LIBRO TRIGESIMOTERZO
§. 7. Stragi d'Auletta.
Auletta, terra di tremiranime nel Salernitano, sopportava male la rivoluzione, sentendo dura la tirannia liberalesca, anelava a scuotere il giogo. Udito ne' vicini boschi di Petina, Sirignano e Polla una mano di Borbonia-ni, li chiamò; i quali movendo dal bosco Lontrano entrarono il 28 luglio tra entusiastiche grida, e balli e suoni e canti attorno all'effigie di Francesco e Sofia. I pochi liberali del luogo corsero a Pertosa e a Caggiano, invocando armati per reimporre a' conterranei la libertà. Nessuno si mosse, eccetto un Peppino Oliva capo nazionale di Pertosa, che con alquanti racimolati satelliti ad Auletta s'accostò, ma ebbe a fuggire indietro, Dappoi, accorso da Napoli un battaglione, e la legione Ungarese, preso con seco Nazionali mobili, sull'alba del 30 circuirono il paese; perlocchè i Borboniani, veg-gendo non poter vincere tanti, batterono ritirata; e con poche fucilate s'aprirono il passo. Gli assalitori invece di dare appresso a questi avversarii, entrarono nell'inerme paese per la contrada Piano; e spartiti per le vie quante incontravano persone d'ogni età e stato uccidevano, poscia, preso nota de' più facoltosi, n'investirono le case, e dettervi sacco e fuoco. Prima a' fratelli sacerdoti Pucciarelli, de' quali tosto D. Giuseppe trucidarono; l'altro, D. Giovanni, potè fuggire allora, e poi ebbe due anni di carcere. Saccheggiate parecchie case, strapparono dalle paterne mura l'arciprete Amato, con altri tre sacerdoti, e Francescantonio Carusi, e per fucilarli mena-ronli avanti la chiesa rovesciata dal tremuoto; e là inginocchiati tennerli molto tra vita e morte ; e come un di quei preti, settuagenario, non reggendo in ginocchio, s'alzò, un sergente col fucile gli ruppe il capo. Poi li menarono pel paese a ludibrio, e cavati dalle case altresì i germani Nicola e Giuseppe Carusi, Nicola Amato, Raffaele Lafragola e altri, tutti ringinoc-chiarono al largo Campitelli, e con battiture straziarono; sinché per le lagrime di molti e massime d'una cognata dell'arciprete che col bambino in collo seguendoli al supplizio spetrava i sassi, il capitano fé' grazia. Tra questi un Vittorio Amorosi, liberato appena, correndo a consolare la sua famiglia alla Casina, ripreso per via da altri soldati, è serrato in una chiesa, e là dentro con altri scannato. Così sommariamente i liberatori quaranta-cinque persone assassinarono; un cento ne ligarono, che con infiniti strazii e contumelie strascinarono a Salerno, dove il durissimo carcere biennale loro parve una fortuna. Di Auletta arsa sonò alto la fama, anche ne' giornali governativi, che loro scelleratezze anche esageravano per ispaventare, curando il possesso, non l'infamia.
Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, 1847-1861, Berisio Editore, Napoli 1964, pp. 440.




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