Dalla Castiglia un’idea moderata su come regolare il diritto alla cura

Terribili tragedie umane sottoposte alla luce impietosa e deformante del sistema mediatico e sentenze controverse dei massimi organi giurisdizionali hanno riproposto il tema dell’eutanasia, che nel dibattito italiano si va concentrando sulla questione del “testamento biologico”.
Si tratta di una formula volutamente ambigua, attraverso la quale s’intende contrabbandare la liberalizzazione del suicidio assistito, il che naturalmente crea forti e giustificatissime ostilità.
Il senso comune ci spinge a considerare la vita e la morte per quel che sono sempre stati: fatti inoppugnabili che dipendono dalla sorte o, per chi ci crede, dalla Provvidenza, e che è assai pericoloso mettere nelle mani degli uomini, per ben intenzionati che siano.
Tuttavia se la vita può essere protratta artificialmente e diventare vegetativa, se la morte può essere presunta, biologica, cerebrale o virtuale, la nettezza dei confini si attenua e si rende necessario in qualche modo ridefinirli giuridicamente.
Poiché il diritto non è autofondato, come crede Zagrebelsky, ma nasce da una concezione etica basata, in occidente, sulla concezione giudeo-cristiana della persona, è ovvio che su questo tema si possa scivolare in contrapposizioni ideologiche.

La composizione della tutela della vita con la libertà di scelta (o di rifiuto) della cura non è semplice di per sé, se poi diventa terreno di propaganda diventa un nodo irrisolubile.
Per cercare una soluzione equilibrata si potrebbe partire da esperienze straniere, per esempio dal “testamento vitale” introdotto nell’aprile di quest’anno dalla giunta della Castiglia y Leon, regione spagnola a maggioranza assoluta dei moderati del Partido popular. In quel documento il paziente dà disposizioni sulla destinazione dei suoi organi in caso di morte, sulla sua disponibilità o no a cure palliative e all’utilizzo di meccanismi che prolunghino artificialmente la vita, che possono essere rifiutati solo se sproporzionati.
Terapia del dolore e rifiuto dell’accanimento terapeutico non vogliono dire inevitabilmente eutanasia.

G.F. su www.ilfoglio.it del 20 ott 2007

saluti