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    Predefinito Magia e scienza in Giordano Bruno

    Giordano Bruno, la divina follia contrapposta alla scienza
    di Umberto Galimberti

    Giordano Bruno: un'occasione per pensare profondamente, dove la "profondità" non va cercata nell'"approfondimento" del pensiero tecnico-scientifico che da tre secoli condiziona l'Occidente limitando le sue possibilità espressive e conoscitive, ma va cercata nell'inconscio della scienza che è a un tempo ciò da cui la scienza scaturisce e ciò che la scienza rimuove. Immagino che questo discorso infastidisca gli scienziati e i filosofi della scienza, il cui sapere è accreditato dai successi del loro metodo che sono sotto gli occhi di tutti. In Occidente infatti la società è progredita per effetto della scienza e non della magia, le possibilità dell'uomo si sono ampliate per effetto delle scoperte scientifiche, la vita stessa dell'uomo è più sana e più lunga grazie alla medicina scientifica. Ma in ordine alla felicità dell'uomo, in ordine alla sua pace interiore, in ordine alla sua armonia con la natura e più ampiamente col Tutto, non pare si siano fatti passi innanzi. Anzi, sembra proprio che il progresso scientifico dell'Occidente abbia dislocato l'uomo dal suo habitat naturale, per cui ci si trova più a proprio agio di fronte a un computer che di fronte a una distesa verde, a un mare trasognato, a un cielo propizio. Immagino che questo discorso infastidisca anche gli uomini di religione che, per quanto antiscientifici possano apparire, dal processo di Galileo all'opposizione alla biologia darwiniana, su su fino alle recenti scoperte della biologia molecolare e della genetica, in realtà hanno sempre marciato nella direzione di un accordo con la ragione, prima con la ragione platonico-aristotelica, poi con la ragione cartesiana, perdendo della dimensione sacrale, di cui dovrebbero essere i "sacer-doti", non solo l'origine, ma anche la traccia.
    Per questo non obiettarono nulla alla fisica cartesiana, si limitarono a processare Galileo per difendere la "letteralità" biblica, ma non esitarono a bruciare Giordano Bruno perché propugnatore di una "nova filosofia" che non era scientifica, perché si appoggiava alla magia naturale, alla "prisca Aegiptorum sapientia". Oggi Adelphi pubblica di Giordano Bruno le Opere magiche (pagg. 1.590, lire 200.000). Un'edizione lussuosa con il testo latino a fronte, diretta da Michele Ciliberto che oggi in Italia è senz'altro uno dei maggiori conoscitori di Giordano Bruno. Queste opere furono pubblicate per la prima volta a fine Ottocento da F. Tocco ed E. Vitelli che però invitarono a trattarle con "cautela e prudenza", quasi fossero un "errore", lungo il tragitto che il pensiero della modernità si accingeva a percorrere. Nel nostro secolo Giovanni Gentile giudicò queste opere "non filosofiche perché ebbero in odio la logica", ribadendo in tal modo il pregiudizio della modernità, secondo cui il pensiero o è logica o non è nulla. Ma allora che dire di Socrate che filosofava a partire dal demone che dentro gli dettava in condizione di "atopia" che non è epilessia, già nota ai tempi di Ippocrate, ma propriamente "dis-locazione (a-topia)" rispetto al modo abituale di pensare? Che dire di Platone che alla fine della sua vita sconfessa tutte le sue opere scritte, perché la vera sapienza non si può trasmettere se non per comunicazione orale, come aveva appreso in Egitto dal suo maestro di iniziazione Sechenuf? Platone fonda la ragione d'Occidente: il principio di non contraddizione, di identità, di causalità. Ordina il linguaggio secondo una grammatica e una logica che garantiscono l'univocità dei significati, sottraendoli una volta per tutte a quell'ambivalenza simbolica che li lasciava in una perenne oscillazione. Ma poi parla anche di una "divina follia" di gran lunga "superiore alla ragione logico-matematica (uperballein ta mathemata olka)" che Platone e non altri aveva ideato e consegnato all'Occidente come forma del suo pensiero e del suo linguaggio. Questa "divina follia" trova il suo spazio scenico nella Gnosi e nel Neoplatonismo, per quanto conflittuali siano state queste due forme di pensiero, e poi venne sepolta da Agostino, logico e retore, che saldò il cristianesimo alla "logica" greca.
    La divina follia, questo pensiero che procede per immagini e non per concetti, che dell'immagine sono l'impoverimento e la riduzione, prosegue sotterranea nel pensiero medioevale.
    La ritroviamo alla base delle tecniche mnemoniche di Raimondo Lullo, e poi in modo esplosivo nel Rinascimento con Cusano, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e appunto Giordano Bruno. Ma nel Rinascimento nasce anche la scienza moderna con Bacone, Galileo, Cartesio.


