Il 20 ottobre e l'unità della sinistra di Alberto Burgio
su Il Manifesto del 28/10/2007
Il 20 ottobre è stata una magnifica giornata. Oggi possiamo dirlo, tirando un sospiro di sollievo: c’era il rischio che la sinistra mettesse plasticamente in scena la propria crisi. E allora ne avremmo viste delle belle, altro che «risarcimento sociale». Per fortuna, il pericolo è scampato. Non è esagerato dire che la piazza rossa del 20 ha mostrato la vitalità della sinistra sociale e politica e addirittura la tenace persistenza del caso italiano. Ora si tratta di mettere a valore questa straordinaria mobilitazione, raccogliendo le istanze che essa ha posto.
Tra queste, si è detto, c’è la domanda di unità della sinistra. È indubbio. Così come è indiscutibile che si tratta di una domanda razionale. L’anno che ci sta alle spalle dice che senza unità la sinistra non regge alle spinte moderate dell’Ulivo. E se la legislatura continua potrebbe essere ancor peggio, dopo la nascita del Pd. È dunque un bene che la ricerca dell’unità politica della sinistra veda oggi impegnati anche quanti in passato non la condivisero. Conviene infatti ricordarlo. Anche se taluni sembrano scoprirla appena adesso, la domanda di unità della sinistra critica è in campo da anni, da quando Luigi Pintor lanciò, inascoltato, l’idea di una Costituente. Poi ci provarono, invano, il sindacato (il Forum di «Lavoro e società») e, prima delle ultime politiche, il manifesto e la Camera di consultazione di Asor Rosa. È quindi una buona cosa che oggi siano per l’unità della sinistra anche quanti ieri la osteggiarono. Ed è un motivo di speranza. Ma il punto è che la domanda di unità della sinistra non è solo razionale. È anche complessa. E impedisce risposte semplicistiche.
È una domanda complessa nel senso che non coinvolge solo problemi che in passato hanno ostacolato il percorso unitario. Solleva anche questioni che, piaccia o meno, segnano tuttora la discussione nella sinistra italiana. Limitiamoci, per brevità, al terreno politico. A sinistra ci sono quattro formazioni, la maggiore delle quali, Rifondazione comunista, è nata dal rifiuto della Bolognina. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma non per questo si può dire che quella storia è chiusa. Nel 1991 ci si ribellò alla liquidazione del Pci per svariati motivi. Non si accettava la cancellazione della presenza comunista in Italia. E si valutava in modo diverso lo scenario internazionale (proprio allora scoppiò la prima guerra del Golfo, e il Pds si astenne sulla partecipazione italiana a quella tragica avventura). Ma la ragione qui e ora più attuale riguardava proprio il lavoro e la politica economica. Chi fondò il Prc dava una lettura radicalmente negativa della «modernizzazione» neoliberista: della teologia della parità di bilancio e delle compatibilità nel nome della quale la sinistra moderata che dava vita al Pds si accingeva a svolgere in Italia la funzione di Blair (e in parte di Thatcher) a suon di privatizzazioni e precarizzazione del lavoro.
Questo ieri. E oggi? Oggi come sedici anni fa questa materia è fonte di controversie.
Anche tra quanti si collocano a sinistra del Pd vi è chi rivendica la Bolognina, valuta positivamente la concertazione e la flessibilità, considera indiscutibili i vincoli di Maastricht e guarda con sospetto all’intervento pubblico in economia. Non è un caso. A sinistra convivono tuttora culture diverse: una cultura di classe, che legge il rapporto di produzione capitalistico in termini conflittuali; e una cultura progressista, che lo concepisce invece come una relazione cooperativa che, se ben governata («concertata»), può dar luogo a una collaborazione armonica. Quando ci si chiede perché dirsi ancor oggi comunisti, la risposta chiama in causa queste questioni fondamentali. Rappresentare le quali come «idoli identitari» non è solo prepotenza, ma anche superficialità e pressappochismo: un indice di quell’offuscarsi della cultura politica che ha reso tanta parte della sinistra italiana subalterna al punto di vista dell’avversario.
In realtà banalizzare questi problemi comporta due gravi rischi, tanto più che alcuni fans dell’unità non si limitano a raccomandare di fare presto. Chiedono anche di sciogliere i partiti esistenti per fare un solo partito della sinistra. Il primo rischio è che, così facendo, le differenze politiche ignorate o rimosse si vendichino dando luogo a dissidi ancor più problematici dell’attuale frammentarietà. Il secondo rischio è, se possibile, ancor più serio. E impone una riflessione scomoda, forse anche un po’ sgarbata.
Forse non ci si avvede che la scomparsa del Prc e del Pdci rischierebbe di far prevalere anche a sinistra opzioni moderate, più «compatibili» con lo spirito del tempo. Rischierebbe di sradicare la cultura di classe decomunistizzando la sinistra e portando a compimento, a scoppio ritardato, la svolta della Bolognina. È davvero curioso, a questo proposito, che chi nello splendido successo del 20 legge la richiesta di fare il partito unico della sinistra non si accorga della propria contraddizione. La manifestazione ha vissuto su una piattaforma di classe. Ha reclamato una intransigente difesa dei diritti del lavoro. Ma la radicalità di quelle sacrosante richieste – del tutto identiche a quelle sottese al rifiuto della Bolognina – non accomuna affatto l’intera sinistra di alternativa e verrebbe inevitabilmente sacrificata dall’eventuale costruzione di un partito unico.
Tutto ciò per dire che l’unità è un’utopia? Naturalmente no. È possibile e necessario mettere subito a valore gli elementi condivisi, sapendo che ciò che oggi non è ancora comune potrebbe diventarlo domani. Ma rimuovere le differenze, questo sì sarebbe dissennato. Chi ha a cuore la battaglia per l’alternativa al capitalismo dovrebbe essere il primo a diffidare di improvvide precipitazioni. Ricordando che anche in politica prepotenza e fretta sono pessime consigliere.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=19244




Rispondi Citando
