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    Predefinito gettata fuori la figlia del Che in una conferenza in IRAN

    mullah iraniani mettono in fuga i figli di Che Guevara
    di Elio Bonazzi

    http://www.loccidentale.it/node/7851

    finalmente qualcuno la finisce con le cazzate "trasversaliste", lo fanno proprio in IRAN.

    Article content:
    Il presidente venezuelano Chavez e quello iraniano Ahmadinejad hanno avuto negli ultimi anni alcuni incontri durante i quali hanno più volte annunciato la formazione di un fronte progressista globale da contrapporre all’imperialismo americano. Si sono accordati per sponsorizzare progetti che approfondiscano quegli aspetti di affinità ideologica tra la sinistra, in particolare quella latino-americana, e l’Islam rivoluzionario. Alla fine di settembre, dopo aver parlato alla sessione inaugurale delle Nazioni Unite, Ahmadinejad prima tornare in patria ha visitato Venezuela, Nicaragua e Bolivia, ribadendo i concetti di “fronte comune” e “affinità ideologica”. In concomitanza con il suo viaggio nel continente americano, gli iraniani e le controparti latino-americane hanno organizzato una conferenza, finanziata in parte da Chavez, tenuta all’Università di Teheran, e che avrebbe dovuto rappresentare una sintesi tra le ideologie terzomondiste e il khomeinismo. L’intenzione degli iraniani era di mettere in risalto l’aspetto divino della guerra rivoluzionaria, e di assumere una posizione di leadership nel fronte comune anti-imperialista.

    Il titolo della conferenza, Che Guevara come Chamran, la dice lunga sugli intenti. Mustafà Chamran, divenuto cittadino americano alla fine degli anni ’60, dopo aver studiato ingegneria negli Stati Uniti, contribuì a fondare con Mussa Sadr il movimento Amal nel sud del Libano, rendendosi protagonista di numerose azioni terroristiche alla fine degli anni settanta. Con l’avvento della rivoluzione islamica, Chamran tornò in patria e da Khomeini fu nominato ministro della Difesa all’inizio della guerra con l’Iraq. Di lì a poco rimase ucciso in combattimento nella provincia del Khuzestan.


    La conferenza, a partire dal 25 settembre, sarebbe dovuta durare quattro giorni. Tre gli ospiti d’onore: Mahdi Chamran, un fratello di Mustafà militante nella fazione di Ahmadinejad, e Aleida e Camilo Guevara, i figli del Che. Aleida, che fa la pediatra e vive all’Avana, vestiva l’obbligatorio velo (hejab) e Camilo, per compiacere i suoi ospiti, si era fatto crescere una barba incolta di pochi giorni.


    Alle prime battute, la conferenza sembra andare a gonfie vele: una classica celebrazione dei rituali della sinistra radicale, con delegati provenienti dall’Europa e quadri del movimento Hizbollah tutti concordi nel ritenere, intervento dopo intervento, l’America come la fonte di tutto il male sulla terra. Gli islamisti si compiacciono di ascoltare i delegati della sinistra radicale europea ribadire che l’Iran ha tutto il diritto di dotarsi del nucleare, denunciando i piani criminali della “tigre di carta” per un attacco alla Repubblica islamica. D’altro canto, i guevaristi gongolano ascoltando gli interventi degli iraniani che riconoscono il Che come figura universale di rivoluzionario che lotta per la giustizia dei popoli.


    Mahdi Chamran, nel corso del suo intervento, afferma che Ahmadinejad, Chavez e i leader delle rivoluzioni in Nicaragua e Bolivia appartengono alla stessa famiglia di militanti che si batte per la giustizia universale. Un altro delegato islamista, Morteza Firuzabadi, ha invitato tutte le forze antiamericane ad accettare la leadership del regime rivoluzionario di Ahmadinejad: “Il nostro scopo è quello della liberazione dell’umanità oppressa ed il ripristino dei diritti dei popoli, violati dall’imperialismo americano. In questo Jihad globale non riconosciamo frontiera alcuna”.

    L’incanto della conferenza, però, si rompe di lì a poco, quando Hajj Saeed Qassemi, il coordinatore dell’Associazione dei Volontari per il Martirio (sic!), prende la parola e brandendo una traduzione in farsì di uno dei libri di Che Guevara, afferma che il Che era stato in realtà un uomo profondamente religioso, che odiava il comunismo e l’Unione Sovietica, ma era stato costretto ad accettare l’appoggio dei comunisti in funzione antiamericana. Qassemi prosegue sostenendo che il comunismo è ormai stato consegnato alla pattumiera della storia, come aveva predetto Khomeini, e che quindi le forze progressiste nel mondo devono accettare la leadership del movimento religioso della Repubblica islamica, unico fautore di giustizia universale.