    Immagine tratta dal sito http://w3.uniroma1.it/

    L'impianto logico-matematico che Platone aveva inaugurato viene rigorizzato, e l'altro modo di pensare, il pensiero per immagini, viene di nuovo sepolto, senza però sparire, se è vero che è possibile scoprirlo nascosto dietro le riflessioni di Leibniz sulla lingua e sulla scrittura, errabondo nella fenomenologia di Hegel, pervasivo nella filosofia di Schopenhauer, esplosivo in quella di Nietzsche, e via via nei "grafi" della semiotica di Peirce, nell'ardua meditazione di Wittgenstein sulla logica della raffigurazione, e nella categorica distinzione heideggeriana tra "pensiero calcolante" e "pensiero pensante". Del pensiero per immagini s'è impadronita la psicoanalisi: Jung più di Freud, e oggi James Hillman che denuncia di "insufficienza immaginale" la psicoanalisi, la quale, nel tentativo di accreditarsi come scienza, ha perso l'anima. La magia di Bruno si colloca in questa sotterranea corrente di pensiero, il "pensiero per immagini", che, anche se è risultato perdente in Occidente, continua ad essere la fonte segreta del pensare. Ad essa si accede, come voleva Platone, non con architetture logiche, ma con pratiche erotiche. Si legga a questo proposito il Simposio e il Fedro dove si parla d'amore e di divina follia. Lì si dice che amore è una forma di follia a cui gli amanti ricorrono "per dire quel che altrimenti non riuscirebbero a dire, e perciò parlano in modo enigmatico e buio". Lo stesso Socrate, noto per la sua "dotta ignoranza", dice che di una sola cosa ha "episteme", cioè un sapere certo: delle cose d'amore (ta aphrodisia). Le ha apprese da una donna, Diotima, che gli ha insegnato come Amore sia interprete tra gli "umani" e i "divini", i cui linguaggi non sono compatibili e perciò vanno interpretati (ermeneuein) e tradotti (diaporthmeuein). "E chi ha frequentazione con Amore che colma lo spazio vuoto che separa questi due mondi è un uomo demonico (daimonios) a differenza di chi, non avendo frequentazione, è uomo comune (banausos)". Amore sa "comprendere" quel che la ragione non sa "spiegare". E su questa distinzione Jaspers nel secolo scorso imprimerà una svolta radicale alla psicopatologia, segnalando che la psichiatria "può tutto spiegare, senza nulla comprendere". L'impresa jaspersiana, in linea con l'erotica bruniana che ha le sue radici in quella platonica, sarà sconfitta dal discorso egemone della biochimica e oggi della genetica, per cui, come diceva Jaspers finiremo col sapere che cos'è la schizofrenia e non riusciremo a parlare con uno schizofrenico. La recente discussione sull'Illuminismo, opportunamente inaugurata da Scalfari sulle pagine di Repubblica, ha messo in luce la grandezza della ragione scientifica su cui l'Occidente ha costruito se stesso, ma insieme il suo limite, a cui l'immaginazione romantica cercherà di porre rimedio portando l'attenzione sull'intima connessione del Tutto rispetto all'analitica scansione delle parti, in cui il pensiero logico-razionale, per le esigenze del suo metodo, trattiene se stesso, smarrendo i "vincoli" che legano fra loro tutte le cose. Questo è il programma della magia di Giordano Bruno per il quale "non essendoci nell'universo parte più importante dell'altra" non è concesso all'uomo quel primato, prima biblico e poi cartesiano, che lo prevede "possessore e dominatore del mondo", ma semplice "cooperatore dell'operante natura (operanti naturae homines cooperatores esse possint)". Questa differenza è decisiva perché smaschera quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza, è , tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio e quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura. La magia, che non è potere sulla natura, ma scoperta dai vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'"invisibile armonia", è la proposta filosofica di Bruno, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose. Giordano Bruno fu trascurato dagli scienziati del suo tempo che stavano inaugurando il sentiero che sarà poi percorso dal pensiero occidentale, e bruciato vivo a Roma, in Campo de' Fiori, dalla Chiesa che allora, per dire la sua, disponeva di metodi più spicci. Ma oggi che il potere dell'uomo sulla natura inquieta l'uomo stesso, perché il suo potere di "fare" è enormemente superiore al suo potere di "prevedere" e di "governare" la propria storia, forse è opportuno un ritorno al pensiero di Bruno, per scorgervi non l'anticipatore degli "infiniti mondi" contro il geocentrismo del suo tempo, ma colui che, proprio in forza degli "infiniti mondi" dubita che l'uomo possa essere pensato come il centro dell'universo e quindi in diritto di disporne, questa volta sì ingenuamente, secondo i modesti e al tempo stesso terribili schemi della sua acritica progettualità, perché alla legge del Tutto, a cui si volgeva la magia bruniana, impone la legge dell'uomo (occidentale) sul Tutto.

