Ma perché, italiani di Firenze? Perché nella decrepita società italiana del primo dopoguerra, Mussolini, aggregando e contrapponendo per forza di idee gli uomini vivi, rimette in moto il sangue, la vita della storia. Fascisti e antifascisti si dividono, si fronteggiano, si scontrano, ma creano. Non fuori della storia ma dentro la storia. La fine di Mussolini è la fine delle speranze, per tutti, comunque la si pensi. Proiettati fuori della storia, rassegnazione è la nostra bandiera.

    Indro Montanelli, e ho finito.
    Nell’articolo citato del 1955, scrive: «non ha alcuna importanza stabilire che idee dibattevamo ne "l’Universale" di Berto Ricci. Le idee non si dividono in buone o cattive, ma in quelle in cui si crede e quelle in cui non si crede. Noi, nelle nostre, ci credevamo».
    Montanelli pone la domanda -ascoltate bene, è del ’55- «abbiamo più creduto in altro, dopo di allora? Quando decisi di voltare le spalle al fascismo -racconta Montanelli- e andai a parlarne con Berto Ricci, questi mi disse: "Pensaci bene. Per non arrossire di fronte a noi stessi e l’uno di fronte all’altro, se imbocchi questa strada, devi batterla fino in fondo, sino al confino o all’esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico". Lì per lì - scrive Montanelli-quando Berto mi disse che se imboccavo una nuova strada, era mio dovere batterla fino in fondo, mi pareva di essere ben deciso a farlo. Ma poi mi accorsi che, per battere fino in fondo una strada, bisogna sapere almeno qual è. Ed io non lo sapevo. Credevo di essere diventato antifascista, ma non era vero. Anticipavo solo di qualche anno quella melanconica cosa che è l’Italia di oggi, l’Italia smaliziata e utilitaria degli italiani che non ci credono più. È così che diventai scanzonato ed entrai nella compagnia dei grandi scettici, cioè di coloro a cui si deve il bel capolavoro di questa Italia. Mi ero illuso di aver trovato una bandiera: ora so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare nella mia vita è quella che disertai, prima che cadesse. Fummo giovani soltanto allora, amici miei!».
    Così trenta anni fa, Indro Montanelli, rendeva omaggio a Berto Ricci.
    A Berto Ricci, uomo nuovo di Mussolini, in questa Italia vecchia, senza respiro storico e senza speranza, rendiamo omaggio, soffrendo per non essere stati pari al suo insegnamento di vita e al suo messaggio. Alla moglie Mafalda, al figlio Paolo qui con noi, il nostro abbraccio affettuoso…

    Beppe Niccolai


  9. #9
    OLTRE LA MORTE
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    Tratto da Tabularasa Di Paolo Signorelli “l’Universale” a “Tabularasa”: un viaggio attraverso il Fascismo eretico Berto Ricci, Beppe Niccolai, Antonio Carli: tre nomi da inscrivere nella storia dell’eresia. L’eresia di quel Fascismo «immenso e rosso» cantato appassionatamente e suggestivamente da Drieu e riproposto con lucidità di analisi da De Benoist. «La nostra strada non va né a destra né a sinistra. Va avanti dritta» (Ernst Jünger) Noi non possiamo e non vogliamo, tanto per essere chiari, identificarci con la destra. Da anni ci siamo battuti su posizioni altre, verso un ambizioso e però legittimo posizionamento «al di là della destra e della sinistra» che, a ben vedere, sta a significare il superamento di categorie concettuali estranee alla nostra visione del mondo. Non può esserci per noi -neppure sul piano della provvisorietà “pragmatica”- una scelta di campo a destra, laddove la destra rappresenta un’acritica accettazione di valori ritenuti tradizionali e che, invece, inverano la conservazione di un mondo di cui nulla può essere salvato, perché esso coincide con la difesa dell’Occidente che è nemico dichiarato non soltanto del pensiero eretico ma di qualsivoglia tensione ideale diretta a rifiutarlo ed a scardinarne l’assetto politico, sociale ed economico.La dicotomia destra-sinistra continua a rappresentare l’alibi di comodo di quanti (vedi Area) non hanno il coraggio di schierarsi sulla trincea dell’antagonismo che solo può rappresentare il superamento di un tempo disegnato dalla congiunzione di Giuda con Caino. Quanto poi è sostenuto da coloro i quali intendono risciacquare la loro cattiva coscienza di rinnegati cercando di dare contenuti ideali alle loro scelte di potere, vale appena ricordare che la destra o è «destra» o è «sociale»: nel momento in cui la destra si fa sociale automaticamente si estingue come destra. (1)La sfida politico-culturale epocale è tra l’integrazione e la ribellione al Pensiero Unico che pretende omologare, globalizzare, uni-formare, distruggere le diversità e le identità popolari. Una sfida che significa per il non-conforme andare oltre, al di là degli stanchi stereotipi rappresentati dalla destra e dalla sinistra. Anche «per farla finita con la destra» come sostiene in un suo lucido pamphlet Stenio Solinas che pure proviene dai ranghi della nouvelle vague intellettuale di destra.
