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    Predefinito Per i 90 anni dell'Ottobre bolscevico

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Relazione per:
    Pietrogrado 1917: la forza dirompente della rivoluzione
    di Marcello Graziosi
    Per i 90 anni dell’Ottobre bolscevico.

    “Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, l’episodio simbolo della Rivoluzione d’Ottobre.

    “Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su una città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso dei Soviet e il Comitato Militare Rivoluzionario, i primi decreti del governo sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto Governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Proprio loro, menscevichi e social-rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.

    Chi ha voluto in questi anni superare, liquidare la pesante eredità del comunismo ha sempre fatto riferimento alla “presa del Palazzo d’Inverno” come modello non tanto non riproducibile – e fin qui nulla di strano -, quanto piuttosto da rimuovere, da ridurre ai minimi termini. L’Ottobre avrebbe dovuto essere ricordato come la prima di una lunga serie di rivoluzioni che avrebbero dovuto travolgere almeno l’Europa capitalistica: la storia è andata diversamente, nonostante la generosità di milioni di operai e contadini che si sono battuti da Berlino alle terre australi della Patagonia, da Budapest a Gilan. La presa del Palazzo d’Inverno è rimasta come una sorta di cartolina dell’Ottobre, di evento-simbolo, ma sarebbe forse più utile ricordare l’immagine straordinaria della “muggente ondata di bufera” che ha travolto tutto, capovolgendo a furor di popolo le vecchie e statiche maggioranze nel Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e rovesciando le vecchie istituzioni come le più recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più volte è risorta su quelle che parevano essere le proprie ceneri, raccogliendo nuove forze e nuovo vigore A sollevarsi non è stata solamente Pietrogrado, la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al massacro a difendere una causa che non avrebbe mai potuto essere la loro.

    Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi fabbriche, la parte più cosciente della società russa, i soldati, la grande massa dei contadini poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi poeti della rivoluzione, avrebbe messo in scena nell’opera teatrale Il mistero buffo come “gli impuri”, nel momento in cui essi hanno deciso di rompere le catene della servitù e dello sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo significato per la storia non solamente del movimento operaio, ma dell’umanità intera attraverso un’immagine, una straordinaria immagine, insieme pungente e amaramente ironica: quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata descritta nel romanzo di Ivan Ćankar, rivoluzionario sloveno, nel 1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare con puerile fiducia ragione del torto subito presso le diverse autorità preposte (dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse una sorta di emanazione diretta - seppure imperfetta - della giustizia divina, in teoria uguale per tutti. L’intero suo percorso sarà, al contrario, una faticosa e amara presa di coscienza della realtà, dell’indifferenza del sistema e delle autorità verso i deboli, che si traduce facilmente in sostegno ai forti, ai detentori del potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente folle, individuale e nello stesso tempo universale, bruciando la fattoria dalla quale era stato cacciato, trovando poi la morte per mano di altri contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato. Un paradigma di rivoluzionario senza coscienza e senza rivoluzione, quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che aveva prodotto con il suo sudore. In una parola, chiedeva di riscattare la propria condizione, di ottenere la propria libertà.

    Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle campagne, sfruttati in condizioni inumane nelle fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante guerre volute dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a Parigi nel 1871 come nella Russia del 1905 o nel Messico di Villa e Zapata - da Cuernavaca a Torreòn -, impadronendosi delle haciendas e della propria dignità.

