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    Exclamation GRILLO: il vuoto incartato !

    da RINASCITA

    Venerdi 19 Ottobre 2007 – 16:05 – Giovanni Di Martino

    In definitiva cosa ha fatto Beppe Grillo con il suo strillato V-day? Ha parlato male del Palazzo, sì, ma non ha detto quello che tutti pensano e non hanno il coraggio di dire. Ha invece detto quello che tutti pensano ed hanno il coraggio di dire. Che cos’è stata la manifestazione con petizione dell’otto settembre se non un chiedere agli Italiani “è tutto uno schifo, vero?” per sentirsi rispondere da 300.000 di essi “sì è vero”.
    La politica istituzionale non si è rovinata ultimamente, dunque questa fotografia del comico genovese non è per nulla attuale. Già Gaber quasi trent’anni fa diceva che i politici “hanno certe facce che a vederli fanno schifo, siano essi untuosi democristiani o grigi compagni del PCI, son nati proprio brutti, o per lo meno tutti finiscono così”.
    300.000 firme raccolte (con enorme dispendio di mezzi ed energie) per poter chiedere che 25 parlamentari (tanti sono quelli condannati definitivamente) su 945 vengano espulsi. Almeno avessero chiesto la testa di tutti i parlamentari sarebbe forse valsa la pena di mettere una firma (che tanto non costa niente e per molti rappresenta il massimo sforzo per uscire dalla crisi e stare a posto con la propria coscienza).
    Sarebbe stato troppo poco però smuovere le acque per un solo giorno di riscossa degli Italiani vittime dei politici che hanno votato, e di un sistema che avallano con la costante pratica del “nichilismo consumista” (altrove battezzato “consumismo performativo”, più semplicemente “fa tutto schifo, ma già che siamo in ballo...”). Quindi qual è il secondo passo dei grilli strillanti (da ora in poi grillanti)? Non la convocazione di comitati civici spontanei per la discussione di un programma e di una strategia, ma la candidatura alle elezioni comunali, per entrare nelle istituzioni e cambiarle da dentro con la loro onestà, avallata dal bollino di qualità posto dal loro capo (che non si esporrebbe direttamente, e ciò ha già fatto vacillare un po’ di consensi), e dal placet del ministro forcaiolo Di Pietro, ex braccio del colpo di stato giudiziario che, sotto il nome di “Mani pulite”, ha consentito la consegna dello stato sociale italiano, legato e imbavagliato, nelle mani degli ultraliberisti di Soros e del grande capitale straniero.
    L’entrismo, insomma, niente di più vecchio e di peggio riuscito nel tempo. Entrare dalla porta principale senza avere un programma, e senza nemmeno avere un partito, perchè i partiti sono corrotti. Altro che antipolitico, Grillo è un politico avanti anni luce. I politici di mestiere (niente affatto difendibili, per carità) vincono le elezioni senza un programma, ma almeno lo sforzo di salvare la forma lo fanno, disegnando un elefante, una giraffa, una lucertola dentro un bollino e depositandolo da un notaio. Lui, invece, avendo capito l’inganno, non spende nemmeno i soldi per creare il partito.
    E utilizza, come già fecero i girotondini, per autolegittimarsi, lo stesso linguaggio del suo (loro) nemico Berlusconi. Non costringetemi a fare un mestiere che non è il mio, diceva, quando in realtà aveva tutto già pronto. Un movimento di massa come sembra voler diventare il popolo dei grillanti non nasce spontaneamente, se non nelle teste dei più ingenui. Ci vogliono organizzazione, pazienza, capacità e soprattutto soldi.
    Tra i politici di mestiere, vittime dell’attacco di Grillo in pochi hanno cavalcato l’evento, dicendo che i grillanti sono da ascoltare, mentre in molti hanno gridato sdegnati al qualunquismo. Gli extraparlamentari, che magari la strada alternativa per cambiare le cose la stanno cercando da tempo o lavorano (male, ma sicuramente con più metodo e più onestà) per cercarla, si sono sentiti offesi, in quanto le urla e le parolacce di Grillo adombrano gli sforzi di chi lavora a progetti sociali o solidali ogni giorno da tempo. Anche questo è un errore, perchè, offendendosi, si dà solo importanza al fenomeno Grillo, che, non dimentichiamolo, è un personaggio dello spettacolo, e dunque ha bisogno, per la propria azione, di essere sulla bocca di tutti.
    Potrebbe essere però, che dietro le urla di Grillo (e dei suoi complici Travaglio e Guzzanti) non ci sia niente.
    Tra gli stessi grillanti dell’otto settembre sono stati espressi dei dubbi.