    È vero che a sinistra si è abituati ad una continua reinterpretazione della storia, specie quando eventi storici a distanza di tempo rivelano tratti non proprio limpidi dell’ideologia comunista, ma quanto dichiarato da Qassemi non poteva proprio essere accettato dai guevaristi presenti. Una stizzita Aleida Guevara, infatti, chiede di prendere la parola. Dal palco, Aleida precisa che quanto appena detto da Qassemi doveva senza dubbio essere il frutto di una cattiva traduzione dell’opera del mitico Che, perché “mio padre non ha menzionato Dio neppure una volta. In realtà non ha mai conosciuto Dio, perché è vissuto ed è morto da ateo”. Apriti cielo! La sessione inaugurale della conferenza finisce in un pandemonio, tra urla, fischi, tafferugli ed i fratelli Guevara trascinati via a forza dalle guardie rivoluzionarie e scortati alla chetichella in albergo, salvati in extremis da un possibile linciaggio da parte dei conferenzieri islamisti.


    Ristabilito l’ordine nei locali della conferenza, Qassemi riprende la parola, ribadendo il concetto già espresso, e cioè che “Che” Guevara e il leader maximo Fidel Castro avevano deciso di nascondere i loro profondi sentimenti religiosi per assicurarsi l’appoggio dell’Unione Sovietica. Qassemi conclude il suo intervento con un monito alle forze rivoluzionarie mondiali: “La leadership delle forze progressiste appartiene ora alla nostra Repubblica islamica. Coloro che vogliono distruggere l’America devono fare i conti con la realtà, piuttosto che giocare con le parole per stravolgere questo concetto”.


    A qualche ora di distanza, i fratelli Guevara partecipano ad un altro incontro, questa volta all’università Amir-Kabir, organizzato dal gruppo chiamato “Mobilitazione della Milizia degli Oppressi”. Questa volta è Camilo ad incendiare gli animi, confermando quanto detto da sua sorella nel corso della mattinata, e aggiungendo che le forze progressiste nell’America Latina si concentrano sulla lotta all’imperialismo, piuttosto che misurare il livello di religiosità dei singoli militanti. Nonostante il tentativo di Camilo di smorzare i toni, a fine giornata i fratelli Guevara diventano troppo scomodi per le autorità iraniane. La stampa controllata dal regime offusca ogni riferimento ai figli del Che, idolatrati fino al giorno prima. Dopo avere perso lo status di Vip, Aleida e Camilo vengono scortati la mattina successiva all’aeroporto e depositati senza troppe cerimonie sul primo aereo per Cuba. La conferenza viene sospesa e ogni riferimento alle celebrazioni congiunte di Che Guevara e Mustafà Chamran minimizzato.

    Nell’arco di un giorno, Aleida e Camilo sono riusciti non solo a scontentare gli islamisti, ma anche le forze della sinistra antislamista iraniana per il loro rifiuto di condannare il regime per l’arresto in massa di sindacalisti e per l’ondata di repressione degli ultimi mesi contro i sindacati, le organizzazioni femminili, gli insegnanti, gli edili ed i braccianti agricoli. Lapidario il commento di Parviz Jamshidi, l’avvocato difensore di numerosi sindacalisti imprigionati: “A quella gente [i Guevara] non importa nulla delle masse sfruttate. Per loro i lavoratori non sono che un’astrazione, una scusa per apparire di sinistra e chic. Non si rendono neppure conto che il regime khomeinista è in guerra contro le fasce più povere della nostra società”.


    Questo episodio avvenuto in Iran alla fine di settembre dimostra quanto fragile sia la forzata alleanza tra la sinistra secolare e l’islamismo. Il collante antiamericano da solo non è sufficiente a tenere insieme fanatismo religioso da una parte e ideologia politica basata su un’analisi marxista della società dall’altra. Il partito comunista iraniano (il Tudeh) e i Feddayn del Popolo hanno provato a cavalcare la tigre rivoluzionaria del 1979, cercando di sfruttare l’impeto rivoluzionario di carattere religioso di Khomeini e dei suoi seguaci per dare una impronta marxista ai fermenti di rivolta contro lo Shah Reza Pahlevi. Tale arroganza è stata pagata con l’arresto, la tortura e l’esecuzione sommaria di migliaia di militanti e con la messa fuorilegge del Tudeh nel febbraio 1982. Coloro i quali, nell’ambito della sinistra radicale nostrana, dovendo scegliere tra gli Usa e la Repubblica islamica optano per quest’ultima, dovrebbero rendersi conto che nel loro futuro ci sono due opzioni. La prima è la conversione all’Islam, sulle tracce dell’intellettuale e filosofo francese Roger Garaudy, il quale, lasciata alle spalle l’ideologia marxista, a partire dal 1982 è divenuto un mussulmano devoto oltre che un accanito sostenitore del revisionismo dell’olocausto. La seconda opzione è quella di dover soccombere, in caso di vittoria finale delle forze nichiliste che si battono contro gli ideali della democrazia liberale, al fanatismo millenarista che si scatenerebbe contro il materialismo ateo, esattamente come i “compagni” del Tudeh sperimentarono nel 1982.


