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    Lumbard
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    Predefinito "Tibet Catalogna Padania" - Quad.Padani n.73/2007

    interessante e condivisibile articolo sul numero 73 dei Quaderni Padani (vale la pena di leggerlo anche se un po' lungo)

    Tibet Catalogna Padania
    di Corrado Galimberti

    Ci sono popoli che hanno subito, e stanno tuttora subendo, le peggiori nefandezze che mente umana possa concepire, ma che resistono a testa alta contro coloro che li vogliono spazzar via, a volte fisicamente, più spesso culturalmente e socialmente, assimilandoli al modus vivendi di altri.
    Ci sono popoli che, probabilmente, posseggono una marcia in più rispetto ad altri. Per ragioni culturali, religiose, storiche, politiche - certo - ma le cause non modificano questo dato di fatto.
    Una qualità che alcuni hanno, e molti altri hanno perso o non hanno mai avuto, si chiama ,dignità. E la dignità contempla tutta una serie di altri vantaggi grazie ai quali un popolo, anche di pronte a un governo cinico e aggressivo, a forze di polizia violente, a un esercito disumano - anzi no molto umano, dal momento che gli animali certe nefandezze non possono proprio concepirle - anno dopo anno, decennio dopo decennio, sa alzare la testa e andare orgoglioso delle proprie specificità. E le coltiva. Non le vende per un piatto di lenticchie in cambio del quieto vivere, del benessere materiale, del "noncipossofarenienteioquindicosacambia". Ci sono persino popoli che, per difendere se stessi, sono disposti ad andare in galera in massa.
    Spiace doverlo ammettere. Brucia terribilmente. Ai più sensibili verrà da piangere. Ma vista la situazione attuale, bisogna constatare che tra questi popoli non ci sono i padani.
    Le vicende degli ultimi anni, con una Lega inpresentabile da un punto di vista autonomista (per non parlare di progetti di secessione), alleata con forze che hanno nel nome stesso la negazione di ogni identità locale (cos'altro dire di Forza Italia?) e assente da tutto quanto possa ricondurre alla difesa delle tradizioni, lo ha confermato palesemente.
    Invece, tra i popoli dotati di una certa dignità ci sono, ad esempio, i tibetani.
    L’articolo di Roberto Locatelli, pubblicato sul numero 71 dei Quaderni Padani, tratteggia perfettamente il dramma del Tibet. Ma al peggio non c'è mai limite. È notizia recente che in questi mesi altri 350 mila tibetani sono stati trasferiti a forza dai loro villaggi rurali in ridenti "villaggi socialisti". Nessuno fiata, nessuno protesta, nessuno indice manifestazioni. Ci mancherebbe altro. I tibetani sono religiosi. Non sono ricorsi alla resistenza armata. Sono legati così profondamente alle proprie tradizioni che le anime bella della sinistra li considerano decisamente reazionari. Ma a giudizi tanto generosi si sommano gli sguardi di compassione della destra economica, che non capisce proprio come un popolo possa sottrarsi alla corsa al superfluo messa a punto dalla modernità e rifiuti caparbiamente di diventare schiavo del consumismo e della globalizzazione, ormai diventate religioni obbligatorie in tutto il mondo occidentale. L poi l'anno prossimo la Cina ospiterà le Olimpiadi. Quell'immenso gulag a cielo aperto dal nome di Repubblica popolare, che permette agli imprenditori europei di produrre merce sottocosto in favore degli occidentali dal cuore d'oro, ma dal braccino corto, facendo lavorare masse di schiavi, va sempre giustificata. Del resto la Cina è diventato un eccezionale laboratorio per il liberismo di mercato "versione occhi a mandorla": un'economia che non viene tanto mossa dalla domanda e dall'offerta, quanto stimolata dal manganello e dalle scosse elettriche.
    Dal 1950 di tibetani ne sono già morti un milione e 220 mila. Non si sono spenti dopo lunga malattia. Sono stati aiutati dagli invasori cinesi.
    Nel 2007 l'etno e il genocidio procedono a ritmo serrato, anche grazie a quei paesi dove regna (in teoria) la democrazia parlamentare, ma dove si acquistano ogni giorno prodotti made in China. Sarà bene tenerlo presente, perché se tutti noi rinunciassimo ad acquistare i prodotti fabbricati in Cina, quel paese verrebbe messo in seria crisi nel giro di poco tempo. Si chiama boicottaggio. Tanto, per dirsi amici del Tibet è sufficiente solidarizzare a parole col Dalai Lama - che con quella sorta di saio marrone e rosso è tanto naif e fa audience - e invitarlo a "Domenica in" quando visita l'Europa per poter vivere come sempre, all'insegna del motto - tutto va bene, madama la marchesa". Che del resto, unito all'italico "Franza o Spagna basta che se magna" sono le linee guida della ridente e soleggiata Repubblica italiana.
