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    Immaginario e strette autoritarie dopo l'11 settembre

    di Vladimiro Giacché *

    su Essere comunisti 1/1 del 01/06/2007


    The sound of silence

    Il catalogo delle aberrazioni e regressioni «post-11 settembre» è così lungo da far invidia a Leporello e al suo catalogo. Non manca praticamente nulla: violazioni del diritto internazionale (regredito di fatto ai principi vigenti prima della pace di Westfalia del 1648), violazioni dei diritti garantiti dalla Costituzione Usa, ricorso massiccio alla tortura, carcerazioni preventive, negazione dei diritti della difesa, inosservanza della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra e sulle norme umanitarie da tenere in caso di conflitto, e così via.
    Un capitolo interessante di questo vero e proprio museo degli orrori del «mondo libero» è quello rappresentato dalla censura. Censura di immagini, parole – e suoni. Quest’ultimo è un aspetto poco noto della faccenda. Le cose stanno così: subito dopo l’11 settembre i canali radiofonici degli Stati Uniti smisero di mandare in onda centinaia di canzoni i cui testi avrebbero potuto ricordare in qualche modo il crollo delle torri gemelle, urtando la sensibilità dei radioascoltatori. Allo scopo furono diffusi elenchi di canzoni «con testi discutibili», da non ascoltare[1].
    La cosa divertente è che in questi elenchi si trovano molti dei pezzi più significativi di un secolo di musica leggera. I motivi della loro presenza in queste liste di proscrizione sono i più diversi – ed è proprio la varietà dei motivi a rendere questi elenchi un insigne monumento all’imbecillità della censura. In primo luogo, via tutti i riferimenti a incendi, voli, gente che precipita e passaggi a miglior vita: e quindi via Burning Down the House dei Talking Heads, Jet Airliner di Steve Miller e com’è ovvio anche Aeroplane dei Red Hot Chili Peppers; via When You’re Falling di Peter Gabriel, nonché Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan e persino A Day in the Life dei Beatles. Ma si ritenne che in fondo anche il solo riferimento a viaggi e biglietti da viaggio potesse turbare il povero ascoltatore statunitense sotto shock: e quindi via anche Ticket to Ride degli stessi Beatles. Bandite anche le canzoni in cui sono presenti esplosioni, sia pur metaforiche: come Sex Bomb di Tom Jones. La serietà del momento impose inoltre di eliminare anche canzonette di tenore eccessivamente ottimistico e spensierato, e quindi via anche What a Wonderful World di Louis Armstrong e Dancing in the Streets di Martha & the Vandellas. D’altra parte, anche l’idea che «nulla potrà essere come prima» (la stessa idea che Bush e i suoi provvedevano in quegli stessi giorni a ficcare a martellate nella testa degli Americani e dell’intero mondo occidentale), avrebbe potuto cagionare tristezza e angoscia se trasmessa attraverso la musica: e quindi via anche New York, New York di Frank Sinatra.
    Da ultimo, siccome «siamo in guerra» e «Dio è con noi», si è deciso di proibire l’ascolto di canzoni pacifiste, antireligiose e dal vago sapore antinazionalistico: quindi via anche Imagine di John Lennon. Nella lucida follia che promana da questo elenco, quest’ultima è l’unica scelta, se non sensata, almeno coerente: si sa infatti che a suo tempo John Lennon fu sorvegliato dall’FBI per sospette attività antiamericane.

    La verità del patriottismo

    Purtroppo, su quello che è pro-americano e quello che è anti-americano, patriottico o anti-patriottico, non è sempre facile fare chiarezza. Ormai, anche nelle azioni apparentemente più patriottiche si annida il rischio dell’attività «anti-americana». È il caso dell’acquisto dei deliziosi adesivi magnetici da applicare alle automobili con su scritto Pray For Our Troops. Ora, lasciamo da parte il fatto che l’andamento della guerra in Iraq legittima letture dell’invito a «pregare per le truppe» come sinistramente profetico, se non addirittura malaugurante. Il problema vero – a quanto si è saputo – è un altro: è che oggi la maggior parte di questi adesivi sono prodotti da manifatture cinesi, che hanno messo in ginocchio i produttori statunitensi. Ha motivo di lamentarsene in particolare il sig. Gullion, che con grande intuito commerciale nel 2003, a invasione dell’Iraq appena iniziata, aveva messo in piedi la società Magnet America per commercializzare gli adesivi magnetici, e che già a fine 2004 era stato surclassato da produttori cinesi, venduti nei grandi magazzini made in Usa[2]. Business is business…

