Solidarietà ai lavoratori sardi della Legler
A dispetto dei toni buffoneschi con cui sindacati, partiti, festeggiano la vittoria farsa del sì al referendum del protocollo sul welfare riservato a pensionati e lavoratori (le cifre più ottimistiche stimano come partecipanti 4.000.000 di lavoratori e 1.000.000 di pensionati) segnato da tanti brogli ma soprattutto dall’incomprensione di cosa dica il suddetto protocollo avanti ieri riaggiornato dal consiglio dei ministri e oggetto di successive modifiche durante tutto l’ iter parlamentare, la vicenda dei 900 ex-operai degli stabilimenti sardi dell’azienda tessile Legler dimostra che i lavoratori nel decidere sui loro destini non contano un benemerito accidente.
Parliamo della chiusura definitiva di 3 stabilimenti situati in Sardegna, nei comuni di Siniscola, Macomer, Ottana, tutti in provincia di Nuoro. Chiusura per fallimento.
Per tutti questi lavoratori il licenziamento si concretizzò il 1 gennaio 2007, senza che a loro venisse assegnata la cassa integrazione, trovandosi disoccupati senza alcuna retribuzione. Di conseguenza, gli operai tra febbraio e marzo dettero vita a vivaci proteste tra le quali i blocchi stradali sulla principale strada statale sarda, la 131, che collega Cagliari a Sassari, e l’occupazione dell’inceneritore di Tossilo, per chiedere la cassa integrazione e la stesura di un piano industriale che desse loro un lavoro dopo il periodo della cassa integrazione. La decisa e seria protesta indusse in fretta e furia le autorità a concedere la cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 31 gennaio 2008. L’ inceneritore venne abbandonato dagli operai ma la protesta non cessò subito perché se l’ammortizzatore era stato concesso non erano state date minime risposte su future occasioni di lavoro. A fine aprile gli operai cessarono le proteste e cercarono di “godersi” quel benedetto ammortizzatore, poco più di 700 euro al mese, che ancora non veniva erogato, trovandosi quindi 4 mesi non ancora pagati. Le operazioni di pagamento iniziarono a maggio con tutte le complesse procedure nelle banche. A giugno sembrò arrivare qualche speranza: gli stabilimenti ripresero in estate a periodi alternati i lavori perché l’azienda doveva soddisfare alcune commesse. A rientrare a settimane alternate al lavoro fu tuttavia una minoranza di lavoratori, neanche 200, sta di fatto che sembrava aprirsi una speranza; i lavoratori furono tenuti sulle spine da vane promesse da parte della Regione che vanta tra l’altro con la Legler un debito di 42 milioni di euro. Inoltre la Regione di recente ha preso indirettamente controllo della Legler tramite la società SFIRS (avente come unico azionista la Regione appunto) che rilevò l’azienda un paio di mesi fa; di certo questa sicuramente formale supervisione “pubblica” sta lasciando mano libera alle decisioni dei vertici della Legler corrispondenti al “privato” più becero.
Arrivati a settembre, doccia fredda: chiudono tutti gli stabilimenti, e quei pochini operai che avevano ripreso il lavoro tornarono alla sorte degli altri più di 700 ex-colleghi: la disoccupazione retribuita temporaneamente, neanche! È notizia di questi giorni che i 900 ex-operai non ricevono la cassa integrazione da 3 mesi, e questo sta creando gravissimi drammi nelle relative famiglie, ad esempio, non si riescono a pagare i ticket sanitari che in Sardegna sono salatissimi, in molti avevano contratto mutui per la casa e ora non sanno come cavolo fare. Che le mensilità di questi mesi vengano pagate o no, da febbraio dell’anno prossimo per almeno 164 di loro vi sarà la mobilità decretata pochi giorni fa, gli altri, disoccupati senza prendere nemmeno un centesimo, si dovranno svenare nella drammatica ricerca di un posto di lavoro (fisso sarà improbabile). Entro breve infatti gli ex-dipendenti ritorneranno a lottare nelle strade per chiedere un convincente piano industriale.