    Le autorità cinesi, che sanno mentire bene come quelle tricolori, sostengono che i 250 mila tibetani sfrattati sono stati trasferiti per il loro bene, per avvicinare pastori e contadini alle principali arterie stradali e facilitare loro la vita. Un modo sottile per distruggere il tessuto sociale, religioso e culturale del Tibet consiste infatti non solo nel demolire monasteri, incarcerare monaci, stuprare monache (non indossano il burka quindi i progressisti non hanno nulla da eccepire, anzi ben gli sta a queste bigotte baciapile in versione buddista), vietare di praticare la propria religione e parlare la propria lingua. Consiste anche nella devastazione del territorio tibetano, sul quale si vanno costruendo strade e autostrade anche a 4.000 metri, in modo tale non solo da distruggere il territorio e soffocarlo di rumori e cemento laddove hanno sempre regnato il silenzio e l'armonia, cardini della riflessiva religione del buddismo tibetano, ma servono anche a portare immigrati - naturalmente cinesi - che riducano in minoranza la popolazione locale.
    L'organizzazione umanitaria Human Right Watch ha riferito che la casa nel villaggio socialista, i tibetani sfrattati se la devono pure pagare. E sono obbligati a contrarre mutui di 4.000 curo, una cifra enorme per un popolo con un reddito medio di 200 curo l'anno.
    Inoltre, come i coloni americani sterminarono i bisonti per ridurre gli indiani alla fame e minarne la cultura, così i cinesi hanno costruito le case senza stalle per gli yak, quei simpatici quadrupedi pelosi dai quali i tibetani dipendono per il loro sostentamento. Non perché se li mangino - molti tibetani la pensano come George Bernard Show, il quale diceva che gli animali erano suoi amici, e lui, i suoi amici non se li mangiava - ma perché col burro di yak, mescolato all'orzo tostato, si prepara il piatto nazionale tibetano.
    Geniali, i cinesi. Hanno inventato i deportati che si devono pure pagare vitto e alloggio nel luogo di deportazione. Per continuare con la repressione, che ha sortito notevoli risultati nelle città, ora la battaglia di sradicamento si sta concentrando nelle campagne. Perché è nei villaggi rurali che la cultura tibetana resiste nonostante la repressione rossa. I tibetani non mollano. Si fanno imprigionare. Si fanno stuprare. Si fanno uccidere. Tutto per non diventare cinesi, atei e mangiacani.
    Tutto questo dovrebbe far inorridire, ma per il padano medio, tutto casa e bottega, tecnologia e lavoroproducopagopretendo, forse è pure incomprensibile. Negli ultimi vent'anni, in Tibet, nonostante un regime comunista soffocante e violentissimo, si sono succedute più di 100 dimostrazioni contro l'occupazione del regno himalayano. Risultato: oltre 450 morti e migliaia di persone in prigione per difendere la propria terra. Nessuno ce lo racconta mentre se in Medio Oriente qualcuno saltare per aria dobbiamo sorbirci litanie e peana per giorni interi al Tg e su tutti i giornali politicamente corretti.
    Però anche in Padania – fatte le debite proporzioni - abbiamo avuto i nostri tibetani. E sorge spontanea una domandina, visto che quest’ano si celebra il decimo anniversario di un gesto eroico di cui nessuno parla più. In quanti, nel 1997, sono scesi in piazza per solidarizzare con i Serenissimi che occuparono il campanile di San Marco a Venezia.
    In quanti scritto una sola riga ai patrioti veneti ospiti delle galere tricolori? In quanti hanno protestato difronte alle immmagini degli sbirri italioti che gettavano sprezzanti a terra la bandiera col Leone di San Marco?
    Figurarsi. C'era il 740 da compilare.
    Del resto, vista anche la grande progettualità autonomista della Lega Nord, i padani scendono in piazza solo se c'è da protestare per ragioni di pronta cassa. E tutto ciò sembra francamente deprimente.