    (apparso su La Repubblica, 11 gennaio 2001)

    Dal sito http://lgxserver.uniba.it/

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    L’IMPENITENZA AL ROGO
    di Adriano Prosperi

    Giovedì 17 febbraio 1600: questi giorni, quattro secoli fa. A Roma, in Campo de' Fiori, si brucia un uomo. È "piccolo, scarno, con un pocco di barba nera, di età de circa quaranta anni".
    Tutt'intorno, c'era, anche allora, un grande Giubileo. In una città splendidamente rinnovata, milioni di pellegrini visitavano chiese e monumenti: l'età della Chiesa primitiva riaffiorava dal mondo sotterraneo delle catacombe da poco scoperte, quella del rinnovamento tridentino risplendeva nei santi recenti, fondatori di grandi ordini e combattenti della fede. Era stato indetto un "anno di remissione e di perdono, di vera indulgenza e di spirituale allegrezza". Ma non ci fu perdono per Giordano Bruno.
    Lo straordinario e orgoglioso senso di sé dell'uomo emerge dal modo in cui, nelle sue avventure intellettuali, cercò il confronto con le più grandi corti e università di Marburgo e di Wittenberg, la magica Praga di Rodolfo II, Tubinga, Francoforte. Il ritorno in Italia avvenne per la porta di quella Venezia a cui tanti guardavano come unico Stato italiano libero dall'egemonia spagnola e papale e che fu, invece, per Giordano Bruno, la porta infida su di una lunga prigionia, conclusa tragicamente. Quel percorso europeo fu una serie ininterrotta di conflitti con i circoli intellettuali e religiosi dominanti. Arrivato a Ginevra non per diventarvi calvinista ma per "viver libero et essere sicuro", come dichiarò al napoletano Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, interpretò in modo aggressivo la sua libertà criticando per iscritto un professore dell'Accademia. Fu processato dal tribunale del concistoro e condannato. Dovette chiedere perdono. Alla corte di Elisabetta I non andò molto meglio. Anche qui, l'intolleranza filosofica e religiosa - in un contesto politico e culturale illuminato finemente da Ricci - si dettero la mano: la pretesa di Bruno di sostenere la tesi copernicana fin dalla prima lezione che tenne a Oxford suscitò reazioni violente, lazzi e derisioni. Un testimone riferì: "Tentava di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo". Ma le radici dello scontro non erano solo nel conservatorismo delle università inglesi. Il fatto è che Bruno rifiutava radicalmente la severa idea puritana della predestinazione. Rifiutava il principio d'autorità: "Lui non vedea per gli occhi di Copernico, né di Ptolomeo, ma per i proprii"; criticava l'evento che più inorgogliva la boria europea dell'epoca, cioè la scoperta dell'America, in cui vedeva solo una tragedia di sopraffazioni; vedeva nell'intera Riforma protestante il trionfo di una "poltronesca setta di pedanti". Il panorama europeo, visto attraverso l'esperienza che ne fece Giordano Bruno, appare dunque chiuso e intollerante. Eppure, di tutte le accuse, le vicende giudiziarie e le disavventure in cui questo scomodissimo, geniale e turbolento frate si andò a cacciare, l'unica a cui non sopravvisse la incontrò non in terra straniera e protestante ma proprio in quella Italia cattolica dalla quale era meno intellettualmente lontano. D'altronde, va detto che il processo d'Inquisizione (e l'esecuzione capitale che ne seguì) non ebbero niente di eccezionale, niente di illegale, niente di gratuitamente crudele. Giordano Bruno ebbe un lungo, accuratissimo processo, nel rispetto più accurato di regole severe. Se ne occuparono teologi e giuristi preparati, di non banale spessore intellettuale. Basti citare il nome del gesuita Roberto Bellarmino, che era stato capace di sfidare l'irritazione del papa con la sua negazione del potere papale diretto sulle materie temporali. Lo avrebbero santificato, ben presto: e prima di morire, fece in tempo a porre le premesse del processo a Galileo. Tra i potenti personaggi che giudicarono il Nolano, c'era il cardinale Borghese, che doveva diventare papa Paolo V e costringere nei secoli i cattolici a venerare il nome della sua famiglia inciso nel bel mezzo della facciata della basilica vaticana. Quel tribunale che governava dal vertice la vita della Chiesa non amava versare il sangue: preferiva salvare le anime. Chiedeva solo una cerimonia di abiura. Nei secoli, la stragrande maggioranza di chi passò davanti al tribunale trovò accettabile questa soluzione. Pochissimi la rifiutarono. Tra questi, Giordano Bruno. Il tribunale tentò fino alla fine di farlo recedere: furono concesse proroghe, tentate persuasioni. Niente da fare. Pertinace e impenitente, il Nolano incarnò fino alla fine il tipo d'uomo contro il quale il tribunale dell'Inquisizione era sorto: quello dell'individuo che preferisce sbagliare da solo. Era un uomo litigioso, insopportabilmente pieno di sé. Diceva bestemmie, secondo il cristianesimo ufficiale.
    Marin Mersenne si meravigliava che ci fossero persone "così sciagurate e insensibili alla salvezza della loro anima, che cercano di riposare il loro spirito tra queste empietà". Un uomo come Alberico Gentili trovava le sue idee "false, e assurde e sciocche opinioni". Nessuno poteva immaginare che le idee di quel piccolo uomo presuntuoso avrebbero lasciato così lunga memoria di sé. Ma il problema, in fondo, è tutto qui: nell'esito mortale del rapporto tra un tribunale ben regolato e ponderato e un piccolo uomo dalle idee stravaganti, che obbediva solo alle "divine leggi" di una moralità superiore, "inscolpite nel centro del nostro cuore". Oggi, forse, all'ombra di Giordano Bruno gli eredi di quel tribunale chiederanno perdono per quella morte. Un dialogo impossibile, tra sordi, tra assenti: sordo allora Giordano Bruno a chi lo spingeva a domandare perdono e ad abiurare le sue idee, assente oggi e insieme incombente, come possono esserlo solo i morti.

