…Visco
Roma. Vincenzo Visco, viceministro dell’Economia con delega alle Finanze, ma non ai gendarmi, sta recuperando evasione fiscale e facendo pagare le tasse – prendiamo per esempio la riforma degli studi di settore – e per questo gli italiani sono parecchio imbestialiti. Dice Visco:
“Non è la prima volta che recupero gettito. Nella mia passata esperienza alle Finanze, a pressione fiscale costante e a crescita economica costante, c’era stato un aumento delle entrate. Nel ’97, fu dell’1,6 per cento (anche se c’erano alcune poste straordinarie). Anche questa volta mi sembra vada bene. Abbiamo fatto un po’ di deterrenza, un po’ di effetto annuncio. Un po’ ha dato una mano la demonizzazione della mia persona – anche se vorrei assicurare che io sono un uomo moderato – fatta dall’opposizione. Direi che chi le tasse le paga è contento. Gli altri non saprei. Bisogna capire che c’è un problema di legalità come premessa per l’abbassamento futuro delle tasse”.
Quanto vale l’effetto Visco? Francesco Forte, ministro delle Finanze negli anni 80, lo ha quantificato ieri su questo giornale nello 0,5 per cento del pil, sette miliardi di euro.
“Non so se valgo tanto, di sicuro non mi danno le stock option. Ma se devo stare al gioco, ritengo che l’effetto sia superiore, intorno all’1,5 per cento del pil. Ma mi accontento anche della stima di Forte”.
E a causa dell’effetto Visco che lei non va mai in tv?
“No, non è una questione di popolarità (penso di avere una mia popolarità proprio perché non mi pongo il problema di essere popolare). Non frequento i talk show politici, per principio, perché credo che un uomo di governo debba andare in televisione seguendo un modello più da tribuna politica, da solo con dei giornalisti a fare domande, soprattutto su temi tecnici complessi, come è il fisco”.
La questione fiscale costò alla coalizione guidata da Romano Prodi nella primavera del 2006.
“Fu l’effetto, o l’errore, di una campagna molto televisiva. La questione fiscale conta molto in una campagna elettorale. Ma in generale bisogna tener conto che non si può parlare di tasse, senza parlare della questione del bilancio e delle spese. Sono temi che è difficile affrontare seriamente nell’odierno dibattito televisivo. Se fossimo in grado di arrivare a fine legislatura potremmo dimostrare che abbiamo recuperato gettito, cioè legalità, e abbassato le tasse”.
Si dice che il poco televisivo Visco si sia reso conto di un problema di gestione del consenso, e che per esempio sia stato lui a condurre la trattativa con Confindustria per abbassare le aliquote delle imposte per le imprese (secondo gli industriali non in perfetta sintonia con il ministro Padoa-Schioppa).
“Faccio l’uomo politico da vent’anni in quell’operazione fiscale, un lavoro programmato dallo scorso anno, c’era una intenzione politica naturalmente. Non è vero, però, che segnalasse una differenza di posizione con il ministro dell’Economia con cui c’è stata piena condivisione delle scelte, né tantomeno un elemento competitivo nei confronti della nascente leadership del Partito democratico. Mi considero abbastanza moderno per il Pd anche se so che gli uomini hanno le loro stagioni e sono pronto ai cambiamenti e agli avvicendamenti”.
Viene accusato di credere in un fisco giustizialista e non nell’adesione spontanea del contribuente.
“E’ il contrario. Credo nel fisco come adesione spontanea, ma credo che vada indotta con la deterrenza, per esempio con gli accertamenti, oggi ne facciamo 200.000, bisognerebbe arrivare a 500.000. Poi ci sono altri elementi, un aspetto tecnico (incroci di dati, o altri strumenti), c’è un elemento di familiarità, cioè di semplificazione fiscale da migliorare. C’è l’effetto dell’esempio, se gli altri pagano, io pago più volentieri. Naturalmente cresce un altro aspetto della questione: si paga più volentieri il fisco in cambio di una buona qualità di servizi pubblici, ma lì entrano in gioco compatibilità di carattere generale”.