    Io non vengo da lì. Io appartengo ad una generazione che per una manciata di minuti non ha potuto prendere parte all’ultima battaglia della guerra del sangue contro l’oro. Non fui nel tempo giusto un leone morto, ma non sono diventato un cane vivo…
    La mia generazione ebbe, a guerra finita, pessimi maestri. Vili, impostori, felloni, voltagabbana.
    Il “viandante” intraprese il suo viaggio con due libri nel suo tascapane: “I Proscritti” di Von Salomon e “Rivolta contro il mondo moderno” di Julius Evola. Poi imparò a coniugare Nietzsche e Heiddeger con Platone, Marinetti con Papini, Codreanu con La Rochelle, Brasillach con Céline, Ortega y Gasset con Ezra Pound. «A Eleusi han portato puttane …». Poi Berto Ricci e Jünger… E divenni correttamente eretico e jüngerianamente ribelle. E la ribellione e l’eresia hanno sempre caratterizzato il mio impegno politico e culturale. D’altronde quando si aderisce ad una Weltanschauung trasgressiva che «non va di moda» perché non puzza di usurocrazia, la contrapposizione, l’antagonismo sono obbligati e non si può non cadenzare il passo lungo le vie insidiose, ma capaci ancora di suscitare entusiasmi, della lotta. Non si accetta il popperiano miglior mondo possibile: lo si combatte e basta. Tutto questo dovevo dirlo: personalizzando un percorso perché coincidente con la trasgressione e l’eresia di altri che è, a dir poco doveroso, ricordare per avere essi battuto «i sentieri del Terribile». Un’avanguardia procede senza voltarsi indietro a guardare cosa fanno le salmerie. E una pattuglia di notte ha come guida il sogno e le stelle.
    BERTO RICCI «Ci sono Inghilterre che abbiamo dentro di noi che bisogna abbattere E sono quelle, è quello il male: là dove prevale, là è il nemico». Berto Ricci, dunque, e “l’Universale”. E i ragazzi che a venti anni partirono volontari per andare a combattere per una Patria che non è una figura retorica, né sopraffazione delle Patrie altrui, ma la difesa delle identità minacciate. Berto Ricci, l’eretico ed il credente in una Rivoluzione che si era impantanata nelle trappole dell’Ordine Costituito.
    «Non c’è cosa peggiore per il rivoluzionario di vincere la rivoluzione» sostiene Jean Cau colloquiando con il Che (2).
    «Avevi tu, che non avrai mai quarant’anni, sì, la paura di una morte ben più terribile di quella che ti avrebbe folgorato. Quella del guerrigliero in te. Quella del cacciatore. Quella dell’Angelo. Quella dell’artista. Hai trentanove anni, l’età in cui, dice Hugo, “si scende, svegli, l’altro pendio del sogno”. Verrà il tempo dell’ordine e delle ragioni del mondo? Bisognerà appendere fucili e sogni alla rastrelliera? E vivere, mio Dio, vivere, o mio Dio, vivere come? E sentirsi invecchiare in vanità ed onori?».