    Fine dei vecchi tabù

    La «terza via» di Tony Blair si caratterizza, ci dicono i riformisti di casa nostra, per la capacità di «giocare la partita della modernità», facendo cadere tutti i vecchi tabù in cui è impastoiata la vecchia sinistra in giro per l’Europa.
    I tabù infranti da «Bliar» non sono davvero pochi. Si comincia con la partecipazione a una guerra giustificata con menzogne evidenti e motivata con interessi economici altrettanto evidenti: fine del tabù secondo cui i laburisti dovrebbero fare una politica estera diversa da quella della signora Thatcher. Ma non si finisce affatto qui. Negli ultimi mesi questo inventivo leader ci ha regalato una serie pirotecnica di iniziative ammazza-tabù. Pensiamo ai progetti di eugenetica sociale, espressi nella memorabile affermazione secondo cui lo Stato dovrebbe intervenire, «anche prima della nascita» (sic), per impedire ai bambini nati in famiglie difficili di divenire delinquenti; in questo caso i tabù infranti sono addirittura due: il principio liberale secondo cui allo Stato spetterebbe creare pari opportunità di partenza per tutti i cittadini, e quello che vede nell’eugenetica roba da nazisti.
    Pensiamo alla schedatura del DNA di qualcosa come 24.000 adolescenti effettuato da parte di Scotland Yard e alla rivendicazione, da parte dello stesso Blair, della necessità per i cittadini di portarsi dietro carte per l’«identificazione biometrica» per meglio aiutare lo Stato a combattere la «Guerra al Terrore»: fine del tabù tipicamente britannico del rispetto e anzi della sacralità della privacy. Pensiamo all’installazione di qualcosa come 4,2 milioni di telecamere-spia, che riprendono in media ogni cittadino britannico non meno di 300 volte al giorno; e che in qualche caso, come nella città di Middlesbrough, sono collegate ad altoparlanti da cui i poliziotti possono impartire direttamente ordini ai cittadini indisciplinati. Pensiamo alle recenti disposizioni impartite dal governo inglese secondo cui gli impiegati pubblici dovranno segnare con strisce di nastro adesivo nero il punto esatto in cui sistemare il computer, il mouse, il telefono e anche le biro sulla scrivania; tutti questi oggetti non potranno più essere spostati dalle posizioni assegnate, e non sarà ammesso nient’altro sulla scrivania: nemmeno le foto dei familiari, in quanto rappresentano una «distrazione». Fine del tabù secondo cui il Grande Fratello di Orwell è roba da paesi comunisti.
    Infine, dulcis in fundo, pensiamo al tentativo (riuscito) di impedire all’Unione Europea di avere una politica comune in materia sociale e al tentativo (anch’esso coronato da successo) di ridurre la portata della Carta europea dei diritti alle sole politiche comuni (quindi non alle politiche sociali). Fine del tabù secondo cui il partito laburista dovrebbe difendere i lavoratori[3]. Ma anche di un altro antico pregiudizio: quello secondo cui i nomi delle cose dovrebbero avere qualcosa a che fare con le cose che designano (nomina sunt consequentia rerum, si diceva una volta). Non è più così: oggi basta premettere un new al nome, e a esso si può dare un significato non soltanto diverso, ma antitetico a quello di un tempo. Il new labour può quindi con serenità praticare una politica, non soltanto diversa, ma opposta a quella del «vecchio» partito laburista. Tra i tabù infranti da Blair, è questo il più importante.

