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    Predefinito Socialismo, Nazione, Rivoluzione: Otto Strasser

    IL PERCORSO IDEOLOGICO DI OTTO STRASSERDa Asslimes.com
    Otto Strasser nasce il 10 settembre 1897 in una famiglia di funzionari bavaresi. Suo fratello Gregor (che sarà uno dei capi del partito nazista ed un serio concorrente di Hitler) è maggiore di cinque anni. L'uno e l'altro beneficiano di solidi antecedenti familiari: il padre Peter, che si interessa di economia politica e di storia, pubblica sotto lo pseudonimo di Paaul Weger un opuscolo intitolato Das neue Wesen, nel quale si pronuncia per un socialismo cristiano e sociale. Secondo Paul Strasser, fratello di Gregor e Otto, "in questo opuscolo si trova già abbozzato l'insieme del programma culturale e politico di Gregor e Otto, cioè un socialismo cristiano sociale, che è indicato come la soluzione alle contraddizioni e alle mancanze nate dalla malattia liberale, capitalista e internazionale dei nostri tempi." Quando scoppia la Grande Guerra, Otto Strasser interrompe i suoi studi di diritto e di economia per arruolarsi il 2 agosto 1914 (è il più giovane volontario di Baviera). Il suo brillante comportamento al fronte gli varrà la Croce di Ferro di prima classe e la proposta per l' Ordine Militare di Max-Joseph. Prima della smobilitazione nell'aprile/maggio 1919, partecipa con il fratello Gregor, nel Corpo Franco von Epp, all'assalto contro la Repubblica sovietica di Baviera. Ritornato alla vita civile Otto riprende i suoi studi a Berlino nel 1919 e fonda la "Associazione universitaria dei veterani socialdemocratici". Nel 1920, alla testa di tre "centurie proletarie" resiste nel quartiere operaio berlinese di Steglitz al putsch Kapp (putsch d'estrema destra). Lascia poco dopo la SPD (Partito social-democratico) quando questa rifiuta di rispettare l'accordo di Bielefeld concluso con gli operai della Ruhr (questo accordo prevedeva il non-intervento dell'esercito nella Ruhr, la repressione degli elementi contro-rivoluzionari e l'allontanamento di questi dall'apparato dello Stato, nonché la nazionalizzazione delle grandi imprese), spostandosi dunque a sinistra dell'SPD. Tornato in Baviera, Otto Strasser incontra Hitler e il generale Ludendorff presso il fratello, che lo invita a legarsi al nazionalsocialismo, ma Otto rifiuta. Corrispondente della stampa svizzera e olandese, Otto si occupa, il 12 ottobre 1920, del congresso dell'USPD (Partito social-democratico indipendente) ad Halle, dove incontra Zinovev. Scrive su "Das Gewissen", la rivista di Moeller van den Bruck e Heinrich von Gleichen, un lungo articolo sul suo incontro con Zinovev. E' così che fa la conoscenza di Moeller van den Bruck che lo farà avvicinare alle proprie idee. Otto Strasser entrerà poco dopo nel ministero per gli approvvigionamenti, prima di lavorare, a partire dalla primavera del 1923, in un consorzio di alcolici. Tra il 1920 e il 1925 si attua nello spirito di Strasser una lenta maturazione ideologica data da esperienze personali (esperienza del fronte e della guerra civile, incontro con Zinovev e Moeller, esperienza della burocrazia e del capitalismo privato) e di diverse influenze ideologiche. Dopo il mancato putsch del 1923, l'imprigionamento di Hitler e l'interdizione del NSDAP che l'hanno seguito, Gregor Strasser si è ritrovato nel 1924 con il generale Ludendorff e il politico völkisch von Graefe alla testa del ricostituito partito nazista. Appena uscito di prigione Hitler riorganizza il NSDAP (febbraio 1925) e incarica Gregor Strasser della direzione del partito nel Nord della Germania. Otto allora raggiunge il fratello che l'ha chiamato. Otto sarà l'ideologo, Gregor l'organizzatore del nazismo in Germania settentrionale. Nel 1925 è fondato un "Comitato di lavoro dei distretti