Solidarietà agli agricoltori sardi in agitazione contro le bancheLa Sardegna ha da sempre come attività economiche distintive la pastorizia e l’agricoltura, per decenni i suoi ottimi prodotti alimentari sono stati esportati in tutto il mondo, tuttavia, il mondialismo, le multinazionali, le istituzioni internazionali e nazionali cercano di snaturare irrimediabilmente l’identità economica, culturale e ambientale sarda.
Già la primavera di questo stesso anno gli agricoltori e i pastori sardi diedero luogo ad intense proteste di strada, ad occupazioni di municipi per chiedere interventi politici di riduzione dei costi di irrigazione e del carburante, il pagamento degli indennizzi per le numerose calamità naturali subite negli anni; le agitazioni cessarono una volta che la regione stanziò un po’ di soldi per ottemperare alle richieste; come proceda l’erogazione di questi soldi non si sa ancora, ma adesso gli agricoltori sardi sono di nuovo in agitazione contro un enorme problema che se non risolto in breve darà il colpo decisivo all’agricoltura sarda in agonia: l’indebitamento degli agricoltori nei confronti delle banche, le quali vantano un debito di 700 milioni di euro sugli agricoltori. Ci sono in Sardegna oltre 5 mila piccole aziende agricole per lo più a conduzione familiare, anche qualche media azienda, che sono state pignorate dalle banche; pignorate significa che sono state prese in possesso dalle banche per insolvenza dei debiti; ad essere diventate di proprietà delle banche non sono solo i terreni dei contadini ma anche gli attrezzi di lavoro e le abitazioni stesse degli agricoltori, i quali sono diventati formalmente custodi per conto terzi (le banche) di quelle che prima erano le loro proprietà; entro pochi mesi le oltre 5000 aziende, insieme alle attrezzature e forse anche alle abitazioni, saranno vendute ai migliori offerenti, ossia, messe all’asta. Nei mesi scorsi già centinaia di aziende agricole pignorate sono state vendute dalle banche a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, mi direte perché i contadini non potevano partecipare alle aste comprando e rientrando in possesso delle loro cose: perché negli anni si sono talmente svenati per pagare i debiti che è rimasto loro ben poco. Risultato: centinaia di famiglie alla fame private dei loro mezzi di sostentamento.
Con la svendita nei prossimi mesi all’asta di quelle 5000 e oltre aziende, ben 40.000 persone si ritroveranno nella disoccupazione e nella disperazione in una regione che da anni non è certo prodiga di opportunità, contando i titolari delle aziende, i loro familiari che lavorano nelle aziende di famiglia, i braccianti, e infine l’indotto, cioè, quelle piccole aziende di artigianato o servizi che vivono in funzione dell’agricoltura.
A comprare a prezzi stracciati terreni, attrezzi, e forse case, saranno nel caso delle aziende situate vicino al mare, impresari edili con lo scopo di farci strutture turistiche per i soliti turisti ricchi e spacconi che possono spendere soldi (il sardo comune di certo di queste cose non sa che farsene se non farsi assumere come cameriere o lavapiatti schiavetto), se invece si trovano nell’entroterra le solite multinazionali alimentari che coltiveranno usando porcherie, OGM, distruggendo la nostra agricoltura tradizionale e inquinando il nostro ambiente.
Ma da dove inizia l’indebitamento? Dobbiamo andare alla seconda metà degli anni ottanta, quando in Sardegna le attività tradizionali iniziarono ad entrare in crisi sul mercato nazionale per via dell’entrata in campo dei giganti del cibo, spalleggiati spudoratamente dall’UE e da tutti i padroni del mondo, allora le aziende sarde vennero spinte dalle istituzioni ad essere più competitive sul mercato attraverso ammodernamenti e ristrutturazioni; così gli agricoltori sardi contrassero dei prestiti con le banche necessari per avere i soldi per quei lavori, ma con l’aiuto finanziario della Regione Sarda che pagava agli istituti di credito la maggior parte degli interessi sulle somme prestate: così un contadino doveva restituire alla banca il denaro prestato più il 3% di interessi, il restante 13-14% di interessi lo pagava la Regione. Ma negli anni novanta l’UE dichiarò illegali questi aiuti in nome della libera concorrenza (i colossi ricevono un mare di soldi dall’UE, si impone di comprare una certa quota da essi, ma quale concorrenza?), così decretò che la Regione Sarda smettesse di pagare quel 13-14% di interessi alle banche e che gli agricoltori restituissero gli aiuti finanziari, maggiorati degli interessi, alle banche; quindi gli agricoltori si ritrovarono a dover pagare gli interessi del 16-17% sulla somma prestata, le somme date alle banche dalla Regione, e trovandosi improvvisamente un grosso carico di debiti, pagare le banche diventò impossibile al punto che gli interessi salivano come punizione per insolvenze accumulate. A complicare le cose le brutte alluvioni senza che venissero pagati gli indennizzi, i costi di irrigazione molto salati, tasse, imposizione da parte dell’UE agli agricoltori e agli allevatori di vendere i loro prodotti a prezzi troppo bassi rispetto ai costi di produzione sostenuti (mentre intermediari, commercianti, possono aumentare di quanto vogliono), le quote obbligatorie di alimentari da aziende straniere da vendere nei negozi sardi (vi rendete conto quante porcherie siamo noi sardi costretti a comprare da fuori, proprio noi sardi?) imposte dall’alto.