    Ma ha ragione Parviz Jamshidi: per quelle stesse persone che negli settanta si esaltavano di fronte alle vignette dissacranti del settimanale satirico “il Male” contro il Papa e la religione cattolica, e che oggi sono diventati i campioni dell’Islamically Correct, il parteggiare per la Repubblica islamica contro gli USA è giusto una scusa per sentirsi di sinistra e chic, una delle tante astrazioni in cui crogiolarsi, un épater les bourgeois che lascia il tempo che trova. Il prodotto interno lordo dell’Iran gestito dalla teocrazia è nel 2006 un quarto rispetto a quello del 1978, quando l’Iran era gestito dallo Shah. La classe media, che si stava formando negli anni sessanta e settanta, e che fu una delle cause economiche della rivoluzione, è stata compressa ed ha perso potere d’acquisto; il sottoproletariato è aumentato numericamente e i lavoratori sono sottoposti ad angherie e soprusi continui. Il tasso di disoccupazione reale è intorno al 25%, ogni anno circa duecentomila giovani neolaureati lasciano il paese per trovare un lavoro e condizioni migliori all’estero. Di questi giovani, la maggioranza aspira ad essere accolta dal “Grande Satana”, in barba all’establishment islamista. Non c’è nulla di sinistra nella Repubblica Islamica dell’Iran, ma la sinistra salottiera nostrana stenta a rendersene conto
    "Son contento quando consumo senza pagare un pò meno quando pago e non consumo"

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartacus74 Visualizza Messaggio
    E? un sito di merda fallacista che nn intendo neppure pubblicizzare ma finalmente qualcuno la finisce con le cazzate "trasversaliste", lo fanno proprio in IRAN.

    mullah iraniani mettono in fuga i figli di Che Guevara
    di Elio Bonazzi
    Article content:
    Il presidente venezuelano Chavez e quello iraniano Ahmadinejad hanno avuto negli ultimi anni alcuni incontri durante i quali hanno più volte annunciato la formazione di un fronte progressista globale da contrapporre all’imperialismo americano. Si sono accordati per sponsorizzare progetti che approfondiscano quegli aspetti di affinità ideologica tra la sinistra, in particolare quella latino-americana, e l’Islam rivoluzionario. Alla fine di settembre, dopo aver parlato alla sessione inaugurale delle Nazioni Unite, Ahmadinejad prima tornare in patria ha visitato Venezuela, Nicaragua e Bolivia, ribadendo i concetti di “fronte comune” e “affinità ideologica”. In concomitanza con il suo viaggio nel continente americano, gli iraniani e le controparti latino-americane hanno organizzato una conferenza, finanziata in parte da Chavez, tenuta all’Università di Teheran, e che avrebbe dovuto rappresentare una sintesi tra le ideologie terzomondiste e il khomeinismo. L’intenzione degli iraniani era di mettere in risalto l’aspetto divino della guerra rivoluzionaria, e di assumere una posizione di leadership nel fronte comune anti-imperialista.

    Il titolo della conferenza, Che Guevara come Chamran, la dice lunga sugli intenti. Mustafà Chamran, divenuto cittadino americano alla fine degli anni ’60, dopo aver studiato ingegneria negli Stati Uniti, contribuì a fondare con Mussa Sadr il movimento Amal nel sud del Libano, rendendosi protagonista di numerose azioni terroristiche alla fine degli anni settanta. Con l’avvento della rivoluzione islamica, Chamran tornò in patria e da Khomeini fu nominato ministro della Difesa all’inizio della guerra con l’Iraq. Di lì a poco rimase ucciso in combattimento nella provincia del Khuzestan.


    La conferenza, a partire dal 25 settembre, sarebbe dovuta durare quattro giorni. Tre gli ospiti d’onore: Mahdi Chamran, un fratello di Mustafà militante nella fazione di Ahmadinejad, e Aleida e Camilo Guevara, i figli del Che. Aleida, che fa la pediatra e vive all’Avana, vestiva l’obbligatorio velo (hejab) e Camilo, per compiacere i suoi ospiti, si era fatto crescere una barba incolta di pochi giorni.