    In Padania, anche a causa del partito che ha fatto tabula rasa in tema di tutto quanto possa profumare di autonomismo, che ha disorientato i cittadini autonomisti e secessionisti, che sotto il profilo del recupero identitario ha prodotto più danni del più italico tra i nazionalisti italici si pensa che, una volta ottenuta l'autonomia fiscale (e tra l'altro non si riesce ad avere manco quella) la Padania rinascerà e il Sole delle Alpi tornerà a splendere. Però, per quanto siano importanti, anzi fondamentali, le tematiche legate all'economia, un popolo non resuscita solamente grazie a un maggior benessere economico e all'amministrazione delle tasse che riesce a trattenere in loco. Anzi. Basti pensare agli slovacchi, nostri fratelli ai gloriosi tempi dell'Impero (asburgico, naturalmente), che si sono separati dalla Cechia pur sapendo che le loro condizioni economiche sarebbero peggiorate. Ma gli slovacchi hanno ritenuto evidentemente più importante che i colori della loro bandiera brillassero in modo più intenso delle monete che potevano condividere con Praga.
    Questa visione del mondo in Padania purtroppo non passa.
    Oltre ad attirarsi facili e abusate critiche da parte di chi accusa i padani di egoismo, se si parla solo ed elusivamente di economia e federalismo fiscale, non si accede all'Olimpo dove siedono i rappresentanti dei popoli in lotta per la propria identità. E a riprova di questo elementare osservazione va ricordato che la Lega Nord è stata espulsa dal gruppo che a Bruxelles raggruppa i movimenti autonomisti e secessionisti d'Europa perché si era (ed è) alleata con forze che perseguono esattamente il contrario della difesa delle piccole patrie. Un'espulsione perfettamente legittima e doverosa, perché quando un leghista definisce i sostenitori del recupero delle lingue dei nostri padri "quelli del dialetto" (come Bossi chiamò sprezzante chi contestava già molti anni fa la sua svolta filotricolore ) non può fare molta strada. Anche se ottiene molti voti.
    Per invertire la tendenza nichilista antipadana servirebbe qualche gesto forte guidato da qualche autonomista vero, oltre a un progetto articolato e studiato insieme alle menti più brillanti rimaste in campo.
    60 anni fa, il 16 dicembre 1947, 500 sudtirolesi occuparono la prefettura di Bolzano per protestare contro la politica di italianizzazione del Sudtirolo. Ma perché nessun politico organizza un'iniziativa simile? Perché nessuno tra coloro che siedono in Parlamento mette a punto iniziative concrete per chiedere di mettere un argine alla politica di assimilazione perpetuata dal centralismo romano?
    Certo, le manifestazioni non sono sufficienti, e servirebbe un progetto simile quello messo a punto da Gianfranco Miglio negli anni della speranza della rinascita padana. Ma dove sono quei politici che in questi anni avrebbero potuto e dovuto allacciare rapporti e contatti con i movimenti secessionisti d'Europa, lavorare attivamente in organismi come Alpe Adria e Arge Alp, (le comunità di lavoro di molte regioni del centro Europa), pensare a progetti concreti per recuperare la naturale aspirazioni verso la Mitteleuropa delle genti padano-alpine, stringere alleanze con altri movimenti autonomisti presenti e radicati nella Repubblica italiana? Insomma, dove sono tutti quelli che potrebbero elaborare una strategia a tutto tondo per mettere Roma con le spalle al muro?
    Non si va molto lontano parlando solo di denaro. Quando un cittadino va all'estero, lo si riconosce per la lingua che parla, per le caratteristiche etniche che testimonia con il proprio aspetto fisico e per il modo di comportarsi. Non per il portafoglio più o meno gonfio. Un italiano benestante che vive in una regione padana che trattiene anche tutte le tasse in loco, rimane un italiano. Un padano che a scuola rivendica l'insegnamento della lingua parlata abitualmente dai suoi antenati, che di fronte a un carabiniere parla il proprio idioma e fa altrettanto in un ufficio postale o al catasto potrà avere anche le pezze al culo. Ma sarà sempre un padano.
    Lamentarsi - a ragione, intendiamoci bene - dell'eccessiva pressione fiscale, delle rapine perpetrate dall'oligarchia romana, degli sprechi impensabili in altri paesi europei e finanziati con il denaro dei contribuenti non è sufficiente se ci si lamenta esclusivamente in italiano o - peggio - da italiani. Ovvero lasciando la macchina in doppia fila o sui marciapiedi, raccomandando il figlio perché tanto lo fanno tutti, passando col rosso come una volta facevano solo i meridionali, non rispettando la coda al cinema, abbattendo un edificio dell'800 perché una palazzina moderna rende di più, tifando gli Azzurri ai mondiali o Luna rossa. Perché il dramma è che molti padani, oggi, si comportano esattamente come i cittadini di altre assolate zone della Repubblica italiana. E lo fanno perché, contrariamente ai tibetani, hanno perso l'anima.
