… che consente di scegliere.
Per misurare quanto conti il “nome di Dio” nella vita pubblica bisogna puntare il compasso su Adam Smith, secondo cui il libero mercato fa bene anche alla religione e la competizione aiuta lo spirito a soffiare dove vuole. E’ degli anni 60 la copertina di Time che annunciava: “Dio è morto”. Oggi l’Economist invece offre ai suoi lettori uno “special report” che si intitola “In God’s name”, venti pagine fitte in cui il più importante settimanale internazionale dà conto della definitiva inattualità di quella copertina del secolo scorso nonché delle teorie e pratiche della “irrilevanza di Dio” di cui quel titolo faceva sintesi. Il report analizza con lo stile fattuale e disincantato del giornalismo economico peso e ruolo che la religione ha assunto (è tornata ad assumere) nelle vicende politiche e sociali del ventunesimo secolo. Non che non ci fosse già sufficiente interesse attorno al tema, anzi nel vecchio e nuovo mondo, e persino in Italia, è ormai un profluvio di analisi e saggi sull’argomento, dopo anni di sordità. Ma, spesso, si osserva con uno sguardo distorto. Ad esempio il nuovo libro del filosofo spagnolo Fernando Savater “La vita eterna” (Laterza), di cui mercoledì ha dato anticipazione Repubblica, ancora si attarda a prendere le mosse dalla “Rivincita di Dio” di Gilles Kepel (1991) e a riproporre la consueta lettura stupita e/o preoccupata della laicità novecentesca per la rinascita del religioso (“dobbiamo accettare la fede degli altri in Dio e nell’aldilà, nonostante non la si condivida”).
L’Economist colma innanzitutto questo vuoto di prospettiva, mettendo in campo un interesse fattuale, pieno di realismo e di curiosità intellettuale:
“Trascurare il ruolo della religione nella vita pubblica significa anche perdere molte potenziali soluzioni”, si legge verso la fine: “Visto che la religione è parte della politica, deve essere anche parte della soluzione”. Merito va dato all’intuizione del direttore del settimanale John Micklethwait, già autore con Adrian Wooldridge di un libro importante come “The Right Nation”. Il fascicolo è introdotto da un suo breve saggio che enuclea tutti i fattori chiave. Ci sono due domande, si legge invece nell’ultimo articolo, che attraversano tutto il lavoro: “La prima, dove sia esattamente il confine tra chiesa e stato; la seconda: che cosa possa essere fatto, se può essere fatto, per risolvere in modo positivo le guerre di religione”.
Si parte da uno sguardo sulle fedi che presentano il miglior “score”, le migliori “performance” nel mondo di oggi: il pentecostalismo, l’induismo, l’islam soprattutto nelle sue versioni radicali. Le si compara al paradosso del “ritiro nel privato” del cristianesimo europeo (soprattutto quello riformato) polverizzato da un trisecolare secolarismo. Si affrontano tipologie e rischi delle “nuove guerre di religione”, con una zoomata non convenzionale sui problemi della terra che è “santa” per tre diversi monoteismi. Si va a vedere quel che sta accadendo nel “paese più religioso del mondo”, che non sono gli States bensì l’India, “culla di quattro grandi religioni (buddismo, jainismo, sikhismo e induismo)” e che oggi può ben rappresentare “il test di prova per le politiche religiose”. Si torna all’islam, entrando dalla sublime ma cigolante porta ottomana per interrogarsi sulle sue reali possibilità di convivenza con la modernità e la laicità delle istituzioni e, last but not least, con se stesso. Per arrivare infine al tema squisitamente occidentale, quello delle “guerre culturali” in corso tra la visione secolarista, relativista, scientista e quella etico-religiosa dell’esistenza e dei principi informatori della convivenza civile. Si conclude ragionando sull’esemplarità – pregi e difetti – della via americana al rapporto tra stato e chiesa, sul suo essere “nation under God” spesso però incapace di esportare il proprio modello di pluralismo religioso nel resto mondo. Del suo First Amendment, parafrasando la definizione di Churchill della democrazia, si potrebbe dire che sia “il peggior modo per una società moderna di organizzare il proprio rapporto con la religione, a parte tutti gli altri che si sono sperimentati fin qui”.