    Alle prime battute, la conferenza sembra andare a gonfie vele: una classica celebrazione dei rituali della sinistra radicale, con delegati provenienti dall’Europa e quadri del movimento Hizbollah tutti concordi nel ritenere, intervento dopo intervento, l’America come la fonte di tutto il male sulla terra. Gli islamisti si compiacciono di ascoltare i delegati della sinistra radicale europea ribadire che l’Iran ha tutto il diritto di dotarsi del nucleare, denunciando i piani criminali della “tigre di carta” per un attacco alla Repubblica islamica. D’altro canto, i guevaristi gongolano ascoltando gli interventi degli iraniani che riconoscono il Che come figura universale di rivoluzionario che lotta per la giustizia dei popoli.


    Mahdi Chamran, nel corso del suo intervento, afferma che Ahmadinejad, Chavez e i leader delle rivoluzioni in Nicaragua e Bolivia appartengono alla stessa famiglia di militanti che si batte per la giustizia universale. Un altro delegato islamista, Morteza Firuzabadi, ha invitato tutte le forze antiamericane ad accettare la leadership del regime rivoluzionario di Ahmadinejad: “Il nostro scopo è quello della liberazione dell’umanità oppressa ed il ripristino dei diritti dei popoli, violati dall’imperialismo americano. In questo Jihad globale non riconosciamo frontiera alcuna”.

    L’incanto della conferenza, però, si rompe di lì a poco, quando Hajj Saeed Qassemi, il coordinatore dell’Associazione dei Volontari per il Martirio (sic!), prende la parola e brandendo una traduzione in farsì di uno dei libri di Che Guevara, afferma che il Che era stato in realtà un uomo profondamente religioso, che odiava il comunismo e l’Unione Sovietica, ma era stato costretto ad accettare l’appoggio dei comunisti in funzione antiamericana. Qassemi prosegue sostenendo che il comunismo è ormai stato consegnato alla pattumiera della storia, come aveva predetto Khomeini, e che quindi le forze progressiste nel mondo devono accettare la leadership del movimento religioso della Repubblica islamica, unico fautore di giustizia universale.


    È vero che a sinistra si è abituati ad una continua reinterpretazione della storia, specie quando eventi storici a distanza di tempo rivelano tratti non proprio limpidi dell’ideologia comunista, ma quanto dichiarato da Qassemi non poteva proprio essere accettato dai guevaristi presenti. Una stizzita Aleida Guevara, infatti, chiede di prendere la parola. Dal palco, Aleida precisa che quanto appena detto da Qassemi doveva senza dubbio essere il frutto di una cattiva traduzione dell’opera del mitico Che, perché “mio padre non ha menzionato Dio neppure una volta. In realtà non ha mai conosciuto Dio, perché è vissuto ed è morto da ateo”. Apriti cielo! La sessione inaugurale della conferenza finisce in un pandemonio, tra urla, fischi, tafferugli ed i fratelli Guevara trascinati via a forza dalle guardie rivoluzionarie e scortati alla chetichella in albergo, salvati in extremis da un possibile linciaggio da parte dei conferenzieri islamisti.


    Ristabilito l’ordine nei locali della conferenza, Qassemi riprende la parola, ribadendo il concetto già espresso, e cioè che “Che” Guevara e il leader maximo Fidel Castro avevano deciso di nascondere i loro profondi sentimenti religiosi per assicurarsi l’appoggio dell’Unione Sovietica. Qassemi conclude il suo intervento con un monito alle forze rivoluzionarie mondiali: “La leadership delle forze progressiste appartiene ora alla nostra Repubblica islamica. Coloro che vogliono distruggere l’America devono fare i conti con la realtà, piuttosto che giocare con le parole per stravolgere questo concetto”.


    A qualche ora di distanza, i fratelli Guevara partecipano ad un altro incontro, questa volta all’università Amir-Kabir, organizzato dal gruppo chiamato “Mobilitazione della Milizia degli Oppressi”. Questa volta è Camilo ad incendiare gli animi, confermando quanto detto da sua sorella nel corso della mattinata, e aggiungendo che le forze progressiste nell’America Latina si concentrano sulla lotta all’imperialismo, piuttosto che misurare il livello di religiosità dei singoli militanti. Nonostante il tentativo di Camilo di smorzare i toni, a fine giornata i fratelli Guevara diventano troppo scomodi per le autorità iraniane. La stampa controllata dal regime offusca ogni riferimento ai figli del Che, idolatrati fino al giorno prima. Dopo avere perso lo status di Vip, Aleida e Camilo vengono scortati la mattina successiva all’aeroporto e depositati senza troppe cerimonie sul primo aereo per Cuba. La conferenza viene sospesa e ogni riferimento alle celebrazioni congiunte di Che Guevara e Mustafà Chamran minimizzato.