Il caso descritto è solo quello numericamente più consistente tra i tanti in Sardegna di fabbriche che stanno chiudendo o che sono state chiuse: nella stessa zona degli stabilimenti Legler, si prospettano altri 400 disoccupati dell’indotto della Legler, di recente ha chiuso il calzaturificio Queen con il licenziamento di 100 operai, un’altra fabbrica tessile è stata chiusa con la cassa integrazione per 147 operai. Al Olbia chiuderà lo stabilimento del tonno in scatola Palmera mandando a casa oltre 200 persone (147 sono già in cassa integrazione). A Cagliari il 31 dicembre chiuderà per delocalizzazione la fabbrica di gelati della multinazionale Unilever-Algida mandando a casa 200 operai. E pensare che gli operai della Unilever ricevettero pure un premio per la qualità del loro impegno! Però i telegiornali,stampa e governi ci dicono che in fondo va tutto molto bene!
Questi fenomeni si verificano perché viviamo in un contesto di libero mercato globale senza barriere nazionali, legislative, morali. Va detto che a determinare la chiusura di una fabbrica non è sempre la sconfitta nella concorrenza sul mercato, parecchie volte è questione di avidità padronale che conduce a trasferire i lavori dove è molto più economico oppure di gestioni volontariamente irresponsabili fatte dai padroni che causano il fallimento, tanto continueranno a godersi la vita se pure non ci sono più soldi per pagare gli stipendi agli operai e per comprare macchinari perché hanno scialacquato i fondi dell’impresa in stravizi personali o in giochi speculativi andati poi male.
Con questo libero mercato a rimetterci in Italia sono gli operai e anche quei piccoli e medi imprenditori più coscienziosi, a sguazzarci invece saranno imprenditori di vario calibro di paesi stranieri entrati da poco nel turbo-capitalismo dove sono assenti tutele e diritti nel mondo del lavoro che invadono con le merci prodotte a costo irrisorio il mercato europeo dove sono vendute a prezzi bassissimi, gli imprenditori italiani che trasferiscono la produzione in paesi stranieri come Romania, Polonia, Cina, dove pagano pochissimo di tasse, possono sfruttare una manodopera senza tutele a orari lunghi a basso salario, licenziando contemporaneamente i lavoratori in Italia, gli imprenditori italiani che operano nel suolo italiano ma assumendo la gente in nero senza sicurezza negli stabilimenti e che sono sfuggenti al fisco, le solite multinazionali che fabbricano i vestiti di “marca” super costosi, prodotti nel terzo mondo in fabbriche dove si utilizzano come schiavi persino i bambini con bassissimi costi sì ma venduti a prezzi sproporzionatamente alti ai negozi occidentali, vestiti che proprio perché costosi, spesso chi ha i soldi cerca di comprare per dimostrare prestigio sociale, per sentirsi migliore (ma di che?).
Esprimiamo piena solidarietà agli ex-dipendenti sardi della Legler, degli altri stabilimenti chiusi o quasi, proponendo la riapertura degli stabilimenti su iniziativa esclusiva dei lavoratori col fine di tentare l’ autogestione operaia dei mezzi di produzione anziché aspettare a vuoto per anni la stesura di piani industriali da parte degli scaldasedie assorti nella strutturazione dei loro ridicoli partiti politici. E ancora più significativa sarà la lotta per uscire da questo mercato globale dando solo al nuovo Stato nazionalpopolare e socialista la facoltà di gestire gli scambi commerciali con l’esterno, non con la moneta ma attraverso il baratto tra stati, cioè dando delle cose in cambio di altre in base alle esigenze dei paesi contraenti, privilegiando gli scambi con quei paesi più vicini alle nostre idee.
Alfredo Ibba
14 ottobre 2007


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