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  1. #1
    History Lesson - Part II
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    Tre ritratti comuni di giovani anche quarantenni che non trovano lavoro nell’Isola

    Gli sfigati

    Histoire di Michela Pietro e Margherita
    Lauree, lavapiatti, cfl, nessuno ti difende

    di Francesca Madrigali



    Tre ritratti comuni di giovani anche quarantenni che non trovano lavoro nell’Isola



    Resistere, resistere, resistere: allo sconforto di una ricerca lavorativa sfibrante e povera di risultati prima, alla cattiva occupazione dopo. Sottrarsi alla tentazione di emigrare in cerca di maggior fortuna, magari appoggiandosi alle famiglie finché si può. Ignorare che un’altra vita è possibile, da qualche altra parte, e fare finta di non vedere l’ennesimo caso di irresponsabilità nell’elargizione di fondi pubblici che si conclude in un tracollo occupazionale e in una nuova emorragia di conoscenza e know-how che se ne va, nella maggior parte dei casi con rabbia, dalla Sardegna.
    I protagonisti di queste piccole storie di ordinaria resistenza non hanno nemmeno la consolazione di possedere un titolo di studio superiore e una certa esperienza lavorativa, condizioni che altrove fanno la differenza nella ricerca di un lavoro qualificato: in Sardegna sembra non contare nulla.
    Rappresentano, spesso, il nuovo emigrante tipo: meridionale e scolarizzato, come afferma anche lo Svimez. “Nel 2004, in base agli ultimi dati disponibili, sono stati circa 270mila i trasferimenti stabili (120mila) e temporanei (150mila) Sud-Nord…Numeri molto elevati, se si pensa che negli anni di massima intensità migratoria 1961-63 la quota raggiunse i 295mila”. Così il rapporto annuale dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.
    Eppure, dice l’Istat, il 2006 è stato particolarmente favorevole: gli occupati nell’Isola risultano essere quasi 11.000 in più rispetto al 2005, corrispondenti a un incremento medio annuo dell’1,8 per cento. Il dato nudo è positivo, evidentemente, ma riguarda soprattutto l’aumento del numero dei lavoratori flessibili, che cambiano o devono cambiare lavoro spesso- quando trovano una alternativa o quando il precedente contratto finisce. E molto spesso è un cambiamento al ribasso: la storia di Michela parte da una laurea in Biologia e arriva a un lavoro stagionale come commessa.
    Dopo la laurea in Biologia con una tesi in Scienze antropologiche, Michela compie un tirocinio di 3 mesi in una università della penisola, nel laboratorio di Microbiologia e chimica degli alimenti, per acquisire esperienza in vista dell’assunzione in una nascente azienda alimentare. Seguirà tutta la filiera di produzione, dal conferimento della merce al prodotto finale destinato al mercato, e l’attività del laboratorio interno, per circa un anno, assunta con un part time ciclico a tempo indeterminato. Si lavora a seconda della stagionalità del prodotto; a differenza di un contratto stagionale, si è vincolati per tutto l’arco dell’anno perché il datore di lavoro si riserva il diritto di richiamare in servizio o di sospendere il rapporto di lavoro con un preavviso non inferiore alle 48 ore. Trattasi di un esempio perfetto della flessibilità contrattuale spregiudicata che la legge consente, questa tipologia di contratto permette al datore di lavoro, per esempio, di comunicare al lavoratore che per un numero imprecisato di mesi non percepirà stipendio con due giorni di preavviso.
    Alle prima difficoltà economiche l’azienda taglia il settore della qualità e quindi il controllo della filiera, e Michela decide di dimettersi perché due stipendi l’anno non bastano per sostenere il costo della macchina che si è incautamente acquistata con l’entusiasmo di un contratto a tempo indeterminato. Decide di tentare la strada dell’emigrazione, che però, in due mesi passati nell’operoso Veneto, le frutta solo un posto in nero come cameriera. Rientrata in Sardegna, Michela nel corso dell’ultimo anno ha inanellato i seguenti lavori: lavapiatti, giardiniera, impiegata e tuttofare in un negozio di idraulica, segretaria in una palestra e contemporaneamente promoter. Nessuna di queste mansioni le ha consentito di sentirsi parte di quell’ ”aumento di occupati” di cui parla l’Istat, perché nella maggior parte dei casi non è stata regolarizzata o l’impiego non è durato abbastanza. Attualmente Michela lavora come commessa in un villaggio turistico per la stagione estiva. La laurea in Biologia “mi sono dimenticata di averla presa”.
