Libano - Intervista a Najah Wakim (Haraqat Shab)
MondoLibano: intervista a Najah Wakim
Giovedì 1 Novembre 2007 – 17:08 – Dagoberto Bellucci
“Rinascita”, dopo sette mesi, torna a discutere della difficile situazione nel Paese dei cedri, con l’ex deputato cristiano-ortodosso Najah Wakim, attuale dirigente dell’opposizione nazionale libanese e leader del “Haraqat Shab”, un’organizzazione nazionalista, sugli scenari futuri di un Libano sempre più in equilibrio precario tra la guerra e la pace.
Wakim ci ha ricevuto giovedì scorso nel suo ufficio di Beirut, per fare il punto della situazione politica e avanzare alcune analisi su quelli che saranno i probabili assetti strategici del Vicino Oriente, sottoposto alle pressioni sioniste-statunitensi.
Una lunga disamina dei più recenti avvenimenti libanesi: dalle elezioni legislative anticipate dell’agosto scorso (dove Haraqat Shab ha partecipato presentando un suo candidato a Beirut), alla rivolta di Nahr el Bared, fino alle presidenziali rinviate e gli attacchi contro l’Unifil nel sud. Ex deputato negli anni novanta all’Assemblea Nazionale, autore di volumi di politica internazionale, Wahim venne ferito in un attentato durante il conflitto civile. Il suo movimento è al fianco dell’opposizione nazionale contro l’esecutivo filo-americano di Siniora e la sua voce è una delle più autorevoli nel panorama politico libanese.
Per quanto riguarda le elezioni legislative dello scorso agosto, il vostro candidato a Beirut ha perso contro il candidato presentato dalla Corrente Futura della famiglia Hariri: qual è la sua opinione sul risultato elettorale?
“Più volte abbiamo dichiarato, sia attraverso comunicati che mediante conferenze stampa, qual è la nostra opinione su quel dato elettorale. La nostra analisi fin dall’inizio ci portava a giudicare illegali e incostituzionali quelle elezioni indette dall’esecutivo. Ciononostante abbiamo deciso di parteciparvi presentando una candidatura importante per Beirut. La nostra è stata una scelta esclusivamente politica: occorreva a nostro giudizio dare un segnale forte alla classe dirigente al potere, dire loro che Beirut non era una loro proprietà, un loro feudo, e per loro intendo ovviamente la famiglia Hariri”.
Malgrado la vostra partecipazione la maggioranza dei partiti dell’opposizione ha preferito il boicottaggio di quelle elezioni: perché? come vi spiegate questa scelta?
“La nostra idea è che dovevamo comunque essere presenti e presentare un’alternativa agli elettori della capitale. Non nascondiamo invece la nostra sorpresa riguardo alla decisione presa da tutti gli alleati dell’opposizione di boicottare quel voto. Il movimento del popolo e’ stato lasciato solo ad affrontare una tornata elettorale che poteva risultare decisiva per i rapporti di forza politici nel paese dei cedri. C’è stato invece il boicottaggio generale da parte sia del blocco sciita, che dei partiti laici e nazionalisti dell’opposizione. L’ex premier Selim Hoss per primo invitò i suoi simpatizzanti a non recarsi ai seggi. E’ stato un errore tattico. Pensiamo che si sia trattato di una clamorosa gaffe, hanno sottostimato il valore di quelle elezioni. L’opposizione in questo frangente non è stata all’altezza della situazione né ha compreso la discesa in campo del nostro candidato. Abbiamo già analizzato attentamente questo errore con i nostri alleati”.
Tra pochi giorni si riunirà il parlamento per la seconda sessione elettorale delle presidenziali, cosa ne pensa di questo ennesimo banco di prova per la democrazia libanese? Ci sarà un’elezione?
