Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Introduzione alla Geopolitica

    Geopolitica

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


    La geopolitica è una disciplina che studia le relazioni tra la geografia fisica, quella umana e l'azione politica. Ancorché si tratti d'una disciplina nata già da numerosi decenni e piuttosto popolare, ne manca ancora una definizione univoca e condivisa.





    Definizioni
    I dizionari delle lingue moderne recano diverse definizioni del termine "geopolitica", tutte più o meno arbitrarie, o assai generiche. Ad esempio, secondo il Devoto-Oli (1984) è «lo studio delle motivazioni geografiche che influenzano l'azione politica». Secondo il Robert (1965) è «lo studio dei rapporti tra i dati naturali della geografia e la politica degli Stati». Per il Grand Larousse Universel (1962) è «lo studio dei rapporti che uniscono gli Stati, le loro politiche e le leggi di natura, queste ultime determinando le altre». Lo stesso, nell'edizione 1989, parla di «una scienza che studia i rapporti tra la geografia degli Stati e la loro politica». Il Dictionnaire de la Géographie (1979) scrive che «la geopolitica è lo studio dei rapporti tra i fattori geografici e le azioni o le situazioni politiche». Quest'indeterminatezza ha spinto gli stessi teorici geopolitici a definire la materia del loro studio, con risultati altrettanto vari. Stando al generale Karl Haushofer (1920 circa), «la geopolitica sarà e deve essere la coscienza geografica dello Stato. Il suo oggetto è lo studio delle grandi connessioni vitali dell'uomo d'oggi nello spazio d'oggi e la sua finalità è il coordinamento dei fenomeni che legano lo Stato allo spazio». Saul Cohen (1963) scrive: «L'essenza della geopolitica è di studiare la relazione che esiste tra la politica internazionale di potenza e le caratteristiche corrispondenti della geografia, e specialmente quelle su cui si sviluppano le fonti di potenza». Robert E. Harkavy (1983): «La geopolitica è la rappresentazione cartografica delle relazioni tra le potenze principali in contrapposizione tra loro». William T. Fox (1983): «La geopolitica è l'applicazione delle conoscenze geografiche agli affari mondiali». Generale Pierre Gallois (1990): «La geopolitica è lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita». Michel Foucher (1991): «La geopolitica è un metodo globale di analisi geografica di situazioni socio-politiche concrete, prese in esame in quanto esse sono localizzate, e delle rappresentazioni abituali che le descrivono». Generale Carlo Jean (2003): «La geopolitica è una particolare analisi della politica (specialmente la politica estera degli Stati nazionali ma non solo quella), condotta in riferimento ai condizionamenti su di essa esercitati dai fattori geografici: intendendo come tali non solo e non tanto quelli propriamente fisici, come la morfologia dello spazio o il clima, quanto l'insieme delle relazioni di interdipendenza esistenti fra le entità politiche territorialmente definite e le loro componenti». Alain de Benoist (2006): «La geopolitica studia l'influenza della geografia sulla politica e sulla storia, cioè le relazioni tra lo spazio e la potenza».


    Evoluzione delle visioni geopolitiche

    Il termine "geopolitica" fu coniato nel 1904 dal geografo svedese Rudolf Kjellen, anche se molti fanno cominciare la storia di questa disciplina già con Friedrich Ratzel, il geografo, antropologo ed etnologo tedesco che, proprio nel 1904, moriva. Per altri, la geopolitica nasce sì in quell'anno, ma grazie allo scritto di Sir Halford Mackinder, The Geographical Pivot of History.

    Mackinder interpreta la storia del mondo come lotta tra potenze talassocratiche e potenze terrestri; egli connota come positive le prime e negative le seconde. Prototipo di civiltà marittima sarebbe l'Europa e, soprattutto, l'Inghilterra: «La civiltà europea è il risultato della secolare lotta contro l'invasione asiatica». Secondo Mackinder, la supremazia talassocratica è minacciata da due grandi eventi: l'ascesa della Russia e l'invenzione della ferrovia. Mosca, espandendosi in Eurasia, ha unito le forze "telluriche" un tempo divise (popoli delle foreste nordiche e popoli della steppa), mentre la velocità garantita dalla strada ferrata azzera i vantaggi del trasporto marittimo. Nel paradigma mackinderiano, che ha influenzato fortissimamente tanto la geopolitica anglosassone quanto quella del resto del mondo, la storia fondamentale è quella del continente eurasiatico. In Eurasia, la regione-perno o heartland ("cuore della terra") è quella centro-settentrionale, corrispondente grosso modo all'area di civilizzazione russa e turanica.

    "Discepoli" e continuatori di Mackinder, in area anglosassone, sono stati gli statunitensi Nicholas Spykman (che s'è concentrato sulla rielaborazione teorica del concetto di rimland) e Zbigniew Brzezinski. Ma negli USA sono nate molte altre teorie geopolitiche, più o meno debitrici di Mackinder, tra cui la "strategia del contenimento" (George Kennan) e la teoria dello "effetto domino" (Dwight Eisenhower).

    Altro prolifico filone della geopolitica fu quello della scuola tedesca. Carl Schmitt riprese la dicotomia mare-terra di Mackinder, rovesciandone però il giudizio di valore. Karl Haushofer diffuse in Germania la geopolitica, facendosi promotore d'un asse tra le potenze "telluriche" (Germania, Russia e Giappone) contro quelle talassocratiche (Inghilterra e USA): s'oppose infatti all'invasione dell'URSS voluta da Hitler (e riconosciuta come suo fondamentale errore strategico), e per questo cadde in disgrazia e fu perseguitato dal regime nazista.

    L'Unione Sovietica rappresentò un caso singolare in quanto, mentre da un lato i suoi dirigenti seguivano evidentemente direttive ispirate a considerazioni geopolitiche, lo studio della scienza geopolitica era severamente bandito per motivi ideologici. Solo con la fine del regime comunista si sono potute formulare dottrine geopolitiche in Russia, tra cui la più celebre è probabilmente quella neo-eurasiatista di Aleksandr Dugin.


    La geopolitica odierna

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale la geopolitica è stata praticamente bandita sia in Europa Occidentale sia nel campo comunista, perché bollata dai più come una "pseudo-scienza nazistoide". Tuttavia, a partire dagli anni '80, è tornata ad essere studiata con interesse. Oggi è comunemente accettata come una scienza, studiata nelle università e da molti cultori, grazie a riviste più o meno specialistiche. Proprio questa sua "popolarizzazione" ha fatto sì che, sempre più spesso, la geopolitica sia confusa con la semplice analisi degli affari internazionali.


    Fonti

    Alain de Benoist, "Geopolitica", "Eurasia", nr. 1/2007, pp. 235-236.
    Carlo Jean, Manuale di geopolitica, Laterza, Bari-Roma 2003.
    Yves Lacoste, "Che cos'è la geopolitica" (disponibile qui)
    Halford Mackinder, The geographical pivot of history, "The Geographical Journal", vol. XXIII nr. 4 (aprile 1904), pp. 421-444.

  2. #2
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    FONDAMENTI DI GEOPOLITICA - EURASIA: CUORE STRATEGICO DEL MONDO

    di Dagoberto Husayn Bellucci - direttore responsabile agenzia di stampa "Islam Italia"



    La geopolitica sembra essere ritornata al centro delle analisi e delle strategie delle diplomazie internazionali , questo dopo decenni nei quali ostracismo e disinteresse avevano accompagnato questa scienza delle relazioni tra Stati e Nazioni.

    All'indomani della 2° guerra mondiale l'attenzione verso questa particolare branca degli studi politici e geografici , applicata alle dinamiche di espansionismo delle potenze dell'epoca, venne meno a causa delle sue presunte collusioni con il Nazional-Socialismo; di quel fascino per l'idea di "spazio vitale" che il movimento crociuncinato tedesco aveva sviluppato e incarnato applicandolo alle sue dottrine sulla razza e sul suolo propagandate da Adolf Hitler e dai vertici dello Stato Maggiore tedesco.

    Nelle analisi del Ministro per l'Agricoltura del Terzo Reich, Walther Darré, il ruolo del "Blut und Boden" , l'idea del "Sangue e Suolo" influenza l'intera visione del problema della proprietà, dell'identità e dell'appartenenza dell'individuo alla Comunità Nazionale (al volk germanico).

    La proiezione internazionale della teoria del Darrè sarà quella elaborata dalla Scuola di Geopolitica di Monaco di Baviera diretta dal professor Karl Haushofer.

    Haushofer sarà in questo contesto il più autentico e coerente teorico dell'Ordine Nuovo nazionalsocialista europeo finalizzato all'eliminazione dell'URSS (considerato il principale ostacolo all'espansionismo tedesco verso l'Est) , nemico ideologico, concorrente economico e soprattutto "alter-ego" geopolitico della Germania.

    L'irrealizzabile sogno di un "asse" Berlino-Potsdam-Mosca - pure prospettato da ampi settori di quel movimento di idee che , durante gli anni Venti, prenderà il nome di Rivoluzione Conservatrice - , autentica alternativa rivoluzionaria delle Nazioni Europee contro l'azione di strangolamento giugular-usurocratico delle Democrazie Plutocratiche dell'Occidente capitalista, non avrà mai l'occasione di trovare una propria possibilità di sviluppo proprio a causa di considerazioni geopolitiche, economiche e strategiche che escludevano una possibile cooperazione tra le due principali potenze terrestri dell'Eurasia avverse, come già ricordato, anche sul piano ideologico e profondamente ostili l'una all'altra.

