Il messaggio di Pisacane 130 anni dopo Sapri: intelligenza del pensiero, coraggio dell'azione
Rosanna Pilolli
30-10-2007
A quaranta anni dalla morte, il bellissimo volto di Ernesto Guevara de la Senta, il mitico "Che" Guevara, conserva intatta la sua gloria. E' rimasto giovane per sempre, simbolo della purezza politica, mai ripiegato nella vita comoda, mai ucciso dal compromesso, icona dell'Uomo Nuovo, della sfida estrema all'esistente ingiusto. Un mito assoluto che lascia nell'ombra i lati complessi della sua personalità fatta di mescolanze contrastanti di passione romantica e di analisi acuta della realtà del suo tempo.
Anche il nostro Risorgimento nazionale ha avuto il suo "Che". Per lui nessuna bandiera. Avvolto nelle ombre che circondano la nostra storia unitaria è sopravvissuto in silenzio al tempo, relegato nelle poche righe dei libri di storia dei licei, negli studi o nei convegni specialistici. Il nostro "Che" si chiamava Carlo Pisacane. Era un giovane ufficiale napoletano di famiglia nobile, un patriota vicino inizialmente al pensiero politico di Giuseppe Mazzini. A lui è soprattutto legata l'impresa drammatica e fallimentare di Sapri del 1857, appena tre anni prima della faticosa realizzazione dell'Unità d'Italia ancora privata della sua capitale Roma.
Come il "Che" Guevara, anche Carlo Pisacane morì a trentanove anni, costretto al suicidio dal fallimento della spedizione, fedele ad un codice d'onore che non gli consentiva di sopravvivere al massacro dei suoi.
Dopo una prima giovinezza tumultuosamente romantica culminata con la fuga d'amore con la sua donna, Enrichetta De Lorenzo, accorse in difesa della Repubblica romana del 1848 e conobbe la galera pontificia di Castel Sant'Angelo dopo l'orgogliosa caduta della Repubblica democratica di Roma.
Come per moltissimi altri patrioti, anche per Carlo Pisacane non rimase altra prospettiva che l'esilio all'estero. Trovò riparo in Inghilterra da fuoruscito. Ed è di questo periodo la rielaborazione del suo pensiero politico. Nacque con Pisacane un primo nucleo di pensiero socialista italiano, collegato strettamente all'idea di unità nazionale ed a quella del riscatto delle plebi contadine, essenziale ai fini dell'unità d'Italia. Pensava, infatti, che fino a quando il popolo dei lavoratori fosse rimasto ignorante e quindi emarginato dalla vita politica, l'unità del Paese non si sarebbe realizzata: "L'Italia trionferà quando il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile". Aveva scritto, ed era la pianificazione della guerriglia.
Contrariamente all'idea di Mazzini, che puntava sul Lombardo-Veneto come centro dei moti insurrezionali, Pisacane riteneva che la rivoluzione patriottica e popolare dovesse invece partire dal Meridione, nelle cui terre la condizione di emarginazione culturale e di miseria delle popolazioni era profonda, e più urgente ne era il riscatto.
Deciso, in un primo tempo, a recarsi in Sicilia nella quale era forte il malcontento nei confronti del governo dei Borboni, definì poi un nuovo progetto: lo sbarco a Ponza con la liberazione dei prigionieri politici rinchiusi nel carcere dell'isola. Con loro e con altre forze che pensava si sarebbero aggregate alla spedizione, proseguire per Sapri, punto strategico di raccolta e di attesa dei rinforzi assicurati dai patrioti napoletani e quindi la marcia di conquista sulla capitale del Regno delle due Sicilie.
La liberazione dei prigionieri politici fu condotta con successo: l'unico di tutta la spedizione. Giunti a Sapri i guerriglieri del riscatto non trovarono ad attenderli quelle masse ribelli, già avviate ad una coscienza politica matura e perciò pronte ad unirsi a loro. Avvenne , al contrario, un ribaltamento tragico. Pisacane ed i suoi vennero assaliti dalla stessa popolazione che avrebbe dovuto attendere la propria liberazione, aizzata dal locale governo che aveva dipinto i patrioti come banditi e ladri, attentatori "della pace e della prosperità" e soprattutto della proprietà privata dei piccoli fondi. I contadini stessi, infatti, massacrarono quasi tutti gli uomini della spedizione ormai sconfitta e in fuga. Carlo Pisacane ed il suo luogotenente Giovanni Battista Falcone si suicidarono con le loro stesse armi.
Nonostante l'esito tragico del suo tentativo insurrezionale, Carlo Pisacane non va percepito riduttivamente come l'eroe sconfitto di una impossibile guerriglia. O come il malinconico e perdente precursore dell'impresa vittoriosa dei Mille di Garibaldi o come l'ideatore della forma moderna di socialismo o di una concezione articolata di democrazia attuale. La sua personalità di rivoluzionario e di pensatore fu particolarmente complessa e non priva di contraddizioni. Tuttavia fu un uomo proiettato oltre il suo tempo, un contemporaneo la cui visione attuale consiste nella dialettica predominante, in lui, fra pensiero lucido ed azione ideale. L'analisi della società del tempo condotta con rigore scientifico nei suoi scritti, contrastava tormentosamente con la spinta, il bisogno romantico di incidere, senza attese, nella realtà, di votarsi ad un immediato e totale compimento del suo ideale politico.
L'aspetto analitico-scientifico, chiaramente contrastante con l'attuazione immediata della propria urgenza di uomo di azione, convissero nella sua personalità in modo drammatico combattendosi in una lotta profonda e risolta nella tragedia finale della sua giovane vita. Fuori da ogni idealizzazione di schema, la figura di Carlo Pisacane può rappresentare i contrasti, le lotte, i fallimenti, gli errori della sinistra risorgimentale italiana. Ed anche della sinistra del secolo ventesimo.
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