    Nell’arco di un giorno, Aleida e Camilo sono riusciti non solo a scontentare gli islamisti, ma anche le forze della sinistra antislamista iraniana per il loro rifiuto di condannare il regime per l’arresto in massa di sindacalisti e per l’ondata di repressione degli ultimi mesi contro i sindacati, le organizzazioni femminili, gli insegnanti, gli edili ed i braccianti agricoli. Lapidario il commento di Parviz Jamshidi, l’avvocato difensore di numerosi sindacalisti imprigionati: “A quella gente [i Guevara] non importa nulla delle masse sfruttate. Per loro i lavoratori non sono che un’astrazione, una scusa per apparire di sinistra e chic. Non si rendono neppure conto che il regime khomeinista è in guerra contro le fasce più povere della nostra società”.


    Questo episodio avvenuto in Iran alla fine di settembre dimostra quanto fragile sia la forzata alleanza tra la sinistra secolare e l’islamismo. Il collante antiamericano da solo non è sufficiente a tenere insieme fanatismo religioso da una parte e ideologia politica basata su un’analisi marxista della società dall’altra. Il partito comunista iraniano (il Tudeh) e i Feddayn del Popolo hanno provato a cavalcare la tigre rivoluzionaria del 1979, cercando di sfruttare l’impeto rivoluzionario di carattere religioso di Khomeini e dei suoi seguaci per dare una impronta marxista ai fermenti di rivolta contro lo Shah Reza Pahlevi. Tale arroganza è stata pagata con l’arresto, la tortura e l’esecuzione sommaria di migliaia di militanti e con la messa fuorilegge del Tudeh nel febbraio 1982. Coloro i quali, nell’ambito della sinistra radicale nostrana, dovendo scegliere tra gli Usa e la Repubblica islamica optano per quest’ultima, dovrebbero rendersi conto che nel loro futuro ci sono due opzioni. La prima è la conversione all’Islam, sulle tracce dell’intellettuale e filosofo francese Roger Garaudy, il quale, lasciata alle spalle l’ideologia marxista, a partire dal 1982 è divenuto un mussulmano devoto oltre che un accanito sostenitore del revisionismo dell’olocausto. La seconda opzione è quella di dover soccombere, in caso di vittoria finale delle forze nichiliste che si battono contro gli ideali della democrazia liberale, al fanatismo millenarista che si scatenerebbe contro il materialismo ateo, esattamente come i “compagni” del Tudeh sperimentarono nel 1982.


    Ma ha ragione Parviz Jamshidi: per quelle stesse persone che negli settanta si esaltavano di fronte alle vignette dissacranti del settimanale satirico “il Male” contro il Papa e la religione cattolica, e che oggi sono diventati i campioni dell’Islamically Correct, il parteggiare per la Repubblica islamica contro gli USA è giusto una scusa per sentirsi di sinistra e chic, una delle tante astrazioni in cui crogiolarsi, un épater les bourgeois che lascia il tempo che trova. Il prodotto interno lordo dell’Iran gestito dalla teocrazia è nel 2006 un quarto rispetto a quello del 1978, quando l’Iran era gestito dallo Shah. La classe media, che si stava formando negli anni sessanta e settanta, e che fu una delle cause economiche della rivoluzione, è stata compressa ed ha perso potere d’acquisto; il sottoproletariato è aumentato numericamente e i lavoratori sono sottoposti ad angherie e soprusi continui. Il tasso di disoccupazione reale è intorno al 25%, ogni anno circa duecentomila giovani neolaureati lasciano il paese per trovare un lavoro e condizioni migliori all’estero. Di questi giovani, la maggioranza aspira ad essere accolta dal “Grande Satana”, in barba all’establishment islamista. Non c’è nulla di sinistra nella Repubblica Islamica dell’Iran, ma la sinistra salottiera nostrana stenta a rendersene conto
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  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartacus74 Visualizza Messaggio
    Non c’è nulla di sinistra nella Repubblica Islamica dell’Iran, ma la sinistra salottiera nostrana stenta a rendersene conto
    Esatto! il marxismo/leninismo ateo e materialista non può di certo allearsi con una repubblica teocratica come quella iraniana! Non basta essere solo antiamericani per unirsi in un unico fronte...e i figli del Che "bastonati" lo hanno capito. Invece è più realistica un'alleanza tra l'Iran e i movimenti nazionalpopolari, successe negli anni '30/40 tra il Gran muftì di Gerusalemme e Hitler e senza contare le Waffen SS Islamiche Bosniache e le numerose milizie arabe nazi/fasciste alleate dell'ASSE.