    L'attività della Scuola di Geopolitica di Monaco, riunita attorno alla rivista specializzata "Zeitschrift fur Geopolitik" - fondata nel 1924 - , si rivelò fondamentale nelle successive strategie belliche perseguite irriducibilmente dallo Stato Maggiore del Nazionalsocialismo: espansione ad Est, controllo delle aree economicamente vitali del Caucaso e dell'Ucraina (il granaio d'Europa), penetrazione verso sud-est all'interno dell'Heartland (il cuore della terra) verso le Repubbliche Sovietiche dell'Asia Centrale e cooperazione con Turchia, mondo arabo-islamico, Persia e - verso Oriente - con l'astro nascente della politica mondiale quel Giappone i cui obiettivi di politica imperiale erano il controllo del Sud-Est Asiatico in funzione anti-britannica e anti-statunitense.

    La teoria di Haushofer si inserisce nel solco della precedente analisi elaborata da Friedrich Ratzel sull'inalienabile diritto degli Stati a ricercare il proprio "Lebensraum" (spazio vitale).

    Nella teoria di Ratzel lo spazio - der Raum - è una nozione chiave che ispira e modifica le strategie degli Stati.

    "Sebbene neghi di considerare una nazione evoluta come un fenomeno organico - scrive Pierre Marie Gallois nella sua imponente opera "Geopolitique , les voies de la puissance" - Ratzel ammette implicitamente l'analogia tra lo spazio nutrizionale indispensabile per la vita delle specie vegetali e animali - il loro lebensraum o spazio vitale - e l'estensione del territorio , senza la quale un popolo non potrebbe svilupparsi e dare piena dimostrazione delle sue forze vitali." (1)

    Nella concezione di Ratzel lo Stato dunque si evolve e modifica proprio alla stregua di un essere vivente, necessitando di uno sviluppo organico e ordinato per imporre la propria volontà di potenza.
    Ratzel considera sette leggi di espansione di uno Stato, che verranno sostanzialmente acquisite in toto e rielaborate dalla Scuola di Geopolitica di Haushofer venticinque anni più tardi, necessarie al raggiungimento dei propri obiettivi. Queste sette leggi implicano:
    1) L'estensione degli Stati aumenta con l'avanzare della loro cultura;
    2) La crescita spaziale degli Stati si accompagna a varie altre forme del loro sviluppo: l'ideologia, la produzione, l'attività commerciale, il livello della loro influenza e dei loro sforzi di proselitismo;
    3) Gli Stati si espandono assimilando o assorbendo le unità politiche meno importanti;
    4) La frontiera è un organo posto alla periferia dello Stato (considerato come un organismo vivente). Grazie alla sua posizione materializza la crescita, la forza ed i cambiamenti territoriali dello Stato;
    5) Nel procedere della sua espansione spaziale lo Stato si sforza di assorbire aree importanti per il suo progetto: le coste, i bacini fluviali, le pianure e, in generale, i territori più ricchi;
    6) Proviene dall'esterno il primo impulso che spinge lo Stato a espandere il proprio territorio, in quanto è fortemente attratto dalle civiltà che considera inferiori alla propria;
    7) La tendenza generale verso l'assimilazione o l'assorbimento delle nazioni più deboli moltiplica le appropriazioni di territori, dando origine a un processo che in un certo senso si autoalimenta." (2)

    Nella concezione di Haushofer tutti questi elementi si fonderanno con la volontà di potenza e di dominio dell'ideologia nazionalsocialista permettendo così di 'cogliere' l'essenza della politica e di inserirla in una prospettiva planetaria.
    "Essa - scrive Pascal Lorot (3) - può saggiamente offrire allo Stato gli strumenti e gli schemi intellettuali per agire e modificare il corso degli avvenimenti."

    Nello sviluppo delle successive tesi geopolitiche di derivazione sovietica e statunitense il ruolo chiave del continente euroasiatico assume una connotazione direttamente collegata al controllo dei mari, al Sea-Power , e a quello dell'Heartland di Mackinder.

    Secondo lo studioso Alfred Mahan il ruolo degli Stati Uniti , assumendo una valenza globale, rispetto alla massa euroasiatica diverrà centrale, operando alle sue estremità meridionali e lungo le sue periferie la superpotenza americana svilupperà le sue coordinate di espansione e d'influenza articolate essenzialmente attorno ad una collaborazione stretta - mediante una serie di accordi regionali - con i paesi costieri del RimLand, la fascia peninsulare che circonda l'Eurasia.

    Mahan determinerà la strategia di controllo statunitense dei mari mediante una serie di componenti che ritiene fondamentali: la posizione geografica, la conformazione fisica - comprese le risorse naturali e il clima - , l'estensione del territorio , il numero degli abitanti e le caratteristiche della popolazione.

    Potremmo definire quella di Mahan una sorta di Socio Geopolitica basata sulla sicurezza interna, sulla prosperità economica, sulla insularità e la libertà di commercio, sul controllo dell'economia mondiale (agganciata , dopo il diktat di Bretton Wood, al Dollaro americano) e sostanzialmente sul potenziale bellico e l'alta tecnologia nelle armi di distruzione di massa delle quali gli Stati Uniti sono i maggiori produttori al mondo.

    Mahan determinerà l'avvenire statunitense e le possibilità di raggiungere gli obiettivi di un governo unico mondiale sotto egida americana in uno scritto nel quale chiaramente identificherà nell'Asia l'area da porre sotto controllo.
    Nel suo "The Problems of Asia and its Effect upon International Policies" (Il Problema dell'Asia e i suoi effetti sulla politica internazionale) del 1900 sottolineerà l'importanza di quello che qualche anno più tardi, nel 1904, Sir Mackinder chiamerà Heartland.
    "Gettando uno sguardo su una carta l'attenzione è catturata immediatamente da un enorme elemento: la massa ininterrotta dell'Impero Russo, che si estende senza discontinuità dal meridiano dell'Asia Minore occidentale fino a est, oltre il meridiano del Giappone:" (4)

    L'elaborazione di una strategia geopolitica euroasiatica appartiene del resto proprio alla Scuola Geopolitica russa capace di riflettere gli stati d'animo e gli umori frustrati della propria popolazione che - in meno di un decennio - ha visto crescere a dismisura incertezze e paure derivate anche dal ridimensionamento delle proprie frontiere e dalla progressiva perdita d'influenza in quelle che erano, fino a ieri, considerato le aree d'intervento classiche della politica estera sovietica.

    Il dibattito geopolitico intenso che ha caratterizzato l'ultimo decennio nella Russia post-sovietica ha visto nascere e diffondersi diverse correnti di pensiero corrispondenti alle tre grandi scuole di riferimento: una atlantica e filo-occidentale , una panslavista e infine quella euroasiatica.
    Se la scuola d'ispirazione occidentale ha dominato i primi anni dell'era Gorbaciov e soprattutto il periodo di transizione del post-comunismo e la presidenza di Eltsin (che esprimeva chiaramente il punto di vista di precisi ambienti economico-finanziari interessati ad una veloce occidentalizzazione del paese e a riforme strutturali di tipo liberista), le altre due hanno invece elaborato teorie sostanzialmente opposte; per i panslavisti Mosca si riproponeva quale Terza Roma , baluardo del panslavismo e dell'Ortodossia mentre per gli euroasiatisti la Russia rappresentava il massimo referente geopolitico dell'intero continente eurasiatico , un blocco auspicato di Stati Nazionali opposti all'egemonia statunitense e ai programmi mondialisti di omologazione planetaria.

    Da un lato la scuola atlantica dall'altro quella panslavista sembrano aver fatto il loro tempo: la prima naufragata laddove aveva promesso sviluppo e rilancio dell'economia nazionale russa , la seconda sconfitta sul "campo" dopo l'eliminazione della Yugoslavia di Slobodan Milosevic(unico alleato di Mosca nei Balcani), l'occidentalizzazione dei paesi confinanti, le pressioni in senso occidental-capitalistico dell'Unione Europea, la vittoria delle forze "democratiche" filostatunitensi in Ucraina e , notizia di cronaca, in Montenegro.

    "La scuola geopolitica più interessante - scriverà lo stesso generale Jean (8) - e al tempo stesso inquietante è quella degli eurasiatisti internazionalisti i quali non limitano le loro concezioni geopolitiche alla Russia, ma le estendono all'interno del continente euroasiatico. Nei loro scritti ricorrono tutti i temi della geopolitica nazista; della contrapposizione terra/mare, cioè fra la 'mistica' massa continentale dell'Eurasia e le corrotte potenze oceaniche, fino ovviamente alla denuncia delle congiure anti-russe imputate al giudaismo e alla massoneria, espressioni di culture e civiltà parassite, basate sullo sfruttamento vampiresco delle fresche energie dei popoli 'sani'."

    Quando si dice parlar chiaro! La Russia anche in considerazione delle 'attenzioni vampiresche' dell'Usurocrazia Finanziaria Internazionale dovrà pertanto cercare di adottare delle strategie di politica internazionale da Stato Imperiale miranti ad alleanze di tipo politico con tutte le altre nazioni dell'Eurasia.

    E' questa la linea tracciata dal presidente Vladimir Putin nei suoi tentativi di superare antiche ostilità per riavvicinarsi alla Repubblica Popolare Cinese o per mediare con la Repubblica Islamica dell'Iran il suo programma legittimo di sviluppo nucleare.

    Tale esigenza riflette del resto la consapevolezza che hanno gli ambienti militari e diplomatici russi in fatto di sicurezza nazionale e di politica estera. La Russia non può permettersi di restare inerte dinanzi alle mire strategiche panturche e wahabite nell'area del Caucaso e nel Mar Caspio nè poteva accettare pacificamente l'occupazione territoriale statunitense dell'Afghanistan e dell'Iraq.

    La partita decisiva che potrebbe essere quella che si è aperta nel contenzioso nucleare che oppone l'Iran di Ahmadinejad agli Stati Uniti e all'Occidente si giocherà anche su queste alleanze che si vanno delineando nel cuore dell'Eurasia e che, de facto, paralizzano l'azione distruttiva della superpotenza mondiale e dei suoi alleati (britannici, sionisti e - dulcis in fondo - parte degli stati dell'Europa occidentale).