    Dal Corriere della Sera del 21 febbraio 2000 (in occasione del quarto centenario del rogo di Giordano Bruno)


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    E IL LIBERO PENSIERO BRUCIA ANCORA

    Il falò per Giordano Bruno - l'apostata frenetico che andò oltre Copernico e teorizzò prima di Keplero e di Galileo la pluralità dei pianeti, l'idea dell'infinità del mondo e quindi di Dio - fu acceso alla svelta in quel giorno 17 febbraio di quattrocento anni fa a Roma, all'angolo fra Campo de' Fiori e via dei Balestrari. Prima, si erano svolti gli interrogatori ai suoi danni. Era andato in scena per otto anni il sottile gioco processuale fra la futura vittima e i suoi inquisitori, che si concluse con la dichiarazione di non disponibilità, da parte di Bruno, ad abiurare. E la sfilata dei testimoni inaffidabili, la passerella dei delatori: "Egli disse che Gesù era un tristo", Mosè un "mago astutissimo", gli apostoli gente "finta e bugiarda" e Caino un "huomo da ben". Finché, si decise di mandare in fumo una vita di grande intellettuale indocile e innovatore e insieme di bruciare l'idea stessa di libero pensiero e la possibile minaccia, anche futura, da esso rappresentata. Quello di Bruno "spogliato nudo, legato a un palo e abbruciato" con la lingua pendente di fuori per "le bruttissime parole che diceva" (così si espresse un cronista dell'epoca) resta dunque un caso paradigmatico di ingiustizia contro un uomo e di paura nei confronti delle idee controcorrente. Delle verità difficili e non riconosciute. Scrisse, nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, che la sua filosofia era quella di riporre fiducia nella "ragione di ciascuno" e che la sua idea di cultura si fondava "sull'unica regola della mutua intesa e della reciproca libertà di discussione" fra gli individui. "Tutte le strade sono buone, se riconducono alla verità", incalzava il frate domenicano prima di finire "martire e volentieri".
    Ma davvero queste, oggi, sono idee completamente accettate e comunemente sentite al di là delle finzioni e delle ipocrisie della tolleranza prêt-à-porter? Ed ha proprio vinto lo spirito di Bruno su quello dei censori eterni e sulla cultura dell'anatema, della demonizzazione più o meno infuocata, delle abiure piccole e grandi richieste e praticate in continuazione? Da una parte, gli "eroici furori" del grande apostata, cioè quel suo modo provocatorio e dissacrante, ma pacifico, di avanzare dubbi. Dall'altra, la logica del non rispetto, del sospetto preventivo o dell'indifferenza che fa male. Questa vecchia partita, ovviamente in altre forme e in nuovi modi assai meno cruenti, in fondo non accenna ad esaurirsi. Sia pure annacquati, addolciti e rabboniti, certi integralismi politici, intellettuali, giudiziari continuano a serpeggiare nelle pieghe della società moderna.