  5. #5
    Il Gran Camposanto
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartacus74 Visualizza Messaggio
    E? un sito di merda fallacista che nn intendo neppure pubblicizzare
    Mi dispiace, caro Spartacus74, ma il link al sito riportante la fonte è obbligatorio, a prescindere dalla publicità che più o meno involontariamente si vuole offrire ad esso.
    D'altronde, come potrai ben vedere l'avviso da parte dell'Amministrazione parla chiaro: http://www.politicaonline.net/forum/...cement.php?f=7
    Addirittura avrei facoltà di cancellare il thread, ma considerato l'interesse notevole al tema ho voluto conciliare il rispetto della volontà di POL con la tutela dell'argomento.

  6. #6
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    LA FIGLIA DI GUEVARA ????
    quella che si fa i soldini con le memorie ???
    be...bravi iraniani !!

  7. #7
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    La fonte fa presagire una manipolazione se non addirittura una invenzione di sana pianta della notizia

  8. #8
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    mullah iraniani mettono in fuga i figli di Che Guevara
    di Elio Bonazzi

    http://www.loccidentale.it/node/7851

    finalmente qualcuno la finisce con le cazzate "trasversaliste", lo fanno proprio in IRAN.

    Article content:
    Il presidente venezuelano Chavez e quello iraniano Ahmadinejad hanno avuto negli ultimi anni alcuni incontri durante i quali hanno più volte annunciato la formazione di un fronte progressista globale da contrapporre all’imperialismo americano. Si sono accordati per sponsorizzare progetti che approfondiscano quegli aspetti di affinità ideologica tra la sinistra, in particolare quella latino-americana, e l’Islam rivoluzionario. Alla fine di settembre, dopo aver parlato alla sessione inaugurale delle Nazioni Unite, Ahmadinejad prima tornare in patria ha visitato Venezuela, Nicaragua e Bolivia, ribadendo i concetti di “fronte comune” e “affinità ideologica”. In concomitanza con il suo viaggio nel continente americano, gli iraniani e le controparti latino-americane hanno organizzato una conferenza, finanziata in parte da Chavez, tenuta all’Università di Teheran, e che avrebbe dovuto rappresentare una sintesi tra le ideologie terzomondiste e il khomeinismo. L’intenzione degli iraniani era di mettere in risalto l’aspetto divino della guerra rivoluzionaria, e di assumere una posizione di leadership nel fronte comune anti-imperialista.

    Il titolo della conferenza, Che Guevara come Chamran, la dice lunga sugli intenti. Mustafà Chamran, divenuto cittadino americano alla fine degli anni ’60, dopo aver studiato ingegneria negli Stati Uniti, contribuì a fondare con Mussa Sadr il movimento Amal nel sud del Libano, rendendosi protagonista di numerose azioni terroristiche alla fine degli anni settanta. Con l’avvento della rivoluzione islamica, Chamran tornò in patria e da Khomeini fu nominato ministro della Difesa all’inizio della guerra con l’Iraq. Di lì a poco rimase ucciso in combattimento nella provincia del Khuzestan.


    La conferenza, a partire dal 25 settembre, sarebbe dovuta durare quattro giorni. Tre gli ospiti d’onore: Mahdi Chamran, un fratello di Mustafà militante nella fazione di Ahmadinejad, e Aleida e Camilo Guevara, i figli del Che. Aleida, che fa la pediatra e vive all’Avana, vestiva l’obbligatorio velo (hejab) e Camilo, per compiacere i suoi ospiti, si era fatto crescere una barba incolta di pochi giorni.


    Alle prime battute, la conferenza sembra andare a gonfie vele: una classica celebrazione dei rituali della sinistra radicale, con delegati provenienti dall’Europa e quadri del movimento Hizbollah tutti concordi nel ritenere, intervento dopo intervento, l’America come la fonte di tutto il male sulla terra. Gli islamisti si compiacciono di ascoltare i delegati della sinistra radicale europea ribadire che l’Iran ha tutto il diritto di dotarsi del nucleare, denunciando i piani criminali della “tigre di carta” per un attacco alla Repubblica islamica. D’altro canto, i guevaristi gongolano ascoltando gli interventi degli iraniani che riconoscono il Che come figura universale di rivoluzionario che lotta per la giustizia dei popoli.


    Mahdi Chamran, nel corso del suo intervento, afferma che Ahmadinejad, Chavez e i leader delle rivoluzioni in Nicaragua e Bolivia appartengono alla stessa famiglia di militanti che si batte per la giustizia universale. Un altro delegato islamista, Morteza Firuzabadi, ha invitato tutte le forze antiamericane ad accettare la leadership del regime rivoluzionario di Ahmadinejad: “Il nostro scopo è quello della liberazione dell’umanità oppressa ed il ripristino dei diritti dei popoli, violati dall’imperialismo americano. In questo Jihad globale non riconosciamo frontiera alcuna”.