“Posso dirvi con sicurezza che non ci sarà nessuna elezione né il prossimo 23 ottobre, né il prossimo 24 novembre, quando verrà rinviato nuovamente il voto. La causa di questi rinvii sono gli Stati Uniti e le loro politiche di ingerenza negli affari interni libanesi. Gli americani non hanno alcuna intenzione né interesse a sbloccare la crisi politica in Libano, della quale sono i principali responsabili. E’ evidente che Washington stia lavorando per far scoppiare un conflitto civile e si opporrà con tutta la sua influenza per evitare un compromesso tra maggioranza e opposizione. E’ per questo che non avremo elezioni presidenziali”.
Ritiene che gli americani riusciranno nel loro programma di destabilizzazione? Avremo una nuova guerra civile?
“Quando si parla di conflitti civili si deve prima di tutto prendere in esame il quadro geopolitico regionale: il Libano si trova al centro di una serie di pressioni esercitate dagli Usa e da Israele contro il mondo arabo e islamico. Il nostro paese è uscito vincitore dall’ultima aggressione dell’estate 2006 grazie soprattutto alla compattezza, alla solidarietà del popolo. Detto questo, è chiaro che Washington non ha affatto digerito la sconfitta del suo alleato israeliano e sta cercando in tutti i modi , anche attraverso i suoi alleati locali, di fomentare la sedizione confessionale ed etnica. Tutte le iniziative americane mirano esclusivamente a imporre al nostro paese una serie di diktat vergognosi. Il primo obiettivo degli americani è quello di disarmare la Resistenza e coinvolgere Hizbollah dentro un conflitto civile che rappresenterebbe un vero e proprio disastro per il paese. Il secondo obiettivo dell’amministrazione Bush è quello di creare un fronte comune dei paesi arabi cosiddetti “moderati” (Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Stati del Golfo) al fianco di Israele e contro le nazioni e i movimenti islamici e patriottici che rifiutano il neo-Medioriente sognato dai centri studi conservatori e sionisti statunitensi. E’ un progetto ribadito non più di due settimane fa dal segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, che ha espresso chiaramente il punto di vista dell’amministrazione: sostenere i loro alleati arabi per cercare di dividere in buoni e cattivi i paesi dell’area. Washington vorrebbe unire i paesi arabi sunniti alleati contro l’Iran e quella che comunemente chiamano come la “mezzaluna sciita” (che dall’Iran, passando per Iraq e Siria, arriverebbe al Libano). La strategia Usa è molto chiara: fomentare il caos regionale per arrivare ad un conflitto regionale su vasta scala. E’ evidente che Bush e soci tenteranno di giocarsi in Libano le loro ultime carte a disposizione, per realizzare questi folli progetti egemonici. Hanno soltanto un anno a disposizione e sicuramente accelereranno questa strategia”.
Qual è la sua posizione, come Movimento del popolo, su queste strategie americane?
“Sia il Movimento del popolo che l’intera opposizione è contro qualsiasi programma di destabilizzazione del paese che porterebbe ad un nuovo conflitto civile. E’ una follia che respingiamo assolutamente. L’opposizione in piazza da oramai undici mesi, si batte per i diritti del popolo libanese e il riconoscimento della legittimità costituzionale della resistenza. Contro questa follia made in Usa siamo coscienti che occorra la solidarietà nazionale ed un diverso clima politico. Un conflitto civile dissanguerebbe il paese, ne distruggerebbe l’economia e favorirebbe soltanto gli interessi sionisti e americani nella regione. A mio avviso l’opposizione ha commesso troppi errori nell’ultimo periodo, favorendo e consolidando un potere illegale. Dovremo prendere delle decisioni assieme ai nostri alleati e mutare tattica. Qualsiasi altro esecutivo sarebbe caduto dopo poche settimane, contro la pressione popolare esercitata da più della metà del nostro popolo nel dicembre scorso. Ma Siniora è sostenuto dall’America e l’arroganza dei partiti della maggioranza è se possibile aumentata. E’ il momento che l’opposizione cambi strategie per evitare il peggio”.
Parliamo di quanto accaduto a Nahr el Bared e del dossier Fatah al Islam. Sette mesi fa analizzammo assieme i documenti proposti da Seymour Hersh, relativi a questa organizzazione terroristica: pensate che quell’allarme lanciato anche dalle colonne di ‘as Safir’ sia rimasto inascoltato? Come mai nessuno ha fermato quella che si palesava come una chiara minaccia contro la sovranità dello Stato?