    Con la vittoria del primo assalto al cielo e il tentativo di costruire un sistema economico e sociale completamente nuovo e affrancato da ogni ipotesi di sfruttamento, le masse russe hanno riscattato la propria condizione, dato un senso del tutto diverso alla propria esistenza come soggetto collettivo, prima ancora che come singoli individui. Nonostante la generosità di milioni di individui sfruttati, la rivoluzione, pur se più volte sul punto di affermarsi nell’Europa capitalistica tra il 1918 e il 1920, è stata sconfitta, contesto che ha finito per influire pesantemente anche sul successivo sviluppo dell’esperienza sovietica. Capire le ragioni di questa mancata affermazione – come indagare la successiva evoluzione della storia del movimento operaio nei diversi paesi dell’Occidente europeo – acquista oggi un’importanza centrale. Il primo a misurarsi con questo contesto è stato il più lucido e meno legato alla “frase rivoluzionaria” astratta e avulsa dal contesto reale tra i dirigenti bolscevichi, vale a dire Lenin, a partire dal VII Congresso del partito (marzo 1918). Senza nulla togliere alla grandezza della vittoria della rivoluzione, egli ha ricostruito con grande franchezza e lucidità quegli elementi di contesto che hanno senza dubbio favorito l’affermazione dei bolscevichi a Pietrogrado e che non si sarebbero più ripetuti altrove con quelle modalità: le peculiarità del quadro internazionale, con le potenze imperialiste divise e troppo impegnate a combattersi per accorgersi della minaccia bolscevica, e la situazione interna russa (arretratezza, peso del dispotismo e dell’autocrazia, condizioni materiali della grande maggioranza della popolazione). Nonostante questo, l’Ottobre segna il secolo delle rivoluzioni e dell’ingresso delle masse popolari nella storia: l’ondata rivoluzionaria non ha trionfato, ma il mondo ha tremato dalle fondamenta: da Berlino a Budapest, da Londra a Parigi, dalle steppe della Mongolia ai moti operai di Córdoba, come alla rivolta e brutale repressione – quasi sconosciuta – dei braccianti agricoli e degli indigeni del distretto australe di Santa Cruz, nella Patagonia argentina.

    Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di individui hanno fatto il loro ingresso nella storia, con la volontà ferma di cancellare con ogni mezzo secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da parte delle grandi potenze come del grande capitale economico e finanziario? Quanti miliardi di Jernej ci sono ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se provassimo a considerare la storia dell’umanità senza di esso, con al centro proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo più arretrato, dominato dalle grandi potenze coloniali, pronte a spartirsi risorse e mercati, con la classe lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa, costretta a vivere come variabile dipendente del capitale e delle compatibilità del sistema, soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le ombre che si allungano pericolosamente oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la disgregazione dell’URSS e segnato in profondità tanto dal manifestarsi del più mostruoso e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito nella storia dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta, quanto dal dominio del sistema capitalistico, con un carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze di tutto questo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di espansione globale del capitalismo, la vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di nuovo imposto, ma non come “fine della storia” - al di là delle speranze delle classi dominanti -, date anche le crescenti resistenze e contraddizioni che sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere nel più breve tempo possibile. Per le classi dominanti, certamente, ma anche per i tanti ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del peccato originale e recuperare una collocazione non molto diversa da quella delle socialdemocrazie europee di allora, pronte a schierarsi da una parte contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e, dall’altra, a favore delle rispettive borghesie nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che si ripropone oggi con sconcertante e disarmante attualità, pur se calata in condizioni generali profondamente mutate.

    A questo tentativo di rimozione, assai più che di denigrazione, noi non possiamo rispondere con la semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi andati, dei fasti che furono e che oggi, sfortunatamente, non sono più. Questo per una ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo residuale quando invece dovremmo tentare di riprendere il cammino, di tornare protagonisti. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione del socialismo, di transizione al socialismo, perché l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza di investigare i limiti oggettivi (contesto internazionale e sviluppo delle forze produttive), come quelli soggettivi e culturali che hanno consentito alle forze controrivoluzionarie di imporsi nel 1991. In questi anni sono stati fatti passi avanti e coraggiosi tentativi, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Per fortuna, non siamo soli e non partiamo da zero nella scommessa di declinare al futuro i termini di socialismo e comunismo. L’importante è non valutare le esperienze di oggi – a partire dal Venezuela di Chavez – con gli schemi mentali di allora, anche perché le esperienze rivoluzionarie, nelle loro evoluzioni – mai scontate e semplici – tendono a rifuggire da percorsi segnati e costruiti a tavolino. Questo è il grande insegnamento dell’Ottobre e dei primi anni dell’esperienza sovietica, costretta ad adattarsi a un contesto profondamente diverso da quello ipotizzato dai suoi protagonisti.

    Di fronte all’offensiva tedesca, con le forze rivoluzionarie in difficoltà, i bolscevichi si sono trovati ad affrontare, drammaticamente divisi al proprio interno, una situazione terribile, si sono trovati di fronte ad una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile: proseguire la guerra, con l’esercito però in fase di smobilitazione, o accettare una pace mortificante e ben diversa da quella inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito e dei contadini non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato contro lo stesso governo dei soviet, determinando la fine della rivoluzione. Lenin, al contrario di altri (con diverse modalità, ad esempio, Trotskij e Bucharin), non era disposto a sacrificare il neonato potere sovietico in Russia nel disperato tentativo di suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania, a porre il futuro della rivoluzione nelle mani del destino. Occorreva una tregua per consolidare la rivoluzione in Russia – inizio della transizione al socialismo e lotta contro le forze controrivoluzionarie, sostenute da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna - e rilanciare la rivoluzione in Europa, e per farlo occorreva accettare anche una pace umiliante. Al VII Congresso Lenin avrebbe affermato senza mezzi termini: “Se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre nel fango, non sei un rivoluzionario ma un chiacchierone”.