    La mancanza di identità produce spesso risultati devastanti sotto molti profili, non solo sotto quello identitario e sociale, ma anche sotto il profilo urbanistico, dove cresce a casaccio, dagli edifici alle infrastrutture che fanno girare l'economia. A chi conosce Monaco di Baviera, Zurigo, Vienna o anche Barcellona e le confronta con Milano o Torino non rimane che una cosa da fare: piangere.
    Senza pensare a Cinisello Balsamo o a Mestre, che dire ad esempio dell'incuria di centinaia di cascine, modello unico di struttura sociale e famigliare della Padania, che nessuno pensa più di recuperare - perché economicamente poco redditizie - e che vengono sostituire da anonime palazzine per il perfetto lavoratore-pendolare, quello che si deve sorbire tutti i giorni code infinite su tratte autostradali intasate che portano verso città sempre più grandi e sempre più degradate?
    Invece di avere un orizzonte di bellezza e armonia, mimetizzare gli edifici nella natura come avviene in molti paesi centroeuropei, dove spesso non si nota alcuna differenza tra la cura dei prestigiosi centri storici delle grandi città e le cittadine di periferie, invece di rivendicare un ruolo autonomo non solo in campo fiscale, ma anche culturale e urbanistico, si insegue l'insensata monocultura del mondo contemporaneo occidentale, quello che non ha patrie, ma solo conti in banca. Un mondo aggrappato alla società dell'apparenza, determinato da aspettative di tipo elusivamente economicistico per poter cementificare ancor di più una terra umiliata, sfruttata e vilipesa da italiani e padani rinnegati.
    La scelta della Lega Nord di fondare una banca è rivelatrice di questa tendenza. Una banca che non è stata concepita per finanziare progetti di sviluppo, cooperazione e integrazione con i paesi centroeuropei, ma per derubare ingenui risparmiatori e arricchire i soliti noti in canottiera e auto blu.
    Ci sono paesi, in Europa, che sino a due decenni fa erano profondamente arretrati - basti pensare alla Spagna - e che ora brillano invece per efficienza e decoro. Non a caso i movimenti autonomisti e secessionisti presenti nel Regno di Spagna, dai Paesi Baschi alla Catalogna dalla Galizia alle Canarie, alle ultime elezioni ammistrative hanno trionfato ovunque.
    Un milanese che visita non Vienna o Zurigo, ma anche città molto più a sud come Barcellona, torna nel capoluogo lombardo col magone. Con la domanda fissa in testa: perché loro sì e noi no? Ebbene la rinascita della Catalogna. esempio tra i più eclatanti a livello europeo, passa non solo attraverso la fondamentale gestione delle risorse economiche, che ha permesso la rinascita e lo sviluppo della città, ma anche utilizzando le proprie specificità culturali come elemento di distinzione.
    La globalizzazione, tesa a livellare il mondo secondo un unico modello di gusti e preferenze per poter vendere più facilmente i propri prodotti a una massa di apolidi, certo non aiuta chi vuole ritrovare la propria identità. Ma ordinare una Coca Cola parlando in catalano, e non in castigliano, può fare la differenza.
    Per non scomparire definitivamente (ammesso non sia troppo tardi) i padani hanno bisogno di emozioni collettive e valori forti. Di coraggio. Servono idealisti e non solo imprenditori, perché i mercanti - che sono sempre stati nell'ultimo posto della scala sociale fino all'avvento della Modernità - hanno la patria là dove macinano utili, e non dove dovrebbe essere il loro cuore.
    È necessario che chi può - e vuole - organizzi un recupero degli elementi più seri dell'autonomismo, dimentichi rancori e vada al di là di beghe di cortile, isterismi e gelosie personali, metta a punto un progetto articolato sfruttando le difficoltà in cui si trova il sistema Italia e coinvolga i movimenti autonomisti e secessionisti più seri presenti in questa Repubblica delle banane e anche quelli di altri paesi che hanno già raggiunto risultati concreti. Inutili credersi i più bravi della classe quando si vede il proprio paese sprofondare nella pummarola invece di vederlo ancorato alle Alpi. Copiare era un brutta cosa quando si andava a scuola. Ora è urgente e necessario andare a ripetizione da catalani e fiamminghi, baschi e nordirlandesi.
