José Manuel Barroso ha ottenuto il voto, a scrutinio segreto, del parlamento di Strasburgo a favore della sua nomina a presidente della Commissione europea, carica alla quale era stato designato, a maggioranza, dal Consiglio europeo (composto dai capi di governo e di stato dei paesi membri).
A differenza di Prodi, Barroso ha scelto, sin dall’inizio, di non barcamenarsi. Ha optato per una strategia di dichiarata indipendenza dai governi più influenti dell’Unione, incurante del fatto d’essere mal visto da socialisti, verdi, ex comunisti, euroscettici; e del fatto che proviene da un paese, il Portogallo, che in termini di voti conta assai poco. Barroso aveva dichiarato che se il parlamento avesse approvato la sua candidatura, ciò avrebbe comportato l’approvazione del suo programma, secondo il quale nella Commissione non ci sarà posto né per commissari di prima e seconda categoria né per vicepresidenti forti, dotati di incombenze a grappoli. Il disegno franco-tedesco di un super commissario con grandi deleghe all’economia, che di fatto avrebbe dovuto rispondere al club delle super potenze, da loro controllato, non si potrà dunque realizzare. Del resto Germania e Francia avevano proposto il belga Guy Verhfstadt contro Barroso e lui non ha alcun debito da saldare con loro. La tesi per cui l’Europa dei 25 non sarebbe governabile senza un super ministro economico e qualche altro super ministro, che risponde a un club ristretto di paesi, non piace a Barroso.
Lui preferisce un modello in cui è il presidente della Commissione che, giocando sulla molteplicità dei governi dell’Unione, risponde al compito di assicurare la governabilità. In sostanza, egli vuole dare all’Unione un modello simile a quello della public company, la società per azioni che dipende dal popolo degli azionisti, non da un gruppo di grandi azionisti di minoranza, in cui voti, nello stile di Mediobanca, si contano, non si pesano. Non sarà facile indurre l’asse franco-tedesco ad accettare che nella futura Unione il loro voto peserà quanto quello degli altri. Ma coloro che avevano predetto che l’Italia, avendo snobbato l’asse Parigi-Berlino, si sarebbe trovata ai margini, ora hanno davanti una realtà diversa.
da il Foglio del 23 luglio
saluti




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