    “Il marxismo non è un dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov, allora alla guida dell’URSS, ultimo grande protagonista di un tentativo di cambiamento e modernizzazione dell’intero sistema a partire però dalla transizione al socialismo - bensì una viva guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento verso il nostro inestimabile retaggio ideale, atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo questo continuo autorinnovarsi della teoria rivoluzionaria sotto l’azione della prassi rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.

    Queste parole acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza proprio oggi, in quest’epoca difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di là di quelli che sono emersi come elementi peculiari di questa esperienza, sui quali occorre proseguire la riflessione.

    Difficile, infine, ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo che in esso svolse la parte più avanzata degli intellettuali e degli artisti, quelle “avanguardie” che in Italia finirono invece per schierarsi a fianco di Mussolini. Al di là di quello che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo dell’arte nella costruzione del socialismo alle difficoltà e disillusioni che incontrarono diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra”, fino alla scelta – discutibile ma non incomprensibile - del realismo a partire dal 1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il progressivo affermarsi del futurismo in poesia, del costruttivismo in architettura e del cubofuturismo in arte, fino al suprematismo estremo di Malevic, hanno finito per segnare davvero un’epoca intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare i canoni, capovolgere le dimensioni, creare una nuova lingua. Pur se a partire da un approccio non necessariamente marxista, e con un furore iconoclasta con pochi precedenti nella storia (straordinarie, da questo punto di vista, le dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in profondità con essa, hanno percepito in essa tutto il peso della cesura con la storia precedente. Una nuova arte per la nuova classe emergente e vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915: “Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha afferratoLa nuvola in calzoni del 1915, avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi: “Abbasso il vostro amore. Abbasso la vostravostro regime. Abbasso la vostra religione”. L’Ottobre è anche il Decreto n. 1 sulla democratizzazione delle arti, secondo il quale l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del passato e del presente per collocarsi al servizio del popolo, inondando le città e le piazze e procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione delle sterminate masse popolari russe, elemento che avrebbe segnato l’uscita da una condizione di inferiorità e frustrazione. Una tensione che si riscontra anche nel poderoso e mai statico dibattito relativo all’emancipazione della donna e alla radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito che ha davvero poco da invidiare a quello attuale. la Russia. Incapaci di scorgere il futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il futurismo è morto come gruppo particolare, ma su tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte del nostro programma di distruzione”. Ancora più chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando per la prima volta in versione integrale l’opera teatrale arte. Abbasso il

    Avviandomi verso la conclusione, rimane ancora oggi drammaticamente aperto un lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti russi, rivoluzionario senza partito, richiama in una straordinaria intervista datata 1968 e recentemente ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello di tramutare la propria difesa in puro conservatorismo, anche se gli elementi di contesto risultano essere drammaticamente ostili e complessi? Cercare una risposta a questa domanda significa scavare nel profondo della nostra storia, dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare non la soluzione, ma delle risposte che possano avvicinarsi alla verità, alla realtà.

    In Unione Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti in condizioni di grandi difficoltà, abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano dello sviluppo economico, come sul piano più genericamente culturale, dei valori di riferimento. Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica non si è rivelata in grado di modificarsi sulla base delle esigenze di una società sempre più complessa, legando lo sviluppo quantitativo con quello qualitativo, non cogliendo fino in fondo le potenzialità dell’automazione e della robotica e subendo la rivoluzione informatica occidentale, il sistema dei valori è stato travolto dalla stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria. Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di garanzie sociali che oggi forse rimpiangono, sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base di tutto questo?

    Ne Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima del drammatico suicidio, non a caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui potremmo partire per investigare sulle ragioni della sconfitta. Al contrario, per la costruzione di un mondo nuovo, per la costruzione del socialismo servono anche i sognatori, a maggior ragione oggi, perché la rivoluzione e i suoi valori o si affermano nella loro interezza, dallo sviluppo dei fattori produttivi alle coscienze individuali e collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere e vivere, non si affermano, sono destinati al fallimento.

