Amato e venerato a Roma, dove è sindaco e formidabile organizzatore di feste in piazza, preferibilmente canore, e di boiate cinematografiche, Walter Veltroni al Nord viene pressoché ignorato.
La gente non accorre ad applaudire i suoi discorsi, lo stesso popolo di sinistra - come si diceva una volta - se ne sbatte di lui.
Prendiamone atto.
Senza però sottovalutare le sue mire politiche e le sue trame.
Egli con la mano destra accarezza Romano Prodi e con la mancina gli scava la fossa.
E intanto guarda lontano. Alle votazioni.
Par di capire che il sindaco non abbia voglia di affrontarle rimanendo alleato coi massimalisti, cui raccomanda con scarsa convinzione di abbandonare ideologie residuali, mentre pensa - ad alta voce - di poter correre da solo col neonato Partito democratico.
Obietterete: si illude di raggiungere il cinquanta e rotti per cento? Giusto.
Il problema è che Veltroni, non essendo tonto, invece di caldeggiare una riforma elettorale seguendo l'onda dei compagni e di qualcuno del centrodestra, confida segretamente nel referendum.
Se si fa e passa, lui è a cavallo. Infatti, la maggioranza relativa - Forza Italia permettendo - è alla portata del Pd.
Casomai il partito veltroniano la spuntasse godrebbe del premio di maggioranza il che significa salire automaticamente al 55 per cento dei seggi.
Un simile traguardo merita un azzardo.
Ed è la stessa cosa che frulla in testa al Cavaliere. Se i due si accordano sottobanco o sopra, meglio sotto, non c'è trippa per gatti. La partita si giocherebbe fra Walter e Silvio. Chi prendesse un voto di più si aggiudicherebbe tutto il piatto. Finalmente si supererebbe l'attuale bipolarismo bolso e si avrebbe un bipartitismo molto semplice per gli elettori e, quindi, efficace. O di qua o di là.
Basta con le coalizioni pasticciate e fisiologicamente litigiose.
A quel punto le forze politiche escluse sarebbero incentivate a fondersi allo scopo di competere, al turno successivo, con i colossi. Il vantaggio derivante dalla semplificazione sarebbe enorme: il partito vincitore governerebbe da sé, senza l'ausilio di altri movimenti, e per cinque anni non avrebbe altro da fare che dedicarsi alla guida del Paese, evitando di sprecare tempo a sedare beghe interne all'alleanza.
Se davvero fosse questo cui aspirano Veltroni e Berlusconi, tireremmo un sospiro di sollievo e, per quel che contiamo, daremmo loro tutto il nostro appoggio.
C'è soltanto una controindicazione: prima di votare per le politiche sarebbe indispensabile votare per il referendum. Una lunga attesa.
Troppo lunga, e riempita da un governicchio penoso e indigesto.
V.Feltri su www.libero-news.it del 28 0tt 07
saluti




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