Involontaria (ed eccezionale) professione di fede del rabbino

Maurizio Blondet

27/10/2007



«Secondo la verità della Torah
, molto di ciò che Gesù ha detto è sbagliato»: è una delle asserzioni che il rabbino americano Jacob Neusner pone nel suo libro «Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Quale maestro seguire?», pubblicato da Piemme nel 1996.
Non ho letto il libro, confesso: trovo la citazione, tra le altre testuali, in una rivista del tradizionalismo cattolico, spesso prezioso, «Sì si no no» (1).
L'allora cardinal Ratzinegr definì l'opera di Neusner «il saggio più importante per il dialogo ebraico-cristiano fra quelli dell'ultimo decennio».
E ora, come Pontefice, nel suo Gesù di Nazareth (Rizzoli 2007) replica a questo libro.
Con pacata fermezza, riconosce «Si sì no no».
Ma l'ironia della situazione è che nel suo «più importante saggio sul dialogo ebraico-cristiano», il rabbino Neusner - con onestà intellettuale e «senza peli sulla lingua» - nega appunto che un «dialogo» sia possibile.
Cito da Neusner: «Mentre i cristiani credono in Gesù Cristo [e] nel regno dei cieli, gli ebrei credono nella Torah [e] costituiscono, in terra e nella propria carne, il regno di sacerdoti. E questa fede esige dall'ebreo osservante di dissentire dagli insegnamento di Gesù […]: egli sbaglia e Mosè ha ragione [….] Il giudaismo basato sulla Torah, sulla legge orale contenuta nella Misnah, nel Talmud, nel Midrash, era ed è ciò che Dio desidera per l'umanità» (pagine 5-6).
Quei cattolici giudaizzanti che ballano coi Lubavitcher attorno alla Torah, i cardinal Martini e i Kasper, dovrebbero almeno credere all'onesta testimonianza del rabbino: «Non esiste alcuna tradizione ebraico cristiana comune» (pagina 11), dice Neusner.
«In passato si è evitato di affrontare francamente i punti di sostanziale divergenza tra noi».
Onesto lui, disonesti quelli che «evitano di affrontare», untuosi, la divergenza sostanziale.
L'ebraismo odierno è quello che dice Neusner: la salvezza che s'aspettano dal Messia deve avvenire «in terra e nella propria carne».
Nell'aldiquà e nella «carne» ebraica.
La promessa è esclusivamente volta a «Israele secondo la carne», unito dal «legame della carne» (pagina 60-61) con «i villaggi che formano Israele [….] le famiglie che formano Israele» (pagine 72 e 74).
Questa è la religione ebraica, cari giudaizzanti ballonzolanti: una «religione» razziale, una «fede» nella terra e nel sangue: il Quarto Reich.
Blut und Boden.
Tale è «il regno di sacerdoti» che vogliono costituire e che stanno fabbricando, scacciando dalla «terra» chi ci abita.
Ve lo dice il rabbino.
Perché fate finta di non sentire?

La domanda è come si possa essere sedotti da una «religione» così primordiale.
Già il faraone Akhenaton comprese che la divinità non può essere che universale, non altro che Padre di tutti gli uomini: di fronte a Lui ogni distinzione di razza è superficiale e meschina.
Già i Greci avevano detto lo stesso.
Già i Romani, che riconoscevano uno «jus gentium», un diritto elementare da attribuire a tutti gli uomini, chiunque fossero.
Gli ebrei no.
Si tengono saldi alla promessa rivolta al solo Israele.
E nemmeno tanto ai singoli individui ebrei, ma alla collettività.
Unita dal «legame della carne», «le famiglie che formano Israele» e che abitano nei «villaggi che formano Israele», su quella particolare terra.
Non ci sono persone, in questa religione: c'è un sangue, un ceppo genetico.
Come poi possano ritenere ebrei gli askhenazi, il 74% di loro, che vengono dal popolo turco-mongolo dei khazari e dunque non hanno una goccia di «sangue» ebraico, è un mistero che riguarda loro.
Neusner aggiorna la fede ebraica affiancando alla Torah (i primi cinque libri della Bibbia: gli ebrei non leggono gli altri libri, e specialmente non leggono i profeti, che aspirano alla universalità) il Talmud.
Che secondo lui è «la legge orale»: YHWH, a Mosè sul Sinai, avrebbe dato oltre alle tavole della Legge scritte in pietra, dei suggerimenti a voce - comoda scappatoia.
Questi suggerimenti sono contenuti nel Talmud, in realtà raccolta di sentenze penali di infiniti farisei e rabbini.
Ciò che conta è che per Neusner, il Talmud è parola di Dio: anche quei passi, poniamo, dove si afferma che violare una bambina di tre anni non provoca impurità legale nel violentatore, perché «è come cacciare un dito in un occhio», e la verginità torna alle treenni…
Altro mistero che riguarda loro.
Torniamo a Neusner.
Quali errori contesta a Gesù?
Non solo, ovviamente, di aver proclamato che «Il Mio regno non è di questo mondo», di aver affermato una mostruosa salvezza nell'aldilà.
Il peggio è che Gesù si rivolge ad ogni uomo individualmente preso, senza distinzione di razza (pagina 7).
Che Gesù non si rivolge all'«Israele Eterno», ossia alla nazione e alla sua «carne» esclusiva, al suo «sangue» collettivo.