    Tracciando un bilancio della propria esperienza politica e letteraria nella sopra citata intervista, Sklovskij così risponde a chi gli domanda quanto l’esperienza sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate la lontananza della realtà del capitalismo attuale dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam Smith e David Ricardo”. Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle magnifiche sorti e progressive di un sistema che continua a sopravvivere solamente grazie alle guerre e al più bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza del genere umano. La schiavitù di molti per il profitto di pochi.

    Commentando duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia così come ricostruita da una delegazione di socialisti che si era recata in quel paese, alla vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato vita al Partito Comunista d’Italia, Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed intesa come avvenimento storico, ha un contenuto ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde nella vita e nella storia del popolo russo, perché certe conquiste da essa conseguite, non solo non saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di un eventuale cambiamento o trasformazione di regime, ma resteranno sempre le pietre miliari della sua ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha visto la borghesia in questo grande avvenimento storico, in questo gigantesco rivolgimento politico che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che il gesto della follia politica e della aberrazione individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea non avrebbe potuto trascinare le masse, se non avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e se il suo contenuto ideale non fosse stato così potente da poter costituire le basi di una nuova Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto considerare questo contenuto morale e ideale della rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha veduto nel movimento comunista russo se non il pericolo che esso rappresentava per le vecchie concezioni di supremazia, che la minoranza parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e produttrice”.

    L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la nostra scommessa è far divampare altri fuochi nelle praterie del mondo.

    Marcello Graziosi per resistenze.org

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    OMNIA SUNT COMMUNIA
    Relazione per:
    Torino 26/10/07: Ottobre 1917 Rivoluzione socialista

    La Rivoluzione d’Ottobre novanta anni dopo mantiene tutta la sua forza propulsiva

    di Sergio Ricaldone

    Benché la Rivoluzione d’Ottobre sia stata un punto di svolta decisivo che ha segnato tutta la storia del 20° secolo, mi rendo conto quanto sia difficile oggi affrontare questo tema in modo razionale nel momento in cui i fautori della “Cosa rossa” stanno mettendo a punto i dettagli dell’ultimo passaggio liquidatorio che dovrebbe rompere definitivamente i ponti con il comunismo del ‘900.

    Pare che nulla si salverà – nemmeno la falce e martello – da questa furia iconoclasta. Difendere la memoria e le ragioni del comunismo e dei comunisti – anche in quello che continuiamo a considerare territorio amico – è un po’ come proporre diete vegetariane ai cannibali della Nuova Guinea. Intendiamoci, non è mai stato facile in nessuna epoca mantenere integro e condiviso il filo conduttore della memoria storica. Anche dove sono stati costruiti mausolei le difficoltà non sono mai mancate anche nei momenti più alti della storia comunista. Ricordo di avere ben compreso l’emergere di questa difficoltà già mezzo secolo fa quando nel 1954 fui inviato a Mosca dalla FGCI di Berlinguer a seguire il 15° congresso del Komsomol.

    I grandi cambiamenti geopolitici dopo il 1945

    La seconda guerra mondiale era finita da poco nel modo che sappiamo e l’Unione Sovietica era una delle potenze vincitrici. Ed anche la nazione che aveva dato un contributo immenso di sacrifici, distruzioni e vite umane alla sconfitta del nazifascismo. Siccome è diventato di moda demonizzare tutta la storia sovietica, proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo alla Russia e al mondo se non ci fosse stata la Rivoluzione d’Ottobre e un grande partito comunista (bolscevico) che ha saputo trasformare a tempi di record, con un consenso popolare enorme, un paese contadino arretrato in una grande potenza industriale, alfabetizzata e socialista, che ha dato all’URSS le macchine, l’acciaio, il carbone, il petrolio necessari per vincere la sfida mortale contro la più micidiale macchina militare dell’epoca. Sappiamo che solo grazie a quel grande potenziale è stata conseguita una vittoria che poi ha prodotto profondi cambiamenti negli assetti geopolitici del pianeta. Dall’Elba al mar del Giappone, fino al Mar Cinese meridionale si stendeva un immenso territorio, lungo 10 fusi orari, liberato dalla presenza dei vecchi poteri imperialisti dominanti. A quell’epoca erano trascorsi meno di trentanni dalla rivoluzione d’Ottobre ma la sua forza propulsiva aveva già prodotto risultati enormi, sorprendenti.
    Eppure, già in quel clima di travolgente avanzata delle idee socialiste cominciava ad apparire qualche problema a conferma che, anche nei momenti più alti, i processi di cambiamento rivoluzionari producono contraddizioni piccole e grandi e guai a non percepirne la portata.