    Da Il Messaggero del 17 febbraio 2000


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    IMMAGINAZIONE E MAGIA IN GIORDANO BRUNO
    di Aurora Martin

    L'uomo degli inizi, non essendo in grado di avvolgere la realtà, pur desiderando di trovare il proprio posto nell'universo, si è rivolto all'animismo, come strumento dell'immaginazione, creando così un universo simbolico, oltre, vicino e alcune volte anche contro l'universo reale. Tramite l'animazione, la personificazione e l'iperboleggiare dello sconosciuto, l'uomo è arrivato gradatamente alla magia, alla religione e alla letteratura; l'apparente libertà alla conquista dello spazio immaginario imponeva praticamente una serie di regole, di tabù e di interdizioni magico - religiose che sono state alla base della grande scuola di disciplina dell'umanità appena uscita dall'animalità. La lingua fu la sorgente comune per la magia, la religione e la letteratura, attività puramente immaginative dal punto di vista del concetto; le formule fisse e soprattutto le formule magiche che non tolleravano alcuno sbaglio se si teneva conto dell'efficienza del rito, hanno costretto gli uomini a trovare mezzi mnemotecnici sicuri, cosicchè si potrebbe affermare di essere arrivati prima della nascita della poesia, alla versificazione, alle sequenze ritmiche che hanno permesso la fluidità del discorso. Il montaggio del rito faceva diventare il mago stesso, drammaturgo, regista e attore, insomma, un uomo di teatro avant la lettre. Dall'altro canto, le preghiere religiose hanno lasciato più spazio all'immaginazione, all'improvvisazione, alla creazione poetica alla quale si poteva arrivare sotto l'impulso delle necessità profonde e delle forti emozioni. Il tema dell'immaginazione e della fantasia ha rappresentato una preoccupazione costante per i filosofi che hanno riconosciuto in esso sia la funzione cognitiva, sia che hanno trovato in esso un ostacolo sulla strada della conoscenza della verità. Aristotele appartiene alla prima categoria, sorprendendo in "De anima" (III, 3, 429a) il legame indistruttibile tra immaginazione e sensazione (nota l'etimologia della parola "phantasia" da "phaos", che significa "luce", e "senza luce non si può' vedere" (trad. Renato Laurenti, in Aristotele. Opere, IV, pp. 173); Platone appartiene alla seconda categoria, prendendo l'immaginazione per una perdita di se stessi, perdita che permette l'accesso a quello che non si mostra a tutti i mortali: "I poeti, ciechi nel mondo visibile, vedono l'invisibile (Guido de Rosa, Il concetto dell'immaginazione nel pensiero di Giordano Bruno, pp. 22). Da Giordano Bruno, il tema dello spirito fantastico prende un posto centrale, con la sintesi delle posizioni dei due filosofi, diventando cosi la facoltà intermediaria tra sensibilità e intelletto, come origine comune di entrambi. La ragione umana, come ragione sensibile con radici immaginative, apre sempre nuovi orizzonti cognitivi, fra i quali l'orizzonte della mnemotecnica, che ci permette l'analisi del ruolo dell'immagine e dell'immaginazione nel pensiero, nel conoscimento e nello sviluppo della funzione simbolica del linguaggio. L'immaginazione è vista come potere cognitivo, mentre l'immagine mentale e messa in relazione con la psicologia della personalità "ispirata"; dunque, l'arte della memoria appare come una tecnica di manipolazione dei fantasmi e si fonda sul principio aristotelico della precedenza della fantasia sulla parola e dell'essenza fantastica dell'intelletto. Preoccupandosi dell'allenamento