    Dubbi derivanti dal fatto che le proteste e lo sdegno durino sempre solo fino alla successiva tornata elettorale, oppure dubbi derivanti dal fatto che dietro le urla non ci sia un programma, né le capacità di redigerlo. E qui i grillanti frondisti toccano un punto essenziale per l’analisi del fenomeno di cui sono parte.
    Denunciati i mali del mondo, cosa propone o cosa ha proposto Grillo nel tempo? E quanto è rimasto delle proposte che Grillo ha fatto? I fatti dimostrano che Grillo ha, negli anni, cavalcato proteste e proposte nel momento in cui erano sulla bocca di tutti, contribuendo, con la sua popolarità, a fare da volano temporaneo. E poi tutto è rimasto come prima. Ha insomma fatto da testimonial. E da buon testimonial, finito l’incarico, è terminato il suo impegno. Un professionista.
    Nessuno però ricorda queste cose, perchè l’era di internet è l’era dell’immediatezza, l’era di chi ha subito una risposta alle proprie domande, e, non dovendo sforzarsi per avere una risposta, non si sforza di ricordarla, tanto è lì e non scappa. Non a caso internet è il mezzo scelto per l’organizzazione del V-day”, all’interno del quale si sono più volte ricordate le potenzialità benefiche del web.
    Chi si ricorda Beppe Grillo che grida “sono anarchico, insurrezionalista e valsusino!” nel tardo autunno del 2005 quando partecipò alla grande marcia No-Tav insieme a Dario Fo e signora? Lui era l’ospite d’onore, arrivato a cose fatte, dopo che da anni gli aderenti al movimento facevano presidi e manifestazioni, e subivano cariche, per dare lustro alla manifestazione, e gli studi pubblicati sul suo sito hanno spiegato chiaramente tante cose sul fenomeno anche ai profani o agli indifferenti. Poi però qual è stato il contributo No-Tav di Grillo? Oggi è sul palco a braccetto con il ministro delle infrastrutture, quello, tanto per intenderci che deve occuparsi di costruire la Tav.
    E chi si ricorda di Beppe Grillo qualche anno prima davanti ai cancelli della Fiat di Mirafiori ad arringare gli operai cassintegrati proponendo la macchina ad idrogeno, come “atto di pace per fare finire le guerre per il petrolio”? Il tutto davanti ai microfoni di Striscia la notizia del suo amico Antonio Ricci, che indaga su tutto, tranne che sugli sponsor di Mediaset, Eminflex e Mondialcasa. Se le macchine andassero ad idrogeno finirebbero le guerre per il petrolio ed inizierebbero quelle per l’idrogeno, che peraltro non si trova in natura e andrebbe decomposto dalle materie in cui è contenuto (dal carbone? dal metano? dal petrolio? Tutte materie che andrebbero estratte).
    Questa è la portata delle azioni politiche di Grillo, che un paio di anni fa si è scagliato pesantemente contro i giornali che godono di un finanziamento pubblico (che sono molti), affermando il principio secondo cui un giornale non deve essere finanziato dal denaro pubblico, ma solo dal denaro riscosso con le vendite. Anche in quell’occasione Grillo dimostrò la pochezza della sua analisi, fondando tutto sull’impatto che avrebbe causato l’avvertire la gente che con i soldi pubblici si finanziano i giornali. La realtà dei fatti, che Grillo fingeva di ignorare, è che nessun giornale, almeno quotidiano, si regge grazie alle vendite: i più letti, infatti, si reggono anche loro sui contributi pubblici (che hanno permesso loro a costo zero mega-investimenti tipografici e strutturali, nonché il quotidiano abbattimento del costo della carta) e sulla vendita degli spazi pubblicitari, mentre gli altri si reggono grazie alle briciole residue del contributo pubblico. Senza di esso molte testate non ci sarebbero, e in edicola il lettore troverebbe solo i giornali che hanno alle spalle gruppi o imprenditori ricchi e potenti (a sufficienza per alimentare una testata in perdita). Contributi pubblici che sono equamente poi riversati in tutte le altre attività economiche, ivi compreso il mondo dello spettacolo del quale anche Grillo fa parte.
    Una campagna quindi così maldestra, da ridursi ad involontaria agevolazione dei potenti.
    è qualunquistico parlare di qualunquismo, ma non c’è altro termine. Lo stesso populismo, nella sua accezione negativa, sarebbe troppo. La palla torna ora ai grillanti, ma anche a tutti coloro che hanno seguito la vicenda.
    Vale sicuramente la pena agire per mandare a casa parlamento e parlamentari, di destra, di sinistra, e dell’Italia dei Valori, ma ciò non basterebbe a risolvere i problemi da essi creati. Occorre avere, o per lo meno cercare, delle risposte serie.
    SN Torino

  2. #2
    Klearchos
    Ospite

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    l'ho letto ieri...

    tu quale articolo hai scritto???

 

 

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