    E fu là, in quella sala del Cremlino, davanti a quella platea di giovani, molti dei quali avevano combattuto lungo i 3000 km., da Stalingrado a Berlino, che ascoltai per la prima e, forse, unica volta, porre dal segretario del Komsomol , Sceliepin, un preoccupante quesito, estraneo ai toni trionfalistici della nascente nomenclatura kruscioviana, che si apprestava a demolire il periodo staliniano come una parentesi di cronaca nera (il che avvenne in modo eclatante e assai poco convincente, due anni dopo, al XX congresso del PCUS). Ma siccome il segretario del Komsomol, Sceliepin, non sapeva cosa avesse in testa Krusciov, pose un problema di natura esattamente opposta: come riuscire a raccontare e trasmettere ai ragazzi sovietici di 10/12 anni, nati dopo la rivoluzione e appena sfiorati dalla tragedia della seconda guerra mondiale, l’idea che le conquiste socialiste non erano un regalo del cielo ma frutto delle dimensioni eroiche di una grande epopea durata trentanni costata fiumi di lacrime e sangue alle loro madri e ai loro padri.
    La domanda era perciò: come riuscire a trapiantare nelle nuove generazioni l’impegno, il coraggio, la volontà e la fiducia nella possibilità di cambiare il mondo, cioè quegli ideali che avevano sorretto il popolo sovietico in una sfida temeraria.

    Mi capita sovente di ripensare quel quesito e anche quando vedo tantissime bandiere rosse con la falce e il martello e la scritta “comunista”, come abbiamo visto sabato 20 ottobre a Roma mi domando quanti sanno o ricordano come, quando e perché quei simboli siano diventati “partito”, poi rivoluzione, ed abbiano cominciato ad impensierire sul serio la razza padrona di tutto il pianeta.

    Luci, ombre e tragedie dell’esperienza sovietica.

    Osservando a distanza i passaggi cruciali del novantennio sovietico e le contraddizioni interne ed esterne che hanno portato alla sconfitta il primo tentativo di società socialista, dobbiamo ammettere che qualcosa non ha funzionato. Lascio, ovviamente, a studiosi e intellettuali di ben altro spessore indagare criticamente i vari passaggi della storia dell’URSS e le ragioni che hanno portato al colpo di stato e alla controrivoluzione. Tuttavia. parafrasando Tiziano Terzani, continuo ad essere convinto che quell’esito non è stata la fine di un ciclo ma bensì il nuovo inizio di un lungo percorso che continua altrove in forme nuove e diverse. Ma resta pur sempre nell’alveo tracciato dalla Rivoluzione d’Ottobre e produce nuove esperienze e altri modelli di transizione con cui tutti i comunisti possono e devono confrontarsi senza pregiudizi.

    Abbiamo sentito ripetere fino alla noia, in questi ultimi anni che il comunismo del 20° secolo, affermatosi nel 1917 a Pietrogrado, e poi proliferato ovunque fino ad assumere dimensioni planetarie con la terza Internazionale, è stato un colossale fallimento in tutte le sue molteplici espressioni: politiche, economiche, sociali e ideologiche. I termini “crollo” o “collasso” di quel sistema sono diventate le parole centrali del bombardamento mediatico seguito al crollo del muro di Berlino. Termini che, senza sottintesi, suggerivano l’idea che il comunismo, travolto da un implosione spontanea era ormai morto e seppellito sotto il peso delle sue “colpe”, dei suoi “orrori” e delle sue “infamie”. Quali stravolgimenti abbia compiuto il revisionismo a sostegno di quelle tesi lo sappiamo. Ma, purtroppo, come ha detto Jean Cocteau “la storia sono fatti che finiscono per diventare leggende; le leggende sono bugie che finiscono per diventare storia”.

