Anno VIII, nuova serie, n° 30, MMDCCLXI a.U.c., aprile-giugno 2008 e.v.
**** EDITORIALE*****
IN DIFESA DELLA TRADIZIONE
In difesa della Tradizione è il titolo che Renato del Ponte ha voluto dare alla nuova edizione della sua versione della celeberrima
Relatio III di Quinto Aurelio Simmaco, scritta per perorare il ritorno dell’ara della Vittoria nell’aula del Senato e il mantenimento di tutti i culti aviti. Di tale opera, Gennaro D’Uva, che presenta anche, per la serie
Auctores, la orazione
Pro templis di Libanio,
pendant greco di Simmaco, parla nella rubrica
Recensioni, a chiusura di questo numero de “La Cittadella”, che però inizia pure, grazie a queste righe, riferendosi a
In difesa della Tradizione. Abbiamo dunque voluto chiudere, in una sorta di ‘anello simmachiano’, i contenuti di questo trentesimo numero, che segna senz’altro un bel traguardo per la nostra rivista.
La difesa della Tradizione non è la difesa del passato in quanto tale, bensì dei princìpi, trascendenti la temporalità, che stanno all’origine dei culti, delle istituzioni e di tutto ciò che costituisce la
Kultur di un popolo. Nella nostra storia la
difesa della Tradizione ha avuto vari momenti e più volti. Quando Roma, soprattutto in età imperiale, visse nel costante rischio di alterare, per effetto del suo incorporare mondi e popoli diversi, i suoi originarî tratti latini ed italici, quella
difesa poté esprimersi non solo nella fedeltà al
mos maiorum di uomini come l’Agrippa celebrato da Tacito, ma anche nella sferzante poesia di un Giovenale (vedi articolo de Il Mamertino). Quando la sovversione cristiana si fece Stato e negò ad ogni altra e più antica religione quella libertà che a gran voce aveva preteso per sé,
la difesa della Tradizione prese presso di noi l’antico abito senatoriale di Simmaco, di cui spesso si parla come di uno degli “ultimi difensori del paganesimo”. Ma perché non ricordarlo anche come uno dei
primi difensori della Tradizione nell’Italia e nell’Occidente cristianizzati? Da Simmaco, infatti, potrebbe farsi partire tutto ciò che verrà dopo
in difesa della Tradizione. A cominciare dal senatore e filosofo Boezio (vedi articolo di Salvatore Ruta), ai Simmachi imparentatosi, cui stanno assai stretti i panni cristiani che forse pure dovette indossare, mentre è palese il dono fatto da lui al Medioevo della Filosofia e delle Arti Liberali gentili quali guida dell’anima al Divino. E se il Rinascimento (vedi l’articolo di Vittorio De Pedys), che osò perfino il ritorno effettivo al culto gentile, iniziò dall’amorevole riscoperta e riscrittura critica delle opere degli antichi, non fu forse nelle ville dei Simmachi che già in età tardo-antica si lavorò alla stessa opera culturale?
Nel Novecento,
difesa della Tradizione fu il volere, da parte di Giacomo Boni, che l’edificio santo della Curia, sede fino a Simmaco dell’ara con la statua della Vittoria, smettesse di essere proprietà di un ordine religioso spagnolo e divenisse patrimonio del nuovo Stato nazionale italiano; Stato che, vittorioso sulle armi austro-ungariche, riportò l’Italia ai martoriati confini nord-orientali augustei (vedi il testo della conferenza dell’archeologo Rodolfo Lanciani presentato da Federico Gizzi in
Pagine ritrovate), proprio in quel 1918 di cui ricorre quest’anno il 90° anniversario. E
in difesa della Tradizione furono la magia, di riti occulti e di parole pubbliche, del Gruppo di Ur e di Julius Evola (vedi il testo di chi scrive, dedicato al bel volumetto sull’Evola ‘mithriaco’ curato da Stefano Arcella per la Fondazione J. Evola). Senza tutta questa catena di uomini, di riti, di pensieri, di libri, di azioni, da Simmaco a Boezio, da Boezio a Pomponio Leto, da Pomponio Leto a Boni, da Boni al Gruppo di Ur, non ci saremmo neanche noi (vedi riproposizione dell’intervista che Francesco Mancinelli fece sempre a chi scrive per il quotidiano “Rinascita”):
nani sulle spalle di giganti, consapevoli che sempre e solo dalle reliquie di quei giganti, come l’Alfieri dei foscoliani
Sepolcri, “trarrem gli auspici”.
In questa terra pur tanto offesa, la
nostra Tradizione ha sempre trovato chi la difendesse. E non abbiamo dubbi che, scomparso anche il nostro manipolo di nati nel Novecento, la bandiera dei
maiores nostri troverà nuove mani che la facciano sventolare, ben dritta come quella (probabile) statua di Simmaco che è giunta fino a noi attraversando centinaia di secoli avversi.
Sandro Consolato