    Russia, Cina, Iran, India: nessuno tra questi attori principali della Grande Partita - del Great Game euroasiatico - potrà mai accettare un Monopolio Planetario a stelle e strisce nè restare inermi dinanzi alle logiche mercantilistiche che accompagnano l'azione di sfruttamento e distruzione di territori e nazioni perseguiti dalle amministrazioni statunitensi.

    La partita è ancora all'inizio.

    DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI



    Note:

    1) Pierre Marie Gallois - "Geopolitique - Les Voies de la Puissance" - edizioni "Plon" - Parigi;
    2) Friedrich Ratzel - "Die Gesetze der Raumlicher Wachstums der Staaten" (Le Leggi dell'Espansione Spaziale degli Stati)- 1901;
    3) Pascal Lorot - "Histoire de la Geopolitique" - (Storia della Geopolitica) - edizione in lingua italiana a cura di "Asterios" - Trieste 1997;
    4) Alfred Mahan - "The Problems of Asia and its effects upon international policies" - 1900;
    5) Henry Paccher - "Problem of Imperialism" -
    6)Richard McPfeffer - "No more Vietnam? The War and the Future of American Foreign Policy" - edizioni "Harpher Colophon" - New York 1968;
    7) Carlo Jean - "Geopolitica" - edizioni "Laterza" - Roma-Bari 1995;
    8) Carlo Jean - op. citata;

  3. #3
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Introduzione a "Geopolitica - Itinerari del potere"
    di Gianfranco Lizza, Utet Libreria, Torino, 2001 , pag. 552





    Circa un secolo fa il politologo svedese Rudolf Kjéllen adoperò per primo la parola «geopolitica». Non era solo una parola nuova, oppure un cambiamento di nome alla geografia politica, bensì come sostennero più tardi Massi e Roletto, fondatori della geopolitica italiana, si trattava di una nuova dottrina che, senza volersi sostituire alla geografia politica, intendeva «estendere la propria indagine ai legami che vincolano gli eventi politici alla terra e vuol indicare le direttrici di vita politica agli Stati, desumendole da uno studio geografico-storico dei fatti politici, sociali ed economici e della loro connessione» (Roletto, Massi, 1939).
    La geopolitica, dunque, non si sostituisce alla geografia politica, che considera anzi come la sua naturale piattaforma: essa supera la tradizionale concezione ratzeliana degli Stati quali organismi politici, e applicando alla loro esistenza un metodo di analisi geografico-politico dinamico, ne studia i fattori di competitività ricercando le manifestazioni territoriali e le leggi geografiche dei loro rapporti reciproci.

    In Germania la geopolitica incontrò il favore di numerosi studiosi che sotto la guida di Karl Haushofer, valorizzando l'eredità di studi e di pensiero lasciata dal Ratzel, ne svilupparono il carattere dinamico e la concezione di Stato a base spaziale e determinista. In Francia, come reazione a tali orientamenti, Jacques Ancel contrappose la ricerca della nazione e della sua espressione geografica. Alla geografia degli Stati si venne così a contrapporre la geografia delle nazioni.

    Avvenne così per la geopolitica ciò che già era accaduto per la geografia politica. Quest'ultima, infatti, già dalla sua nascita ad opera di Friedrich Ratzel, con la pubblicazione della Politische Geographie, aveva assunto caratteri e tendenze diverse a seconda che gli studiosi si rifacessero al deterininismo geografico ratzeliano e del Maull - cioè la ricerca delle condizioni geografiche dello sviluppo degli Stati nei limiti ristretti della geografia fisica - oppure al possibilismo di Vidal de la Blache e del Febvre che facevano leva su una più vasta pìattaforma umana e storica. Comunque, la geopolitica, quale applicazione di un metodo geografico d'indagine e di rappresentazione anche fuori dei limiti tradizionali della scienza geografica che studia il comportamento degli Stati e le basi geografiche dei problemi politici ed economici che nascono dai loro rapporti, si sviluppò e si consolidò affermando la sua autonomia dalla geografia politica.

    Ricordano ancora Massi e Roletto: «Alla posizione geografico-politica degli Stati e delle unità geografiche che è ben determinabile sulla carta politica, si sovrappone la posizione geopolitica, che è essenzialmente mutabile in relazione alle alleanze, alle direttrici di gravitazione e alla situazione politico-economica contingente. Ogni territorio ha perciò un valore geopolitico che si aggiunge a quello geografico-politico». Se dunque la geografia politica misura il valore e la gerarchia degli Stati sulla base di indici di superfici, di popolazioni, di prodotto interno lordo, di sviluppo economico, di commercio internazionale, la geopolitica estende la sua valutazione su più vaste basi, quali anche i fattori storico-strategici, culturali e spirituali. Cioè, in altre parole, considera l'espressione dinamica della potenza e competitività dei territori organizzati politicamente nel contesto dell'analisi interdisciplinare degli spazi politici.

    [...]

    Il XX secolo ha consegnato ai suoi figli un bagaglio di problemi irrisolti resi ancor più virulenti dallo sviluppo tecnologico, dai mass-media, dalle rivendicazioni e dalle mai sopite rivalse nei confronti del potere costituito qualunque esso sia. È tutto il modello di sviluppo economico e politico ad essere in discussione, con evidenti implicazioni nella sfera della fede e dei suoi itinerari alla conquista di nuovi credenti. Ma lo scontro vero, a nostro parere, non è tra culture diverse, che anzi costituiscono la vera ricchezza del nostro pianeta, è soprattutto tra i diversi livelli di sviluppo economico tra chi ha e chi non ha, tra chi soffre l'umiliazione di non avere speranza e chi spavaldamente vive nell'opulenza. La geopolitica può, in questo senso, dare un concreto aiuto alla comprensione e risoluzione di questi problemi.

    Il tanto declamato processo di globalizzazione dovrà prima o poi risolvere questi problemi e trovare all'interno delle maggiori libertà di mercato le risposte idonee a contrastarli. Ci si accorgerà allora che confini, etnie, religioni, non sono fattori fissi di discriminazione bensì di aggregazione dinamica nell'uso corretto della geopolitica per la coesione nazionale e la solidarietà internazionale.

  4. #4
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Carlo Terracciano

    Eurasia

    Limiti geopolitici del Continente Eurasia


    Dopo l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica e la fine della divisione politica dell’Europa in due blocchi contrapposti, a risorgere dalle ceneri di Yalta non è stato solo il Vecchio Continente ma anche la Geopolitica. Possiamo anche dire l’una in conseguenza dell’altro, in naturale simbiosi.
    Dottrina ostracizzata e demonizzata nel dopoguerra come “pseudoscienza nazista”, oggi le analisi geopolitiche riempiono le pagine di giornali, periodici, rotocalchi, arrivando persino talvolta ad intrufolarsi, QUASI SEMPRE A SPROPOSITO, nei discorsi di politici e politologi.
    Un termine geopolitico che, seppur molto a fatica, si sta facendo strada nelle analisi degli esperti, o presunti tali, è quello di EURASIA.
    Forse uno dei più abusati nell’uso che se ne fa ora, quanto fumoso nei reali contorni storico-geografici.
    Anche per le evidenti implicazioni di politica internazionale che esso rappresenta e sempre più rappresenterà nel futuro prossimo.
    Eppure Eurasia, nella terminologia geopolitica, è un CONTINENTE che ha un ben preciso connotato geografico.
    Intanto bisogna sfatare un luogo comune giornalistico, facilmente veicolabile dalla parola stessa, chiaramente composta da “Europa” e “Asia”; e cioè che essa non sia altro che la somma dei due continenti dei quali, in effetti, geograficamente parlando, è innegabile l’unitarietà, essendo l’Europa nient’altro che un prolungamento ad ovest della massa terrestre asiatica, una penisola di grosse dimensioni dell’Asia stessa.
    Europa a sua volta suddivisa in penisole (la Scandinavia, l’Iberia, la penisola italica…e isole).
    Se a questa unità dovessimo aggiungere l’Africa, avremmo quello che si denomina il Vecchio Mondo (meglio “Mondo Antico”) contrapposto all’altra grande massa di terre emerse che è l’America (le Americhe): potremmo definirla EURASIAFRICA, con un neologismo ridondante.
    In verità le cose non stanno affatto così.

    Bisogna prima di tutto ricordare che la suddivisione dei continenti considerata dagli studiosi di geopolitica NON corrisponde a quella che ci hanno insegnato fin dalle elementari, cioè i 5 Continenti: Europa, Asia, Africa, America, Australia (i cinque cerchi colorati del vessillo olimpico).
    Per la geografia classica i continenti sono masse di terra emersa circondate da mari e oceani ed atte alla vita dell’uomo; la qual cosa spiega, per esempio, perché l’Antartide, vera isola-continente a se stante, terra perennemente ricoperta di altissimi ghiacciai, non sia mai considerata come tale e semmai posta in parallelo all’Artide, notoriamente fatta solo si ghiaccio.
    Già da questa definizione possiamo dedurre che l’Europa appunto NON è un “continente” neanche per la geografia cattedratica ufficiale, rispondendo solo su tre lati alla caratteristica dell’isolamento marino e oceanico.
    Ad est il confine con l’Asia corre lungo la catena degli Urali per oltre 2000 km., da Circolo Polare Artico, al fiume Ural e al Caspio.
    Montagne non particolarmente alte, 1000/1500 metri e che al centro e sud degradano verso la depressione caspica. Poco più che un sistema collinare esteso in verticale.