Visco dice di non amare il giustizialismo fiscale, però ha perfezionato uno strumento che non sempre viene considerato equo, quello degli studi di settore.
“Sono un punto di riferimento, non una minimum tax. Chi non ci si ritrova, lo dice e presenta i conti. Semmai possiamo dire che nella polemica gli evasori hanno usato i contribuenti marginali (n.d.r. quelli con i ricavi più bassi) come scudi umani”.
Che cosa pensa del contrasto d’interesse, perché – per esempio – non si possono detrarre gli affitti?
“Noi abbiamo più contrasto d’interesse che negli Stati Uniti, ma non funziona o funziona solo marginalmente. Perché “0” è sempre meglio di un qualsiasi numero positivo, dunque le parti si organizzano per non pagare le tasse. Ci sono molti miti sul funzionamento di questo sistema, che anche in America viene utilizzato meno di quanto si immagini. In Italia ci sono casi come le detrazioni per le ristrutturazioni che per l’amministrazione sono addirittura dei costi da finanziare”.
Su questo giornale, due economisti, Ernesto Felli e Giovanni Tria, hanno recentemente suggerito di tagliare l’Irpef finanziandolo con un aumento della tassazione indiretta. Lei che ne pensa?
“Utilizzai un sistema simile una decina d’anni fa, riducendo i contributi sociali e aumentando l’Iva. Sono correzioni che ciclicamente si possono fare, ma un sistema fiscale deve essere costruito sul maggior numero di gambe possibili per ridurre gli effetti distorsivi: dunque imposte dirette, indirette, accise, imposte sul capitale. Senza contare che l’Iva da noi è già al 20 per cento. Nella storia della tassazione non ci sono grandi invenzioni. E’ molto più importante la tecnica, e la si può migliorare. In linea di principio, non sono contrario per esempio alla flat tax (ammesso che se ne correggano gli effetti di distorsione) il problema è che di solito viene utilizzata in paesi che non possono permettersi la gestione di sistemi fiscali più sofisticati e complessi”.
Visco, ammette anche che la tolleranza nei confronti dell’evasione è stata anche una specie di ammortizzatore accordato dalla politica nei confronti delle imprese e delle famiglie.
“E’ uno strumento di consenso politico – dice –ma il consenso lo si può ottenere anche facendo rispettare le leggi”.
Ma se la questione fosse solo questa, non sarebbe più facile, abbassare le aliquote e ricostruire un patto fiscale? C’è uno spazio politico per una leadership in grado di rinnovare un patto di questo tipo? “L’aspetto politico è decisivo. Però ci vuole contestualità tra taglio della spesa e taglio delle tasse; il punto è che c’è scarso margine in queste condizioni politiche per la riduzione della spesa. Ma io credo che l’occasione per una idea così forte e per una grande leadership di questo genere potrebbe esserci. Sono convinto che Walter Veltroni abbia la forza per farcela. E’ essenziale che questa scommessa venga vinta”.
Eppure le leadership si scontrano con il governo della realtà. Visco per esempio, dice da molti anni che abbiamo il debito pensionistico più alto d’occidente e non lo possiamo sopportare, ma il governo di cui fa parte ha corretto lo scalone.
“Lo scalone (scaricato dal governo precedente a dopo la fine della legislatura) aveva un problema di equità, ciò detto la questione pensionistica non si risolve né con lo scalone né con la nostra correzione”.
Come sarà il Pd in politica fiscale?
“Mi auguro che segua l’azione che ho cominciato: giustizia, equità, crescita. Per abbassare le tasse, bisogna farle pagare. Spero che non prevalgano timori elettoralistici. Noi dobbiamo capire, come ci insegna in questi anni la questione cinese, dove lentamente evolve una forma di libertà economica e nasce una cultura sindacale, per esempio, che man mano che crescono bisogni pubblici superiori, i sistemi fiscali hanno bisogno di svilupparsi”.
Marco Ferrante su www.ilfoglio.it del 26 10 07
Saluti




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