Arrangiamento del capitolo XXXI de "I promessi sposi", di Alessandro Manzoni a cura di DonCamillo
IMMIGRAZIONE
PROEMIO
L'immigrato che gli italiani avevano temuto che potesse entrar nel milanese, c'era entrato davvero, come è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d'Italia. Condotti dal filo dei cenni della cronaca nera, noi passiamo a raccontar il flagello con quella consapevolezza che solo l'esperienza diretta ci presenta, dato che l'informazione nostrana sempre ha teso a imboscar tutto. E infatti, tutti i mass media contemporanei, non vogliono, sotto il regime mediatico del politically correct, darne un'idea un po' distinta e ordinata; e messi tutti insieme non aiutano a formare un'idea corretta, per colpa di tutti que' fatti essenziali che ogni volta sono omessi, per come vengono scelti, e ancor più per il modo d'osservarli e di descriverceli. Il cittadino più fortunato, distante da certe situazioni, si troverà sempre a credere, attraverso il continuo offuscamento degli eventi, che quella dell'immigrazione non è una calamità; non essendo mai al corrente che ogni giorno i concittadini di gran parte d'Italia, per colpa dell'immigrazione: muoino, si ammalano, soffrono, subiscono pei reati violenti e per quei politici che non fanno mai nulla, o meglio, che fanno sempre tutto il possibile per non far nulla per risolvere il problema...
PRIMA PARTE
Tra i testimoni della sciagura dell’invasioni barbariche possiamo noi far primeggiare quella dell'autista di taxi, Xenofobo Razzista, che, non solo aveva veduta quella orda, ma n'era stato uno de' più attivi e intrepidi, e, quantunque delegittimato, de’ più riputati pensatori, e che or ora, in gran sospetto delle nuove, stava all’erta e sull’informazioni, e riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale dell’immigrazione, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era iniziata l’invasion. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal ragguaglio de’ giorni nostri. Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Roma. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un politico a Genova, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, «o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barista della Casa del Popolo di Bellano, che quella sorte de mali dovuti alla delinquenza non era l’immigrazione e ''quando gli albanesi eravamo noi', e ''siamo tutti clandestini'... etc etc…»; ma, in alcuni luoghi, era effetto consueto del fatto che la delinquenza è sempre esistita, ed effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti della gente. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace.
Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte, di furti, di terrorismo, di stupri e di soprusi, da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: un altro politico, e un auditore del tribunale dell’immigrazione. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago Trasimeno, il centro storico di Firenze, l'intera capitale, i distretti denominati il Monte di Brianza, tutta la pianura Padana, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, abitati quasi esclusivamente dagli immigrati, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: «et ci parevano, - dice il politico genovese, - tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba da vendere, chi le rivoltelle, chi accompagnava le prostitute, chi borseggiava indisturbato, chi faceva i propri bisogni sul sagrato della Chiesa». S’informarono del numero de’ morti, de’ feriti, de' depredati e de' soggiogati: era spaventevole; visitarono i pochi italiani rimasti, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della sofferenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale dell’immigrazione, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, «si dispose», dice il medesimo politico, a prescriver le bullette, per chiuder intanto fuori dalla nazione le persone provenienti da’ paesi dove l’indole per il crimine era più manifesta; «et mentre si compilaua la grida», ne diedero anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri.
Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che parvero loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso.
Arrivati il 14 di novembre, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al governatore Prodi, e d’esporgli lo stato delle cose. V’andarono, e riportarono: aver lui di tali nuove provato molto dispiacere, mostratone un gran sentimento; ma i pensieri del traballante suo governo esser più pressanti: sed belli graviores esse poltro. Due o tre giorni dopo, il 18 di novembre, emanò il vice governatore Walter Veltroni una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per l'evento della sagra del cinema di Roma, senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.
Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contatto con l’orda, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città di Roma e di Milano quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da esse non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. Le angherie della soldatesca extracomunitaria, le afflizioni, non parvero più bastanti a render ragione del crimine crescente: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse l’insicurezza con l’immigrazione, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato, in parlamento.
