Si parla molto dell'ondata di antipolitica che pervade il Paese.
L'ha riassunta con successo il libro di Stella (che non ho letto), la cavalca Montezemolo, la riprende Panebianco oggi sul Corriere, la esprime anche Giampaolo Pansa, uno che con gli italiani e la politica non è mai stato tenero, ma che ha appena dichiarato tutta la sua delusione per la sinistra e per il sistema in generale.
L'Italia è a un passo dalla deriva qualunquista.
Una deriva che la classe dirigente, in effetti, fa di tutto per fomentare.
Come dimostra ad esempio, anche l'irritante intervista di Massimo D'Alema qualche giorno fa, dove lancia l'allarme ad una politica incapace di riformarsi: da che pulpito, si direbbe, e con quale faccia tosta.... Il bello è che alle parole di D'Alema hanno fatto eco anche quelle di tutti gli altri tromboni della politica. Tutti a dire: è vero, ha ragione. Nessuno, però, che abbia dato un esempio facendo mea culpa o restando almeno in dignitoso (o imbarazzato) silenzio.
E' innegabile che il vaso sia colmo, che la gente sia lontana anni luce da chi la rappresenta. Come è innegabile che la stessa politica non sia in grado di dare risposte convincenti, e soprattutto serie, che non siano quelle pasticciate e improvvisate di un'alchimia pseudo-populista come il Partito Democratico.
In questa foga antipolitica, però, si confonde di tutto. Non si discerne.
La crisi della politica, invece, ha almeno tre aspetti diversi, che richiedono risposte e atteggiamenti differenziati, e che non si possono ridurre tutti nello stesso calderone.
Il primo problema è quello del personale politico, del costume e dei privilegi dei singoli.
Il secondo è quello dei partiti.
Il terzo è quello più generale dell'assetto politico e della rappresentanza parlamentare.
Poi c'è il quarto, che è fondamentale, ma che la gente preferisce non vedere: la società italiana. Il vero cancro originario è la società nel suo insieme, troppo spesso incline al malcostume, all'inosservanza delle regole, alla maleducazione civica, al bieco egoismo. Società di cui la classe politica è solo il riflesso, la degna e inevitabile rappresentante. Con l'aggravante, questo sì, di avere responsabilità di indirizzo, pratico e morale.
Come si affronta la questione?
Personalmente, anche se ritengo l'atteggiamento dell'opinione pubblica giustificato, i termini in cui viene posto il problema non mi appassionano. Non mi appassiona il modo in cui viene trattato, non mi appassiona l'ipocrisia di fondo (percepibile ovunque, nei media, nella società che protesta, nella classe politica), non mi appassiona questa voglia di cambiamento senza capo né coda.
A me piace l'impegno, non il disimpegno. Mi piace l'esempio positivo, non il disfattismo distruttivo. Mi piace il tono serio e pacato, mirato all'azione concreta. Non gli isterismi sguaiati e inconcludenti.
La questione andrebbe affrontata "spacchettandola" in tutti e tre (o quattro) gli aspetti. E mi auguro che ne potremo discutere ampiamente, anche qui.
Intanto, mi viene spontanea una considerazione un po' ingenua, anche se molto sentita: sarebbe bello un partito repubblicano che, in punta di piedi, senza cavalcare ondate emotive o battaglie populiste, avesse da mostrare al Paese una pratica politica differente, un esempio diverso di approcciare i problemi e di gestire il potere, una credibilità inossidabile, una serietà e un'affidabilità coltivate con cura.
Sarebbe bello, ma nella realtà non esiste. Anche se nell'immaginario collettivo, forse, qualche traccia di questo stile ancora permane, almeno sotto forma di "meno peggio". Mi piace pensare che una bozza su cui lavorare resista ancora. Anche se attaccata dalla muffa e sommersa dalla polvere di tanti anni di scantinato.




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