    Nei millenni gli Urali non hanno mai rappresentato un vero baluardo alle migrazioni di popoli, in un senso e nell’altro, come dimostrano tra le tante le invasioni mongoliche della Russia e la colonizzazione russa della Siberia.
    In Geopolitica i continenti sono quelle aree della Terra che, per le loro caratteristiche di OMEGENEITA’, CONTIGUITA’, INTERDIPENDENZA economica, politica, umana, rappresentano una UNITA’, geografica e [quindi] anche storica; favorendo migrazioni di popoli, interscambi, conquiste che passano per alcuni nodi geostrategici essenziali.
    E si badi bene: queste Aree Geopolitiche Omogenee NON sono nettamente confinanti l’una con l’altra, ma intersecantesi tra loro. Proprio come i cerchi olimpici rappresentati l’uno concatenato all’altro.
    Ecco perché le aree confinarie, sul modello non del confine moderno ma del limes romano, sono rappresentate da fascie, molto estese e non nettissimamente definibili.
    Così uno o più stati odierni possono appartenere ad almeno due unità geopolitiche confinanti, anzi intersecatesi.
    Esempio: le penisole meridionali della grande penisola Europa, Iberia, Italia, Grecia sono certamente eurasiatiche (nel senso che specifichiamo oltre), ma contemporaneamente e altrettanto certamente Mediterranee.
    Il Mediterraneo (in medium terrae) infatti, mare chiuso, con numerose isole e penisole e con stretti che lo collegano sia all’Atlantico, che al Mar Nero e al Mar Rosso/Oceano Indiano (specie dopo l’apertura del canale di Suez) è esso stesso un’unità geopolitica.
    Non separazione, ma passaggio e collegamento tra le sue coste a nord e a sud, in Medio Oriente e nord-Africa, fin dai tempi più remoti.
    La posizione privilegiata della penisola italica al centro, con la Sicilia come nodo strategico di controllo (si pensi al ruolo decisivo del suo possesso nello scontro mondiale tra Roma e Cartagine o durante l’avanzata islamica o anche nell’invasione USA del continente nel 1943), spiega, per esempio, come gli etruschi prima e i romani poi siano stati per secoli i dominatori dell’area e questi ultimi gli unificatori totali del bacino mediterraneo.
    A sua volta il nordafrica arabo-islamico rappresenta un’altra catena intersecantesi con l’Europa attorno a questo mare, fino alle propaggini mediorientali; mentre il vero baluardo tra Magreb e “Africa Nera” corre a sud, nel vasto mare non di acqua ma di sabbia che, dopo il Sahel arriva alle savane e alle boscaglie nel cuore dell’Africa.
    Sahel e savana sono la loro elissi di congiunzione.

    Avendo sempre ben presenti questi presupposti, torniamo alla nostra Eurasia.
    L’unità geopolitica dell’Eurasia è allora rappresentata dalla penisola Europa, ben oltre la non rilevante “strozzatura” tra Kalinigrad e Odessa, fino agli Urali E l’intera Siberia, fino al mare di Okhotsk/Mar del Giappone, con a sud Vladivostock, la “Porta d’Oriente” e a nord lo stretto di Boering. Uno stretto peraltro superato nei millenni passati dalle popolazioni siberiane che raggiunsero il continente poi americano, percorrendolo da nord a sud, nonché da esploratori russi che arrivarono fino a metà dell’attuale California !
    Il VERO confine dell’ Eurasia, come unità sia geografica che politica, è quindi dato a nord dal Mare Glaciale Artico fino al Polo, ad ovest dall’Atlantico (vero separatore storico-geografico di due masse continentali ben distinte), a sud dal Mediterraneo/Bosforo/Mar Nero, fino al Caspio, lungo la linea meridionale del Caucaso.
    In Asia poi, da sempre, sono i deserti centroasiatici e le grandi catene montuose ad aver rappresentato il più naturale ostacolo tra “bacini geopolitici omogenei”; certo non insuperabili, ma comunque tanto ben netti da creare diversi tipi di civiltà, almeno fino all’avvento della moderna tecnologia di movimento.
    Per esser più precisi, partendo dal nord-Caspio e fiume Ural, potremmo indicare nel 50° PARALLELO all’incirca la linea di separazione tra Eurasia “bianca” (termine che usiamo senza alcuna connotazione razziale”) e Asia Turcofona; una fascia quest’ultima a sua volta storicamente omogenea, che corre dalla costa mediterranea della repubblica turca fino ai bassopiani delle ex repubbliche sovietiche islamiche e al Sinkiang cinese; Tagikistan escluso, il quale, a sua volta fa parte di quell’Islam “ariano” che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan, fino al tradizionale confine dell’Indo.
    Oltre inizia il “subcontinente indiano” che, protetto a nord dal bastione himalayano, ha sviluppato nei millenni una sua civiltà autonoma, che oggi conta ben oltre un miliardo di individui.

    Altra unità geopolitica l’Asia “gialla” con Cina - Mongolia - Corea - Giappone e poi Birmania - Indocina - Thailandia - Malesia fino agli arcipelaghi meridionali che, con l’Indonesia e la Guinea rappresentano il “ponte di isole” verso la grande isola-continente Australia.
    Tornando alla nostra Eurasia a nord del 50° parallelo del Kazakhistan, ancora abitato da forti minoranze russe post-sovietiche, possiamo considerare l’attuale confine russo-mongolo-manciuriano, dagli Altaj fino all’Amur-Ussuri come il confine tra i due mondi, le due “Asie”, o meglio l’Eurasia propriamente detta e le altre unità geopolitiche della più grande massa continentale mondiale.
    Notiamo per inciso che il baricentro di questa Eurasia, praticamente la Siberia nord-occidentale a ridosso degli Urali, fu indicato dal geopolitica inglese Sir Halford Mckinder, all’inizio del secolo scorso, come il famoso HEARTLAND, il “Cuore della Terra”, cioè il retroterra logistico della massa continentale più lontano e difendibile dall’attacco di una potenza marittima (ieri Impero Britannico, oggi Stati Uniti).
    Nel conflitto planetario tra il “Mare” e la “Terra”, intese come categorie geopolitiche in conflitto, il possesso dell’Heartland assicurerebbe il controllo dell’Eurasia, quindi dell’Isola Mondo, quindi del mondo intero.
    Le recenti invasioni americane di Afghanistan e Iraq, con minacce all’Iran e alla Corea del Nord e gli avamposti nel Caucaso (Georgia) e nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, possono essere letti (non solo, ma anche e diremmo principalmente) come il tentativo di penetrare quanto più possibile all’interno della massa continentale, verso l’Heartland appunto: mirando da una parte al “ventre molle” della Russia ancora non ripresasi dalla crisi post-sovietica dell’implosione dell’impero e dall’altra alle spalle “terrestri” della Cina, il cui baricentro politico e demografico è tutto spostato a oriente, verso il mare e le cui retrovie terrestri sono abitate in buona parte da popolazioni non-cinesi (Uiguri, Tibetani, Mongoli).

    La geostrategia della talassocrazia americana da due secoli a questa parte è di una tale linearità, a prescindere dal succedersi delle “amministrazioni” al potere a Washington, da non lasciare alcun dubbio sugli effettivi intenti anti-eurasiatici degli Stati Uniti d’America.
    I quali possono sempre contare sull’inviolabilità del proprio continente isola, almeno fino all’ 11 settembre 2001…
    A occidente dell’Eurasia le isole atlantiche e in particolare l’Islanda fanno parte sempre della storia e della geografia d’Europa, almeno dalle spedizioni vichinghe in poi.
    Notiamo infatti come la grande epopea scandinava sia arrivata da una parte alle coste americane (la Groenlandia e la Vinlandia) e dall’altra abbia attraversato per via fluviale l’intera Russia, dal Baltico al Mar Nero, per non parlare dei Normanni in Sicilia.
    L’unità eurasiatica da Reykjavik a Vladivostok, al di là dell’assonanza, è quindi una REALTA’ GEOPOLITICAMENTE (cioè geograficamente e storicamente) OMOGENEA.
    L’Islanda in questo senso, per la sua collocazione nord-Atlantica, non è solo parte integrante del mondo europeo scandinavo, ma eventualmente avamposto della difesa dell’Eurasia in quel settore, contro la minaccia marittima dell’altro lato dell’Atlantico. Non per nulla, cosa poco nota, fu occupata subito dalle truppe angloamericane che attaccavano la “Fortezza Europa” nella II Guerra Mondiale.
    La Groenlandia stessa, legata oggi alla Danimarca, pur se lontana geograficamente, è parte di questa storia europea.
    E’ la più grande isola del mondo, con i suoi 2.175.000 kmq.
    Thule (l’attuale Qaanaaq) tra lo Stretto di Nares e la Baia di Baffin è l’estremo avamposto proprio di fronte alla costa americana. Per esser precisi alle isole del nord Canada.

    L’Eurasia unita delineata dalla Geopolitica sarebbe indubbiamente il più esteso stato del mondo, con una popolazione etno-culturalmente omogenea, ma con una ricchezza di minoranze che rappresenterebbero i naturali punti di saldatura con le nazioni e i popoli delle altre “nicchie geopolitiche” confinanti: arabo-mediterranea, turche, iraniche, sino-mongoliche.
    E non dimentichiamo che lo stesso continente americano, sia quello “latino” ispano-lusitano a sud che, a nord, il Quebec francofono, hanno ancor oggi strettissimi rapporti di sangue, di lingua, di civiltà con il nostro mondo e l’Eurasia così delineata.
    L’Eurasia inoltre, per le sue dimensioni e la sua potenza, per la sua cultura e la sua pluralità creativa, rappresenterebbe un fattore di stabilità, di pace e di vero progresso nella Tradizione per tutti i popoli al di qua dell’Atlantico e del Pacifico.
    Una stabilità di equilibrio offerta soprattutto dal riconoscimento dei rispettivi limiti geopolitici di appartenenza, in sinergica collaborazione tra aree comunque autarchicamente autosufficienti.
    Ma, ovviamente, anche gli strateghi mondialisti della superpotenza oceanica USA conoscono la Geopolitica, le sue regole, i suoi confini.
    Essa è materia di studio nelle università americane e nei centri strategici militari.
    Del resto è già dai tempi dell’Ammiraglio Mahan che le FFAA U.S.A hanno tracciato le linee espansive della loro geostrategia planetaria.
    Il mito mobilitante del “Far West”!
    La marcia ad Ovest che prosegue idealmente il viaggio previsto da Colombo dall’Europa all’Asia, prosegue tutt’ora.
    Oggi in Afghanistan, in Iraq, in Medio Oriente, con la base fissa di Israele, domani ancor oltre contro Cina e Russia: QUINDI contro il nostro retroterra strategica, di noi europei.

