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    Predefinito Iraq. Il segno della guerra e il feticcio della democrazia

    Iraq. Il segno della guerra e il feticcio della democrazia
    Stampa questo post venerdì 19 marzo 2010 07:00 - di Elettra Deiana, Silvana Pisa - Categorie: Vetrina
    Iraq. Il segno della guerra e il feticcio della democrazia
    Proprio in questi giorni, a ridosso delle elezioni del 7 marzo, che hanno riconfermato Nuri al Maliki nel ruolo di premier e hanno fatto parlare – con notevole leggerezza – la stampa internazionale di consolidamento della democrazia in quel Paese, ricorrono sette anni dall’inizio della guerra voluta da Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein e dei bombardamenti sulla città di Baghdad. E poi di altre, infinite altre città irachene.

    Falluja e il triangolo sunnita, tanto per non dimenticare le pagine peggiori. Marzo 2003, appunto, l’avvio della guerra. Che fu di totale violazione del diritto internazionale, delle regole che stanno alla base dei rapporti tra i popoli; e poi dell’accortezza diplomatica e del buon senso comune e di tutto. “Not in my name”, fu lo slogan di pace e di rabbia gridato in tutte le città occidentali contro quella guerra, così vistosamente costruita su inganni e menzogne, invenzioni e complicità occidentali di ogni tipo.

    Armi di distruzione di massa. Un mantra, un’ossessione, un incubo ideologico. “Non ne abbiamo”, dicevano a Baghdad. “Non ci sono”, asserì l’apposita commissione istituita dall’Onu, che andò là a indagare. “Forse non ne hanno”, dicevano persino alcuni 007 occidentali. Non c’erano, ma la guerra fu fatta lo stesso perché il problema non erano né le armi né il terrorismo né niente di tutto questo.

    L’Italia, anche allora sotto la guida di un governo di centrodestra capeggiato da Berlusconi, fu tra i Paesi complici di quel misfatto. E perse molti uomini – i carabinieri di Nassirya – e partecipò anche a scontri in cui morirono vittime civili. Allora la cosa faceva ancora effetto.

    Guerra tutta nel segno del Nuovo Ordine Mondiale nonché del Nuovo Secolo Americano: le suggestioni ideologiche di cui il presidente George W. Bush e i neocons statunitensi avevano costellato le loro strategie imperiali, mettendo a frutto con calcolo bellico l’impatto politico-emotivo dell’attacco terroristico alle Twin Towers. Attacco di cui ancor oggi troppe pagine top secret non fanno capire bene né il contesto né le dinamiche di attuazione. Così vanno le cose, quando c’è di mezzo l’incontrollabile, fino ad altra disposizione, ragion di Stato.

    L’ordine mondiale si è poi frastagliato nella multipolarità globale impressa dalle nuove potenze emergenti che, nel frattempo, senza più remore hanno reso evidente la loro voglia di presenza nel mondo. E il secolo americano ha preso il volto del presidente Barack Obama che certo miracoli non ne fa e neanche è in grado di imprimere chissà quali nuovi corsi alla politica estera del suo Paese. Ma dalla strategia imperiale “senza se e senza ma” del suo predecessore cerca come può di sgattaiolare via.

    A Baghdad le elezioni del 7 marzo sono avvenute in un quadro locale e regionale denso di contraddizioni, tensioni, incognite, che preoccupano l’amministrazione americana, al di là delle dichiarazioni ufficiali seguite ai risultati elettorali. La guerra ha cambiato tutto nell’area ma non tutto gira come vorrebbero o avrebbero voluto gli Stati Uniti.

    I marines si sono ritirati dalle principali città irachene ma fino al 2011resteranno nelle zone nevralgiche del Paese, in grandi basi militari sotto il loro controllo, con compiti non di poco peso di aiuto alla “normalizzazione”. E dopo il 2011? Bisognerà vedere l’evoluzione delle cose nell’intera regione, così come lo sviluppo delle cose all’interno dell’ Iraq di Nuri al Maliki, segnato da contrasti e contraddizioni di ogni tipo. Tra le altre, la forte tensione con il Nord curdo, con forte vocazione all’autonomia.