    L’Ordine Costituito. Berto non aveva vent’anni quando insieme con i ragazzacci che con lui vivevano l’esperienza eretica de “l'’Universale” sfidava, in pieno regime, «la protervia e la decadenza culturale di molti federali in orbace e stivaloni» pronti a balzare sul carro del vincitore di turno. E pure credeva nella funzione imperiale dell’Italia e del Fascismo, convinto -come scriveva nel “Manifesto realista”- che esso avrebbe esercitato una Rivoluzione «centro d’una imminente civiltà non più caratteristica d’un continente o d’una famiglia di popoli, ma universale».
    E ci si arruola e si va morire a vent’anni, a trent’anni. Non invecchiando in vanità ed onori.
    «Viene dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimani convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo».
    Vi è una testimonianza su Berto Ricci di un uomo che fu lo scettico per eccellenza, «un epilettico della morale» come ebbe a definirlo Beppe Niccolai. Uno diventato antifascista e poi rimasto a presidiare «l’Italia, smaliziata e utilitaria, degli Italiani che non credono più». Uno cui piacque vivere nella culla di quella grassa borghesia che gli diceva «quanto sei bravo».
    Ecco quanto scriveva nel 1955 Montanelli in un articolo dal titolo “Proibito ai minori di 40 anni”. «Quando dalla cittaduzza andai a conoscere il direttore del periodico “l’Universale”, col quale avevo scambiato alcune lettere, anche per me il fascismo cominciò a contare qualcosa. Egli fu il solo maestro di carattere che io abbia incontrato in questo Paese, in cui il carattere è l’unica materia in cui si passa senza esame. E quando di lì ad alcuni anni ebbi deciso di voltare le spalle al fascismo, fu soltanto di lui che mi preoccupai. Infatti, andai proprio a Firenze a parlargliene. Mi stette a sentire, poi disse pacatamente. “Queste sono faccende in cui s’ha da vedersela con la propria coscienza e nessuno può essere d’aiuto a nessuno. Io ti dico soltanto una cosa, non pensare ai vivi, pensa a quelli che, per restare fedeli con le nostre idee, ci sono rimasti. Per non arrossire di fronte a noi stessi, e l’uno di fronte all’altro, qualche cosa si è fatto e Paolo Cesarini ci ha lasciato una gamba e Carlo Rotolo ci ha lasciato la vita, lui che forse era quello a cui la vita più sorrideva. Pensaci e pensa anche che se imbocchi quella strada devi batterla sino in fondo, sino al confino o sino all’esilio. Questo solo richiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico e come alleato”».
    Quell’«epilettico della morale» consumò, notoriamente, il suo tempo rincorrendo -e con successo- i «luccichii» che tanto gli piacevano, Berto Ricci scelse con coerenza la via ultima della lotta e della morte.
    E di lui scriverà Corvié, un altro che gli fu amico e che poi traslocò in altri settori politici: «Non gli bastava essere artista, voleva conoscere le ragioni del suo vivere, come uomo tra gli uomini, non si accontentava delle parole, voleva cose. Generoso e disinteressato, per sé non chiedeva che sacrifici, sofferenza e morte. Non i suoi nemici dovevano aver paura di un simile carattere, ma i suoi amici, quelli della sua parte».
    Ma quale parte, ci chiediamo? Non quella dei “farabuttelli”, i babbuini -come li chiamava Berto Ricci- dell’Ordine Costituito sempre pronti, poi, a voltare gabbana e a scendere in strada a cose fatte per inneggiare a chi ha vinto.
    La toscanità eretica di «un maledetto» come la chiamerà Malaparte. Anzi di tutti quei maledetti che hanno saputo sempre appassionarsi e scannarsi per la fazione, come accadde tra guelfi e ghibellini, tra neri e bianchi. E come accadde nell’agosto del ‘44 quando si trovarono dinanzi, in uno dei tanti appuntamenti della loro storia, rossi e neri. Quando fu passato per le armi “Alfredino” (cfr. Alfredo Magnoldi, il campione europeo dei pesi gallo) e quando furono fucilati dai rossi, sulla gradinata di Santa Maria Novella, i ragazzacci fascisti. Ragazzacci di 15-16 anni. «Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza, fra loro, giovanissima, nera d’occhi e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana tra le donne del popolo». (3)
    «Ecco, questa è la Firenze di Berto Ricci. Ed ecco perché Berto Ricci ce l’ha con gli agnostici, con gli indifferenti. E dice che sono una vecchia peste di questo Paese dal tranquillo vuoto interiore. Noi per questo vuoto interiore non daremmo un atomo del nostro doloroso cercare, del nostro errare umano. Berto, in definitiva, sta con la gente che discorre, che opera, che disprezza e si rode alla maniera italiana».