Si è arrivati così alla situazione di oggi; nel paese di Decimoputzu, provincia di Cagliari, per giorni alcuni agricoltori membri del “comitato degli agricoltori e dei pastori sardi esecutati” hanno svolto uno sciopero della fame occupando il municipio del paese. Chiedono trattative serie con banche, UE, Stato, Regione per trovare un intesa (parole sprecate!) e aiuti finanziari: in effetti il governo anziché devolvere milioni di euro verso strane iniziative artistico-culturali dovrebbe aiutare finanziariamente i contadini a pagare i debiti. Ma i governi se ne infischiano.
A dimostrazione di come le terre degli agricoltori facciano gola a delinquenti gonfi di soldi, segnaliamo che in questi giorni l’ organizzatore della protesta, responsabile regionale di AltraAgricoltura ha ricevuto una lettera con minacce di morte, mentre un altro agricoltore che ha fatto lo sciopero della fame ha subito un incendio doloso parziale di parte della sua azienda.
Noi riteniamo che questi contadini che con orgoglio lottano per difendere la sana agricoltura sarda siano i veri eroi odierni degni di tutta l’ammirazione e la visibilità, altro che quella feccia di principi, VIP, mercanti rampanti! Sono questi contadini che lottano la spina dorsale della Sardegna e della futura ricostruzione nazionale. I sardi, come tutti gli italiani in generale, hanno l’ obbligo di stare vicini ai loro agricoltori e pastori se vogliono avere sovranità alimentare cioè essere padroni di ciò che mangiano, se vogliono preservare le gloriose radici profonde.
Per noi il sostegno materiale e la valorizzazione culturale dell’agricoltura è un cavallo fondamentale di battaglia, ci battiamo per il ritorno all’agricoltura. Le tante campagne lasciate in abbandono devono tornare ad essere lavorate: bisogna partire assegnando terre a tante persone, tra cui molti abitanti di città che andranno a ripopolare le campagne, creando un vasto ceto di agricoltori piccoli proprietari e anche di agricoltori organizzati in cooperative, che sarà il fulcro del sostentamento nazionale. Dall’agricoltura trarrà spunto la nascita di piccole aziende artigiane ed alimentari, così la campagna tornerà ad essere fonte di opportunità. La vita agreste segnerà il ritorno ad uno stile di vita più sobrio, tradizionale, ad un forte legame con la terra, con le radici più arcaiche; infatti i contadini, le popolazioni che vivono solo di agricoltura e pastorizia rappresentano globalmente i nemici giurati delle multinazionali e dei centri di potere mondialisti, smaniosi di annullare diversità, identità, radici spirituali, stili e mentalità impermeabili al consumismo e allo sfruttamento irrispettoso della natura, oltre che di trasformare l’agricoltura in un rubinetto di loro esclusivo possesso da cui erogare a pagamento veleno venduto come cibo.
Visto che siamo in tema anche di banche e speculazioni terriere, metto in chiaro che i terreni agricoli dovranno essere definiti per legge non pignorabili, fermo restando che in generale siamo per la nazionalizzazione del servizio creditizio e per l’abolizione dei prestiti con gli interessi.
Nel nuovo ordine socialista nazionale la figura del contadino sarà innalzata culturalmente come esempio di vita cancellando la fobia verso le campagne tipica della moderna mentalità borghese.
Ai sardi dico: se ci diranno che abbiamo una mentalità da pastori, rispondiamo che ciò è un complimento: l’unica sfida che il mondo globale ci impone è quella di respingerlo dal nostro suolo.
Alfredo Ibba
11 ottobre 2007
www.avanguardia.tv


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