I tragici avvenimenti di questi giorni non possono non far riaprire il dibattito sulla reale natura dello Stato d' Israele.
Se non è in discussione il giudizio assolutamente negativo per quanto riguarda entità come Hamas- espressione di un cupo oscurantismo religioso di stampo medioevale-, non altrettanto chiara è la conoscenza rispetto a ciò che rappresenta Israele.
In effetti, lo slogan sovente ripetuto da tanti amici repubblicani è che Israele sarebbe "l' unica democrazia del medioriente", per cui va difesa a spada tratta qualunque sua azione contro gli Arabi. Ma le cose stanno veramente così? Secondo me, qualche dubbio dovremmo cominciare ad averlo, riflettendo su alcuni dati di fatto.
Il nuovo Stato d’Israele, fin dalla sua nascita, si è caratterizzato in senso rigidamente confessionale essendo aperto ai soli ebrei osservanti. Una legge, quella definita “Del Ritorno”, consente alle autorità religiose ortodosse di esercitare un controllo ferreo sui matrimoni ebraici (sono infatti vietati i matrimoni tra gli ebrei e i non ebrei, i cosiddetti “gentili”), sui divorzi, sulle conversioni e sulle sepolture.
Lo stesso impedimento riguarda gli ex-ebrei, ossia persone che pur essendo di discendenza ebraica professano una religione diversa dal Giudaismo, anche a loro è impedito di stabilirsi in Israele. I pochi arabi che hanno potuto continuare a vivere in quella che una volta era la loro terra devono essere riconoscibili (le loro auto, ad esempio, hanno una targa diversa); è sì permesso loro di eleggere dei rappresentanti al Parlamento, ma in quanto piccola, innocua e assimilata minoranza.
Il concetto di società multietnica che tanto piace a noi occidentali perchè massima espressione di democrazia, libertà e pluralismo, in Israele non solo non è neppure contemplata, ma è addirittura vietata per legge. Una sentenza della Corte Suprema israeliana del 1989 stabilisce che alle elezioni sono esclusi partiti politici o persone che prevedono nel loro programma uno Stato multi-culturale o che mettano in discussione il principio dello Stato per Soli Ebrei.
Un'altra politica per soli ebrei riguarda la proprietà terriera che è di tipo collettivistico: lo Stato possiede il 94% della terra e la tiene in “custodia” esclusivamente per gli ebrei.
Israele non ha una Costituzione e questo consente ai suoi tribunali di agire con libertà ed arbitrio nelle sentenze, soprattutto a carico dei non ebrei.
Con queste caratteristiche definire Israele un “avamposto di democrazia in Medio Oriente” pare quanto meno azzardato.
Il fine ultimo d'Israele è quello di costringere i palestinesi ad abbandonare la loro terra per realizzare il sogno biblico della "Grande Israele", come preconizzato dal fondatore del movimento sionista Theodor Herzl e confermato dal padre della Patria David Ben Gurion che in un discorso del 1937 dichiarò: «Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti». Altrettanto esplicito è stato il leader israeliano Ariel Sharon che ad un convegno di militanti del suo partito dichiarò senza mezzi termini: «Non c’è sionismo, colonizzazione o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre» (France Press del 15 novembre 1998). Non a caso Israele è l’unico Paese al mondo che si rifiuta di definire formalmente i suoi confini. Il motivo lo scopriamo in una famosa frase di Ben Gurion: "Dobbiamo costruire uno stato dinamico incline all'espansione"
Condanniamo dunque senz' altro gli attentati suicidi dei palestinesi, i razzi di Hamas e le bandiere bruciate in piazza dai manifestanti, ma se veramente amiamo la pace nel mondo non possiamo sorvolare sul reale pericolo che rappresenta anche israele con la sua politica.




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