    Il più lapidario epitaffio di questa morte presunta del comunismo è stato il titolo coniato per il best seller di Francis Fukujama: “Fine della storia”, nelle cui pagine traspare il trionfalismo per avere finalmente risolta la storica contesa tra imperialismo e socialismo aperta 75 anni prima dai cannoni dell’incrociatore Aurora contro il Palazzo d’Inverno, e considera i regimi al potere in Cina, Vietnam e Cuba cascami residuali di un sistema in fase di estinzione, in procinto di approdare nel capitalismo. Da allora il neoliberismo è proclamato, in un clima di dilagante euforia, vincitore e titolare del solo modello economico politico e ideologico in grado di gestire il pianeta per l’eternità. Da Wall Street a piazza Affari, è cominciata la corsa all’oro della “new economy” globalizzata. Guerra e terrorismo di Stato sono ridiventati i cavalli di battaglia della superpotenza americana e dei loro alleati europei. Nell’Europa dell’est e dell’ovest si è aperta in contemporanea la stagione delle cosiddette “riforme” destinate a seppellire, insieme al ricordo della ex Unione Sovietica, le conquiste sociali, costate lacrime e sangue al mondo del lavoro, e con esse gli ideali e le speranze di trasformazione che per più di un secolo hanno alimentato le grandi battaglie politiche e sociali del movimento operaio in Occidente. Insomma, una vera e propria palingenesi tra il “vecchio” sistema sociale, che considera estinti anche i correttivi keynesiani, e il neoliberismo che si afferma e comanda il mondo. Quanto basta per disperarsi e andarsene a casa (come in molti, ahime!, hanno fatto), oppure cambiare casacca e riciclarsi.

    Attenzione però! Spesso accade che la vittoria di uno di questi due elementi dialettici – il vecchio e il nuovo – si volga prima o poi a beneficio del suo opposto. E’ quella che gli accademici chiamano eterogenesi dei fini, cioè che certi eventi possono evolvere per fini diversi da quelli che persegue chi li compie. Per fortuna la storia, nella sua ricorrente imprevedibilità ha già fatto altre volte di questi scherzi.

    Alzando lo sguardo oltre il nostro campo visivo eurocentrico e osservando le dinamiche di quello che sta succedendo oggi in Asia, America Latina e nella stessa Africa direi che chi continua a sostenere che il comunismo è morto più che ribadire un fatto reale compie un rito di inutile esorcismo. Un carissimo compagno indiano ricordandomi l’attuale vitalità dei comunisti nel continente in cui opera, e strizzandomi l’occhio, mi confessa che comincia a prendere sul serio il dogma induista della reincarnazione.

    2007: I partiti comunisti forza motrice della lotta antimperialista

    Ancorché dati per morti e seppelliti sono un centinaio i partiti comunisti che attualmente operano nel mondo, con circa 80 milioni di aderenti. Pur nella loro diversità e autonomia, operano per ricostruire anche una dimensione internazionale del movimento. Le prime tappe di questo percorso sono state compiute ad Atene e Lisbona e, nei prossimi giorni , a Minsk dove sarà solennemente ricordato il 90° anniversario dell’Ottobre. Il nostro sito – Resistenze - spende energie e competenze ogni settimana nel tradurre interventi e articoli di giornali da tutto il mondo che documentano questa comune volontà di rinascita dei partiti comunisti.

    Ricostruire una qualsiasi forma di coordinamento internazionale dei comunisti sarà, ovviamente, un lavoro complesso di ricerca e sperimentazione e occorrerà del tempo prima che i risultati siano percepibili e diventino elemento propulsore di nuovi processi rivoluzionari. Ma un primo grande risultato è già stato ottenuto dopo che decine di partiti, tra cui i più forti ed importanti, hanno deciso di consacrare le loro energie alla formazione di un ampio schieramento antimperialista mondiale che comprenda, oltre ai comunisti, altri partiti, movimenti ed entità statuali che, in forme e con mezzi diversi, si oppongono al dominio unipolare della superpotenza.
    Insomma, ci sono molti elementi per passare dalla fase del “pessimismo dell’intelligenza” a quello dell’”ottimismo della volontà”.

    Ripartendo da questa forte presenza dei partiti comunisti nel mondo, vale dunque la pena di azzardare un grossolano bilancio e di provare ad individuare quali sono oggi le tendenze economiche, politiche e militari che stanno cambiando, ancora una volta, i rapporti tra le classi e gli assetti geopolitici del pianeta.

