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Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    Predefinito La scelta atlantista:Tito e la cessione della sovranità nazionale jugoslavia

    "Bisogna dapprima screditare il ruolo di Jospi Broz Tito, presidente a vita dell'ex Jugolavia. Il suo scontro con Stalin nel 1948 non fu tanto ideologico qunato geopolitico. In sostanza Tito spostò la Jugoslavia socialista nella sfera occidentale. Lo testimoniano molti documenti. Per esempio nel 1953 e nel 1054 Tito firmò gli accordi bilaterali segreti di Bled (in Slovenia) con la Grecia e la Turchia, associando praticamente la Jugoslavia socialista alla NATO. Ne 1960 tali documento furono ampliato con la Grecia e Tito si impegnò che, nel caso di guerra in Europa (era evidnete che l'unica guerra possibile era quella fra USA e URSS), la Jugoslavia avrebbe messo tutto il suo territorio e tutte le sue basi militari a disposizione della NATO.[...]Dopo la rottura con l'URSS del 1948, la Jugoslavia firmò oltre 170 accordi prevalentemente segreti che la legavano agli USA."

    da Dragan Mraovic, Geopolitica recente, attuale e futura nei territori della ex Jugolsavia, in Eurasia. Rivista di Studi geopolitici, 1/2007, pag.151

    •   Alt 

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  2. #2
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    "[Che Guevara] si secca quando il maresciallo Tito, durante un lauto pranzo nella riserva di Brioni, gli rifiuterà una fornitura di armi con la scusa di non fabbricarne abbastanza per poi autorizzare poco dopo una fornitura a un Paese arabo. Evidentemente si sospetta che sulla risposta negativa a Cuba ci sia stato lo zampino de governo americano."

    da Ludovico Inciso di Camerana, I ragazzi del Che, ed.Corbaccio, pag.2007, pag.70

  3. #3
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    Comunque nonostante che Tito abbia cercato di allontanare la Serbia dalla Russia, presto i due paese faranno parte dello stesso blocco. Finalmente.

  4. #4
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    Predefinito

    Che poi tanto lontani dopo il 1975 non erano. Nel 1991 l'allora presidente Jugoslavo succeduto al Mesic ebbe diverse consultazione con l'URSS. Ai tempi la disgregazione di quest'ultima era cosa imminente e non ricevettero aiuto...ma l'amicizia tra Mosca e Belgrado era comunque forte.

  5. #5
    Leonid
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    Della lettura del libro di D. Losurdo "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" mi ha incuriosito una citazione dei Goli Otok (volutamente ignorati dai "magnifici" rinnegatori del marxismo-leninismo del ciclo Kruscioviano e dai vari ammiratori della Jugoslavia "socialista").

    Pag. 153 Cap. 4 "L'andamento complesso dell'Era di Stalin"



    Infine bisogna ricordare il Gulag in cui, a partire dal 1948 e in seguitoalla rottura con l'Urss, in Jugoslavia sono rinchiusi i comunisti fedeli a Stalin. Almeno in questo caso, gli "stalinisti" sono non già gli artefici bensì le vittime dell'universo concentrazionario, installato da un paese sì comunista, ma in quel momento alleato dell'Occidente
    La fonte è Scotti (1991), ossia Giacomo Scotti - Goli Otok, italiani nel gulag di Tito, Trieste, edizioni Lint, pp. 406, euro 22 che non è certamente un fascista nè un revisionista, un comunista che nel 1947 decide di trasferirsi nella RFJ.

    Da questa recensione de "Il Manifesto" a firma Gabriele Polo datata 6 ottobre 2002, vengono fornite alcune informazioni che rintengo interessanti.