    I nuovi tabù

    Ai vecchi tabù che cadono si sostituiscono, praticamente in tutti i settori, nuove proibizioni. Alcune decisamente sorprendenti. Ad esempio, nell’anno di grazia 2006 i quadri di Hieronymus Bosch sono stati messi al bando dai licei polacchi: questo in quanto il dipinto sull’inferno del grande pittore olandese è stato giudicato di «contenuto osceno e pornografico» dai responsabili dell’istruzione pubblica.
    Meno sorprendente il fatto che un concerto del cantautore tedesco Konstantin Wecker, che doveva tenersi presso il ginnasio di Halberstadt, sia stato proibito dalle autorità locali perché il cantautore non aveva voluto rinunciare al titolo del concerto, in cui era menzionato l’antifascismo: tutto questo per non urtare la suscettibilità del NPD, un partito neonazista piuttosto «rumoroso» in quella città. Sono comunque giustificati tanto l’indignazione del Consiglio degli ebrei tedeschi, quanto il commento del cantante interessato: «Se “Antifascista” non è più considerata una parola normale in questa democrazia, allora mi domando: in quale regime viviamo?». È una domanda che avrebbe molto senso porsi anche in Italia.
    Ma c’è di peggio. Se dalle nostre parti è ormai senso comune affermare che la «lotta di classe… non esiste più» (lo dice tra gli altri Michele Salvati, guevarista in gioventù e oggi pensatore liberal di area diessina), nella Repubblica Ceca è stata messa fuorilegge dal Ministero dell’Interno l’organizzazione giovanile del partito comunista, proprio a causa dei cenni alla «lotta di classe» e al superamento del capitalismo. La motivazione l’ha offerta in un’intervista lo stesso presidente della repubblica ceca, Vaclav Klaus: «la nostra Costituzione vieta l’uso del termine ‘lotta di classe’». Buffo: una cosa che per qualcuno non esiste, ad altri fa tanta paura da non poter essere neppure nominata.
    Ma, ancora una volta, ciò che è grottesco non è per ciò stesso innocuo. Tutt’altro. E vale la pena di ricordare che nella Germania Occidentale degli anni Cinquanta la messa fuorilegge del partito comunista (tuttora in vigore) fu preparata dalla messa al bando della sua organizzazione giovanile[4].

    La Costituzione blindata

    È facile constatare che i tabù non cadono soltanto nel Regno Unito. Così, un tempo la Costituzione sovietica era oggetto di irrisione per il fatto di essere una costituzione che, anziché stabilire una cornice di diritti fondamentali, pretendeva di imporre una concreta configurazione della società. Oggi può accadere che la Camera dei deputati svizzera inserisca tra i valori costituzionali nientemeno che il segreto bancario[5]. E in Germania si discute in tutta serietà di riscrivere la Costituzione al fine di adattarla alle necessità di un’«economia di mercato»: un libro recente critica il «privilegio attribuito all’eguaglianza rispetto alla libertà» nell’attuale Costituzione della Repubblica Federale Tedesca, chiedendo che i diritti della «persona» e – soprattutto – della «proprietà» siano posti esplicitamente al centro delle norme costituzionali. Nella nuova Costituzione proposta in questo volume troviamo quindi l’abolizione della contrattazione nazionale (per consentire alle «libere forze del mercato» di dispiegarsi azienda per azienda senza più l’impaccio rappresentato dalle organizzazioni sindacali); e anche un sistema elettorale maggioritario che va ben oltre la «semplice» clausola di sbarramento al 5% per i partiti: il tutto al fine di semplificare e rendere più efficiente e manageriale (cioè più sbrigativo e autoritario) il funzionamento del sistema politico[6].
    Scandalizzarsi per queste proposte sarebbe del tutto fuori luogo. Tanto più che il passaggio a una «Costituzione» che assuma esplicitamente non soltanto i principi di fondo dell’attuale costituzione materiale della società, ma addirittura le concrete politiche neoliberali, è già avvenuto. Per rendersene conto è sufficiente sfogliare il testo (non per caso mastodontico) della cosiddetta «Costituzione europea», per fortuna congelata dal voto contrario dei cittadini di Francia e Olanda. Con ragione Rossana Rossanda l’ha definita come «la costituzione sovietica alla rovescia»[7]. In essa, infatti, si muove dal dogma della superiorità della cosiddetta «società di mercato» e, come si dice nel testo, della «concorrenza libera e non falsata» (concetto che ha molto in comune con l’Araba fenice…). Di più: l’«economia di mercato» è esplicitamente fissata come «ordine fondamentale conforme alla Costituzione stessa». Il che in linea di principio rende possibile perseguire, a termini di Costituzione, chiunque volesse sostituire quest’«ordine» anche se in modo pienamente pacifico e democratico. Conseguentemente, sono riconosciuti tra i «diritti fondamentali», senza le limitazioni presenti in diverse Costituzioni europee (tra cui quella italiana e quella tedesca), la «libertà d’impresa» e il «diritto di proprietà» (artt. II-16 e 17). Ma, ciò che più conta, il nucleo della «Costituzione» è costituito dalle concretissime norme sul «mercato interno», stabilite nei trattati precedenti, che sono incorporate nel testo costituzionale e formano l’intero Titolo III della «Costituzione». Il socialista francese Laurent Fabius ha calcolato che il termine «mercato» compare 78 volte nel trattato costituzionale, il termine «concorrenza» 27 volte, la «piena occupazione» 1 volta sola[8]; la stessa «economia sociale di mercato» – un tempo bandiera della CDU tedesca – è menzionata una volta sola, e anche in questo caso relativizzata con l’aggiunta immediata della qualificazione «fortemente competitiva» (art. I-3, § 3). Più chiaro di così…
    La tolleranza dei Caterpillar