    Così, anche così, volle ricordarlo Beppe Niccolai, il 10 dicembre 1988 a Modugno in un intenso incontro comunitario organizzato per il Centro culturale “La Quercia” da Pino Tosca. Un altro eretico morto in età ancora giovane e che mai divenne «un cane vivo».
    BEPPE NICCOLAI
    «Non è importante la vita. Importante è ciò che si fa della vita»
    «Denunciare nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad una rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere».
    In queste parole di Beppe Niccolai si racchiude la concezione militante dell’eretico della politica, di chi intende la lotta come trasgressione a fronte del conformismo della “casta” dei politicanti e come coerenza con l’impegno morale del combattente dell’Idea. Un combattente di razza che sa, come Berto Ricci, cosa stanno a significare «le Inghilterre che stanno dentro di noi» e che quelle ha cercato sempre di abbattere. Con l’impegno febbrile, con l’esempio, con l’abnegazione generosa, con la denuncia, con l’insegnamento di vita. Maestro di pensiero ma ancora prima di stile. Fuori dagli steccati, avendo come nemici il conformismo, il burocratismo, l’assistenzialismo. Odio e amore: che vivono in maniera forte, nell’intensità e nell’inquietudine di chi non conosce la resa, di chi rifiuta la via della fuga.
    Tutto questo e tanto altro ancora apprendiamo dai suoi articoli, dai suoi appunti, dai suoi interventi parlamentari, dal “Rosso e Nero e da “Duello al Sole”, le rubriche curate da Niccolai sul “Secolo d’Italia”, su “Pagine Libere”, su “L’Eco della Versilia”.
    In molti -”camerati” ed avversari- hanno ricordato dopo la morte il «Fascista corsaro». Molti di quei camerati hanno abbandonato la trincea della trasgressione o hanno preteso realizzarla su posizioni di comodo “altre”.. Novelli “babbuini” che non hanno saputo far loro l’insegnamento di vita di quello che a lungo ritennero essere il loro maestro. Carità di patria -o forse soltanto il fastidio- ci spingono a non elencarli.
    Ci piace, invece, ricordare le parole di Pietrangelo Buttafuoco, che lo vide come il riferimento degli eretici. «Beppe Niccolai aveva la capacità di vedere la realtà senza l’affanno elettorale. Raccoglieva intorno a sé il “mondo degli umili e degli indifesi” e diede alla militanza politica un senso ed un imperativo categorico. Il senso e l’imperativo categorico di un impegno costruito con il cemento del progetto. A lui, infatti, un uomo già monumento per stile e dirittura morale, si rivolsero gli inquieti e tutti quelli che dopo avrebbero lasciato la Destra alle loro spalle. Non c’è oggi in circolazione un fascista che non abbia avuto da Niccolai un regalo: la fotocopia di una pagina importante, un libro sottolineato nei punti giusti, una lettera». (4)
    Un «libro sottolineato», non suo: egli non scrisse libri. Come non ne scrissero Berto Ricci e Antonio Carli. Anche questo rappresenta un segno distintivo di chi vive la trasgressione inviando segnali di vita e fornendo esempi di stile che, a ben riflettere, è il modo di concepire la lotta lontano dalle cattedre imbalsamate e dagli orpelli degli intellettuali.
    Nel febbraio del 2002 si tenne a Roma, presso l’affollatissima sala “Marinetti” del Ripa All Suites Hotel, un Convegno su Beppe Niccolai e Antonio Carli al quale parteciparono Pietrangelo Buttafuoco, Giampiero Mughini -suo caro amico e caro “nemico”- (5), e Domenico Mennitti. L’incontro, organizzato dal Fronte Sociale Nazionale, non volle «avere il sapore cinereo di una commemorazione», ma volle essere una riproposizione di Niccolai «per l’attualità del suo pensiero, che non ha certo perso di smalto con l’andare degli anni ma dimostra di aver saputo cogliere “prima” le avvisaglie di situazioni politiche che si sarebbero “poi” puntualmente appalesate». Un incontro voluto fortemente da me che non potei nei “tempi giusti” conoscerlo e frequentarlo, perché impegnato su posizioni altre o sequestrato nelle galere del sistema. Un incontro la cui centralità fu rappresentata dalla necessità avvertita di riprendere la via tracciata da Niccolai prima e da Antonio Carli poi -da “L’Eco della Versilia” a “Tabularasa”- per marciare ancora più convinti lungo quei sentieri che «già sono delineati innanzi a noi».