    [..] con la rottura tra Tito e Stalin del giugno `48 tutto precipita.
    Sono italiani e si trovano a fare i conti con la diffidenza delle popolazioni slave, per cui l'Italia continua a essere sinonimo di fascismo e discriminazione razziale; sono internazionalisti e si trovano di fronte un partito - quello jugoslavo - impegnato nella difficile unificazione di popoli per secoli divisi puntando sul cemento di una nuova identità nazionale, quella degli «slavi del sud»; sono operai specializzati, molto politicizzati, fieri del proprio mestiere e convinti di poter edificare una società nuova come si costruisce una nave e si misurano con un apparato statale e di partito socialmente segnato dalla realtà contadina delle popolazioni serbe, croate, bosniache. Così quando il Cominform «scomunica» la Jugoslavia di Tito, optano per Stalin - spinti anche dal partito italiano - e non lo nascondono. I funzionari - già diventati burocrati - che da Zagabria vengono a Fiume e Pola per dissuaderli dall'opporsi non li convincono: fino a quando è possibile manifestano pubblicamente il loro «internazionalismo», il «primato della classe operaia». Poi vengono licenziati dalle loro fabbriche e dispersi: alcuni decidono di tornare in Italia - dove il Pci li mette ai margini o li ignora - altri vengono deportati in Bosnia per il «lavoro volontario» in cave e miniere. Alcuni, i più in vista, dopo processi sommari con l'accusa di tradimento e spionaggio al servizio del Cominform, finiscono a Goli Otok, il campo di concentramento aperto nel luglio `49. Lì incontrano i protagonisti di una seconda fase dell'opposizione comunista italiana a Tito, i cominformisti veri e propri, un piccolo manipolo di militanti che a Fiume fondano persino un'organizzazione clandestina, chiamata «Comitato circondariale di Rijeka del Partito comunista internazionalista jugoslavo»; un'entità virtuale, che non riesce mai ad andare al di là di piccole azioni di propaganda (volantini e giornali che arrivano da Trieste in valige a doppio fondo, su indicazione di Vidali) e viene presto smantellata dalla polizia segreta jugoslava. Insieme con altre migliaia di ex militanti del Pc jugoslavo - tra essi anche alcuni importanti dirigenti e generali dell'armata di liberazione - schieratisi col Cominform e contro Tito.
    Il gulag di Goli Otok rimane un carcere politico fino al `56, poi con la normalizzazione dei rapporti tra Jugoslavia e Urss dopo la morte di Stalin, si riconverte in carcere per detenuti comuni e i «politici» sopravvissuti vengono progressivamente liberati. Giacomo Scotti, attraverso le testimonianze, le memorie e i documenti ufficiali stima che circa 30.000 prigionieri politici furono detenuti sull'«Isola calva» e che quasi 4.000 vi morirono, per stenti o torture.

    http://www.comune.bologna.it/iperbol...mp/scotti.html

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Leonid Visualizza Messaggio
    Della lettura del libro di D. Losurdo "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" mi ha incuriosito una citazione dei Goli Otok (volutamente ignorati dai "magnifici" rinnegatori del marxismo-leninismo del ciclo Kruscioviano e dai vari ammiratori della Jugoslavia "socialista").

    Pag. 153 Cap. 4 "L'andamento complesso dell'Era di Stalin"





    La fonte è Scotti (1991), ossia Giacomo Scotti - Goli Otok, italiani nel gulag di Tito, Trieste, edizioni Lint, pp. 406, euro 22 che non è certamente un fascista nè un revisionista, un comunista che nel 1947 decide di trasferirsi nella RFJ.

    Da questa recensione de "Il Manifesto" a firma Gabriele Polo datata 6 ottobre 2002, vengono fornite alcune informazioni che rintengo interessanti.

    [..] con la rottura tra Tito e Stalin del giugno `48 tutto precipita.
    Sono italiani e si trovano a fare i conti con la diffidenza delle popolazioni slave, per cui l'Italia continua a essere sinonimo di fascismo e discriminazione razziale; sono internazionalisti e si trovano di fronte un partito - quello jugoslavo - impegnato nella difficile unificazione di popoli per secoli divisi puntando sul cemento di una nuova identità nazionale, quella degli «slavi del sud»; sono operai specializzati, molto politicizzati, fieri del proprio mestiere e convinti di poter edificare una società nuova come si costruisce una nave e si misurano con un apparato statale e di partito socialmente segnato dalla realtà contadina delle popolazioni serbe, croate, bosniache. Così quando il Cominform «scomunica» la Jugoslavia di Tito, optano per Stalin - spinti anche dal partito italiano - e non lo nascondono. I funzionari - già diventati burocrati - che da Zagabria vengono a Fiume e Pola per dissuaderli dall'opporsi non li convincono: fino a quando è possibile manifestano pubblicamente il loro «internazionalismo», il «primato della classe operaia». Poi vengono licenziati dalle loro fabbriche e dispersi: alcuni decidono di tornare in Italia - dove il Pci li mette ai margini o li ignora - altri vengono deportati in Bosnia per il «lavoro volontario» in cave e miniere. Alcuni, i più in vista, dopo processi sommari con l'accusa di tradimento e spionaggio al servizio del Cominform, finiscono a Goli Otok, il campo di concentramento aperto nel luglio `49. Lì incontrano i protagonisti di una seconda fase dell'opposizione comunista italiana a Tito, i cominformisti veri e propri, un piccolo manipolo di militanti che a Fiume fondano persino un'organizzazione clandestina, chiamata «Comitato circondariale di Rijeka del Partito comunista internazionalista jugoslavo»; un'entità virtuale, che non riesce mai ad andare al di là di piccole azioni di propaganda (volantini e giornali che arrivano da Trieste in valige a doppio fondo, su indicazione di Vidali) e viene presto smantellata dalla polizia segreta jugoslava. Insieme con altre migliaia di ex militanti del Pc jugoslavo - tra essi anche alcuni importanti dirigenti e generali dell'armata di liberazione - schieratisi col Cominform e contro Tito.
    Il gulag di Goli Otok rimane un carcere politico fino al `56, poi con la normalizzazione dei rapporti tra Jugoslavia e Urss dopo la morte di Stalin, si riconverte in carcere per detenuti comuni e i «politici» sopravvissuti vengono progressivamente liberati. Giacomo Scotti, attraverso le testimonianze, le memorie e i documenti ufficiali stima che circa 30.000 prigionieri politici furono detenuti sull'«Isola calva» e che quasi 4.000 vi morirono, per stenti o torture.