    Tutto insomma resta incerto come è incerta la partita sul petrolio, ancora tutta da definire in sede legislativa. Nel frattempo il ruolo dei Paesi arabi, amici dell’Occidente e degli Usa in particolare, si è indebolita nella regione, la presenza di Teheran è diventata centrale ed è crescente la sua influenza sull’Iraq, in cui oggi la parte sciita gioca un ruolo che prima non aveva. Se la politica estera è ridotta a geopolitica del potere e del controllo di spazi e risorse, il gioco degli scacchi riserva ovviamente sorprese inaspettate.

    Giornate di sangue, attentati, scontri di ogni tipo hanno precedute le elezioni irachene. Con responsabilità attribuita senza tanti complimenti dal premier e dal suo entourage ai disciolti baathisti. L’esclusione di un consistente numero di candidati, appartenenti, secondo l’apposita “Commissione per la giustizia e l’integrità”, al disciolto partito Baath, nonché accusati di essere nostalgici del passato regime e collusi con la strategia terrorista di destabilizzazione del nuovo regime, fa gridare una parte del Paese all’esclusione degli arabi sunniti dalla direzione e dal destino del Paese.

    Al di là di specifiche responsabilità e orientamenti strategici in gioco in questa partita, uno dei problemi più rilevanti e carichi di incognite per il Paese è proprio il ruolo e il destino della parte sunnita dell’Iraq. E l’ombra di Teheran? Anch’essa, tutt’altro che ombra, tra l’altro. Insomma il controllo politico-militare degli Usa sul Paese non può che continuare a essere nelle cose. E’ nelle cose.

    La democrazia da noi, nei Paesi dell’Occidentali, è ormai ridotta a un feticcio e gli osanna che per la nuova democrazia di Baghdad si sono innalzati da tutte le parti, non soltanto da destra, ne sono l’ennesima conferma. La partecipazione popolare al voto, nonostante le settimane di sangue che hanno preceduto quel voto, è stata notevole e importante.

    Ma di che parla, quella partecipazione? Quali ne sono connotati e ancoraggi? Che cosa mette in campo? Come sta insieme alla guerra di sette anni fa? Non a caso tra i commentatori ci sono anche quelli che neanche tanto tra le righe ci fanno sapere che quel grande risultato, poche storie, lo dobbiamo “alle baionette”.

    Democrazia di guerra? Esportazione della democrazia? E siamo davvero al punto di partenza, nel mezzo di quelle fosche giornate di sette anni fa, quando tra le tante ragioni della guerra contro il rais di Baghdad, si parlò anche di guerra “per la democrazia e la libertà”. Tutti gli ossimori del nostro presente, insomma. Perlomeno torniamo a dire “Not in my name” e a rioccuparci del problema. O no?

    Elettra Deiana, Silvana Pisa

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    Predefinito Rif: Iraq. Il segno della guerra e il feticcio della democrazia

    Commento di Giuliana Sgrena

    torniamo a occuparci di Iraq, in modo approfondito. Io non faccio altro da più di un mese presentando il mio libro sul ritorno in Iraq. E spesso mi trovo di fronte a chi mi dice perché parlo di nuovo iraq (il sottotitolo del libro è: Dentro il nuovo Iraq) se nulla è cambiato e se spiego che non tutto è uguale a prima sembra che io voglia dire che la guerra è servita. Penso che questa sia una visione superficiale e ideologica della realtà. Io tornando in Iraq dopo cinque anni ho trovato una situazione per certi versi uguale a 5 anni fa e per altri molto diversa. Dire che se qualcosa sta cambiando in meglio si giustifica la guerra vuol dire essere obnubilati dall’ideologia e non riconoscere la capacità di reazione di un popolo (e soprattutto delle donne) che hanno alle spalle un patrimonio culturale enorme, un buon livello di istruzione e decenni di laicità, sopravvissuta alla dittatura di Saddam, alla guerra e all’occupazione americana e all’invasione delle milizie islamiche filo-iran e filo-arabia saudita. Se la lista laica al Iraqiya, stando agli ultimi risultati che io ho letto, è a soli 40.000 voti dal partito di al Maliki, che pure ha cercato di minimizzare la natura religiosa del suo partito, vuol dire che c’è una forte capacità di reazione di quel popolo che non si abbandona nelle mani delle forze politico-religiose più estremiste e oscurantiste. E questo nonostante le pressioni e le interferenze violente di americani e dei paesi confinanti. Non ci vuole molto a contrastare i fautori della guerra e dell’esportazione della democrazia, basta analizzare i fatti, guardando all’Iraq dal di dentro, come e cosa è cambiato.

 

 

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