Questione di sguardi
Tra i pregi del report del settimanale britannico c’è innanzitutto il suo consueto sguardo naturalistico: si descrivono i fatti, prima di abbozzare pareri, e ci si tiene positivisticamente lontani dalle domande sui significati reconditi del “ritorno” della religione. Abituati come siamo al dibattito ideologico, può inoltre essere utile lo sguardo “economico” messo in campo: qui si osserva il “mercato” delle fedi, le loro possibilità espansive, recessive, inflazionistiche. Un approccio lealmente parziale, di cui si deve essere grati all’Economist. Sguardo globale, inoltre: il report si apre dove meno te lo aspetti, nel nord della Nigeria contesa tra cristiani occidentalizzanti e sharia islamica. Si usano i campi lunghi: si apprende ad esempio che, secondo molti osservatori, la Cina potrebbe essere “l’Africa del XXI secolo”, dove il paragone è con la gigantesca crescita dell’evangelismo conosciuta dal Continente nero nel secolo scorso. E si avanza per fatti. Si parte dalla Corea del sud: scopriamo che “cinque delle dieci ‘megachurch’ esistenti al mondo sono lì”. Ci viene raccontata la “succes story” della Yodo Full Gospel Church del reverendo pentecostale David Cho, buddista convertito, dei suoi 830 mila membri in continua crescita, delle funzioni domenicali con 12 mila fedeli nella “megachiesa”, più altri 20 mila videocollegati nelle strutture adiacenti, mentre tutt’attorno si svolge la “sfida logistica” di mandare al catechismo domenicale 38 mila bambini. Ma la cosa più interessante è che, in un sondaggio del 2004, alla domanda su quale fede avesse maggiormente influito sulla modernizzazione del paese, il 42 per cento dei coreani ha risposto “i pentecostali” e un altro 11 per cento “i cattolici”.
Religione e modernizzazione?
Quali sono i fattori chiave di tutto ciò? “Competizione, calore, scelta”, dice l’Economist.
Nonché il libero mercato che funziona per tutte le religioni.
E si torna ad Adam Smith: tanto più sono prive di una gerarchia burocratizzata che frena gli impeti e fa lievitare i costi, tanto più le chiese funzionano. E in analogia con i “mercati saturi”, nuove chiese subentrano alle “ditte” che hanno perso il loro iniziale sprint: vale per la caduta verticale degli episcopaliani negli Usa, per i cattolici rispetto ai pentecostali in America latina, ma anche per gli ebrei, per gli ortodossi e per l’induismo. E “lo spirito competitivo aiuta anche a spiegare il successo di un certo tipo di islam”, perché “come il pentecostalismo, l’islam è una religione senza molta gerarchia”, in cui nuovi imam dal “marketing aggressivo” hanno possibilità di fare proselitismo. Seconda lezione coreana: “Hotter religion does better”, scrive l’Economist. “In termini globali, il più rimarchevole successo di religione nel secolo scorso è stata la chiesa meno intellettuale e più emotiva di tutte”. E queste stesse chiese – al pari dei musulmani a Gaza – hanno dalla loro anche l’alta natalità. Quanto abbiamo sbagliato, si chiede l’Economist, credendo che la secolarizzazione, l’educazione, la democrazia, avrebbero diluito Dio in un universale conformismo secolarista, mentre invece sotto i nostri occhi accadeva esattamente il contrario?
Qualche salutare puntino sulle “i” delle periodizzazioni. L’arretramento della religione dalla vita pubblica ha la sua matrice nella storia europea degli ultimi tre secoli; ma anche nei decenni dell’avanzata dei diritti civili negli Stati Uniti e nei contemporanei movimenti di decolonizzazione, per i quali le conquiste di libertà e modernità hanno coinciso con l’emancipazione dalla religione tradizionale. La ritirata di Dio nel Novecento si apre con Kemal Ataturk (“il fez sta sulle nostre teste come un segno di ignoranza e fanatismo”) ma si chiude molto presto, negli anni 70: è ormai comunemente acquisita la lezione secondo cui la rivoluzione khomeinista è stato il primo scontro tra l’islam radicale e il primo “born again president” americano. Avvenuto mentre il Papa polacco iniziava a picconare la Cortina di ferro. A far data da quegli eventi, il ritorno del ruolo pubblico della religione ha a che fare anche con una reazione ai processi di globalizzazione (la fede torna ad essere un fattore identitario), e con il rifiuto sempre più netto di comportamenti sociali improntati all’ateismo radicale (dall’aborto alla pornografia). Ma è anche notevole quanto messo in luce da Timothy Shah del Council on Foreign Relations. “Più di 30 degli 80 stati che hanno acquistato la libertà tra il 1972 e il 2001 devono molto di questo miglioramento alla religione”. Intanto, le quattro maggiori religioni mondiali avevano il 67 per cento della popolazione totale nel 1990, ne hanno il 73 per cento nel 2005 e potrebbe essere all’80 nel 2050.
Ma c’è qualcosa di più profondo che ha contribuito a riportare Dio nella “piazza pubblica”. Rispetto a letture più tradizionali, l’Economist fa un’altra scoperta sulla scorta di un’analisi presa in prestito ancora una volta dall’economia: il valore aggiunto del pluralismo religioso. La fede oggi è assai meno di prima un’imposizione tradizionale: si può scegliere. La “choice”, la scelta adulta – che sia adesione alla fede dei padri o a un’altra tutta nuova – porta con sé l’esigenza della sua proclamazione, o quantomeno dell’adeguamento ad essa dei propri comportamenti sociali. Non è più fatto privato, ma pubblico. Che incide persino nei comportamenti di lavoro, come spiega Miroslav Volf del Yale’s Center for Faith and Culture: “Per molte persone la religione ha qualcosa da dire su tutti gli aspetti della vita, lavoro compreso”. Il meccanismo vale per tutte le religioni, dai battisti americani agli islamici agli hindu. Peccato che l’Economist, nel suo anglocentrismo, non prenda pressoché mai in considerazione quanto avviene nella chiesa cattolica. La “logica di mercato” di pluralismo e scelta implica cambiamenti nella percezione del fattore Dio che riguardano tutti. Un’inchiesta statunitense del 2004 ha ad esempio segnalato anche l’aumento della percentuale degli atei dichiarati, dal 7 al 14 per cento (per Ross Douthat dell’Atlantic Monthly negli ultimi decenni “l’antireligione è trasmigrata dalle élite dalla East Coast alle masse”). Se ne può trarre una conferma indiretta della positività del sistema pluralistico: dichiararsi atei, anziché agnostici, segnala in ogni caso una presa di posizione, un’ammissione di rilevanza della domanda “che c’entra Dio in tutto questo?”.
Il cuore ideale del lungo lavoro svolto da un settimanale laico, globalista nei suoi punti d’osservazione, fortemente radicato in una visione liberale si può forse individuare proprio qui.
“La scelta è la cosa più moderna della religione contemporanea”, si legge.
“Abbiamo fatto un errore di categorizzazione”, dice Peter Berger, sociologo di Boston e fino agli anni 80 laicista convinto, per poi mutare d’opinione: “Il rapporto non era tra modernizzazione e secolarizzazione. Ma tra modernizzazione e pluralismo”.
La novità indicata dall’Economist - e per il clima culturale europeo si tratta di una salutare boccata d’aria fresca - è in questo laico, a tratti anche scettico - prendere in considerazione “the God’s name” come un elemento magari problematico, ma spesso anche positivo, in ogni caso legittimo della “public life”. Qualcosa che “deve essere anche parte della soluzione”, appunto.
Dunque guardato con rispetto, maneggiato con cura.
Collocato nella dinamica del “pluralismo”, inteso non più come è stato per secoli in Europa (e assai meno in America), come una “conventio ad excludendum”, ma come un libero mercato in cui la religione è uno dei fattori decisivi. Con tutte le cautele del caso, che l’Economist non trascura di snocciolare
Le guerre di religione, ovviamente.
L’aspetto più grave, che non viene però raccontato solo nel contesto jihadista. Anche se, a differenza dei tempi antichi, le guerre di religione tendono a farle non più gli stati ma i terroristi, e questo moltiplica il rischio; così come nuovo fattore di rischio è la difficile gestione degli scontri sul territorio, per non parlare delle repressioni antireligiose compiute da stati come l’Egitto, la Cina o la Birmania. Ma il rischio delle guerre di religione attraversa anche l’India scossa dal fondamentalismo hindu. Si parte anche qui da una storia particolare, quella di Praveen Togadia, “urban and sofisticated” chirurgo di fama internazionale, il “tipico indiano moderno di cui Nehru andrebbe orgoglioso”. Peccato, racconta l’Economist, che sia anche il leader del Vishna Hindu Parishad, una delle tre costole del movimento Hindutva, il gruppo fondamentalista che sta mettendo alle corde l’induismo tradizionale e l’intera politica indiana. Un terremoto più profondo di ciò che lascino percepire certe campagne aggressive, da quella per il bando della macellazione delle mucche a quella per ottenere legislazioni separate in base all’appartenenza religiosa, che sta sconvolgendo il fin qui solido assetto del secolarismo politico indiano.
Come convivono, insomma, modernità e tradizionalismo religioso?
Quanto può essere esplosiva la miscela? I dubbi dell’India sono analoghi a quelli della Turchia. Qui si parte dal caso del velo della militante politica Hidayet Tuksal per sondare la crisi latente del kemalismo. Ma per tornare – via Francia, alla domanda che sta a cuore: “Quanto è ‘diverso’ l’islam?”. O meglio, quanto nelle nostre società può essere tollerata la sua pretesa di diversità? Problema che tocca anche l’ebraismo o il cristianesimo, anche se è l’islam in assoluto il meno compatibile di altre religioni con la “grande separazione” tra stato e chiesa che trova la sua espressione più funzionale nel Primo emendamento della Costituzione americana. Eccoci al cuore dell’occidente. Alle “culture wars” su bioetica, morale sessuale, ma anche sul capitalismo – che segnano la faglia tra “the pious people” e i laici. “Molti intellettuali laici ritengono che il vero scontro di civiltà non sia tra diverse religioni ma tra superstizione e modernità”, scrive Micklethwait. Rispondere al dilemma non è lo scopo del suo giornale. Ma, sfatato il “canone illuminista” dell’irrilevanza della religione, c’è invece da indicare le possibili vie da seguire. E in questo si privilegia l’esempio americano rispetto alle esperienze europee. Negli Usa, la rigida separazione tra fede e stato ha indubbiamente salvato entrambi, costringendo tra l’altro i credenti a sviluppare politiche non basate sull’ingerenza religiosa, ma sulla ricerca di soluzioni legislative dei singoli problemi.
Un modello che oggi, secondo l’Economist, mostra anche i suoi limiti: tanto di esportabilità che interni.
Ma ancora il migliore su piazza, come direbbe Churchill.
Maurizio Crippa www.ilfoglio.it del 2 nov 07
saluti




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