    Già l’Europa occidentale fu sottomessa nella II Guerra Mondiale e incatenata nei trattati asimmetrici con al centro l’America, come la NATO, oramai superata, attorno all’asse oceanico atlantico.
    Una logica geopolitica “marittima” che ritroviamo nell’opera del trilateralista Huntngton.
    La nuova Europa che si tenta oggi di formare sarebbe solo un moncherino se fosse privata della sua naturale proiezione geopolitica siberiana, delle sue materie prime , ma soprattutto del suo SPAZIO vitale che in Geopolitica fa la potenza di uno stato, anzi E’ POTENZA.
    Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.
    O sapremo riconoscere l’inevitabilità del nostro destino geopolitico ed agire di conseguenza o saremo destinati a scomparire in un pulviscolo di staterelli impotenti, assoggettati tutti dall’unico comune denominatore dell’american way of life, il vero nome della globalizzazione mondialista

  5. #5
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    GEOPOLITICA ED IMPERIALISMO.

    Il recente smantellamento di una estesa rete spionistica israeliana in tutto il territorio USA, ed in particolare in quelle città, nelle quali è stata rilevata la presenza di nuclei dell’organizzazione Al Qaida (Hollywood, per citare una delle più famose), ci pone dinnanzi ad un fatto gravissimo, che non può esimerci assolutamente dall’analizzare in modo più profondo e meno massimalista, quelle che sono le "ipotesi di lavoro", strettamente interrelate alla tematica della Globalizzazione, ultima ed attuale frontiera degli studi storici e geopolitici. Anzitutto, mi sembra sia necessario chiedersi in che senso oggi noi parliamo di Globalizzazione, ovvero quale è l’esatto "modus agendi" in cui tale fenomeno va inquadrato. Il non dare una risposta a tale quesito, comporterebbe una visione distorta degli eventi che, limitata al fenomeno "si et si", non potrebbe offrirci quelle risposte oggidì tanto urgenti. Il fenomeno globalizzatorio va, anzitutto, inserito in quello che è lo studio comparativo delle civiltà, e del loro svilupparsi all’interno della Storia umana.

    Già, per chi non lo avesse capito, la storia dell’uomo è anche Storia di civiltà, che si susseguono in un continuo di alterne vicissitudini. Studiosi come Weber, De Gobineau, Durkheim, Spengler, Haushofer, Toynbee, Bagby, Quigley, Braudel, Fukuyama, Huntington, solo per citarne alcuni, hanno tentato di dare una definizione del concetto di civiltà, in grado di definirne anche le modalità di sviluppo. Civiltà è quel collant etno-culturale che accomuna differenti realtà comunitarie. Un collant, che, sebbene parta sempre caratterizzata da un elemento etnico di base, può tranquillamente finire con l’accomunare sotto di sé una pluralità di elementi etnici differenti, in quanto ciò che finisce col caratterizzare, anzitutto, una civiltà è proprio la comunanza di cultura. La razza finisce, col tempo, per divenire un elemento relativo al contesto "civiltà". Difatti possiamo benissimo avere razze differenti accomunate da un medesimo modello culturale o religioso (l’ecumenismo religioso cattolico o islamico, per esempio), o, viceversa, razze o etnie del medesimo ceppo, profondamente divise quanto a contenuti culturali (il caso della ex Jugoslavia è, a tal proposito, illuminante). Civiltà, dunque, come entità "totali", in grado cioè di inglobare al proprio interno i più svariati elementi, che sempre a tali entità dovranno far capo per essere identificati. Toynbee, molto discutibilmente, afferma che le civiltà inglobano, ma non sono a loro volta inglobate. Le civiltà, dunque, come entità prevalentemente culturali, sono provviste di una dinamica che le porta ad attraversare varie fasi. Vi sono studiosi come Quigley che vedono l’evolversi del processo civilizzatore in stadi definiti, altri come Melko in processi molto più dinamici, di continuo consolidamento da una fase all’altra, altri come il Toynbee, pensano ad un processo di continua risposta a determinate sfide, altri ancora come De Gobineau, vedono nella civiltà l’espressione di una determinata e definita realtà etnica, irrimediabilmente destinata alla decadenza, sin dal suo immediato sorgere, grazie alla continua opera di annacquamento dell’elemento razziale di base e via di questo passo. A parte le logiche differenze che caratterizzano i vari autori, tutti sembrano però esser accomunati dalla conclusione che le civiltà sono tutte caratterizzate da tre distinti momenti: quello della nascita, accompagnato da una forte conflittualità, quello del consolidamento che porta all’universalizzazione di quello che, inizialmente, era un contesto locale, ed infine, la decadenza, ovvero la fine di quella stessa civiltà. Tornando a noi, dunque, il concetto di "globalizzazione" non è nuovo agli occhi della Storia. Globale era la civiltà Classica, che accomunò ad una visione del mondo, un territorio che andava dalla penisola iberica al settentrione dell’India. Non meno globali, se vogliamo, erano le civiltà sorte sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. Dalla struttura di governo teocratica, al particolare politeismo, sino all’architettura, molto spesso caratterizzata da una forma di gigantismo nell’edificazione di mura e templi, questo tipo di civiltà conoscerà una espansione che le garantirà tre millenni di sopravvivenza, interrotti dall’irrompere sulla scena, dei popoli indoeuropei.

    Lo stesso Medio Evo, imperniato sulle strutture feudali, ha rappresentato, in un certo senso, una forma di civiltà "globale", almeno per l’intera Europa ed alcune entità statuali del vicino Oriente, come Bisanzio. Allora, quale è l’elemento che definisce "globale" l’attuale civiltà occidentale, demonizzandola agli occhi di molti? L’economicismo, diranno molti di noi. Il Liberalismo e la democrazia, vi diranno altri. Le scoperte scientifiche accompagnate da un’ipertrofica crescita economica, affermeranno altri ancora. La sintesi di questi ed altri elementi ancora, si potrebbe dire, estesa ad un contesto geopolitico planetario. Arrivati a questo punto, però, prima di arrivare a frettolose conclusioni, è bene orientarsi e capire, quali sono i più recenti sviluppi offerti dalla ricerca storica.

    Al riguardo, possiamo sommariamente distinguere tre scuole di pensiero: quella di derivazione marcatamente liberal-positivista, che vede nel proprio "enfant prodige" F.Fukuyama l’autore di punta.


    Perno centrale di questa scuola, è l’ineluttabilità del processo di adeguamento del mondo intero all’ideologia liberal-capitalista. Scintilla di tale processo starebbe nella caduta dell’Unione Sovietica, che porterebbe alla cosiddetta "fine della Storia", ovvero ad un mondo omologato al liberalismo, e per questa stessa ragione, depurato da qualsiasi rilevante conflittualità.

    La seconda scuola, è di derivazione marxista, con sfumature razionaliste. Il più recente ed accreditato rappresentante di tale scuola, è Toni Negri. Nel suo "Empires", costui preconizza l’avvento di un’entità sovranazionale, svincolata addirittura dalla potenza USA, che vede nel dominio economico delle Multinazionali l’impalcatura portante di tale disegno. Prospettiva principale, all’interno di tale entità è il raggiungimento della cittadinanza universale, vero strumento di liberazione globale, in grado di realizzare una totale parità di diritti, nell’ambito di una mai sopita, ottica di lotta di classe. La terza scuola di pensiero, ha in S.Huntington il principale cantore, seguito da autori come G.Faye ed altri. Si potrebbe dire, che qui si voglia prendere le mosse dalle analisi di uno Spengler o di un De Gobineau, sviluppandole successivamente in un’ottica di etnocentrismo di stampo "liberal". Questo tramite una visione dell’Occidente (inclusi gli USA), visto come una civiltà in declino, a cui farebbero da contraltare tutta una serie di realtà extraeuropee, animate da un forte sentimento di rivalsa nei riguardi di quest’ultimo. L’attuale momento storico, non sarebbe visto come caratterizzato da un’espansione in senso universalistico della civiltà occidentale, bensì da un acuirsi della suddivisione del mondo per civiltà, avendo le ideologie, con la caduta dell’URSS, perduto ogni senso d’esistere. Tali divisioni, imperniate su fattori etno-culturali, determinano l’esplosione di conflitti, che si verificano in determinati punti geostrategici "caldi", (teoria delle cosiddette zone "faglia"). Per evitare un disastroso acuirsi di tali conflitti, l’unica soluzione proviene dalla reciproca comprensione delle singole differenze, lasciando che ognuna si gestisca entro la propria area di appartenenza geopolitica. Tutte e tre queste analisi, presentano sicuramente delle prospettive affascinanti, per il solo e semplice fatto di analizzare il presente e l’immediato futuro con dei criteri che stravolgono la quotidianità degli eventi, in quanto tendono ad enfatizzare uno solo degli aspetti che la complessa realtà odierna ci presenta. Tutte queste teorie partono, però, inficiate da profondi vizi strutturali. Fukuyama nel preconizzare la "fine della Storia", è stato travolto dal successivo dispiegarsi degli eventi che, anzi, ha visto riproporsi in tutta la loro "magnitudo", conflitti e contrasti che nella sua visione, avrebbero dovuto essere superati dalla stessa storia. Questo a causa di un errore di fondo: l’eccessiva fiducia nel modello liberale hegeliano, la cui capacità di indirizzare l’umana volontà di potenza, verso traguardi di vita piccolo-borghesi è ben lungi dal poter essere realizzata. Il concetto di "Impero", dal Negri delineato, non è di per sé errato, anzi. Parte, però, inficiato dal vizio di un’analisi materialista che, in quanto tale, non può non portare che a soluzioni della medesima valenza del male che si vuole curare, al massimo intrise di un improvvido e fallace solidarismo classista. Il pensiero di