“Non solo Seymour Hersh era al corrente di determinate informazioni su Fatah al Islam e gli altri gruppi della galassia islamista operanti in Libano, questa situazione era nota alla nostra giustizia e ai nostri servizi di sicurezza e quindi all’esecutivo. Sapevano perfettamente ciò che stava accadendo nei campi palestinesi ed hanno chiuso entrambi gli occhi, ignorato allarmi, e sostenendo che tutto procedeva al meglio e non c’era da temere. Guardiamo ai fatti: pensate forse che la rapina commessa alla Banca Mediterranee’ da alcuni membri di quest’organizzazione terrorista, non fosse nota ai responsabili dell’intelligence libanese? Ora la Banca Mediteranee’ appartiene alla famiglia Hariri. Questi “signori” di Fatah al Islam non sono andati a commettere un furto ma a riscuotere un conto in sospeso. Tutti in Libano sanno perfettamente che sono state mensilmente effettuate imponenti operazioni finanziarie e trasferimenti di milioni di dollari su conti intestati ad appartenenti a Fatah al Islam. Quando il flusso di denaro, che serviva ad armare il gruppo, è cessato o diminuito, qualcuno ha deciso di saldare diversamente i conti. Fatah al Islam ha battuto cassa al Banco del Mediterraneo perchè stava riscuotendo un saldo. Vede, questa organizzazione non nasce per caso, non spunta fuori dal nulla come qualcuno intende far credere. Sono stati sul libro paga della famiglia Hariri per un anno o forse più. La stessa Bahia Hariri (sorella dello scomparso premier Rafir ndr) ha candidamente ammesso al quotidiano “al Moustaqbal” (“Il Futuro”), di loro proprietà, di aver versato mensilmente i soldi a questo gruppo. Ha sostenuto trattarsi di carità. Quando mai si è vista una carità di milioni di dollari, versati ad elementi di una formazione che si stava strutturando come una vera e propria milizia armata? Un deputato della Corrente Futura ha annunciato alla televisione “al Arabiyah” che è stato il suo partito ad aiutare i miliziani di Fatah al Islam nel trasferimento di uomini e mezzi dal campo di Ein el Elweh (a sud vicino Sidone) a quello di Nahr el Bared al nord. Non esistono dubbi che Jund al Cham sia solo una sigla di copertura utilizzata dagli stessi membri di Fatah al Islam, che si sono poi spostati verso il nord del paese ponendo la loro base dentro il campo di Nahr el Bared. E’ chiaro il motivo su come questa organizzazione sia cresciuta e di come sia stata utilizzata e finanziata per mesi dal potere. Ora noi diciamo che è venuto il momento della verità nero su bianco: Governo e autorità competenti devono fornire ogni informazione disponibile su quanto esattamente è successo prima durante e dopo lo scoppio degli incidenti a Nahr el Bared. Noi sappiamo perfettamente che la maggioranza dei membri di Fatah al Islam è entrata in Libano dall’aeroporto internazionale Rafiq Hariri di Beirut. Ora l’aeroporto è sotto il controllo di un’agenzia d’intelligence legata alla stessa famiglia Hariri. Domanda: come mai nessuno ha notato niente di sospetto? Posso capire l’arrivo di una decina di persone, ma centinaia di elementi già noti all’estero per le loro precedenti attività terroristiche in Iraq e altrove nel mondo arabo avrebbero come minimo destato qualche sospetto non pensate? La verità sull’affaire Fatah al Islam deve essere ancora tutta scritta, ma il copione è noto”.
Fino ad oggi il Governo Siniora si è ben guardato dal fornire informazioni complete su quanto accaduto. Non è strano, considerando che questa minaccia sembra essersi spostata nel sud del paese e mira alla forza internazionale di pace?