    Pietro aveva davanti a sé una carriera di ingegnere elettronico, ma solo sul “continente”. Quando è tornato in Sardegna, sua terra d’adozione, dove ci sono i suoi affetti e dove pensava di poter svolgere dignitosamente la sua professione, ha commesso alcuni gravi errori di prospettiva che ancora sta scontando. Dopo la laurea in Ingegneria elettronica in Lombardia, con una tesi in Automazione, Pietro viene chiamato da una grande azienda dell’hinterland milanese.
    La svolta avviene dopo qualche anno, quando decide di tornare in Sardegna per motivi familiari e viene assunto in una società di informatica che però ha lasciato in seguito ad alcune difficoltà che “ho valutato di non poter affrontare in quel momento, oltre al fatto di aver trovato la possibilità di cambiare lavoro”. Erano i primi anni del terzo millennio e l’eco del boom della new economy lasciava pensare che le “magnifiche sorti e progressive” della tecnologia in Sardegna fossero in espansione, così Pietro ha cambiato lavoro, “ingenuamente”, afferma oggi.
    L’azienda in cui lavora attualmente è paradigmatica del concetto di slealtà delle imprese, elemento che affossa la produttività e la competitività del sistema Sardegna, come recentemente segnalato da alcune voci fuori dal coro del piagnisteo filo-assistenzialista.
    Dopo e nonostante lauti finanziamenti da più parti, una gestione altalenante e sette mesi di stipendi non pagati, ha avviato la procedura di mobilità per decine di dipendenti.
    I controlli delle Istituzioni sono stati inesistenti, i sindacati hanno fatto quel che hanno potuto e Pietro, nonostante il suo contratto a tempo indeterminato e come diversi altri colleghi, da tempo è alla ricerca di un altro lavoro. È un ingegnere elettronico con esperienza, va per i 37 anni e quella che nei colloqui di assunzione viene pomposamente definita la sua “seniority” costituisce spesso uno svantaggio, e la consapevolezza, da parte del selezionatore, dell’inutilità di proporre un contratto di tre mesi o di un part-time della durata di un anno. Ciò nonostante, è accaduto anche questo, e Pietro ha rifiutato: non se l’è sentita, dice, di lasciare un impiego a tempo indeterminato, per quanto traballante e non pagato da sette mesi, per una precarietà ancora maggiore.
    Tirando le somme, nell’anno 2007, in Sardegna, è comunque preferibile rimanere fino all’ultimo in una azienda agonizzante, per poter usufruire almeno dell’ammortizzatore sociale rappresentato dalla mobilità, piuttosto che tentare l’avventura di un nuovo lavoro che si sa già essere instabile, anche se si ha una laurea in ingegneria elettronica, dieci anni di esperienza e le competenze per essere presente in varie “short list” regionali per esperti. Oppure emigrare, e portare la propria esperienza altrove.
    Come fanno lui e sua moglie, a tirare avanti, osa chiedere qualche amico sgomento? Ce la fanno perché abitano in una casa “di proprietà”, in linea con gli altri giovani d’Italia, paese fondato, oltre che sul lavoro flessibile, sulle risorse dei genitori. Quando ci sono.
    Il problema sembra, dunque, spostarsi dalla disoccupazione vera e propria, quella di media e lunga durata che ha fra i suoi effetti anche la rinuncia a cercare una occupazione, per focalizzarsi sul “cattivo lavoro”. Sempre più precario e frammentario, spesso irregolare, impedisce la programmazione minima del futuro e tiene in ostaggio una intera generazione che non modifica il livello di natalità (sceso già a metà degli anni settanta sotto il ‘’livello di sostituzione’’ di 2 figli per donna), che vivrà con pensioni basse e un modello sociale che mostra già chiaramente la graduale erosione economica e di qualità della vita del ceto “medio”.