dell'immaginazione nella direzione delle arti occulte della memoria, Giordano Bruno perpetua una tradizione rinascimentale, che proveniva dal rinascimento ermetico, visto che l'esperienza religiosa dello gnosticismo ermetico consisteva nella riflessione dell'universo nella propria mente o memoria. A questo stato si poteva arrivare soltanto in seguito alla convinzione che la mente umana fosse divina in sè e dunque in grado di riflettere la mente divina. D'altra parte, il riconoscimento di una mens super omnia oltre alla mens insita omnibus rappresenta una delle concessioni che Bruno fa alla trascendenza; sostiene, invece, la mens insita omnibus alla quale si può arrivare tramite la ragione, e non la mens super omnia, la quale, trovandosi al di sopra di tutto, può essere assimilata soltanto tramite la fede. Le sue parole, lontano da essere un'espressione del misticismo, mettono in risalto l'unità che l'uomo riesce ad acquistare tramite la ragione nell'insieme dei fenomeni, e non tramite la mente suprema che esisterebbe oltre, secondo la credenza. L'educazione della memoria magica, che riflettere il mondo, diventa in Bruno una tecnica per acquistare una personalità da mago, da mago convinto di poter manipolare lui stesso un individuo oppure una collettività, un mago capace di invocare la presenza di esseri invisibili ricorrendo soltanto agli strumenti dell'immaginazione e alla conoscenza dei legami (vincula) giusti. Per poter eseguire il suo sogno di diventare il Padrone dell'universo, capace di disporre su natura e società, il mago deve stabilire un contatto con il sacro, riattivando le forze e le capacità psichiche ed immaginative eclissate dal razionalismo del logos. Tramite la magia, era capace di elaborare un modo di pensare in grado di esprimere il mondo dall'aldilà, al quale apparteniamo volens o nolens, cioè il mondo del sacro. Basandosi sull'osservazione che l'uomo sia l'unico essere sulla terra capace di essere felice o infelice a causa delle proprie fantasmagorie, il "mundus immaginalis" del Rinascimento ha sviluppato una cultura del fantastico la quale, conferendo un'immensa importanza ai fantasmi suscitati dal senso interno, ha favorito l'esercitazione della facoltà umana di operare attivamente sopra i fantasmi o con i fantasmi "che venivano trasmessi dall'apparecchio fantastico del mittente a quello del ricevente" (Culianu), con l'unica condizione di credere nell'efficienza della magia che veniva applicata, certamente, partendo dalla premessa che la felicità oppure l'infelicità non sono che fatti interni, di coscienza, dunque soggettivi. Gli implicati partecipavano tramite l'ascolto, l'immaginazione ed il vivere interno all'azione magica, per riacquistare la fiducia nelle proprie forze, nella possibilità di lottare e di vincere. Con il suo aiuto diventava tutto possibile; si è sentito, dunque, il bisogno di stabilire un limite fra quello che era lecito e quello che non lo era nella magia, differenziando così la magia bianca dalla magia nera, oppure la magia spirituale dalla magia demoniaca. G. Bruno differenzia anche lui la magia naturale dalla magia transnaturale (oppure demonomagia). Siccome l'interesse di questa relazione è indirizzato sulla magia naturale, mi fermerò pochissimo sulla demonomagia. derivata dalla sovrapopolazione dello spazio, inaccessibile alla percezione repentina, con le personificazioni iperbolizzate di numerosi dei o demoni dell'aria, dell'acqua o della terra, frutto dell'immaginazione umana spaventata davanti allo sconosciuto.