Il tribunale dell’immigrazione chiedeva cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il tassista Xenofobo Razzista, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua testimonianza, che, poco persuaso della gravità e dell’imminenza del pericolo, il tribunale stimolava pacatamente quel corpo istituzionale, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Xenofobo Razzista ci racconta di come abbia veduto poi, al primo annunzio dell’invasione, come tutti i dirigenti, chi di quel partito, chi di quel tribunale, andassero freddi nell’operare, anzi nell’informarsi: ed ecco acciò un altro fatto di scelleratezza non meno portentosa, forzata per ostacoli frapposti da magistrati superiori: qella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu mai stesa.
L’orda intanto era già entrata in Milano, Roma, Bologna, Pisa, Torino, e in tutte l’altre città e in tutti gli altri paesi di campagna, e sia come sia, entraron questi stranieri a portar sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a cittadini sfrattati; andò a fermarsi in alcuni quartieri e in alcuni angoli delle periferie.
Il tribunale dell’immigrazione fece subito quelle poche cose, per gabbar la gente del danno ch’era ormai belle e fatto, tra cui alcune leggi contro la discriminazione ed il razzismo, in modo tale da poter legittimare il rogo di quei giornali che denunciassero la cosa e l’arresto per segregare chi l'avesse a scrivere.
Ma quella gente aveva lasciato fuori da i confini le famiglie, gli amici, i conoscenti e i loro concittadini, che non tardarono a immigrare anch'essi, avvertiti dai pionieri, che il terreno era più che fertile. Il primo che gridò l’allarme, fu un politico del nord, Amberto Nossi, sonatur di Cassano Magnano e allora, secondo le nuove disposizioni, lui e i militanti del suo partito furono, d’ordine del tribunale, condotti al lazzeretto, luogo di confinamento e d'isolamento, dove un tempo venivano rinchiusi i portatori di malattie contagiose, in particolar modo di lebbra e peste.
In quelle loro case ormai disabitate e dalle sedi del loro partito iniziarono le massicce trafugazioni degli immigrati, a volte con la forza e con la violenza, a volte legalmente, attraverso quelle nuove norme prescritte dal tribunale, e di più per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli. L'immigrazione andava covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, qualcheduno veniva minacciato, qualcun’altro veniva derubato, altri ne morivano per aver difeso le figlie e le mogli: ma la relativa radezza stessa de’ casi e la affettazione con cui se ne dava notizia, allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse pericolo, né ci fosse stato neppure un momento e che, invece, c’era solo da guadagnarci e da arricchirsi: culturalmente ed economicamente. Molti telegiornali e giornali ancora, facendo eco alla voce dei politici rimasti liberi, deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti esempi di episodi simili, molti dei quali videro come protagonista l’immigrazione del popolo italiano verso le americhe; per sottovalutare ogni caso di delinquenza degli immigrati che fossero chiamati a provvedere; con qualunque risvolto, con qualunque segno fosse comparsa.
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano al tribunale, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia al lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan i soprusi, si corrompevano i mass media e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a vigilare sui misfatti, s’ebbero false informazioni.
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar prove, metteva in sequestro le testimonianze, mandava interi gruppi al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di essi <<l’ira e la mormorazione de' la gente con le pezze sugli occhi>>, dice Xenofobo Razzista; persuasi, com’eran tutti, che quelle grida di allarme che si udivano fossero soltanto vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sul suddetto tassista Xenofobo Razzista: a tal segno, che ormai non poteva attraversar le piazze senza essere assalito da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese si trovò, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemico della patria: - pro patriae hostibus - si legge in un pezzo di articolo rimasto intatto di un certo Gianluigi Paragone.
