Continuità a sinistra, anzi all’estrema sinistra

Che cosa significa la collocazione dei deputati nel Parlamento, la distinzione in partiti di “destra”, di “centro”, di “sinistra”, quando tutti quei partiti hanno in comune il denominatore «capitalismo”? Per chi volesse proprio una chiarificazione anche topografica, diciamo: non esistono compromessi e terze vie, esistono solo destra e sinistra. […] A destra collochiamo tutti i partiti, dai liberali ai comunisti, a sinistra, all’estrema sinistra, noi, o quelli di noi che sono disposti a battersi per la rivoluzione del lavoro. “Destre” e “sinistre” cioè, anche ideologicamente, partono dallo stesso presupposto, considerano la società dallo stesso angolo visuale: quello del capitalismo. […] In entrambe le soluzioni il lavoratore è sempre un salariato, un servo, e non può che inchinarsi al volere del capitalista individuo o del capitalista stato».
Quanto sopra riportato, e questa è memoria storica, apparve il 3 giugno del 1948 su “L’ordine sociale”. Pochi magari sanno o si ricordano che il suddetto foglio era considerato l’organo ufficiale del MSI. Lo hanno completamente dimenticato, e ahimè sono tanti!, i moderati, i prudenti, gli arrivisti e i pentiti che qualche tempo fa hanno voluto ripudiare e rinnegare tutto, fino ad arrivare a dichiararsi liberali in politica e liberisti in economia. È chiaro che quanto sopra riportato fu detto e fu scritto in epoca in cui, per schematizzare, si faceva riferimento ai due blocchi contrapposti, Ovest ed Est, che rappresentavano i due tipi di capitalismo: quello individuale e quello di stato. In epoca in cui si parlava di «terza via».
Oggi con il crollo dei regimi marxisti questa fuorviante contrapposizione non esiste più, nella forma e nella sostanza. Tutto si è semplificato. Il capitalismo non ha più quelle che venivano definite due facce di una stessa medaglia. Ha una faccia sola, e sta a destra. Poiché quella finta e strumentale «sinistra», che poi tale non era, che si identificava nel socialismo reale e nel capitalismo di stato non esiste più.
È finalmente tramontato un drammatico equivoco che è andato avanti per anni ed anni e che ha ingannato e tradito milioni di lavoratori. Capitalismo individuale e di stato hanno sempre colluso. Non a caso insieme hanno combattuto l’ultima guerra mondiale contro chi il capitalismo voleva abbattere. Ed anche questo noi lo abbiamo dimenticato. Per «destra» si deve intendere, oggi come allora, l’arco delle forze politiche o delle aggregazioni che vanno dal MSI al PDS, nessuna esclusa. A sinistra stanno allora tutti quelli che rifiutano la logica capitalistica, che non si riconoscono nella supina accettazione del libero mercato, che ripudiano il padrone americano e la NATO, che non accettano lo smantellamento dello stato sociale, che respingono le privatizzazioni selvagge, che vogliono cambiare questo tipo di società.
Da una parte i conservatori, i riformisti o gli pseudo riformisti; dall’altra chi vuole veramente cambiare. Non esistono vie di mezzo o compromessi. O da una parte e nel mucchio, o dall’altra.
Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta da sempre, non abbiamo niente da rinnegare o da rivedere. Siamo nella più perfetta continuità storica, ideale e sociale. Una continuità che trova palpabile riscontro in ciò che dichiarava Benito Mussolini il 22 aprile del 1945: «I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra».
Su questi presupposti abbiamo militato per decenni in un movimento che credevamo, al di là di momentanee e contenute deviazioni destrorse, in linea con i suddetti postulati. Quando ci siamo resi conto che lo scivolamento a «destra», con la conseguente accettazione della logica capitalistica e di tutto ciò che ne deriva, era inevitabile ed ineluttabile, abbiamo spento la luce e ce ne siamo venuti via.
In un mondo, in un’Italia, che sembrano piegarsi ineluttabilmente al capitalismo ed al libero mercato noi stiamo dall’altra parte. Come sempre. In minoranza ieri, in minoranza oggi. Ma inossidabili e sereni. Sorretti proprio da quella tranquillità che deriva dall’essere in pace con la propria coscienza. Consapevoli di difendere, sempre e comunque, un patrimonio di idee, di valori e di lotte che non può e non deve essere buttato alle ortiche. Ecco là nostra fiera continuità.
A sinistra ieri, a sinistra oggi. Anzi all’estrema sinistra. Laddove nessuno, o quasi, vuole più stare. Una sinistra senza manganelli, né gulag, né falce e martello. Anche questo ha da essere chiaro. A tale proposito ci sovviene, e ci conforta, quanto ebbe a dichiarare Corradini nel lontano 1925 su “Il Popolo d’Italia”: «II superamento del socialismo, non la dispersione, non la distruzione dell’opera socialista. Vi è fra socialismo e fascismo un nesso storico, oso dire una continuazione storica. Il fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti dell’opera socialista e tale opera continua».
Ma ci sorregge anche quanto ebbe a dire nel 1952 Alberto Giovannini: «Una destra esiste, nella tradizione storica del nostro Paese, ed è liberale. Quella che non esiste, invece, è una tradizione di sinistra nazionale. Ed è appunto questa sinistra che, a mio avviso, occorre creare».
Ebbene, è arrivato il momento di creare quella sinistra nazionale auspicata da Giovannini e non soltanto da lui. Basti pensare allo stesso Mussolini, Bombacci, Corradini, Corridoni, Berto Ricci, per arrivare a Beppe Niccolai, passando attraverso una fitta schiera di fascisti e socialisti autentici. Una sinistra che sappia coniugare il sociale con il nazionale.
E qui ci può venire in aiuto anche un certo Gramsci, la cui più attenta lettura consigliamo a chi troppo facilmente e ignorantemente si scandalizza o storce la bocca. Berto Ricci, al cui pensiero sempre più facciamo doveroso riferimento, ebbe a dire: «II fascismo ha avuto e avrà la sua destra e la sua sinistra. […] Si tratta però di dare la precedenza alle esigenze del presente. Quelle di oggi sono nettamente a sinistra. Siamo in pieno impaludamento della mentalità conservatrice».
Da allora niente è cambiato. Ecco dunque perché, nella continuità, oggi non possiamo che schierarci ancora a sinistra. Come fece D’Annunzio sedendosi tanti e tanti anni fa sui banchi di Montecitorio, dopo aver dato alla luce, insieme a De Ambris, a quel grande capolavoro sociale che si chiamava la Carta del Carnaro.
E lo facciamo perché crediamo fermamente che, nel momento in cui si calpesta ogni senso di solidarietà verso i più poveri e i più deboli; in cui vincono l’usura e l’egoismo più sfrenati; in cui trionfa e dilaga un capitalismo bieco e distruttore; in cui consumismo, libero mercato e americanismo calpestano e distruggono identità e dignità nazionale; in cui le distanze tra i ricchi e i poveri si allungano spaventosamente (come è lontana la mussoliniana volontà di «accorciare le distanze tra ricchi e poveri»!) sia necessario che qualcuno si ricordi delle radici e della memoria storica. Ciò lo si fa collocandosi a sinistra, anzi all’estrema sinistra. In una continuità culturale, ideale e sociale che ci appartiene e che non abbiamo alcuna intenzione di rinnegare.
Oggi come ieri, più di ieri.
Gianni Benvenuti
Tabula Rasa
Anno III - n° 3 - 30 Aprile 1994