    Anche Margherita resiste, e anzi si è abituata al “cattivo lavoro”, non avendo mai avuto neanche la possibilità di un contratto a tempo indeterminato.
    Ha 32 anni, sposata da qualche anno senza figli. Qualcuno le ha già detto “per fortuna”: non può permettersi, pare, neanche la soglia dell’1,35 figli per donna che ha caratterizzato le italiane nel 2006.
    Dopo la laurea nel 2000 in Scienze Politiche, indirizzo storico-politico-internazionale e tesi su “Le donne nella Resistenza”, Margherita ha dapprima collaborato con un quotidiano regionale. Nel frattempo ha frequentato un corso IFTS per tecnici della gestione dei Beni Culturali. Le sembrava adatto, vista la sua passione per il libri, i musei, l’arte la “cultura” in generale, vera “marcia in più” in una regione che ha tuttora tassi di scolarizzazione troppo bassi rispetto al resto d’Italia e d’Europa.
    Nonostante il requisito d’accesso fosse il semplice diploma moltissimi dei colleghi erano già laureati e in stand-by come lei. Margherita ha lasciato corso IFTS prima della sua conclusione, perché assunta con un contratto di formazione e lavoro in una società satellite della prima industria presente in Sardegna.
    Il CFL oggi non esiste più, e nemmeno la società in cui Margherita e altri tre colleghi hanno lavorato per due anni, il tempo necessario perché si esaurissero i finanziamenti e il contratto, che non le è stato rinnovato. Dopo di che ci sono stati un ulteriore corso di formazione di 1200 ore, una collaborazione editoriale e il 2006, che avrà anche visto una ripresa dell’occupazione in Sardegna ma per lei è stato un ”annus horribilis”: in un anno, ha mandato almeno un centinaio di curricola e “letto almeno 27 libri”, sempre pensando che la cultura è importante, importantissima.
    Le hanno risposto in pochissimi, per qualche colloquio di lavoro: anche lei, come Pietro, si è sentita dire che il suo curriculum vitae evidenzia una “seniority” che automaticamente la esclude da alcuni impieghi. Visto che offrivano 30 lordi al giorno in una sede a 24 km. da casa per vendere pentole, non è stata una gran perdita quanto piuttosto una constatazione del livellamento verso il basso dell’offerta lavorativa.
    È seguito un periodo in cui anche Margherita è stata colpita dall’ ”effetto scoraggiamento” per il quale negli ultimi tre anni la partecipazione femminile al lavoro in Sardegna è diminuita di circa 10mila unità, a causa della difficoltà di trovare lavoro o di conciliarlo con la famiglia, soprattutto se questo lavoro è “brutto”, poco qualificato o poco conveniente economicamente. L’emigrazione, nel suo caso, è stata scongiurata dalle mancate risposte dal “continente” e dalla situazione lavorativa del marito, precario anche lui. Attualmente Margherita si ritiene fortunata, perché si barcamena fra un contratto di collaborazione a progetto che le garantisce un reddito almeno fino ai primi mesi del 2008, un altro di “prestazione occasionale” per fare la segretaria in uno studio, e alcune collaborazioni editoriali che rimangono sempre la sua passione. “Se avessimo un figlio”, dice, “potrei sempre fargli un vestitino con la carta colorata dei libri che ho letto e leggo, come il burattino Pinocchio”.
    Intanto Michela, Pietro e Margherita resistono, ognuno nella sua situazione rappresentativa di un diverso problema della Sardegna di oggi- la difficoltà di trovare un lavoro qualificato e in linea con il proprio percorso di studi, l’incontro con una impresa sleale e la difficoltà di cambiare occupazione, l’incertezza di un futuro cui la flessibilità sta pian piano togliendo ogni speranza di miglioramento. Resistono, ma fino a quando?

    http://www.sardinews.it/Gli%20sfigati.html

  2. #2
    Meda sabios paris
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    Predefinito

    "Rappresentano, spesso, il nuovo emigrante tipo: meridionale e scolarizzato, come afferma anche lo Svimez".

    Meridionale at a esse su giornalista......
    Como an segadu sas patatas cun cust'allega!
    Nois semus Sardos, e boh!

 

 

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