    Monumento a Giordano Bruno, Roma (Campo de' Fiori) - Immagine tratta dal sito http://www.ateismo.net/

    La natura, ai tempi del Rinascimento, era invasa da queste creature immaginarie, che suscitavano passioni individuali, che determinavano disastri cosmici oppure, nel miglior dei casi, azionavano costringendo naturalmente (sonno, desideri erotici) quelli che gli si opponevano. L'intento di rabbonirle con le preghiere e i sacrifici ha portato allo sviluppo della religione, mentre quello di manipolarle o di ottenere la loro indifferenza, alla magia. Bruno, vedendo in queste creature spiriti invisibili che hanno la capacità di azione sul. senso interno, portando ad allucinazioni visive ed auditive, distingue cinque classi di demoni, in una gerarchia dalla bruta animalia, agli dei (De Magia, III, pp.427 - 428). In base agli strumenti e ai metodi, lui identifica nove tipi di magia, suddivisi in tre categorie: magia physica, matematica e divina (ibidem, 397 - 400), tra le quali la prima e l'ultima sono benefiche e la seconda. da caso a caso, potendo essere sia benefica, che malefica (ibidem, II, pp. 455). Alla magia physica corrisponde il mondo naturale, fisico (fuoco e acqua), alla seconda, la ragione (luce e buio) e alla terza categoria, l'archetipo (l'amicizia e lotta). Prendendo le sue precauzioni contro gli attacchi dei monaci, il nolano condanna le forme di magia che agiscono tramite i demoni e, per rivendicare la dignità della magia davanti alla sua demonizzazione da parte dei preti ignoranti, non esita ad aprire una sottile polemica contro l'oscurantismo di Malleus Maleficarum, provocando una discussione semantica intorno alle parole "mago" e "magia". "Si è detto che il mago è uno stupido e cattivo stregone, che ha ottenuto, tramite il patto col demone cattivo, la possibilità di fare del male o di gioire di certe cose. Questo parere non si incontra nei filosofi o nei filologhi (apud gramaticos), ma negli infagottati in cappuccio (incappucciati), venendo prelevata dai catechismi per gli ignoranti e per i preti assonecchiati" (De magia. III, pp. 400). Il mago di Bruno non può essere associato in nessun caso ai classici stregoni che provocavano o si provocavano un "sogno della ragione partoriente dei mostri" con l'aiuto degli allucinogeni , che risuscitavano i fantasmi oppure i demoni. Per lui, il mago e un saggio con capacità pratiche; non si confonde neppure con i maghi che facevano talismani, preparavano pozioni magiche o farmaci; per lui, la magia significa conoscenza, scienza. "Il mago studia la natura, si appropria delle sue regole e poi, sulla base di queste conoscenze, riesce ad anticipare gli avvenimenti materiali. Su questa linea di un sapere qualitativo e non quantitativo, Ernst Bloch colloca tantissimi altri autori che pur muovendosi in un terreno pre-scientifico, hanno contribuito a creare i presupposti per la vera ricerca scientifica". (Nuccio Ordine, il giornale "Dimineata" di Bucarest, febbraio, 2001). "De vinculis" rappresenta un vero manuale pratico del mago, che può diventare un buon manipolatore, nel momento in cui coscientizza il significato dei "vincula", le specie di "vinculum", e le condizioni in cui essi vengono applicati su un soggetto oppure su una collettività, le regole generali secondo le quali i soggetti possono essere divisi. L'azione magica si può realizzare tramite contatto diretto (virtualem o potentialem), tramite suoni (voce, canto, formule ritualiche) e tramite figure, in grado di esercitare il loro potere sull'udito o sulla vista, imprimendo, così, sull' immaginazione "piacere o disgusto, attrazione oppure avversione" (Theses de Magia, XV. IIIvol., pp. 446 447). Ma la vista o l'udito sono soltanto porte secondarie attraverso cui il mago (animarum venator) può introdurre "i legami , "i concatenamenti" (De vinculis in genere, III, pp. 669), in quanto la porta principale (porta et praecipuus aditus) della magia resta la fantasia, raddoppiata però dall'intervento della facoltà cognitiva. Una prima condizione che s'impone è quella del manipolatore, che si deve difendere dal controllo che gli altri possano esercitare su di lui, rimanendo immune a qualsiasi emozione provocata da stimoli esterni tramite un controllo totale della propria immaginazione. Un'altra è la credenza, il legame dei legami (vinculum vinculorum), ma Bruno afferma che "è necessario che l'operatore possieda una credenza attiva e il