    Al suo, al loro fianco -uomini «difficili da raccontare» nella loro maledetta toscanità non fiorentina ma versiliana- furono sempre i più «moderni», i ragazzacci irriducibili, insofferenti ad ogni forma di compromesso e di ipocrisia.
    Non a caso Beppe Niccolai fu l’unica voce fuori dal coro nel Congresso missino di Roma del 1984, con la mozione “Segnali di Vita” sottoscritta con entusiasmo dalle componenti giovanili e creative del partito. Il MSI: quel partito al quale aveva aderito sin dal ritorno dalla terribile esperienza del “Fascist’s criminal camp” di Hereford nel Texas, in cui era stato internato insieme a Giuseppe Berto, a Roberto Mieville, a Carlo Tumiati -solo per ricordarne alcuni-, senza mai piegarsi e mai collaborare. Da quella esperienza, anzi, attinse ancora più forza per le sue battaglie politiche, mai allineate. Dalla relazione di minoranza alla Commissione antimafia (che gli valse l’elogio di Leonardo Sciascia), all’interrogazione parlamentare che fece esplodere il caso dell’Argo 16 “sabotato” dagli agenti del Mossad, all’elogio al Vietnam vittorioso sull’imperialismo americano si snodò un percorso non-conforme, culminato non a caso con il rifiuto nel 1976 di una nuova candidatura parlamentare. Al «gusto del Palazzo», alla poltrona preferì, insomma, la militanza avviandosi in una dura autocritica che cercò, senza risultati, di estendere a tutto il partito.
    Gli anni ‘80 furono gli anni della rilettura puntuale e feroce degli errori compiuti verso la contestazione giovanile ed in politica estera. Gli anni in cui con la rivista “L’Eco della Versilia” Niccolai costituì il più forte punto di riferimento per il dissenso interno e di dialogo con l’Area delle forze antagoniste al sistema di potere.
    Alla sua morte sarà Antonio Carli, divenuto direttore di “Tabularasa” a raccogliere l’eredità spirituale del suo Fascismo rosso, rivoluzionario ed anarchico.
    ANTONIO CARLI
    «… a risvegliare questo nostro Popolo ed obbligarlo a tendere l’orecchio a richiami antichissimi sì da armonizzarli con il genio sopito… per incamminarsi oltre i bacini morti dell’abulia e della rinuncia»
    Antonio Carli è un altro a non avere cercato mai il potere, ad aver fatto sempre e comunque quel che sentiva giusto, al servizio dell’Idea, rivendicando per sé e per la sua gente quel «diritto alla follia» di cui ebbe a scrivere sull’”Eco” prima e su “Tabularasa” poi, quando decise con un manipolo di eretici di continuare a cantare la trasgressione. Un manipolo che si andò nel tempo assottigliando a seguito delle solite scelte di campo dette “trasgressive”, ma che in realtà costituirono un abbandono della trasgressione. Non tutti -diciamocelo a cuor leggero- ebbero la capacità di correre il pericolo nella dimensione disperante del deserto. Ci sono revisioni e revisioni: c’è chi ha la forza e la “tigna” di essere ragazzaccio sino in fondo, di battersi «con l’ostinato orgoglioso carattere degli antichi Tusci» e tenta con caparbietà e con rabbia di “rivedere” coerentemente ad un credo quanto dai vincitori imposto, e c’è chi rivede se stesso e le sue idee e la sua antica appartenenza, recidendo d’un colpo legami umani e la fede. Arrendendosi senza avere l’onestà di ammetterlo. Roba da babbuini, insomma, travestiti da ribelli. Anche in questo caso non faremo elenchi: sarebbe sin troppo facile mettere all’indice i “revisori” della propria coscienza. E, quindi, inutile. Comunque dispendioso di energie che ad altro debbono servire.