    http://www.comune.bologna.it/iperbol...mp/scotti.html
    e allora?

    stalin voleva anzi pretendeva che la jugoslavia facesse cio che lui voleva, questi si opposero

    Tito, il vincitore sconfitto dalla storia

    Stalin credeva di «cancellarlo con il mignolo». Dopo di lui la fine della Jugoslavia Il ricordo delle sue vittime, tra le quali molti italiani, oscura quello dei suoi trionfi internazionali


    Vent' anni fa moriva Josip Broz. Da sergente austro-ungarico a uomo chiave dei Balcani. Tenne testa ai nazisti e ai sovietici, ma anche il suo modello di società è fallito Tito, il vincitore sconfitto dalla storia Stalin credeva di «cancellarlo con il mignolo». Dopo di lui la fine della Jugoslavia di SERGIO ROMANO È difficile oggi, a vent' anni dalla morte, fare l' elogio di Tito. Il Dio a cui si convertì è fallito. Le sue numerose riforme economiche non hanno sortito altro effetto fuor che quello di rallentare lo sviluppo del Paese. Lo Stato che egli ha creato alla fine della Seconda guerra mondiale si è drammaticamente disciolto. Il ricordo delle sue vittime (fra cui molti italiani) oscura quello dei suoi trionfi internazionali. Stéphane Courtois, curatore del Libro nero del comunismo, annuncia un aggiornamento in cui il capitolo dedicato a Tito sarà particolarmente corposo e documentato. Come spiegare al lettore che il suo funerale fu onorato dalla presenza di tre re, ventuno capi di Stato (fra cui il presidente dell' Unione Sovietica) e sedici primi ministri? Come spiegare al lettore italiano, in particolare, che il governo di Roma, per coltivarne l' amicizia, gli perdonò le foibe, il colpo di mano su Trieste nella primavera del 1945 e l' esodo degli istriani fra il 1945 e il 1947? Come spiegare che Tito rimane, nonostante i vizi e gli errori, uno dei grandi protagonisti del Ventesimo secolo? Nella versione agiografica che gli amanuensi del regime crearono dopo la guerra, la storia della sua vita è quella di un «figlio del popolo». Josip Broz è nato nel 1892 in un villaggio croato, Kumrovec, ai confini con la Slovenia. Il padre, forse di origine trentina, è un po' contadino, un po' carrettiere, ma soprattutto gran bevitore. La madre è laboriosa, tenace, devota. Il piccolo Josip è vivace, intelligente, spavaldo. Uscito di casa a quindici anni diventa cameriere in un caffè di Sisak, poi apprendista nell' officina di un burbero fabbro della regione e finalmente meccanico a Zagabria. Arruolato all' età del servizio militare in un reggimento croato dell' esercito austro-ungarico, si comporta come un buon soldato e conquista, dopo lo scoppio della guerra, i galloni di feldwebel, sergente maggiore. È la guerra che decide il seguito della sua vita. Nella mattina di Pasqua del 1915 il feldwebel Broz è in una trincea fangosa dei Carpazi, insieme alla sua compagnia, quando gli piombano addosso, con alti berretti di pelliccia e lance biforcute, i diavoli circassi della «Divisione selvaggia». Attaccato da uno di essi cerca di usare il fucile come una mazza, ma non può impedire che un altro alle spalle lo colpisca con un fendente. Sarebbe morto (i circassi non facevano prigionieri) se un battaglione di fanteria russa non lo avesse raccolto, trasportato nelle retrovie e trasferito a Sviazhesk, sul Volga, nel governatorato di Kazan, per una lunga convalescenza. L' apprendistato politico comincia nel momento in cui il giovane Broz apprende che a Pietrogrado, in marzo, è scoppiata la Rivoluzione. Grazie al caos politico e amministrativo dello Stato russo, lascia il Kazan, arriva nella capitale durante l' estate, si arruola nelle «guardie rosse», viene arrestato come bolscevico, passa tre settimane nella più famosa e meglio frequentata delle prigioni europee: la fortezza dei Santi Pietro e Paolo. In Russia, dove rimarrà per tre anni, trova una moglie, una fede e