E' questo che scandalizza rabbi Neusner: che Gesù chiami tutti gli uomini, tutti gli altri, alla salvezza nei «cieli» inesistenti.
E spiega il suo scandalo con un esempio del più alto significato.
Gesù ha la colpa di dire: «E' lecito fare il bene di sabato» (pagina 81).
Curare un malato, guarire un paralitico, dar da mangiare a un affamato, magari percorrendo per quest'opera buona più chilometri di quelli permessi dal Talmud.
Orrore!
Neusner trova questa «asserzione scioccante» al massimo grado.
Il sabato, «Israele deve restare a casa, nel suo villaggio e nel suo Stato».
E' questo che rende Eterno Israele.
Perché mai?
Seguiamo il ragionamento del rabbino, perché è rivelatore sul vero significato che gli ebrei danno al sabato.
Essi devono cessare di operare il sabato, perché Dio il sabato riposò.
Devono fare come Dio, perché gli ebrei sono Dio.
Questo significa la continua allusione all'Eterno Israele: Dio è il popolo di Israele con la sua terra (un tutt'uno, blut und boden), e viceversa.
Per questo la violazione del sabato è gravissima: l'ebreo che dissacra il sabato diventa un individuo dissacrato, uno qualunque, che «non avrà parte nel mondo a venire», nel regno terreno promesso.
Il rispetto assoluto del sabato è una forma (una delle tante) dell'auto-adorazione che il popolo eletto tributa a se stesso.
Sanno riflettere i giudaizzanti?
Questo annuncia precisamente quel che dice Paolo nella II Tessalonicesi (2,3-4), là dove parla
dell'«uomo di iniquità, figlio della perdizione, colui che si innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio».
E difatti gli ebrei ardono dalla voglia di ricostruire il Tempio, il luogo canonico dell'auto-adorazione…
Sanno capire i giudaizzanti?
No.
Il cardinal Martini si duole che San Paolo sia stato «influenzato da ambienti antisemiti».
Anche il rabbino Neusner ritiene Luca, Marco e Giovanni «antisemiti», ed accetta di discutere coi cristiani solo sul Gesù come appare nel Vangelo di Matteo, perché così pare a lui: lì, può scambiare Gesù per un «rabbino buono», solo un po' confuso.
Ma passiamo oltre.
Al punto più importante.
Alla involontaria professione di fede del rabbino Neusner.