    Ci sono alcuni fermenti che purtroppo non provengono dall'area autonomista, ma che sono comunque degni di attenzione: i presidenti del Veneto e della Lombardia, i sindaci di Torino e Venezia e altri politici di primo piano si stanno muovendo da tempo. Si vuol lasciar fare a loro? Sarebbe un peccato consegnare in mano ai Cacciari le rivendicazioni autonomiste che non cessano di essere presenti in tutta l'area padano-alpina. "Muor giovane colui che al ciel è caro", quindi certa dirigenza leghista rimarrà a infestare il panorama della politica ancora per parecchio tempo. Ma se non si comincia a lavorare al più presto e seriamente nessuno sarà pronto quando il palcoscenico si sarà liberato dai volgari bidoni dell'autonomismo.
    Meglio andare a Monaco di Baviera per capire come ridiventare padani e lasciar perdere Pontida. L’inizio della fine è incominciato lì.

    •   Alt 

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    Le vicende degli ultimi anni, con una Lega inpresentabile da un punto di vista autonomista (per non parlare di progetti di secessione), alleata con forze che hanno nel nome stesso la negazione di ogni identità locale (cos'altro dire di Forza Italia?) e assente da tutto quanto possa ricondurre alla difesa delle tradizioni, lo ha confermato palesemente.
    Del resto, vista anche la grande progettualità autonomista della Lega Nord, i padani scendono in piazza solo se c'è da protestare per ragioni di pronta cassa. E tutto ciò sembra francamente deprimente.
    In Padania, anche a causa del partito che ha fatto tabula rasa in tema di tutto quanto possa profumare di autonomismo, che ha disorientato i cittadini autonomisti e secessionisti, che sotto il profilo del recupero identitario ha prodotto più danni del più italico tra i nazionalisti italici si pensa che, una volta ottenuta l'autonomia fiscale (e tra l'altro non si riesce ad avere manco quella) la Padania rinascerà e il Sole delle Alpi tornerà a splendere. Però, per quanto siano importanti, anzi fondamentali, le tematiche legate all'economia, un popolo non resuscita solamente grazie a un maggior benessere economico e all'amministrazione delle tasse che riesce a trattenere in loco. Anzi.Questa visione del mondo in Padania purtroppo non passa.
    Oltre ad attirarsi facili e abusate critiche da parte di chi accusa i padani di egoismo, se si parla solo ed elusivamente di economia e federalismo fiscale, non si accede all'Olimpo dove siedono i rappresentanti dei popoli in lotta per la propria identità. E a riprova di questo elementare osservazione va ricordato che la Lega Nord è stata espulsa dal gruppo che a Bruxelles raggruppa i movimenti autonomisti e secessionisti d'Europa perché si era (ed è) alleata con forze che perseguono esattamente il contrario della difesa delle piccole patrie. Un'espulsione perfettamente legittima e doverosa, perché quando un leghista definisce i sostenitori del recupero delle lingue dei nostri padri "quelli del dialetto" (come Bossi chiamò sprezzante chi contestava già molti anni fa la sua svolta filotricolore ) non può fare molta strada. Anche se ottiene molti voti.
    Per invertire la tendenza nichilista antipadana servirebbe qualche gesto forte guidato da qualche autonomista vero, oltre a un progetto articolato e studiato insieme alle menti più brillanti rimaste in campo.
    ]Certo, le manifestazioni non sono sufficienti, e servirebbe un progetto simile quello messo a punto da Gianfranco Miglio negli anni della speranza della rinascita padana. Ma dove sono quei politici che in questi anni avrebbero potuto e dovuto allacciare rapporti e contatti con i movimenti secessionisti d'Europa, lavorare attivamente in organismi come Alpe Adria e Arge Alp, (le comunità di lavoro di molte regioni del centro Europa), pensare a progetti concreti per recuperare la naturale aspirazioni verso la Mitteleuropa delle genti padano-alpine, stringere alleanze con altri movimenti autonomisti presenti e radicati nella Repubblica italiana? Insomma, dove sono tutti quelli che potrebbero elaborare una strategia a tutto tondo per mettere Roma con le spalle al muro?

