Prima di addormentarsi, la sera prima, in quel particolare stadio in cui versa l’immaginazione degli uomini, prossima ad emigrare verso gli enigmatici confini che delimitano la coscienza, il suo pensiero era fisso intorno ad una domanda consueta: “che farò a cinquant’anni?”. Ma dalle buie caverne dell’anima nessun responso, solo il replicante rimbalzo dell’eco di quella interpellanza proveniente da una voce intorpidita dall’incombente assopimento.
Al mattino, come al solito, Chico si alzò presto e dopo la colazione e le abluzioni di rito si soffermò in salotto guardando estasiato fuori, tra i riquadri delle finestre ad angolo. La giornata si presentava magnifica, il cielo era di un azzurro intenso ed il sole dell’est, sorto da pochi istanti, in quell’assaggio di primavera, infuocava le montagne che si aprivano sopra la città, verso ovest. La prima luce del mattino colorava di rosso le cime innevate del monte Vettore che faceva capolino tra lo spicchio della collina, a sinistra dell’osservatore, ed il tetto della casa di fronte alla sua. Quella neve, così illuminata, sopra i suoi monti, faceva bruciare la tinta che, da rosso diventava lentamente arancione sfumando infine, con l’avanzare dell’alba, in un giallo più deciso. Di corsa si vestì ed uscì percorrendo la solita strada ed i soliti scalini che lo proiettavano verso l’amore.
Rua dopo rua, un po’ affannato giunse nel luogo fatato, il luogo dei sogni, il luogo dei sospiri di quella meravigliosa aurora che i ragazzi di quell’età, in modo del tutto inconsapevole, vivono spensieratamente con il promettente slancio di quelle potenze misteriose governate dal sentimento e dalla passione. Anche quel giorno era in anticipo.
Apparve allora la piccola Tiz, bionda, dai profondi occhi azzurro mare che, come ogni mattina verso le sette e mezzo, lo aspettava davanti alla casa di Napoleone, il complice dalmata che osservava incuriosito, tutti i giorni, il sicuro incontro dei due fidanzatini. Di solito però, quando lui arrivava prima, vedeva Tiz percorrere il ponte dietro i merli con suoi lunghi capelli dorati contornati da una fascia bianca che li fermava e con i libri sotto il braccio. I baci, gli sguardi e l’amore non subivano allora i turbamenti ed i rumori della città appena sveglia.
“Ti do un tema per oggi!”
“Cosa?” chiese lui
Lei prontamente tolse subito un biglietto dalla tasca del cappottino grigio zuccheroso e lo stese a lui.
“Aprilo dopo che sei tornato da scuola e sviluppa il tema, poi fammi uno squilletto perché capisca che sia stato tu a farlo”.
“Ciao Napi” in coro tutti e due salutavano il dalmata silenzioso testimone delle loro furtive effusioni, poi mano nella mano, Chico l’accompagnava per un poco lasciandola prima di arrivare alla scuola delle Concezioniste, per poi correre all’impazzatta verso la sua, felice dei baci rubati e con il cuore gonfio d’amore per lei. Tutti i giorni così, con il sole, con la pioggia, con la neve, con il vento oppure con il caldo umido di giugno.
Il rigore monastico, antico retaggio del chiostro, non consentiva ad alcuno certe caste esibizioni affettuose, disvelatrici di premurose tenerezze che abitualmente i ragazzi rivolgevano a quelle allieve. Neppure all’esterno del convento.. Perciò Chico, pochi passi prima dell’ingresso della scuola, anche quel giorno, si congedò da lei.
Incuriosito dal biglietto, voltato l’angolo del palazzetto Longobardo, lo estrasse dal taschino interno della giacca. Ecco dunque cosa lesse.
“Suor Virginia, ieri, mi ha punito dopo avermi sorpreso mentre in bagno facevo il palo a quella fregoli di tua sorella che si cambiava prima dell’uscita indossando la minigonna. Ha convocato i tuoi ed a me ha concesso due giorni per consegnarle una ricerca su <eresia ed inquisizione>. Mi aiuti???
Ci vediamo stasera, prima di cena, sotto casa mia. Smack!!!”.
Mentre correva incontro agli obblighi di quella mattinata, si ricordò, preoccupato, che nel pomeriggio era previsto, a scuola, uno di quei funesti incontri degli insegnanti con le famiglie. Ciò che tormentava Chico era soprattutto la materia che maggiormente odiava: la matematica.
In uno di quei colloqui con le famiglie degli alunni, pericolosi appuntamenti che Chico occultava ai genitori finchè poteva, consapevole della sua debole posizione in certe materie scientifiche ove il profitto era ininterrottamente segnato con l’indice negativo del ribasso, Anna Emilia, la prof di matematica, ebbe a chiedere a sua madre di chi fosse genitore e prontamente la madre rispose “di Federici”.
“Federici…Federici” osservò perplessa Anna Emilia assumendo l’atteggiamento di chi sta investigando la memoria con gli occhi roteanti rivolti verso l’alto ma con l’indice rivolto sul suo nome nel registro.
“Ah! Si, si Federici…ma…vede signora, io conosco suo figlio solo di profilo”. Intendendo così sottolineare che, come lei entrava in classe, Chico, disinteressato ai numeri, con l’aria trasognata passava il suo tempo a contemplare i prati verdi del campo attiguo alla scuola. Quella madre, la madre di Chico, da quei colloqui usciva immancabilmente con l’aria triste e con la pelle di un colore rossastro, esteriorizzando il sentimento di vergogna, cosa che non accadeva mai quando si recava agli incontri con gli insegnanti degli altri due figli. Un'altra volta, sempre in una circostanza analoga, poco prima degli scrutini di fine anno, rivolgendo ad Anna Emilia, timorosa del responso e con un filo di voce, la domanda di rito “come va mio figlio?”, si sentì rispondere “…vede signora i fichi maturano sempre a settembre”.