“Il governo deve rispondere al più presto su quanto accaduto a Nahr el Bared. Qualora non dovesse fornire spiegazioni plausibili su questi avvenimenti e tutte le informazioni necessarie per far luce sull’organigramma e i finanziamenti di Fatah al Islam, noi siamo pronti come opposizione ad accusare l’esecutivo Siniora di complicità con i terroristi. Sia i servizi di sicurezza che le autorità di polizia, erano a conoscenza dei piano eversivi di questa organizzazione. Fatah al Islam non ha mai nascosto i suoi propositi, i suoi militanti incarcerati hanno confessato di aver commesso l’assassinio dell’ex ministro dell’Industria, Pierre Gemayel (ucciso nel novembre scorso) e di esser responsabili dell’attentato avvenuto in febbraio nel sobborgo maronita di Ain el Alah. Tutte le informazioni indicano che sono loro i responsabili di questi crimini. Il governo e la maggioranza finora hanno risposto che è tutta opera dei servizi segreti siriani, che i problemi del paese sono causati dalla Siria. E’ un falso. Quest’atteggiamento è irresponsabile e pone una nuova questione: chi sta coprendo l’esecutivo? E’ stata realmente Fatah al Islam, oppure sono stati gli americani a realizzare questi crimini in Libano? O, come pensiamo, Fatah al Islam è stata semplicemente utilizzata e poi scaricata dai signori del potere? Domande alle quali vogliamo assolutamente risposte precise”.
A breve avremo la visita della troika europea: i ministri degli Esteri di Francia, Italia e Spagna tornano in Libano prima del voto presidenziale. Che possibilità hanno gli europei di trovare una soluzione alla crisi libanese?
“Questa domanda ricorda quella posta da Stalin ai suoi ministri durante la Seconda Guerra Mondiale parlando del Vaticano: “quanti carri armati e divisioni corazzate ha il papa? “, chiese allora il capo del Cremlino ironico? Bene, il punto di partenza per comprendere che l’Europa non ha alcuna possibilità di riuscire a mediare nella crisi libanese, ci riporta a quella domanda. Esiste attualmente uno spazio di manovra diplomatico per gli europei nel Medio Oriente? Ha l’Europa la forza necessaria per intervenire positivamente in Libano e risolvere i problemi del nostro paese? Noi pensiamo che gli europei non abbiamo questa capacità e forza negoziale né tanto meno la soluzione a portata di mano, per almeno due motivi: sono divisi e ancora troppo appiattiti sulla politica estera americana. La loro politica estera non differisce sostanzialmente da quella statunitense. L’Europa non ha ancora abbandonato l’America, soprattutto l’America dei neocons. L’Europa può divergere sulle tattiche, ma sostanzialmente a livello politico e diplomatico sostiene Washington e i suoi programmi di destabilizzazione regionali. Gli europei vorrebbero sostanzialmente una situazione di calma in Libano, specie i paesi citati, hanno i loro interessi e le truppe impegnate nella missione Unifil. Non hanno i mezzi per imporre i loro punti di vista all’amministrazione americana. Per loro è ancora difficile negoziare poiché si trovano tra l’incudine americana e il martello sionista, costretti ad allinearsi alla politica atlantica. Fintantoché la diplomazia europea non riuscirà a differenziarsi e a distinguersi completamente da quelle che sono le politiche d’interferenza statunitense, non avrà alcuna possibilità di esercitare un ruolo attivo in quest’area. I paesi citati stanno provando ad esercitare un ruolo positivo in Libano e nella regione, questo è indubbio. Ma la domanda è: fin quando potranno farlo? Fino a quando l’America glielo permetterà? E soprattutto, cosa faranno domani se si scatenerà l’inferno in Libano e nella regione? Oggi nessuno può rispondere a queste domande, perchè la situazione muta giorno dopo giorno, c’è incertezza in tutto il Medio Oriente.
Fino a quando l’Europa riuscirà a ritagliarsi margini di manovra per un dialogo, avrà qualche chance di riuscire a fermare i programmi americani.
Ma questa politica potrebbe bruscamente esser ridimensionata qualora Washington decidesse di accelerare i loro programmi di morte”.
da www.rinascita.info







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