    Huntington, invece, pecca di una profonda ingenuità. La giusta considerazione sulla decadenza occidentale, non deve però, portare né alla sopravvalutazione delle realtà extra-europee, afflitte da mille problemi, dove sovente a fasi di impetuosa crescita economica, seguono fasi di violenta crisi. Allo stesso modo, se l’Europa ha visto ridimensionato il proprio ruolo politico, altrettanto non può dirsi per gli USA, rimasta l’unica e vitale super-potenza planetaria, in piena fase di ascesa. Il fatto che qualcuno ne contrasti la politica globalista, fa parte del normale e plurimillenario giuoco delle cose. Strano ed innaturale sarebbe, se nessuno osasse contrastare minimamente tale potenza. La Storia stessa, d’altronde, ci ha già mostrato come dopo periodi di grande conflittualità, seguano fasi di calma, a cui faranno sicuramente seguito fasi più movimentate. Lo stesso attentato di New York, o le gesta del terrorismo ceceno a Mosca, ci mostrano una situazione di nuova conflittualità, prima inconcepibile. Il bipolarismo USA-URSS, spostava i conflitti nelle aree periferiche del mondo. Africa, Asia meridionale, America Latina, erano, per lo più, i teatri di battaglia scelti dalle due superpotenze per risolvere in modo indolore i propri contrasti. La fine del bipolarismo, porterà tali conflitti sino al cuore delle due potenze. La situazione che così ci si prospetta, è molto più complessa di quello che a prima vista si potrebbe credere. Si può dire che essa è la sintesi di tutte e tre le teorie, perché se oggi è vero che quello che noi chiamiamo Mondialismo o Globalismo, (frutto e sintesi politico-economica occidentale degli ultimi 400 anni) rappresenta l’elemento in grado di catalizzare e convogliare verso un unico fine tutte le realtà nazionali del pianeta, è altrettanto vero che il raggiungimento di tale fine non è (come vorrebbe Fukuyama) lineare, ma intramezzato da profondi contrasti che determinano profonde discontinuità. Il fatto che l’Occidente (USA ed Europa Occidentale) annacqui le proprie radici identitarie in favore del melting-pot, non significa annacquamento dell’economicismo, anzi. L’eventuale sorgere di potenze extra-occidentali avviene sempre sotto l’attenta tutela dei centri di potere economico-finanziario che, ieri da Londra, oggi da New York, domani (perché no?) da Shangai o Tokyo, o da tutti e tre insieme, stanno arrivando al controllo pressochè totale del mondo.

    Se qui si può azzardare il paragone, il mondo è oggi nella stessa situazione in cui si trovava ai tempi dell’Ellenismo.

    Permeato da una ideologia universale, l’economicismo di matrice illuminista, vive una situazione che vede una potenza politico-economica, (gli USA) in fase di piena espansione. Una espansione che privilegia il lato economico-culturale, anziché quello della occupazione militare "de facto", limitandosi questa all’uso di basi extraterritoriali o all’imposizione di determinate scelte politiche, tramite pressione economica (le cosiddette "sanzioni"). Un disegno di espansione che potrebbe, in qualche maniera, ricordarci il primo Impero Romano, costruito su alleanze con stati vassalli autonomi, piuttosto che su annessioni territoriali dirette. Questo perché, un eccessivo sforzo militare di tipo espansivo, porta a quello che Von Clausevitz ha magistralmente definito, come "stato di sfinimento strategico", ovvero il logoramento determinato dall’eccessiva profusione di mezzi e risorse, in un raggio d’azione troppo vasto. Il ridimensionamento delle frontiere dell’impero romano operata da Adriano, rispetto alle conquiste ad Est di Traiano, l’attuale taglio alle spese militari di USA, Russia, Gran Bretagna ed altri, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, sono due magistrali dimostrazioni di tale concetto strategico. Nel caso degli USA ed i suoi alleati, si preferisce oggi adottare la nozione strategica di "Forza di intervento rapido", sinonimo di una nuova mobilità strategica a livello globale, coadiuvata da un supporto tecnologico di alto profilo. Tutto questo per "normalizzare" situazioni anomale (Irak, Afghanistan, Somalia, o in futuro Corea, Yemen, Georgia, etc.). Dietro agli intenti puramente "normalizzatori", potrebbe, però, nascondersi la chiave in grado di interpretare tutta questa situazione. Coloro che detengono il potere economico-finanziario globale, non sono settariamente uniti, anzi. Il fatto che oggi vi sia in giuoco il dominio del mondo intero, fa sì che, mai sopiti contrasti, riesplodano oggi con virulenza. L’incertezza dei risultati della campagna elettorale USA, con la conseguenza di una pericolosa instabilità politico-istituzionale, il taglio agli armamenti, la recessione della locomotiva economico-finanziaria, accompagnata da una generale discesa in basso delle Borse di mezzo mondo, hanno rimesso in giuoco la necessità di un evento in grado di rivitalizzare e trascinare le spinte alla speculazione finanziaria, pericolosamente trascinate in basso dalla recessione. Niente di meglio di una guerra di lunga durata, come quella dal presidente Bush oggi preconizzata. Una guerra non ufficialmente dichiarata, condotta con rapide azioni, in più contesti strategici nel medesimo tempo. Una concezione che però non vede tutti i globalizzatori d’accordo, anzi. Diciamo che oggi sono due le anime che si combattono. La prima vede il Globalismo come un fenomeno di crescita spontaneo, di cui l’azione politica rappresenterebbe solo un supporto in grado di accompagnare, con continui aggiustamenti di tiro, l’inarrestabile marcia dell’economia liberista. In tale contesto, l’opzione militare presenterebbe una valenza di puro contenimento, in situazioni di estrema instabilità. Caposaldo di tale politica è l’ecumenismo progressista, che, creando un un mondo senza frontiere, favorirebbe i fautori del liberismo finanziario più spinto. In tal modo, costoro, avrebbero accesso immediato a masse di mano d’opera a costo zero, e potrebbero compiere operazioni di speculazione finanziaria senza più dover fare i conti con le frontiere, l’unica barriera in grado di frenare o quanto meno modulare, queste vere e proprie aggressioni. La seconda "scuola", vede la Globalizzazione come un processo che necessita di forti motivazioni, in grado di spingere tutte quelle realtà a ciò riottose, ad un forzoso riconoscimento dell’Occidentalismo quale unica e valida alternativa. Il mobilitare le coscienze contro un comune nemico, tramite il classico "scontro delle civiltà", che ha nella demonizzazione di chi è culturalmente diverso il perno centrale, fa parte di un disegno che, volto a distogliere l’attenzione dalle nefaste conseguenze del liberismo economico, finisce con l’esaltare la vittoria del "civile" occidente sull’incivile "oriente", in un perfetto remake del colonialismo britannico dei bei tempi andati. Mobilitare, ridistribuire le responsabilità, in un contesto di controllo policentrico del mondo (come il recente riavvicinamento tra la Casa Bianca e Pechino, per es.), fanno parte di tale strategia.Un contesto in cui rientra, altresì, l’ambivalente e disinvolto uso di alleanze con Israele e con i Paesi Arabi al contempo, in grado di dare un ampio margine di manovra alla politica USA. Un subdolo giuoco di alleanze che vede in Israele l’antico e fedele alleato (nel ruolo di più importante base USA in Medio Oriente), ma che al contempo non esita a sponsorizzare, tramite l’alleato saudita e pakistano, i movimenti fondamentalisti sunniti (Al Qaida?). Israele, in quanto principe degli stati-satellite USA, potrebbe essere stato usato dalla fazione di "destra" dello schieramento mondialista, fornendo così un valido supporto organizzativo e logistico nell’organizzazione degli eventi americani del Settembre 2001, come da qualcuno sospettato. Ma, al di là delle innumerevoli analisi sulla natura e le modalità di crescita del fenomeno globalizzatorio, quali possono essere le possibili vie d’uscita ad una, apparentemente irrefrenabile, realtà? La soluzione potrebbe venire da quella realtà che S. Huntington ama contraddistinguere con il termine "indigenizzazione". Difatti, secondo questo autore, la globalizzazzione porta come conseguenza la riscoperta della specificità culturale, determinando dalla caduta del Muro in poi, la progressiva creazione di blocchi di interscambio economico regionale, alla cui base starebbe proprio la tanto decantata comunanza di valori culturali. I recenti tentativi delle varie "tigri" e "tigrotte" dell’Asia Orientale di dar vita ad un blocco contraddistinto dall’ "Asianesimo", ovvero un comune modo di concepire la vita politica e le relazioni economiche, la Comunità Europea, il Mercosur tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, il Blocco andino, costituito dalle nazioni del versante della costa pacifica dell’America del sud, i patti di assistenza economica tra i vari paesi dell’ex URSS ed altri ancora. Tutte queste realtà da una parte costituiscono uno strumento in grado di agevolare la penetrazione del globalismo, in quanto permettono al liberismo di adattarsi alle locali realtà socio-economiche, stravolgendone con il tempo le fondamenta. Ma da un’altra parte queste realtà potrebbero, del liberismo, divenire la tomba. Basterebbe che quella spinta all’ "indigenizzazione" si facesse reale, tramite una più spinta accentuazione della dimensione locale e regionale dell’interscambio economico, ed il processo globalizzatorio perderebbe la sua ragion d’essere. Conditio sine qua non perché ciò si verifichi, una decisiva presa di coscienza da parte delle opinioni pubbliche e delle "intellighentzije" delle varie realtà comunitarie, di tale dato di fatto. Un fenomeno, dunque, di ampia portata e sui cui tempi e capacità di realizzazione, ci sarà ancora molto da discutere ed aspettare.