    L’incanto della conferenza, però, si rompe di lì a poco, quando Hajj Saeed Qassemi, il coordinatore dell’Associazione dei Volontari per il Martirio (sic!), prende la parola e brandendo una traduzione in farsì di uno dei libri di Che Guevara, afferma che il Che era stato in realtà un uomo profondamente religioso, che odiava il comunismo e l’Unione Sovietica, ma era stato costretto ad accettare l’appoggio dei comunisti in funzione antiamericana. Qassemi prosegue sostenendo che il comunismo è ormai stato consegnato alla pattumiera della storia, come aveva predetto Khomeini, e che quindi le forze progressiste nel mondo devono accettare la leadership del movimento religioso della Repubblica islamica, unico fautore di giustizia universale.


    È vero che a sinistra si è abituati ad una continua reinterpretazione della storia, specie quando eventi storici a distanza di tempo rivelano tratti non proprio limpidi dell’ideologia comunista, ma quanto dichiarato da Qassemi non poteva proprio essere accettato dai guevaristi presenti. Una stizzita Aleida Guevara, infatti, chiede di prendere la parola. Dal palco, Aleida precisa che quanto appena detto da Qassemi doveva senza dubbio essere il frutto di una cattiva traduzione dell’opera del mitico Che, perché “mio padre non ha menzionato Dio neppure una volta. In realtà non ha mai conosciuto Dio, perché è vissuto ed è morto da ateo”. Apriti cielo! La sessione inaugurale della conferenza finisce in un pandemonio, tra urla, fischi, tafferugli ed i fratelli Guevara trascinati via a forza dalle guardie rivoluzionarie e scortati alla chetichella in albergo, salvati in extremis da un possibile linciaggio da parte dei conferenzieri islamisti.


    Ristabilito l’ordine nei locali della conferenza, Qassemi riprende la parola, ribadendo il concetto già espresso, e cioè che “Che” Guevara e il leader maximo Fidel Castro avevano deciso di nascondere i loro profondi sentimenti religiosi per assicurarsi l’appoggio dell’Unione Sovietica. Qassemi conclude il suo intervento con un monito alle forze rivoluzionarie mondiali: “La leadership delle forze progressiste appartiene ora alla nostra Repubblica islamica. Coloro che vogliono distruggere l’America devono fare i conti con la realtà, piuttosto che giocare con le parole per stravolgere questo concetto”.


    A qualche ora di distanza, i fratelli Guevara partecipano ad un altro incontro, questa volta all’università Amir-Kabir, organizzato dal gruppo chiamato “Mobilitazione della Milizia degli Oppressi”. Questa volta è Camilo ad incendiare gli animi, confermando quanto detto da sua sorella nel corso della mattinata, e aggiungendo che le forze progressiste nell’America Latina si concentrano sulla lotta all’imperialismo, piuttosto che misurare il livello di religiosità dei singoli militanti. Nonostante il tentativo di Camilo di smorzare i toni, a fine giornata i fratelli Guevara diventano troppo scomodi per le autorità iraniane. La stampa controllata dal regime offusca ogni riferimento ai figli del Che, idolatrati fino al giorno prima. Dopo avere perso lo status di Vip, Aleida e Camilo vengono scortati la mattina successiva all’aeroporto e depositati senza troppe cerimonie sul primo aereo per Cuba. La conferenza viene sospesa e ogni riferimento alle celebrazioni congiunte di Che Guevara e Mustafà Chamran minimizzato.

    Nell’arco di un giorno, Aleida e Camilo sono riusciti non solo a scontentare gli islamisti, ma anche le forze della sinistra antislamista iraniana per il loro rifiuto di condannare il regime per l’arresto in massa di sindacalisti e per l’ondata di repressione degli ultimi mesi contro i sindacati, le organizzazioni femminili, gli insegnanti, gli edili ed i braccianti agricoli. Lapidario il commento di Parviz Jamshidi, l’avvocato difensore di numerosi sindacalisti imprigionati: “A quella gente [i Guevara] non importa nulla delle masse sfruttate. Per loro i lavoratori non sono che un’astrazione, una scusa per apparire di sinistra e chic. Non si rendono neppure conto che il regime khomeinista è in guerra contro le fasce più povere della nostra società”.