un nuovo mestiere. La moglie è una ragazzina bolscevica con gli occhi azzurri e i capelli biondi, la fede è il comunismo, il nuovo mestiere è quello del militante politico. L' uomo che torna in patria nel 1920 è assai diverso dall' apprendista meccanico di Sisak. Anche il suo Paese è cambiato. Dopo il crollo dell' impero asburgico esiste ormai, nella penisola balcanica, un «Regno dei serbi, croati e sloveni». Sul carattere reazionario di questo Stato e sulla necessità di combatterlo con l' organizzazione politica, se non addirittura con la lotta armata, il giovane Broz non ha dubbi. Il suo curriculum, d' ora in poi, è quello del rivoluzionario di professione: attività sindacale, lavoro di cellula, propaganda clandestina, continui cambi di identità e finalmente i cinque anni di carcere che sono, per gli uomini del suo mestiere, l' equivalente di un corso di laurea. Alcuni aspetti della sua personalità lo rendono tuttavia diverso dai suoi compagni di partito. È un «proletario», ma ha un bel viso, maniere eleganti e modi seducenti, ama i bei vestiti e porta al dito un anello decorato da un piccolo diamante. È in questo periodo che Josip Broz assume un nome di battaglia e diventa «Tito». Come altri partiti comunisti anche quello jugoslavo attraversa fra le due guerre momenti delicati (non è facile conciliare le esigenze del proprio Paese con quelle della «Patria del socialismo») e incorre spesso nelle collere di «nonno» Stalin. Per salire ai vertici dell' organizzazione Tito non esita a diventare «l' uomo di Mosca» e a seguire fedelmente le direttive della Terza Internazionale. La conoscenza della lingua e la sua vecchia familiarità con la Russia gli spianano la strada. Ma non appena scavalca i concorrenti e diventa segretario generale del partito (1937), compie un gesto che è segno di coraggio e di indipendenza. Anziché restarsene a Parigi e guidare l' organizzazione dall' estero, come il suo predecessore, trasferisce la direzione in patria. Il concetto è semplice: per convertire il popolo e reclutare militanti occorre condividerne la sorte. Quattro anni dopo, quando le potenze dell' Asse invadono e smembrano la Jugoslavia, questa scelta si dimostra lungimirante. La rapidità con cui i comunisti, guidati da Tito si organizzano e passano all' azione, è uno degli episodi più singolari della Seconda guerra mondiale. In due anni, Josip Broz, divenuto ormai maresciallo Tito, riesce a organizzare un esercito di centocinquantamila uomini. Questa non è più guerriglia: è guerra di movimento condotta con visione strategica, fantasia militare e abilità tattica. Alla fine del conflitto Tito sarà l' unico militante politico che non deve il suo potere alla liberazione di un esercito straniero. Lo conquista sul campo grazie alle sue capacità organizzative e alla coraggiosa testardaggine dei suoi connazionali. I primi riconoscimenti vengono dalla Gran Bretagna. Per alcuni mesi, all' inizio della guerra jugoslava, gli inglesi hanno sostenuto i «cetniki», partigiani monarchici di un generale jugoslavo, Drazha Mihailovic, che il governo reale in esilio ha nominato ministro della Guerra. Ma non appena si accorgono che Mihailovic ha stretto ambigui accordi con gli italiani, soprattutto in Montenegro, e che le sue forze sono molto meno efficaci dei comunisti, Churchill non esita a sostenere Tito e a mandargli un emissario nella persona di Fitzroy MacLean (che dedicherà al maresciallo, quindici anni dopo, uno splendido libro). Il realismo di Churchill (meglio un comunista coraggioso di un monarchico imbelle) è, per Tito, una sorta di battesimo internazionale. E gli permette di parlare ai sovietici con una autorevolezza che indispettisce Stalin. Negli ultimi mesi della guerra il maresciallo non è più semplicemente il comandante di alcune formazioni partigiane. È un vincitore fra i