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri cittadini più sfortunati o più ragionevoli che, convinti come lui, della realtà delle cose, suggerivano risoluzioni e cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di fobia e d’ostinazione: per tutti gli altri ingenui e per i più lazzaroni, era manifesta impostura razzista, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. L'autista Xenofobo Razzista, allora poco men che quinquagenario, stato al lavoro per le vie di Pavia, poi di Milano, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, era certamente uno degli uomini più istruiti del suo tempo nel campo della criminalità. E, una cosa che in noi turba e contrista è il sentimento di rancore ispirato da quel suo merito, in quei suoi contemporanei. Molti eran più astuti di lui, e si limitavano a pensare come il nostro autista, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima di cui godeva il tassista Xenofobo Razzista, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l’opinion di quello che i poeti antichi chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non poté salvarlo dall’animosità e dagl’insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti. Un giorno che andava in bussola a prendere i suoi clienti, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che l'immigrazione fosse un male; lui che metteva zizzania; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai gendarmi. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il tassista in una casa d’amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dall'orda di extracomunitari l'Italia intera: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far arrestare, come stupratore, un povero infelice e sventurato straniero, perché n'aveva stuprata una, <<ma>> disse il giudice << solo perché lei non aveva voluto concedersi, nonostante lui, preso dal colpo di fulmine per quella minigonna molto corta, nel buio della sera e al riparo dei cespugli, aveva dichiarato il suo incontrollabile amore>>. Allora, invece di averne avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e benemerito, n'ebbe nuovo titolo di guascone indegno e di insipiente. Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti gli atti di delinquenza, e le carceri cominciavano a riempirsi di un numero sproporzionato proprio di stranieri. Tutti coloro che si furono opposti alla opinion dell’invasione barbarica, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova sciagura, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di ''stranieri irregolari'': miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, ovvero che il male era l'immigrato, punto e basta. I politici, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un poco più di orecchio agli avvisi, alle proposte del tribunale dell'immigrazione, a far eseguire i suoi editti, i rimpatri ordinati, le e per di più le quarantene prescritte da quel tribunale, ma solo come si confà alle ore successive i momenti di maggior clamore. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti; e li chiedeva ai decurioni, intanto che fosse deciso se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio; cosa che non fu, credo, mai.
E quindi ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore Prodi; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura quella piaga, le venisse negato l'appoggio degli elettori, e i soldi racimolati vennero spesi tutti o quasi per calmar le acque e non per risolvere il problema di frenare l'immigrazione. Perciocché, nel lazzeretto, la popolazione autoctona, decimata ogni dì, andava di giorno in giorno crescendo, e questa era un’altra ardua impresa, quella d’assicurare il silenzio o la diffamazione e la subordinazione, per conservar la quiete prescritta, e di mantenervi in somma o, per dir meglio, di non far fare brutta figura al governo ordinato e al tribunale dell'immigrazione: ché, fin da’ primi momenti, era stato in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza nei confronti dell’inciviltà de’ nuovi arrivati. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai volontari dei centri sociali sparsi in tutta Italia, e supplicarono il capi nazionali, don Vitaliano, Casarini, l'onorevole Caruso, e il ministro Ferrero a governare quella situazione catastrofica. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, come prima cosa, entrarono in lazzeretto a visitare i razzisti e gli xenofobi. Il presidente del tribunale dell'immigrazione li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il ministro Ferrero, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri ''compagni''; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, castigatori, amministratori, psichiatri, precettori e tutto ciò che occorre affinché quei razzisti avessero a redimersi et ad abiurare.
Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò.
Le persone ricoverate in quel luogo, durante i sette mesi che il ministro Ferrero n’ebbe il governo, furono circa cinquantamila, secondo il tassista; il quale dice con ragione, che di quegli uomini tali s'avrebbe dovuto ugualmente parlare, se in vece di descriver le miserie d’una nazione, avessimo dovuto raccontar le cose che posson farle onore.
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar l'invasione andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che la sventura si diffondeva; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. E tra queste, come allora fu il più notato, così merita anche adesso un’espressa menzione: il regista Tornatore. Avranno almen confessato che il povero tassista Xenofobo Razzista aveva ragione? Chi lo sa? Ma l’uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta ferma e invitta, fino all’ultimo, contro la ragione e l’evidenza: e questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali per lungo tempo non avevano impugnato risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un evento maligno, che poteva, per mezzi violenti o prepotenti, propagarsi e fare un man bassa; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a quegli invasori (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand’inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per disgrazia, ce n’era una in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d’Europa: il rispetto per i diritti umani, la colpa dell'occidente, e l'integrazione.
Già cose tali, o somiglianti, erano state supposte e credute anche in passato, e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. S’aggiunga che, fin dall’anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal vice governatore Walter Veltroni al governatore Romano Prodi, per avvertirlo ch’erano scappati due guastatori dal lazzeretto, uno di sedici anni, l'altro addirittura maggiorenne, arrestati come sospetti di spargere teorie velenose, razziste e pestifere: stesse all’erta, se mai coloro fossero capitati in giro. Il governatore aveva comunicato il dispaccio al senato e al tribunale dell'immigrazione: scoppiata e riconosciuta l'impressionante presenza degli stranieri, il venir alla mente quell’evasione poté servir di conferma al sospetto indeterminato d’un'irresponsabilità scellerata; un complotto atto a sabotare l'integrazione prevista.
Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile alla sicurtà pubblica, per molti in certezza, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ad affiggere manifesti propagandistici di quell'idee malsane, che volevano la fine dell'immigrazione, il rimpatrio di tutti coloro che non avessero un mestiere, e la riappropriazione dei privilegi dovuti per i più sfortunati con cittadinanza italiana; cose che non combaciavano con l'idea opposta, sui diritti umani, l’integrazione, la tolleranza et cetera. Quantunque il presidente del tribunale dell'immigrazione, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato la location del misfatto, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar un'imbrattata a quei muri per togliere quei manifesti. Quel volume di roba accatastata produsse una grand’impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento. Si disse e si credette generalmente che fossero state propagandate cose spaventevoli e inumane. Né si disse soltanto allora: tutte le memorie de’ contemporanei che parlano di quel fatto (alcune scritte molt’anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza: e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si trovasse in una lettera del tribunale dell'immigrazione al governatore, che si conserva nell’archivio detto di stato; dalla quale l’abbiamo cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo.
La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so qual'altri manifesti, alcuni a sfondo verdegnolo, altri a sfondo verdognolo, biancastro e rossastro, affissi come con della colla, dove vi era scritto ''padroni a casa nostra”. Ciò fece nascere uno spavento più rumoroso e più generale, e accrescer la pubblica confusione; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l’ultimo di tal genere. Il tassista Xenofobo Razzista, che spesso, su questo particolare dei manifesti e dei volantini, deplora la l’incredulità popolare, calamitata dal regime dell’informazione: qui afferma d’aver veduto quelle nuove ragioni di cruccio, e lo descrive[6]. In una lettera, parla di nuovi arresti, nuove denunzie e nuve pene, incoraggiate da quegli immigrati che, grazie alle nuove disposizioni, per quelle quote multiculturali che furono volute per promuovere l'integrazione, si insediarono negli incarichi di rilievo, e sempre con la seguente motivazione che troviamo negli atti dei processi, motivarono quella che era diventata, ne più ne meno, una vera e propria persecuzion: ...che cotale temerità è tosto proceduta da insolente razzismo e da fine scelerato: pensiero che vuol imporre al ragionamento delle comuni persone: pacatezza e tolleranza; per non vedere ciò che ci fosse stato davvero. L’altre memorie contemporanee, raccontando la cosa, accennano anche, essere stata, sulle prime, opinion di molti. Ho creduto che non fosse fuor di proposito il riferire e il mettere insieme questi particolari, in parte poco noti, in parte affatto ignorati, d’un celebre delirio; perché, negli errori e massime negli errori di molti, ciò che è più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia appunto la strada che hanno fatta, l’apparenze, i modi con cui hanno potuto entrar nelle menti, e dominarle.
La città già agitata ne fu sottosopra: i politici, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli inneggiamenti detti razzisti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano di fronte a quei fogli che di soppiatto venivano fatti circolare. Chi protestava contro la politica sull'immigrazione, sospetti per questo di essere razzisti e fomentatori d'odio, e che allora si conoscevan facilmente dal fatto che i più erano originari di quelle terre, venivano arrestati nelle strade dal popolo per metà straniero, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; si cominciò a non trovar più nessun reo: le menti erano fortunatamente ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro la propria opinione sull'immigrazione. Ad ogni modo non parendoci conueniente, dicono que’ signori nella citata lettera, che porta la data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno segnato nella grida stampata, che questo delitto in qualsiuoglia modo resti impunito, per consolatione e quiete di questo Popolo, e per cauare indicio del fatto, habbiamo oggi publicata grida, etc. Nella grida stessa però, nessun cenno, almen chiaro, di quel pernicioso procedere del governatore Prodi e di tutti i subalterni; congettura che l’accusava di acquietare in maniera ingannevole la preoccupazione che montava nel popolo, troppo a lungo accondiscendente, tanto più biasimevole.
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Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.
DonCamillo


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