    Antonio Carli, dunque, il portabandiera della follia non perbenista. L’uomo e il camerata, sicuramente il compagno di lotta che per comporre le pagine squinternate di “Tabula” sveniva a notte attossicato dagli acidi. Lui che aveva una salute minata dal male e dalla incazzosità di un’esistenza maledetta. Come la sua toscanità.
    Io lo ho amato e l’ho riguardato con ammirazione. Altri ancora continuano ad amarlo, ricostruendo il suo percorso politico attraverso i suoi scritti.
    Non recitiamo altre parole: le riterremmo offensive, oltre che limitanti, per lui. Per questo, anche per questo, vogliamo ricordarlo con quanto da lui scritto sull’editoriale del primo numero di “Tabularasa” (7)…
    «… Presuntuosi noi di “Tabula Rasa”. Pensiamo di aver preso contatto col sole, di aver dissetato il nostro spirito nell’oasi, di esserci sentiti bruciare sul rogo. O forse, chissà! Siamo gli adolescenti avidi di luce che bevvero appena qualche sorso alla sorgente del sole e rimasero con la sete nell’ombra. Oppure, chissà! Crediamo di essere capaci di fare ciò che fece Michelangelo, genio selvaggio: portare alla luce, senza destarla, la Notte addormentata in una crisalide di marmo. Ma una cosa è certa: dei fiori sentiamo tutto il profumo, dei frutti tutto il sapore. Per questo siamo usciti dal tempio infestato da mercanti, da prestatori di lacrime ad usura che esplicano la mansione di rigattieri dell’altrui sacrificio, da rivenditori di elogi funebri, da speculatori della morte, da trafficanti della nostalgia. Lo sappiamo: le solite cassandre, presaghe di sventura, ci annunciano per via l’ingratitudine e l’oblio, un deserto di freddezza ed un oceano di solitudine. Non ce ne curiamo. La solitudine acuisce la mente, feconda il pensiero, rende sereni i giudizi. Siamo usi a vivere in siffatta maniera poiché sappiamo che tal comportamento è privilegio di pochi, ma agguerriti uomini. Che riscuotono consenso e stima. A ciò noi aneliamo. Soprattutto. Abbiamo avuto la capacità di separarci dal male per guardarlo dall’alto. Nella bolgia rimangono i deboli che vi si immergono per berne tutto il veleno e ai margini del trono del potere (immaginario e irraggiungibili) vagano nella paura e nella smodata ambizione di prebende. Senza badare al tipo dello sponsor… E s’ingrossa la folla dei cortigiani. Noi siamo pochi, è vero. Ma non ci turba la sensazione del deserto. Andiamo avanti. Con la nostra terrena miseria, con la nostra indomabile fierezza…Parliamo con la gente, la gente ci ascolta, la gente è la nostra bandiera… La gente, il popolo… Il popolo che soffre, che lavora e alla cui ombra si muovono i piccoli uomini della scena politica, i satiri corrotti e impotenti della vita pubblica».
    E ancora. «La società sta vivendo una fase di transizione. La filosofia moltiplica i suoi sistemi, la scienza le sue leggi, il commercio i suoi mercati, ma la vita di ognuno impoverisce giorno dopo giorno. La tristezza di chi soffre non può durare in eterno. Il nostro modo di intendere la politica esula da quello che si definisce “tradizionale”. Non c’è una maniera onesta o disonesta di intenderla. Essa non può avere aggettivazioni. Vogliamo parlare dei morti due volte defunti alla vita e alla memoria, dei morti oscuri due volte seppelliti bell’oblio e nella fossa, dei non accolti alla fama, dei ripudiati dalla sorte, dei gregari della vita, dei diseredati che non possono levare la fronte alla superficie dell’opinione. Questi gli scopi della nostra battaglia, della nostra nuova avventura…Noi di “Tabula Rasa” ci siamo dimissionati dall’uniforme canea della vita “politica” del sistema per seminare il sale sul suo terreno. Per inaridirlo totalmente».
    Stammi bene canaglia: ci rivedremo all’Inferno.
    27th Marzo 2007

  10. #10
    OLTRE LA MORTE
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