vincitori. Terminato il conflitto la vittoria militare diventa, spesso brutalmente, vittoria politica. Con i nemici di ieri e con coloro che gli attraversano la strada Tito è spietato. Si sbarazza della monarchia, liquida il nazionalismo croato e i cetniki, colpisce duramente la comunità italiana, manda a morte il generale Mihailovic e accusa Aloysius Stepinac, arcivescovo di Zagabria, di avere sostenuto il regime «ustasha» di Ante Pavelic. Ma Stepinac - magro, ascetico, mento e naso aguzzi, labbra sottili, fronte stempiata, sguardo impassibile - è fatto della stessa pasta di Tito. Condannato a sedici anni di lavori forzati l' arcivescovo ricorda senza battere ciglio che la «Chiesa non teme, a questo mondo, nessun potere». E Pio XII, a Roma, scomunica tutti coloro che hanno partecipato, direttamente o indirettamente, al suo processo. Il maggiore nemico di Tito, tuttavia, sarà di lì a poco, paradossalmente, «nonno» Stalin, «padre dei popoli» e benefattore dell' umanità. I loro rapporti si sono incrinati durante la guerra, ma la crisi scoppia agli inizi del 1948. Le cause apparenti sono il rapporto della Jugoslavia con altri Stati «fratelli» (l' Albania e la Bulgaria), ma la vera ragione del dissidio è l' indipendenza del maresciallo. Quando passa all' azione e s' impegna in una prova di forza, Stalin è convinto che il partito jugoslavo e i suoi militanti sceglieranno di stare con l' Urss contro Tito. «Agiterò il mio mignolo - dichiara a Molotov - e Tito cesserà di esistere». Non ha fatto i conti con la fierezza degli jugoslavi e in particolare dei serbi, comunisti o no. Siamo gente strana, disse una vecchia signora in quegli anni a Fitzroy MacLean, quando qualcuno cerca d' imporci la sua volontà, diciamo di no. E aggiunse: «Mi ricorda il modo in cui la piccola Serbia respinse l' ultimatum dell' Austria-Ungheria nel 1914. Siamo gente strana, ma sappiamo come difendere il nostro Paese». Forse la Nato, nel decidere la sua politica serba, dovrebbe fare attenzione a questi precedenti. Tito tenne duro, eliminò brutalmente gli stalinisti jugoslavi e divenne negli anni seguenti il leader rispettato e ammirato di una «Svizzera comunista», decisa a difendere la propria indipendenza contro tutti. Il giorno del suo maggior trionfo fu il 26 maggio del 1955 quando Nikita Khrusciov uscì da un Iljushin all' aeroporto di Belgrado e declamò di fronte al mondo una sorta di atto di contrizione per gli «atti provocatori» che alcuni «nemici del popolo» avevano commesso contro la Jugoslavia. Nella sua uniforme di maresciallo Tito ascoltava, impassibile. Il resto della storia è meno edificante. Dopo le riforme fallite degli anni Settanta i quattro mesi della sua agonia all' inizio del 1980 furono la metafora del male che avrebbe distrutto negli anni seguenti il suo Stato. Ma nessuno potrà mai scrivere la storia del ' 900 senza ricordare che Tito combatté due guerre, una contro Hitler, l' altra contro Stalin; e le vinse entrambe. Il Maresciallo comunista che disse no a Mosca 1892 Josip Broz detto Tito nasce a Kumrovec (Croazia) da padre croato e madre slovena 1910 Operaio, si unisce ai socialisti 1915 soldato austro-ungarico, è fatto prigioniero dai russi. Dal ' 17 al ' 20 combatte nell' Armata Rossa 1937 Segretario dei comunisti jugoslavi. Dal ' 41 guida la Resistenza 1945 Presidente del governo 1948 Rompe con Mosca 1955 Si riavvicina all' Urss 1980 7 maggio, i funerali: presenti 21 capi di Stato, 3 re, 47 ministri degli Esteri
    http://archiviostorico.corriere.it/2...04291752.shtml

    cmq te lo sei letto il libro e qualche altra cosa sulla linea titoista oppure hai solo visto il link?

  7. #7
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    non era stupido, giocava sul suo ruolo di non allineato e sapeva cio che faceva

 

 

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