    Una buona metafora della declinazione attuale del concetto di «tolleranza», tra i maggiori feticci contemporanei, è rappresentata da una notizia proveniente da Gerusalemme. Dove, nella parte ebraica della città, si è deciso di costruire un Museo della Tolleranza. Purtroppo, dove dovrebbe essere costruito il Museo (architetto Frank Gehry, spesa prevista di 200 milioni di dollari), sorge lo storico cimitero arabo di «Maman Allah», che dovrà quindi essere spianato con le ruspe. Di qui le proteste del Mufti e degli arabi d’Israele, che hanno portato in giudizio la singolare iniziativa. In questa notizia c’è tutto dell’idea dominante di tolleranza: l’ipocrisia, il disprezzo sostanziale dell’Altro (che viene appunto «tollerato«), lo spregio nei confronti della storia e della cultura (proprie e altrui).
    Vengono in mente i versi di un testo di Silone adattati e messi in musica da Hans Eisler:
    «I generali dicono che vogliono difendere la civiltà!
    Quale civiltà?
    Quella dei generali» [9].
    Anche a Israele, che intende edificare un monumento alla tolleranza con i Caterpillar, si potrebbe agevolmente eccepire che la sua è per l’appunto la tolleranza dei Caterpillar.
    Incontro di culture
    «Incontro di culture: una soldatessa tedesca, un soldato finlandese e due donne afgane a Kabul». Così recita la didascalia di una grande foto a colori dell’agenzia Reuters, pubblicata qualche tempo fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Sul lato destro della foto, in secondo piano, due donne afgane nascoste dal burqa celeste. Su quello sinistro, in primo piano, la soldatessa e il soldato della forza multinazionale che parlano tra loro. Lei ovviamente a volto scoperto, e altrettanto ovviamente armata di tutto punto come il suo interlocutore: mitragliatore a tracolla, giubbotto antiproiettile, mimetica e scarponi. Difficile immaginare cosa pensino le due donne sulla destra, che incarnano la realtà miserabile di una cultura arretrata e dell’oppressione sessuale. Forse si domandano se il prezzo da pagare per l’emancipazione sia fare la guerra a casa d’altri10.

    Estetica dell’occultamento

    A Genova, alla vigilia del famigerato G8 del luglio 2001, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi molto si adoperò affinché i cittadini di Genova, per decoro, non stendessero ad asciugare biancheria alle loro finestre. Questo fu l’inizio. Si finì ponendo fioriere sulle chiazze di sangue.

    * economista

    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=18965

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  2. #2
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    La Paura, indotta, coltivata, espansa in ogni angolo della quotidianità è uno straordinario strumento di controllo delle masse. Vidal, nel suo saggio "La Fine della Democrazia" illustra con dovizia di citazioni, a suon di decreti estratti dal famigerato Patriot Act una sequela di sconcertanti limitazioni delle libertà individuali. Il precedente governo di CDX aveva sfruttato su scala più squallida e fortunatamente minore la medesima tecnica. Ciò non toglie la gravità dei fatti, naturalmente.

  3. #3
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    Ah mi ero dimenticato di consigliare a tutti di leggere attentamente questo articolo. E' veramente una bella analisi.

  4. #4
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    Più che dal simbolo del lavoro, dobbiamo ricominciare dai luoghi di lavoro.
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    Infatti è un bellissimo articolo. Ti ringrazio per avercelo proposto.

 

 

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