da www.italiasociale.org
Geopolitica 2007
20 ottobre 2007
Il Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente edizione 2008.
Ecco di cosa tratteremo
L’Iran, l’Occidente e il rischio di guerra:
innanzitutto una analisi dei fatti, della storia
e del diritto internazionale
Veramente l’unica via di uscita dalla crisi iraniana è quella indicata oggi da Walter Veltroni in una lettera al Corriere della Sera, nella quale l’ormai segretario del PD sostiene “necessario fermare con una decisa azione politica il programma nucleare iraniano e garantire condizioni di sicurezza a tutti gli attori della regione, a partire dallo Stato di Israele”?
Sui grandi mezzi si comunicazione l’analisi contestualizzata del caso Iran è oggi quasi nulla: l’informazione su questo paese chiave del Medio Oriente – in una situazione storica in cui la comunità accademica riesce con difficoltà ad esprimere voci alternative: vedi la polemica di e con Magdi Allam, e l’emarginazione dai circoli intellettuali e giornalistici “ufficiali” dell’arabismo emediorientalismo “impegnati” dell’era PCI-DC - è troppo riduttiva e semplificatrice per poter contrastare la deriva dominante, tanto simile a quella stigmatizzata nel 1914 da Gaetano Salvemini in un suo scritto sulla sciagurata guerra di Libia del 1911. E’ dunque tanto il lavoro da svolgere per formare in modo professionale le giovani generazioni di oggi.
Come nelle due precedenti edizioni, anche nel master edizione 2008 ci muoveremo, col concorso di validissimi giuristi, giornalisti e studiosi del Medio Oriente, lungo una serie di percorsi di riflessione sul caso Iran: primo punto praticamente dimenticato dai grandi mezzi di informazione, è quello giuridico-internazionalista. Il caso Iran è l’ennesimo capitolo di una asimmetria profonda del diritto internazionale nell’area mediorientale, e del suo obnubilamento e vanificazione da parte dei poteri forti dell’Occidente a cominciare dagli Stati Uniti e da Israele: in effetti – come ha già evidenziato ai nostri studenti nelle scorse edizioni Paolo Bargiacchi – c’è da chiedersi come si concilino le minacce di guerra e le pressioni diplomatiche euro-americane sull’Iran con quanto recita non solo la Carta dell’ONU ma anche, per restare nello specifico, lo Statuto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia atomica, che prevede non solo la possibilità ma anche l’obbligo da parte della Comunità internazionale di aiutare i paesi privi di centrali a sviluppare il nucleare civile.
Ma è credibile che il nucleare iraniano si fermi al solo impiego per usi civili e pacifici, viste fra l’altro le enormi risorse energetiche che la produzione petrolifera può garantire al paese? Interrogativi legittimi, da affrontare con una riflessione nel modulo di economia sul ruolo del petrolio nelle esportazioni iraniane in relazione alla domanda di energia interna, e anche con un’analisi geopolitica obbiettiva degli evidentissimi squilibri militari oggi registrabili in Medio Oriente: con il Pakistan e Israele alleati di Washington e dotati di arsenali nucleari (e di minibombe all’uranio, come ha dimostrato la guerra contro il Libano) e dall’altra parte i paesi arabi e l’Iran assolutamente privi di deterrente atomico e – con buona pace della propaganda occidentale che ha spianato la strada all’invasione dell’Iraq del 2003 – di “armi di distruzione di massa”.
Terza questione, un’analisi dell’Iran di oggi, l’Iran “di Ahmedinejad” secondo terminologia diffusa: come si concilia la visione del regime di Teheran come “dittatoriale” e come realtà assolutamente monolitica, con i dati di fatto che pure emergono periodicamente dalla cronache giornalistiche, senza però mai essere assunti come elementi fondanti i commenti degli editorialisti di turno? Ahmedinejad è stato eletto presidente in elezioni la cui correttezza e regolarità è stata riconosciuta internazionalmente; il regime vive di dialettiche interne certo specifiche, ma anche consimili a quelle di qualsiasi modello politico-istituzionale dell’Occidente, come hanno dimostrato le dimissioni del ministro degli esteri Ali Larijani di fronte all’impasse diplomatico internazionale sulla questione nucleare: alcuni studi politologici parlano di vere e proprie “correnti” e tendenze, e in questo quadro c’è da comprendere fino a che punto il “giovane” presidente iraniano combini veramente nella sua linea il radicalismo nazionalistico – un radicalismo quasi scontato nell’epoca della globalizzazione eterodiretta dalla superpotenza USA - con una sua presunta adesione al modello cosiddetto “integralista”. Cos'è l' "integralismo" oggi in Iran: è lo stesso dell'epoca della reazione khomeinista alla modernizzazione antireligiosa e antidemocratica dello Scià? Qual’ è la reale condizione della donna in Iran? La stessa questione nucleare non è forse un esempio di come certi paradigmi interpretativi che riducono a mera “barbarie” “conservatrice” la realtà viva di un Iran in pieno fermento e sviluppo, siano vacui, superficiali, espressione di un Occidente tanto ignorante quanto drogato dalla propaganda che vuole atutti i costi la guerra?
C’è molto da interrogarsi e da approfondire per capire l’Iran di oggi, ivi compreso il suo vero ruolo negli altri scacchieri di crisi mediorientali (Tiberio Graziani): dal vicino Iraq in fase di disgregazione strisciante per il conflitto interno scatenato da un terrorismo fratricida tanto criminale quanto di oscure radici, al Libano del partito-Hezbollah e della “nuova” alleanza cristiano-islamica (una svolta storica rispetto alla guerra civile degli anni Settanta), a Hamas-Palestina. Tre crisi, tre gravi situazioni di conflitto che paradossalmente elevano l’Iran di Ahmedinejad – dopo la fine del regime baathista e l’assassinio di Saddam Hussein, il nemico di Khomeini degli anni Ottanta: della tragica guerra Iran-Iraq parlerà Vincenzo Strika – a principale contrappeso e dunque “nemico” di Israele.
Cosa allora vorrà significare in questo contesto la diffusione da parte dei mass media occidentali dell’ appello alla “distruzione” dello Stato ebraico da parte di Teheran, “soluzione” che sarebbe stata proposta e propagandata dal presidente iraniano? Un appello reale, o la simbolizzazione di una aspirazione allo scioglimento dell’apartheid israeliano in un nuovo Statodemocratico e multietnico di Arabi e Ebrei in cui – come dicono diversi intellettuali israeliani a cominciare da Israel Shamir (uno dei docenti del nostro master) – tutti i cittadini siano su un piede di parità, con eguali diritti ed eguali doveri? Una questione, quest’ultima, che inserisce il tema Iran anche e soprattutto nelle modalità e tendenze dell’informazione occidentale sul Medio Oriente: e dunque di Iran, con posizioni differenziate, si parlerà sicuramente anche nel modulo del master dedicato ai mass media, assieme a giornalisti di chiara fama quali, fra gli altri, Ugo Tramballi e Ferdinando Pellegrini.
01/11/2007
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