    Non si va molto lontano parlando solo di denaro. Quando un cittadino va all'estero, lo si riconosce per la lingua che parla, per le caratteristiche etniche che testimonia con il proprio aspetto fisico e per il modo di comportarsi. Non per il portafoglio più o meno gonfio. Un italiano benestante che vive in una regione padana che trattiene anche tutte le tasse in loco, rimane un italiano. Un padano che a scuola rivendica l'insegnamento della lingua parlata abitualmente dai suoi antenati, che di fronte a un carabiniere parla il proprio idioma e fa altrettanto in un ufficio postale o al catasto potrà avere anche le pezze al culo. Ma sarà sempre un padano.
    La mancanza di identità produce spesso risultati devastanti sotto molti profili, non solo sotto quello identitario e sociale, ma anche sotto il profilo urbanistico, dove cresce a casaccio, dagli edifici alle infrastrutture che fanno girare l'economia. A chi conosce Monaco di Baviera, Zurigo, Vienna o anche Barcellona e le confronta con Milano o Torino non rimane che una cosa da fare: piangere.

    Invece di avere un orizzonte di bellezza e armonia, mimetizzare gli edifici nella natura come avviene in molti paesi centroeuropei, dove spesso non si nota alcuna differenza tra la cura dei prestigiosi centri storici delle grandi città e le cittadine di periferie, invece di rivendicare un ruolo autonomo non solo in campo fiscale, ma anche culturale e urbanistico, si insegue l'insensata monocultura del mondo contemporaneo occidentale, quello che non ha patrie, ma solo conti in banca. Un mondo aggrappato alla società dell'apparenza, determinato da aspettative di tipo elusivamente economicistico per poter cementificare ancor di più una terra umiliata, sfruttata e vilipesa da italiani e padani rinnegati.
    La scelta della Lega Nord di fondare una banca è rivelatrice di questa tendenza. Una banca che non è stata concepita per finanziare progetti di sviluppo, cooperazione e integrazione con i paesi centroeuropei, ma per derubare ingenui risparmiatori e arricchire i soliti noti in canottiera e auto blu.
    Ci sono paesi, in Europa, che sino a due decenni fa erano profondamente arretrati - basti pensare alla Spagna - e che ora brillano invece per efficienza e decoro. Non a caso i movimenti autonomisti e secessionisti presenti nel Regno di Spagna, dai Paesi Baschi alla Catalogna dalla Galizia alle Canarie, alle ultime elezioni ammistrative hanno trionfato ovunque.
    Un milanese che visita non Vienna o Zurigo, ma anche città molto più a sud come Barcellona, torna nel capoluogo lombardo col magone. Con la domanda fissa in testa: perché loro sì e noi no? Ebbene la rinascita della Catalogna. esempio tra i più eclatanti a livello europeo, passa non solo attraverso la fondamentale gestione delle risorse economiche, che ha permesso la rinascita e lo sviluppo della città, ma anche utilizzando le proprie specificità culturali come elemento di distinzione.
    La globalizzazione, tesa a livellare il mondo secondo un unico modello di gusti e preferenze per poter vendere più facilmente i propri prodotti a una massa di apolidi, certo non aiuta chi vuole ritrovare la propria identità. Ma ordinare una Coca Cola parlando in catalano, e non in castigliano, può fare la differenza.
    Per non scomparire definitivamente (ammesso non sia troppo tardi) i padani hanno bisogno di emozioni collettive e valori forti. Di coraggio. Servono idealisti e non solo imprenditori, perché i mercanti - che sono sempre stati nell'ultimo posto della scala sociale fino all'avvento della Modernità - hanno la patria là dove macinano utili, e non dove dovrebbe essere il loro cuore.
    Ci sono alcuni fermenti che purtroppo non provengono dall'area autonomista, ma che sono comunque degni di attenzione: i presidenti del Veneto e della Lombardia, i sindaci di Torino e Venezia e altri politici di primo piano si stanno muovendo da tempo. Si vuol lasciar fare a loro? Sarebbe un peccato consegnare in mano ai Cacciari le rivendicazioni autonomiste che non cessano di essere presenti in tutta l'area padano-alpina. "Muor giovane colui che al ciel è caro", quindi certa dirigenza leghista rimarrà a infestare il panorama della politica ancora per parecchio tempo. Ma se non si comincia a lavorare al più presto e seriamente nessuno sarà pronto quando il palcoscenico si sarà liberato dai volgari bidoni dell'autonomismo.
    Meglio andare a Monaco di Baviera per capire come ridiventare padani e lasciar perdere Pontida. L’inizio della fine è incominciato lì.[/QUOTE]
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