    Questo episodio avvenuto in Iran alla fine di settembre dimostra quanto fragile sia la forzata alleanza tra la sinistra secolare e l’islamismo. Il collante antiamericano da solo non è sufficiente a tenere insieme fanatismo religioso da una parte e ideologia politica basata su un’analisi marxista della società dall’altra. Il partito comunista iraniano (il Tudeh) e i Feddayn del Popolo hanno provato a cavalcare la tigre rivoluzionaria del 1979, cercando di sfruttare l’impeto rivoluzionario di carattere religioso di Khomeini e dei suoi seguaci per dare una impronta marxista ai fermenti di rivolta contro lo Shah Reza Pahlevi. Tale arroganza è stata pagata con l’arresto, la tortura e l’esecuzione sommaria di migliaia di militanti e con la messa fuorilegge del Tudeh nel febbraio 1982. Coloro i quali, nell’ambito della sinistra radicale nostrana, dovendo scegliere tra gli Usa e la Repubblica islamica optano per quest’ultima, dovrebbero rendersi conto che nel loro futuro ci sono due opzioni. La prima è la conversione all’Islam, sulle tracce dell’intellettuale e filosofo francese Roger Garaudy, il quale, lasciata alle spalle l’ideologia marxista, a partire dal 1982 è divenuto un mussulmano devoto oltre che un accanito sostenitore del revisionismo dell’olocausto. La seconda opzione è quella di dover soccombere, in caso di vittoria finale delle forze nichiliste che si battono contro gli ideali della democrazia liberale, al fanatismo millenarista che si scatenerebbe contro il materialismo ateo, esattamente come i “compagni” del Tudeh sperimentarono nel 1982.


    Ma ha ragione Parviz Jamshidi: per quelle stesse persone che negli settanta si esaltavano di fronte alle vignette dissacranti del settimanale satirico “il Male” contro il Papa e la religione cattolica, e che oggi sono diventati i campioni dell’Islamically Correct, il parteggiare per la Repubblica islamica contro gli USA è giusto una scusa per sentirsi di sinistra e chic, una delle tante astrazioni in cui crogiolarsi, un épater les bourgeois che lascia il tempo che trova. Il prodotto interno lordo dell’Iran gestito dalla teocrazia è nel 2006 un quarto rispetto a quello del 1978, quando l’Iran era gestito dallo Shah. La classe media, che si stava formando negli anni sessanta e settanta, e che fu una delle cause economiche della rivoluzione, è stata compressa ed ha perso potere d’acquisto; il sottoproletariato è aumentato numericamente e i lavoratori sono sottoposti ad angherie e soprusi continui. Il tasso di disoccupazione reale è intorno al 25%, ogni anno circa duecentomila giovani neolaureati lasciano il paese per trovare un lavoro e condizioni migliori all’estero. Di questi giovani, la maggioranza aspira ad essere accolta dal “Grande Satana”, in barba all’establishment islamista. Non c’è nulla di sinistra nella Repubblica Islamica dell’Iran, ma la sinistra salottiera nostrana stenta a rendersene conto
    Ottimo! E' tempo di capire che un conto è la realpolitik che porta i paesi che avversano l'egemonia americana ad allearsi tra loro, ed i progetti "trasversalisti" che tendono a cercare punti in comune in realtà inesistenti tra fenomeni diversissimi come il comunismo ateo e materialista e la rivoluzione spirituale khomeinista.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartacus74 Visualizza Messaggio
    L’incanto della conferenza, però, si rompe di lì a poco, quando Hajj Saeed Qassemi, il coordinatore dell’Associazione dei Volontari per il Martirio (sic!), prende la parola e brandendo una traduzione in farsì di uno dei libri di Che Guevara, afferma che il Che era stato in realtà un uomo profondamente religioso, che odiava il comunismo e l’Unione Sovietica, ma era stato costretto ad accettare l’appoggio dei comunisti in funzione antiamericana. Qassemi prosegue sostenendo che il comunismo è ormai stato consegnato alla pattumiera della storia, come aveva predetto Khomeini, e che quindi le forze progressiste nel mondo devono accettare la leadership del movimento religioso della Repubblica islamica, unico fautore di giustizia universale.
    Ma che strano, a me questa teoria non è nuova. Dov'è che l'ho già sentita?...

    La fonte è sospetta effettivamente, ma spero proprio che la notizia sia vera.

  10. #10
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    Se fosse realmente vera tale notizia (aspettando ovviamente conferme "ufficiali")non farebbe altro che avvalorare la tesi che alleanze trasversali tra l'Iran e i presunti movimenti per il riscatto latino-americano, risulterebbero essere alquanto utopistiche sul versante ideale.Tra un sistema teocratico scricchiolante e una forma di pseudo-socialismo meticcio, che ingloba di tutto, non può esservi alcuna conciliazione.....
    Ripeto, meglio aspettar repliche o conferme ufficiali.

 

 
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