Gli effimeri vantaggi procurati dall’oscuramento di certe informazioni, in famiglia, vengono sempre ottenebrati, alla lunga, dalle dolorose corrispondenze possedute in quelle inevitabili successive rivelazioni.
Per tutti gli anni, Chico, si trascinò agli esami di riparazione di fine estate quella materia così ostica e così lontana dalle sue inclinazioni. Immerso in queste tremende meditazioni, faceva ingresso nell’atrio della sua scuola non distogliendo mai il pensiero dagli immancabili scenari afflittivi annodati ai rimproveri che inevitabilmente avrebbero angustiato quel suo pomeriggio.
Il vociare dei compagni, spezzato dalle urla del custode nel suo vano tentativo di ordinare la calca, risuonava sino in fondo all’edificio. La corsa nel corridoio, fatta a scivoloni, puntualmente finiva contro la porta della classe. All’interno il clamore era sostenuto dalle risa per le bravate del rosso che, essendo il più alto di tutti, spadroneggiava la platea come meglio poteva. Poi improvvisamente il silenzio divenne irreale e la porta fu chiusa. Chico era di spalle e sulle prime, non essendo suonata la campanella, non capì perché i suoi compagni, ammutoliti, prendenvano posto frettolosamente nei banchi. Poi voltatosi la vide. Era lei, bionda e fatale. L’insegnante di italiano. Anche Chico prese posto nel suo banco.
Quella presenza femminile, tra gli insegnanti di quella classe era davvero insolita. Navigava tra esseri barbuti che mettevano voglia di cercare affannosamente e con risoluta determinazione l’uscita di quell’edificio. La professoressa di matematica, altra unica insegnante donna era come la sua materia, arcigna. Poteva tranquillamente sopravvivere tra quelle mura. Ma lei, quella di Italiano no.
“Oggi parleremo della vita di Dante Alighieri” sentenziò.
Si formò un silenzio inconsueto, presente solo durante la sua ora di lezione. Così iniziò e mentre lei parlava, Chico osservava i movimenti delle labbra da cui usciva una voce leggera e quasi afona che bene si attagliava alla persona. La sua figura slanciata era incorniciata tra l’alta statura ed un corpo asciutto in cui alcune punte di magrezza consegnavano a quella femminilità un moderato rigore. Permeava da lei una esplicita autorevolezza conferita dalla presenza degli occhiali dietro ai quali spuntavano grandi occhi chiarissimi incastonati come diamanti nel trucco. L’incarnato, bianco e pulito faceva risplendere su quel volto incantevole un animo sereno. Quella creatura diafana assumeva le sembianze eteree di un messaggero di luce sceso in terra per risanare le infermità culturali di cui erano vittima gli esseri umani. Risaltava da tutta la persona una velata e sorridente giocosità che, nel sigillo del sorriso, manifestava tutta la freschezza di un carattere aperto. Di tanto in tanto, mentre parlava, le movenze assunte celebravano la flessuosità tipica delle donne.
I capelli, appena sotto le spalle, biondi e leggermente mossi, imprimevano all’aspetto una finitura di eleganza riempiendo un viso dalla forma regolare. Tutto era perfetto in lei. La cattura dell’attenzione degli alunni, in quella scuola, era cosa tutt’altro che frequente. Lei, senza il minimo sforzo, con la sola presenza, pervasa da una bellezza accademica singolare che contribuiva ad esercitare una sottile seduzione, riusciva in questa impresa senza difficoltà. Anzi si potrebbe dire che ciò avveniva con estrema naturalezza, senza forzature. Disponibile ai chiarimenti, mostrava di sé i tratti del suo lato migliore e Chico, affascinato da questo essere ultraterreno, rimaneva incantato sorprendendosi a sognare dentro le vicende umane di Alighieri, ed a viverle come suo contemporaneo. Di queste magie era capace la professoressa Bruna. Chico si sentiva trasportato da quelle parole in un tempo diverso, in un luogo diverso, tra gente sconosciuta e conosciuta nello stesso istante.
Come una folgore, inattesa in quel cielo privo di nubi, la campanella impietosamente fece tremare i cuori e così, leggera come era entrata, l’insegnante di Italiano se ne andò, effondendo, diffusa nell’aula, quella intrigante fragranza che trasuda dal sapere.
In quello stesso momento un rumore molesto lo fece sobbalzare dal letto. Tutto si spense. In Rue Balzac, ove alloggiava per quella breve vacanza, pervenivano i rumori del traffico dei Campi Elisi, in quella città che tanto amava e che così assiduamente lo ospitava. I grandi Boulevard, le passeggiate sul lungo Senna, i bistrot, il ristorante “Les Ombres” sotto l’austero profilo della Tour Eiffel, Notre Dame, gli antiquari di Parigi, lo scintillio di Rue Rivolì, Lipp a Saint Germain, i negozi al Fouburg Saint Honorè, il Santuario di Rue du Bac e la mano stretta alla sua dell’unica donna che lo avesse compreso sino in fondo dividendo con lui ogni passione, lo attendevano ansiosamente. Parigi, soleggiata ed impaziente, sovrastata dall’ombra del grande imperatore, desiderava offrirgli il meglio. Non c’era tempo da perdere. Abbandonò sorridendo la nostalgia di quel frammento di memoria, consapevole che lo scorcio di quel meritato riposo avrebbe trovato il suo punto di arrivo il giorno dopo, al terminal Air France.
Così Chico, al suo risveglio, festeggiò i suoi cinquant’anni.




Rispondi Citando