    Umberto Bianchi

    Scrivi a:



    rivolta@freeweb.org

  6. #6
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La geopolitica in due puntate: 1. Mackinder


    di Giorgio Gattei

    Siccome l’Italia mi ha stancato, passo al mondo. Esiste una scienza (o non è per caso una pseudo-scienza?) che si denomina «geopolitica» e a cui si dedicano adesso perfino manuali didattici (C. Jean, Manuale di geopolitica, Laterza 2003; G. Lizza, Geopolitica. Itinerari del potere, UTET 2001). Però questi manuali sono alla lettura fin troppo verbosi e dispersivi, sicché la specificità dell’approccio geopolitico finisce per annacquarsi dentro presunte “leggi” di strategia militare oppure descrizioni giornalistiche di geografia economica. E dire invece che il nocciolo duro della geopolitica è quanto di più semplice ed essenziale ci sia, solo che va messo bene in evidenza senza fronzoli, come si cercherà di fare in questa nota in due puntate.
    La geopolitica (il cui nome, ma non il contenuto, è stato coniato da Rudolf Kjellén nel 1899) è l'indagine dei legami che vincolano (dovrebbero vincolare) gli eventi politici alla geografia, così da indirizzare al meglio le scelte diplomatiche delle nazioni. Infatti la politica estera non si svolge mai nell’astratto, bensì nel contesto di uno spazio terrestre in cui però - sta qui il nocciolo dell’approccio geopolitico - i luoghi della terra non sono tra loro tutti equivalenti, essendo alcuni più significativi degli altri. Quindi la geopolitica costituisce quel sapere che s’interroga sulla disposizione principale o secondaria dei luoghi della terra in modo da rappresentare, per così dire, una «geologia della politica» (P. P. Portinaro, Nel tramonto dell’Occidente: la geopolitica, in “Comunità”, 1982, n. 184, p. 33).
    La sua data di nascita è precisa: la sera del 25 gennaio 1904 quando il geografo britannico Halford John Mackinder (1861-1947) lesse, davanti alla Royal Geographical Society, una comunicazione dal titolo Il perno geografico della storia con l'intenzione dichiarata di ricercare una «formula che esprima almeno alcuni aspetti della causalità geografica nella storia universale. Se saremo fortunati, tale formula avrà un valore pratico poiché permetterà di vedere in prospettiva alcune delle forze antagoniste nell'attuale politica internazionale» (H. J. Mackinder, Il perno geografico della storia, in “I castelli di Yale”, 1996, n. 1, p. 130). Ma riveliamo subito la “formula” dedotta da Mackinder che dice che sulla terra c’è un'area geografica privilegiata il cui controllo politico potrebbe assicurare il dominio del mondo. Questo luogo strategico della terra, situato all’interno della «Isola del mondo» (l’unità continentale di Europa, Asia e Africa), è dato dalle grandi steppe siberiane che si estendono, oltre gli Urali e il mar Caspio, fino alla Mongolia. E’ questo il «cuore della terra» (Heartland), da cui deriva la regola, sintetizzata in un celebre aforisma del 1919, che «chi governa l'Heartland comanda l'Isola del mondo e chi comanda l'Isola del mondo governa il mondo». Tuttavia questo dominio universale non è immediato, necessitando di una particolare condizione che va riconosciuta, ma soprattutto rispettata, per arrivare a conquistare il potere mondiale.
    Ma soffermiamoci un poco su quest’Heartland. Intanto politicamente il «cuore della terra» è stato occupato, nel corso del Novecento, dalla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche contro cui il cosiddetto “mondo libero” ha scatenato, a partire dal 1917, una prolungata controffensiva che, dopo alterne vicende di cui la «guerra fredda» è stata soltanto la parte terminale, si è conclusa a suo favore con l'ammaina-bandiera rossa dal Cremlino nel 1991. Con ciò è finita la grande contrapposizione novecentesca del «comunismo» al capitalismo, ma con ciò si è posta fine anche alla problematicità della Russia, ora non più sovietica? Niente affatto, perché dal punto di vista geopolitico la Russia fa problema proprio in quanto russa, ossia perché accidentalmente “proprietaria” di quello spazio continentale compatto che Mackinder ha denominato il «cuore della terra».
    Va però eliminato anche un equivoco. Si è soliti sostenere che la geopolitica è nata solo in conseguenza dell'avvenuta occupazione imperialistica di tutta la terra da parte delle potenze europee, ed in questo senso si sottolinea la coincidenza temporale dell'analisi di Mackinder (che esplicitamente la «completa appropriazione politica» d’ogni terra libera, sicché «d'ora in poi si avrà a che fare con un sistema politico chiuso, ma di portata mondiale») con la più nota lettura che Lenin ha fatto nel 1916 del sopraggiungere, proprio a seguito dell’avvenuta occupazione integrale del mondo, ormai soltanto di «guerre di redistribuzione» degli spazi politicamente già occupati. Ma, così come gli storici hanno documentato la presenza nel corso del XIX secolo di un imperialismo europeo, antecedente all'imperialismo del Novecento, che hanno denominato «imperialismo del libero scambio», altrettanto “guerre di redistribuzione” si erano già date nel XVIII secolo, come è stata la guerra dei Sette Anni tra Francia e Gran Bretagna (che fu forse la prima guerra mondiale della storia perché simultaneamente combattuta in Europa, Asia e America) che ha avuto quale risultato di redistribuire dai francesi agli inglesi l’India e il Canada oppure le guerre napoleoniche, almeno per la dimensione coloniale che ha coinvolto l’Egitto, la Siria e le Antille. E che dire poi della grande rivalità tra Gran Bretagna e Russia zarista nel corso del XIX secolo che ha trovato momenti di confronto diretto nella guerra di Crimea ed indiretto nelle diverse guerre balcaniche e afgane? Così, se di guerre di redistribuzione si può parlare anche prima del «nuovo imperialismo» di Lenin (che è quello che aggiunge all’esportazione di merci, propria dell’imperialismo del libero scambio, anche l’esportazione dei capitali), altrettanto si deve dire della «questione geopolitica» che alla fine del XIX secolo si è solo complicata, vedendo entrare nel “grande gioco” diplomatico e militare la spartizione dell’Africa e poi anche, in seguito alla Grande Guerra, gli Stati Uniti d'America quali competitori a pieno titolo delle potenze imperialistiche europee (ciò spiega perché è possibile trovare elementi d’analisi geopolitica in autori ottocenteschi che pure scrivevano quando l'occupazione integrale del mondo era ancora in corso).
    Resta solo da completare la «formula geopolitca» di Mackinder che, se riflette e riordina il passato (soprattutto l’atteggiamento di permanente ostilità della diplomazia britannica verso la Russia zarista), prevede anche in futuro la strenua opposizione che il governo di Londra eserciterà contro la Russia sovietica. Infatti la formula stabilisce che chi governa il «cuore della terra» può aspirare al dominio del mondo solo con l’aggiunta di una precisa condizione logistica: essendo l'Heartland geograficamente rinchiuso all'interno della massa continentale euroasiatica, esso potrà esercitare la propria supremazia planetaria solo a condizione di arrivare a conquistare una qualche area contigua prospiciente gli oceani, una di quelle terre marginali che Mackinder localizza lungo l'arco della cosiddetta «mezzaluna interna» che circonda il «cuore della terra» e che comprende quattro «individui geopolitici»: la penisola europea, il Medio Oriente, la penisola indiana e l’Estremo Oriente. Nascono da questa regolai, per Mackinder, sia la volontà storica della Russia di riversarsi su una di quelle terre rivierasche per governare il mondo che la necessità per i popoli “non contigui” come quello britannico, che non hanno contatto fisico con le terre marginali perché appartenenti alla «mezzaluna esterna», d'impedirle di riuscirci. A questo scopo sarebbe necessaria, a detta del Mackinder dell'ultimo suo scritto pubblicato nel 1943, una alleanza atlantica che, facendo sempre perno sul «caposaldo avanzato» britannico, coinvolgesse anche gli Stati Uniti, considerati «la profondità in difesa», e si appoggiasse alla Francia quale «testa di ponte» sul continente europeo (H. J. Mackinder, Il mondo intero e come vincere la pace, in “Limes”, 1994, n. 1, p. 179).
    Come ben si vede, è questo sostanzialmente lo schema della NATO e della politica di «contenimento» dell’URSS che ha segnato tutti gli anni della guerra fredda, a prova che l'ottica geopolitica ha governato le relazioni internazionali tra le grandi potenze anche durante quel periodo di tempo (dal 1946 al 1990) di cui i commentatori tendono invece a documentare l'assenza dopo i fasti/nefasti geopolitici nazisti. In verità la strategia della guerra fredda non è stata che l'applicazione conseguente della regola di condotta, indicata da Mackinder, di respingere comunque la Russia, subendo appena quest’unica variante: che il compito del contenimento dell'Heartland, fino allora condotto in prima persona dalla Gran Bretagna, è stato ceduto agli Stati Uniti (anch’essi appartenenti alla «mezzaluna esterna») promossi a nuovi «poliziotti del mondo libero» in sostituzione dei vecchi ormai fisicamente esauriti. A loro volta le nazioni “rivierasche” (dall’Italia alla Turchia, dalle Filippine al Giappone) sono potute entrare in una stagione di sovranità limitata che ha permesso loro di fare a meno di una politica estera propria, dovendo comunque allinearsi alla superiore iniziativa geopolitica dell'“amico americano” (il caso della Francia gollista è naturalmente l'eccezione che conferma la regola).
    Però alla fine l’Unione Sovietica è miseramente implosa, ma ciononostante l’avversione geopolitica alla Russia è proseguita. Per forza: istruita dalla lezione di Mackinder la diplomazia americana ha continuato a vedere con sospetto qualsiasi proiezione “imperiale” della Russia di Putin, accusata di non essere a sufficienza democrazia, oltre i propri limiti ristretti. E ha finito per alimentare lungo la zona del confine ex-sovietico indifferentemente pacifiche “rivoluzioni colorate”, come in Ucraina o in Georgia, oppure conflitti terroristici violenti, come nella ex-Jugoslavia o in Cecenia. (Continua).