paziente una credenza passiva". (Theses de Magia, LIII, II vol., pp. 490). Generalmente, la sua influenza si realizza più facilmente sulla moltitudine di gente, motivo per qui qualsiasi religione rappresenta una forma di manipolazione della gente, utilizzando tecniche efficienti per dirigere l'immaginazione dei gruppi ignoranti, direzionando le loro emozioni verso l'autosacrificio. Bruno non ha l'intento di criticare la religione, ma soltanto di demolire i suoi meccanismi, trovando le masse disposte ad accettarla e ricevere il messaggio per convertirsi; dimostrando come si può dominare la moltitudine di gente, lui anticipa le ricerche di Gustave Le Bon ("Psicologie des foules" ) e di Freud in questo campo. A livello dell'eros, le specie di vinculum si differenziano in base al ricevente dell'affetto, in quanto si decidono i rapporti tra i membri della famiglia , tra gli amici, tra le persone che appartengono o meno allo stesso genere, della stessa età o che occupano la stessa posizione sociale. "In generale, l'uomo è più libero nella scelta dei legami rispetto agli animali" (De vinculis, III, pp. 648). Bruno stabilisce, dunque, alcune regole generali che agiscono a livello del subconscio nel momento in cui realizza legami fra i soggetti, tenendo conto dell'età, del carattere, della fisionomia e della posizione sociale. I bambini, gli adolescenti e gli adulti reagiscono in modo diverso alle seduzioni erotiche. Fra i quattro temperamenti, i malinconici, dotati di una fantasia più forte, sono meno stabili sul piano affettivo e prendono in considerazione il proprio piacere, e non il perpetuarsi della specie. Altrettanto instabili sono anche "i soggetti con una fisionomia somigliante al capro (con tibia fragile, naso prominente e curvato), quelli della specie dei satiri, dediti ai piaceri, all'allegria" (ibidem, pp. 676 677). Per quello che riguarda i rapporti sociali, ai superiori piacciono essere lusingati, cosicchè i subalterni , per legarli, devono "lodare le virtù mediocri, attenuare i vizi, scusare quello che non è proprio scusabile, trasformare i difetti in pregi" (ibidem, pp. 646, 666). Sembrano parole prese dal "Principe" di Machiavelli, con l'unica differenza che Bruno si occupa della manipolazione psicologica in generale, mentre Machiavelli si occupa della manipolazione politica. Il suo operatore sa che qualsiasi essere, anche senza consapevolezza, appartiene a una rete intersoggettiva, partecipando così a un processo magico e, osservando questi rapporti, aziona nella direzione di un migliore conoscenza del soggetto e dei suoi desideri, per poter realizzare il legame o per poter manipolarlo. Lo psicanalista è il prototipo moderno del manipolatore bruniano che rappresenta anche nella società contemporanea una figura chiave, agendo anche lui a livello dei rapporti intersoggettivi nel campo della sociologia o della psicologia. "Il mago si occupa oggi delle relazioni pubbliche , di propaganda, di indagini sociologiche e di mercato, di pubblicità, di informazione, contro-informazione, disinformazione (Petre Culianu, Eros si magie in Renastere, 1484, pp. 148). Così la magia non è scomparsa in quanto le sue promesse (ottenere la luce, spostamento rapido da un posto all'altro, comunicazione a distanza, il volo, la grande capacità di memorizzazione) sono state messe in pratica della tecnica (l'elettricità, i trasporti, il telefono, la radio e la TV, l'astronautica e il computer). Molti testi letterari testimoniano il fatto che tutte queste scoperte furono percepite inizialmente dalla gente semplice come fatti del diavolo e accettate con paura, con una certa ostilità. Lo spazio del sacro si limita sempre di piu per l'uomo moderno che vede nella religione un atto di abdicazione e di sottomissione, dovuto al sentimento dell'inferiorità dell'uomo. La magia, al contrario, è stata e continua ad essere, con la sua nuova formula tecnica, un atto di audacia, di confronto e di soggiogamento del sovrannaturale alla realtà. Bruno, in grado di intuire questo sviluppo, convinto delle verità affermate, sopravvive oggi, gridando oltre i secoli ai giustizieri, con una straordinaria superbia intellettuale: "Credo che in questo attimo siate voi ad avere più paura pronunciando questa sentenza, che me, ascoltandola!"

    http://www.giordanobruno.info/martin.htm

    Dal sito http://www.giordanobruno.info/

 

 

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