    La “Grande scacchiera” traccia i nuovi confini dell’imperialismo americano

    Dal dissolvimento dell’URSS sono trascorsi più di tre lustri. Il tempo di un sospiro dal punto di vista storico, ma sufficiente per verificare fino a che punto la strategia dei centri di comando imperialisti per assumere il controllo globale del pianeta abbia funzionato. Gli obbiettivi di questa strategia erano stati squadernati a suo tempo da quello che all’epoca (ora un po meno) era considerato il manuale scientifico dell’imperialismo: “La grande scacchiera”, di Z. Brzezinski. Manuale che, con arrogante lucidità esplicitava apertamente gli obbiettivi raggiungibili dalla superpotenza dopo la scomparsa del suo più temibile competitore.

    La sequenza degli avvenimenti successivi conferma che quel manuale non era un libro di propaganda ma una Bibbia vera e propria del “nuovo secolo americano” che ha ispirato le proiezioni strategiche della Casa Bianca ormai convinta di essere diventata il soggetto centrale del comando planetario in quanto titolare di un unico e onnipotente apparato militare in grado di sostenere la penetrazione politica, economica e finanziaria in ogni angolo del pianeta.
    Considerata ormai conclusa la colonizzazione politica ed economica della Russia di Boris Eltsin, tre erano gli obbiettivi principali posti in essere fin dai tempi di Bill Clinton.

    La conquista con la forza, o con la corruzione dollarizzata dei poteri locali, delle fonti energetiche di tutta l’Asia centrale ex sovietica, con lo sguardo mirato ai futuri crocevia strategici, Iran e Afganistan. E’ bene ricordare che ben quattro guerre sono state condotte a questo fine.

    Secondo obbiettivo – un po più sfumato nel tempo – tenere sotto minaccia di intervento armato, anche nucleare, i paesi reticenti a sottomettersi al nuovo ordine. Per evitare distinzioni buonistiche tra repubblicani e democratici americani, ricordiamo che la prima lista degli “stati canaglia” è stata messa a punto negli anni della presidenza Clinton. Ed è stato lo stesso Clinton dichiarare , alla vigilia dell’aggressione contro la Jugoslavia, che gli Stati Uniti erano in grado di sostenere e di vincere tre guerre regionali in contemporanea.

    Terzo obbiettivo, preparare l’America ad affrontare in un futuro imprecisato, ma inevitabile, lo scontro con i paesi considerati nemici strategici e antagonisti globali della sua egemonia planetaria. Cina e Russia in primis.

    Questo 90° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre è l’occasione per tirare qualche somma, cominciando col chiederci se il gendarme del “nuovo ordine”, antagonista storico delle rivoluzioni socialiste e antimperialiste, stia diventando più forte o siano invece percepibili i segni di un suo declino.

    Inizia il declino della potenza americana

    Dal punto di vista militare l’America sembra avere raggiunto l’apice della sua potenza. I segni più vistosi sono le dimensioni mondiali assunte dalla Nato con l’inclusine di Australia, Giappone e Corea del Sud che completa l’accerchiamento del continente “nemico”, l’Eurasia. E poi lo “scudo stellare” piazzato in modo provocatorio ai confini della Russia. E tuttavia, dopo essere affondato nel pantano iracheno e sebbene sia in grado di distruggere il mondo intero decina di volte, il Pentagono si trova in difficoltà ad usare la forza persino quando – ad esempio – Chavez sfratta la sua squadra navale dalla base di Maracaibo. Ricordando cosa è successo al Cile di Allende, al Guatemala di Arbenz, al Panama di Noriega, a Grenada e a tutti coloro che hanno osato sfidare la Casa Bianca, è inevitabile domandarsi: Che succede? Come mai questa sfasatura tra le continue minacce di bruciare vivi i suoi nemici e l’esitazione di usare un solo fiammifero?

    La tesi sostenuta da molti da autorevoli studiosi,quasi tutti di scuola “liberal”, è in grossolana sintesi la seguente: pur avendo proclamato che i loro veri antagonisti, nonché probabili nemici di future guerre nucleari, sono i grandi paesi emergenti come la Cina, La Russia e l’India, gli Stati Uniti si limitano a mostrare i denti a micropotenze come l’Iran, la Siria, La Corea del Nord, lo Zimbabwe o la Bielorussia.

    Tutto ciò dimostra che i nuovi rapporti di forza consentono all’America di fare la voce grossa unicamente con dei nani militari. E per restare al centro del mondo non può che scegliersi degli avversari insignificanti.