  7. #7
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    15 Jan 2007
    Località
    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
    Messaggi
    8,542
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La geopolitica in due puntate: 2. Spykman


    di Giorgio Gattei

    Nella visione geopolitica di Mackinder (vedi l’Avviso precedente) c’è un luogo privilegiato della terra - l’Heartland o il “cuore della terra”, coincidente con le grandi steppe euroasiatiche - il cui controllo politico può assicurare il dominio del mondo a condizione che chi là governa (la Russia, poi l’URSS e nuovamente la Russia) arrivi a traboccare sulle “terre periferiche” che lo circondano (la c.d. Mezzaluna interna) così da affacciarsi sui mari caldi, perché solo tramite l’accesso al mare può essere esercitato il “potere mondiale”. Da qui la necessità per le “nazioni non confinanti” che costituiscono la Mezzaluna esterna (la Gran Bretagna, il Giappone, gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia) di contenere quella minaccia espansionistica, russa o sovietica che sia.
    E’ questa visione geopolitica che per Mackinder giustifica la tradizione diplomatica inglese contraria alle mire egemoniche dello Zar verso l’Europa (sulla quale ha scritto un testo singolare Karl Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, L’erba voglio, Milano, 1978) oppure verso l’Asia centrale (P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi, Milano, 2004), che poi per Winston Churchill (che di geopolitica se ne intendeva) diventerà l’opposizione all’esportazione della rivoluzione bolscevica mediante un “cordone sanitario” di stati reazionari alle frontiere dell’URSS (quindi giustamente uno storico americano ha potuto far iniziare la “guerra fredda” dall’ottobre 1917: D. Fleming, Storia della guerra fredda (1917-1960), Feltrinelli, Milano,1964). Dopo il 1945 gli Stati Uniti hanno raccolto quello stesso compito dalla Gran Bretagna, esausta per il secondo conflitto mondiale, sviluppando una “politica di confronto” con l’URSS (come consigliato dall’ambasciatore George Kennan nel “lungo telegramma” spedito da Mosca nel 1946) proseguita per quasi 50 anni lungo tutto l’arco della Mezzaluna interna, chi a spingere e chi a respingere: dalla guerra di Corea (1950-53) finita con sostanziale pareggio alla guerra del Vietnam (1964-1973) con sconfitta americana fino alla guerra d’Afghanistan (1979-1989) con sconfitta sovietica - la rivoluzione cubana (1959) con successiva “crisi dei missili” (1962) essendo l’eccezione geografica che conferma la regola.
    L’implosione dell’URSS nel 1991 non ha modificato più di tanto la logica del contenimento teorizzata da Mackinder perché la Russia è pericolosa non perché sovietica ma perché russa, ossia titolare di quel tesoro geopolitico costituito dal “cuore della terra”. E’ per questo che l’ostilità tra le due superpotenze sopravvive alla fine del comunismo né c’è da meravigliarsi se fin dal 2000 l’allora Segretario di Stato americano Madeleine Albright aveva avvertito di «dimenticarsi che la guerra fredda sia finita» (P. Buongiorno, D’improvviso scoppia una nuova Guerra fredda, “Panorama”, 1.6.2000). E mo’ ci spiegano che «in un senso più profondo la guerra fredda non è mai finita perché la sua sostanza, prima che ideologica, era geopolitica. Non si trattava solo dello scontro fra due visioni del mondo simmetricamente incompatibili. La posta in gioco era il dominio del continente euro-asiatico, quindi la primazia globale» (L. Caracciolo Guerra fredda: il ruggito delle due superpotenze, “La Repubblica”, 1.5.2007). Non solo lo era, ma lo è tuttora: è infatti la “sostanza geopolitica” ad imporre ai paesi della Mezzaluna esterna, che si proclamano “mondo libero”, di mantenere l’Heartland entro i propri, possibilmente più ristretti, confini.
    Tuttavia la recente ripresa d’interesse scientifico per la geopolitica è conseguenza di un suo mutamento di segno che giustifica la ben più complicata dimensione delle relazioni internazionali attuali. Si dà infatti il caso che nella sua storia novecentesca la geopolitica non abbia offerto soltanto l'interpretazione (e la regola di comportamento) di Mackinder, ma pure una importante variante ad opera dell'americano Nicholas J. Spykman (1893-1943) in concorrenza con la precedente. Riflettendo, nel pieno della Seconda guerra mondiale, sui conflitti di “redistribuzione imperialistica” del passato Spykman aveva infatti notato come in tutti quei momenti il problema geopolitico non si era mai posto per la Gran Bretagna come sostenuto da Mackinder, ossia in opposizione alla Russia, bensì con una sua difesa dalle grinfie di una qualche nazione della Mezzaluna interna (da Spykman ridenominata Rimland, ossia “terra marginale”) proiettata all’assalto al potere mondiale, come la Francia di Napoleone, la Germania di Guglielmo II oppure, al momento, quella di Adolf Hitler.
    Da ciò egli traeva la conclusione che dal punto di vista geopolitico uno stato europeo dall’Atlantico al Pacifico, come quello nazista se vittorioso, non era poi tanto da preferire ad uno stato russo dal Pacifico all’Atlantico, e quindi le nazioni “non contigue” (da Spykman denominate offshore) dovevano ripensare la loro strategia d’intervento prevedendo (come peraltro succedeva nella guerra in corso) anche un’alleanza con l’Unione Sovietica pur di salvare l’Heartland dalle mire di un Rimland all’offensiva. Per questo lo slogan geopolitico di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland governa il mondo” andava rovesciato in «Chi controlla il Rimland governa l’Eurasia, chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo» (N. Spykman, Geography of the peace, Harcourt Brace, New York, 1944, p. 43). Siccome gli Stati Uniti «si troverebbero comunque stretti nella morsa di una forza superiore se dovessero confrontarsi con un Rimland euroasiatico unito» (idem, p. 45), era giocoforza che si appoggiassero perfino a “zio Joe” (Stalin) pur di salvarlo dalla tenaglia dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo.
    Però, a vittoria guadagnata, l’allargamento dell’influenza sovietica in Europa (anche mediante la “quinta colonna”, come allora si diceva, dei partiti comunisti) e la “perdita” della Cina per iniziativa di Mao Zedong è risultata impraticabile la “variante geopolitica” di Spykman (invece di aiutare i “rossi”, adesso bisognava respingerli). E’ per questo che la “guerra fredda” si è svolta, come già detto, secondo la precedente regola di Mackinder. Ma, finito l’impero sovietico, è tornata di attualità la tesi opposta di Spykman: non è che quegli “individui geopolitici” che compongono il Rimland (nell’ordine: l’Europa occidentale, il mondo islamico, l’India e la Cina comunista) potessero approfittare del vuoto di potere creatosi al centro dell'Eurasia per congiungersi col “cuore della terra” così da conquistare il potere mondiale togliendolo agli Stati Uniti? Il cambiamento di startegia non era affatto di poco conto, se solo si pensa che nell'ipotesi di Mackinder conveniva alla “sicurezza” americana un’Europa unita per resistere meglio alle pressioni sovietiche, mentre nella variante di Spykman serve di più un'Europa frammentata e incerta che non si muova come unico soggetto politico nei confronti della Russia (da qui l’essenziale “funzione di disturbo” esercitata dalla Gran Bretagna, politicamente dentro l’Unione Europea ma economicamente fuori dall’euro, e dalla Polonia, nazione cattolica stretta tra la Germania luterana e la Russia ortodossa).
    In verità è dalla fine del XX secolo che quei nuovi attori internazionali hanno mostrato, ognuno a suo modo certamente, un dinamismo geopolitico che sarebbe stato impensabile finché c’era lo spauracchio dell’URSS: sparito questo, l’Unione europea si è data una forma politica embrionale che ha emesso una propria moneta concorrenziale al dollaro, il mondo islamico è scosso da un fondamentalismo religioso che incita al jihad contro il Satana americano, Cina e India si sono trasformatori in competitors commerciali sia di merci che di capitali. E così gli Stati Uniti, che si erano illusi di essere diventati la «nazione indispensabile» (R. Kagan, Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2003, p. 106), si sono trovati alle prese con una instabilità planetaria in cui l’Heartland resta comunque un soggetto da non fidarsi, mentre il Rimland s’intrufola in Africa e perfino nel “cortile di casa” latino-americano. C’è veramente da preoccuparsi. Di fronte a tanto mondo difficile gli Stati Uniti (la dichiarazione è in un documento interno del Pentagono) avrebbero dovuto operare per «impedire che qualsiasi potenza ostile domini un regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale», dove «le regioni critiche comprendono l’Europa, l’Asia orientale, il Medio Oriente, l’Asia sud-occidentale e il territorio dell’ex Unione Sovietica. Abbiamo in gioco importanti interessi anche in America Latina, Oceania e Africa sub-sahariana» (Defense planning guidance for the fiscal years 1994-1999, “New York Times”, 8.3.1992). Il che è però come dire che le regioni critiche sono tutto il resto del mondo tranne loro (continua, perché c’è dell’altro).

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 16-11-13, 18:53
  2. Breve Introduzione alla Genetica Ondulatoria
    Di taxydriver nel forum Salute e Medicina
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 24-11-12, 17:46
  3. Intervista a Paolo Franceschetti - Introduzione alla Massoneria
    Di dedelind nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 21-04-12, 21:45
  4. Breve introduzione alla filosofia di San Tommaso
    Di Thomas Aquinas nel forum Cattolici
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 26-04-05, 17:27
  5. Introduzione alla Liturgia
    Di Thomas Aquinas nel forum Cattolici
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 24-01-05, 12:12

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito