Il successo è anche del Cav.
Il Cav. non fa congressi, costituenti e primarie, perché è un imprenditore che fa vita pubblica, ma il senso del suo ingresso in politica, nel lontano 1994, era esplicitamente questo: mi appello al popolo per legittimare la mia leadership.
Da allora non ha smesso di praticare la democrazia diretta dell’investitura personale, che è tipica in diverse forme delle grandi democrazie moderne.
Veltroni e il Partito democratico nascono nello stesso segno culturale e civile con lo strepitoso successo delle primarie milionarie, che hanno scelto il capo attraverso una riuscita competizione politica per il consenso, e nella formula americana (un’area progressista nomina con il voto colui che dovrà essere alla guida dell’esecutivo).
Il Cav. non se ne è accorto, ma questa delle primarie non è che l’ultima trasformazione della democrazia italiana ispirata alla sua azione e al significato della sua presenza nella vita istituzionale, in forme diverse da quelle che si sono profilate nella sua storia personale, ma omologhe.
Il risultato del voto di domenica fa nella sostanza del Partito democratico il cartello elettorale di sostegno del suo leader, come è per Forza Italia e in parte anche per la coalizione ad essa alleata, e di Veltroni lo sfidante naturale del campo avversario nella conquista del consenso maggioritario. Con la virtuale abrogazione della vecchia dialettica dei partiti e delle tradizioni socialista, comunista e democristiana, che si contaminano e si dissolvono nello stesso momento, si produce a sinistra lo stesso processo avviato da tempo a destra.
E stavolta non è l’Ulivo: un cartello di forze diverse che insignisce del potere un leader senza partito e senza truppe.
Né l’Unione, che dell’Ulivo era uno sviluppo pasticciato in fretta e furia all’insegna dell’antiberlusconismo.
Il progetto del Pd ovviamente può fallire.
L’Italia è capace di divorare nel sarcasmo e nel cinismo qualunque esperimento nell’arte dello stato. Chi annunci una nuova stagione, si guardi poi dal ritardarne l’avvio oltre i tre mesi canonici di durata delle regolari stagioni climatiche.
Berlusconi vinse le elezioni e diventò un elemento fisso del panorama italiano esattamente tre mesi dopo il discorso presidenziale del gennaio 1994 in cui annunciò che cambiava mestiere e si metteva in politica.
Se Veltroni non trasformerà rapidamente in progetto consapevole e sfida in campo aperto il dualismo di fatto che le primarie hanno instaurato tra lui e Prodi, tra la logica e vocazione maggioritaria del Pd e quella della mezza maggioranza rissosa e inconcludente oggi al governo, la sua impresa insieme politica e antipolitica rischierà di sfilacciarsi e di comunicare stanchezza e monotonia ancor prima della corsa e della competizione finale.
Veltroni ha un solo asso nella manica, l’essere percepito come un uomo di rottura positiva, di ricostruzione di una coscienza pubblica di sinistra e progressista dotato dell’energia e delle idee che per diverse ragioni mancano al governo e alla maggioranza di centrosinistra che hanno insieme vinto e perso le elezioni di un anno e mezzo fa.
Oggi la parola d’ordine del Pd è un ossimoro propagandistico: discontinuità e rapporto con Prodi a prova di bomba.
Occorre tenere insieme provvisoriamente ciò che è destinato a dissolversi nell’immediato futuro, se si vuole corrispondere all’ambizione di rinnovare la politica italiana e la sinistra, sottoposta al vaglio di tre milioni e mezzo di persone fiduciose.
Le primarie si fanno per affrontare le elezioni, e se il Cav. vuole davvero le elezioni, non ha senso che esibisca il baffo moscio.
Giuliano Ferrara su www.ilfoglio.it
saluti




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