    Ma la vera natura del declino imperiale è soprattutto un’altra. La superpotenza americana sta perdendo il primato della sua egemonia economica, industriale e finanziaria. I segni di questo declino erano già evidenti molto prima del crollo dei mutui che ha provocato sulle Borse mondiali una tempesta paragonabile, se non peggiore, a quella dell’11 settembre. Trentanni fa gli Stati Uniti producevano il quaranta per cento del PIL mondiale. Oggi producono solo il dieci per cento delle merci circolanti nel pianeta, cioè meno della Germania, ma ne consumano più del trenta per cento , ossia più dell’Europa intera. Se i paesi creditori (Cina inanzitutto) chiedessero alla Federal Reserve il rimborso immediato dei titoli emessi da Washington per coprire il suo debito estero l’ impero sarebbe al collasso. E forse è questa l’arma di distruzione di massa che provoca qualche incubo alla Casa Bianca.

    Cresce nel mondo la resistenza antimperialista

    Credo ormai che il nome e il tonnellaggio dei paesi che con il loro potenziale di risorse energetiche, industriali, scientifiche e militari stanno cambiando, ancora una volta, i rapporti di forza su scala mondiale siano ormai noti a tutti e si chiamano Cina, Russia, India. Rappresentano un terzo della popolazione del pianeta e stanno diventando l’epicentro produttivo del PIL mondiale. Ma sono anche, nella fase storica attuale, il maggiore contrappeso che contrasta il dominio globale dell’imperialismo americano. Senza indugiare sulla qualità e la diversità, più che evidente, dei regimi politici delle nuove potenze emergenti non possiamo non rilevare, leninianamente, che la loro entità complessiva, politica, economica e militare, rappresenta oggi il fattore oggettivo più importante del declino della superpotenza, nonché un importante fattore di sostegno dei movimenti di liberazione che in America Latina, Africa e Asia si sottraggono, anno dopo anno, alla tutela imperialista.

    La Russia rientra nella politica internazionale come grande potenza.

    Un decisivo punto di svolta di quello che sembrava essere per l’eternità il “nuovo secolo americano” sono anche i repentini cambiamenti di indirizzo economico e militare della Russia contemporanea. Ma è sopratutto la sua politica estera che sta riconquistando giorno dopo giorno una nuova parità strategica col gigante americano. Nessuna delle più aggressive provocazioni della Casa Bianca rimane senza risposta. Il giorno dopo che Bush ha agitato lo spettro di una terza guerra mondiale la risposta di Putin è arrivata puntuale e pesante come un colpo di clava. Sembra proprio che a fissare le regole del gioco internazionale sia ora la Russia dopo essere diventata in questi ultimi anni un “global player”, una superpotenza globale.

    Per capire la portata dei cambiamenti che provoca questa presenza della Russia in campo internazionale, basta ripensare un attimo ai torbidi anni della controrivoluzione eltsiniana degli anni novanta. Anni di regresso terribili, costati lacrime e sangue al popolo russo, diventato preda di una famelica oligarchia, sprofondato nel sottosviluppo, ridotto al rango di mendicante vassallo dell’America, governato da un alcolista barcollante come Boris Eltsin. Lapidario e umiliante il giudizio espresso da Clinton: “meglio lui ubriaco alla testa della Russia che qualunque sua alternativa sobria”. Alternativa che per fortuna è arrivata. E così, benché Putin non sia il nuovo Lenin, e lo scontro di classe in Russia tra capitale e lavoro sia del tutto aperto e costituisca la priorità politica su cui sono giustamente impegnati i comunisti russi, il Cremlino, ben sapendo quanto sia profonda e radicata nel popolo russo la memoria e l’orgoglio delle gigantesche trasformazioni compiute dall’URSS nei novantanni della sua storia, non può esimersi dal ricostruire il filo conduttore con l’epoca sovietica e, anziché criminalizzarla, sponsorizza la riscrittura del nuovo manuale didattico – Storia contemporanea della Russia, 1945-2006 – nel quale si legge che l’Unione Sovietica è stata fin dalla sua fondazione “un esempio di società migliore, giusta, per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”.

    Non è molto, beninteso, ma lascia immaginare che proprio da quella storia nascono gli input della politica putiniana che, sorretta da una forte ripresa economica e da un potenziale militare di tutto rispetto e in piena sintonia con il gigante Cina, fa della sua politica estera uno dei pilastri del multiforme schieramento antimperialista.

    Sergio Ricaldone per resistenze.org


    ARDITI NON GENDARMI

 

 

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