Gesù non ha il diritto di asserire che di sabato si può fare il bene.
O meglio, ne avrebbe diritto solo in un caso: se Gesù fosse Dio.
Certo, se Gesù fisse Dio, sarebbe superiore a Mosè, che ha istituito il sabato.
Se fosse Dio, sarebbe «il Signore del sabato», e potrebbe cambiare la Legge.
Si noti: qui Neusner è davanti alla verità.
Da ebreo esperto di Scritture, la vede e la descrive.
E poi la rifiuta consapevolmente.
No, Gesù non è Dio.
(Corollario implicito: si è fatto Dio, dunque è un impostore passibile di morte; come duemila anni fa, anche oggi un vero ebreo deve condannare a morte Gesù).
Neusner riconosce onestamente: «Ci troviamo di fronte a un conflitto inconciliabile. L'alternativa è tra 'ricordati di santificare il sabato' 'Il Figlio dell'uomo è il signore del sabato'. Non possiamo scegliere entrambi».
Ha perfettamente ragione, commenta «Sì sì no no».
Ed hanno torto i giudaizzanti che non vedono alcuna inconciliabilità tra il Figlio dell'Uomo e l'Eterno Israele.
Il fatto è che Neusner, sull'orlo della verità, sul limite decisivo, si ritrae.
Sceglie «Israele Eterno» «secondo la carne», i «villaggi, le famiglie che formano Israele».
La collettività storica, sub-individuale, tutta chiusa nell'aldiquà che passa, è la sua scelta.
E' il suo dio.
Altrimenti, bisognerebbe accettare che anche gli altri uomini hanno un destino «eterno», e questo non è ammissibile.
«Animali parlanti» li chiama il Talmud, voce dei rabbini e quindi di Dio.
«Non avranno parte del mondo a venire», in quel mondo non superiore ma semplicemente futuro, che si stanno fabbricando con la politica e le armi.
Si noti: il rabbino Friedman di Vienna non crede in Gesù.
E' un super-ortodosso.
Ma il movimento cui appartiene, Neturei Karta, nacque da rabbini che videro sconvolti i primi massacri ebraici in Palestina: «E' questo il Regno d'Israele? E' tutto questo sangue? Non è possibile».
Si rifiutarono di credere che Israele si fabbrica sul sangue di altri uomini.
Non credono in Gesù, ma credono che Dio ama anche gli altri uomini, che i non-ebrei non sono materiale da usare e sopprimere a piacere.
Credono che Dio non può essere israeliano, e rifiutano lo Stato d'Israele come satanico, blud un boden.
Credono che ogni uomo viene davanti a loro «nel nome del Signore».
E' abbastanza, come fede.
Ed è più che abbastanza per gli altri ebrei, che infatti hanno picchiato il rabbino Friedman di Vienna, e hanno espulso dalle loro scuole i suoi figli, e lo chiamano «negazionista dell'olocausto».

Non è l'olocausto che nega Friedman, ma l'identità tra Giuda e Dio, e la shoah come contraffazione del santo sacrificio dell'agnello pasquale.
E' abbastanza, per questo è perseguitato.
«Rallegratevi quando diranno male di voi nelle sinagoghe», disse Gesù.
E certo guarda commosso rabbi Friedman e gli altri rabbini del Neturei Karta.
Neusner conclude, rivolto ai cristiani, con un disconoscimento di paternità.
La vostra fede in Gesù non è una «religione figlia» dell'ebraismo, non nasce da essa.
E' un nuovo inizio, semmai.
Gli piacerebbe.
Se la Chiesa fosse marcionita, se troncasse i rapporti con Mosè e la Torah, se non pretendesse di trovare nel Vecchio Testamento le conferme e le profezie di Gesù Dio, sarebbe anche tollerabile.
E' il fatto che si dichiari «dipendente» da Israele, sua continuazione - atto di infinita umiltà, a pensarci - che disturba.
Non vogliono riconoscere questo figlio bastardo che li chiama papà.
Solo poche righe per dire delle risposte di Benedetto XVI a Neusner.
«Il messaggio di Gesù si distingue fondamentalmente dalla fede dell'Israele Eterno», riconosce.
Gesù porta la salvezza a tutti i popoli «superando i legami carnali della discendenza, è questo che lo qualifica come Messia e dà alla promessa messianica una spiegazione che ha il fondamento in Mosè e i profeti, ma dona ad essi un'apertura completamente nuova».
Insomma conferma la fede, Papa Ratzinger.
«La rivendicazione di Gesù [sul sabato] ha come conseguenza che la comunità dei discepoli di Gesù è il nuovo Israele».
E poi aggiunge: «Questo non deve forse turbare chi ha a cuore l'Israele Eterno?».
Secondo me, il punto interrogativo è di troppo: Israele Eterno non esiste, e perseguirlo porta al Quarto Reich.
Il punto interrogativo è ancora nello spirito del «dialogo» untuoso, che evita «di affrontare francamente la sostanziale divergenza».

Neusner lo rifiuta: non fa dialogo, ma disputa.
Perché non riconoscergli l'onestà intellettuale?

Maurizio Blondet

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Note:


1) Agobardo, «Qualcosa cambia nel dialogo giudaico-cristiano?». Sì sì no no, 15 settembre 2007

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