settentrionali e occidentali tedeschi del NSDAP" sotto la direzione di Gregor Strasser; questi distretti manifestano così la loro volontà d'autonomia (e di democrazia interna) nei confronti di Monaco. Inoltre il NSDAP settentrionale prende un orientamento nettamente gauchiste sotto l'influenza di Otto Strasser e di Jospeh Goebbels che espongono le loro idee in un quindicinale destinato ai quadri del partito, il "National-sozialistische Briefe". Dall'ottobre 1925 Otto dà al NSDAP del Nord un programma radicale. Hitler reagisce dichiarando inalterabili i venticinque punti del programma nazista del 1920 e concentrando nelle sue mani tutti i poteri decisionali del Partito. Richiama Goebbels nel 1926, convince Gregor Strasser proponendogli il posto di capo della propaganda, poi quello di capo dell'organizzazione del Partito, espelle infine un certo numero di gauchistes (segnatamente i Gauleiter della Slesia, Pomerania e Sassonia). Otto Strasser, isolato e in totale opposizione con la politica sempre più apertamente conservatrice e capitalista di Hitler, si decide finalmente a lasciare il NSDAP il 4 luglio 1930. Fonda subito la KGRNS, "Comunità di lotta nazional-socialista rivoluzionaria". Ma poco dopo la scissione strasseriana, due avvenimenti portarono alla marginalizzazione della KGRNS: anzitutto la "dichiarazione-programma per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco" adottata dal Partito Comunista tedesco. Questo programma esercita sugli elementi nazionalisti anti-hitleriani una considerevole attrazione che li distoglierà dallo strasserismo ( peraltro già nell'autunno 1930 una prima crisi "nazional-bolscevica" aveva provocato l'uscita dalla KGRNS verso il Partito Comunista di tre responsabili: Korn, Rehm e Lorf); in seguito, anche il successo elettorale del Partito Nazista alle elezioni legislative del 14 settembre convinse molti nazional-socialisti della fondata validità della strategia hitleriana. La KGRNS è inoltre minata da dissensi interni che oppongono gli elementi più radicali (nazional-bolscevichi) alla direzione più moderata (Otto Strasser, Herbert Blank e il maggiore Buchrucker). Otto Strasser cerca di far uscire la KGRNS dall'isolamento avvicinando nel 1931 le SA del Nord della Germania che, sotto la guida di Walter Stennes, sono entrate in aperta ribellione contro Hitler (ma questo riavvicinamento, condotto sotto gli auspici del capitano Ehrhardt, le cui inclinazioni reazionarie sono conosciute, provoca l'uscita dei nazional-bolscevichi dalla KGRNS). Nell'ottobre 1931 Otto Strasser fonda il "Fronte Nero", destinato a raggruppare attorno alla KGRNS un certo numero di organizzazioni vicine, quali il gruppo paramilitare "Wehrwolf", i "Gruppi Oberland", le ex-SA di Stennes, una parte del Movimento Contadino, il circolo costituito attorno alla rivista "Die Tat" etc. Nel 1933, decimata dalla repressione hitleriana, la KGRNS si sposta in Austria poi, nel 1934, in Cecoslovacchia. In Germania, gruppi strasseriani clandestini sopravvivono fino al 1937, data in cui vengono smantellati e i loro membri imprigionati o deportati (uno di questi, Karl-Ernst Naske, dirige oggi gli "Strasser-Archiv"). Le idee di Otto Strasser traspaiono dai programmi che ha elaborato, gli articoli, i libri e gli opuscoli che i suoi amici e lui stesso hanno scritto. Tra questi testi, i più importanti sono il programma del 1925, destinato a completare il programma del 1920 del Partito Nazista, la proclamazione del 4 luglio 1930 ("I socialisti lasciano il NSDAP"), le "Quattordici tesi della Rivoluzione tedesca", adottate al primo congresso della KGRNS nell'ottobre 1930, il manifesto del "Fronte Nero" adottato al secondo congresso della KGRNS nell'ottobre 1931, e il libro Costruzione del socialismo tedesco, la cui prima edizione è del 1932. Da questi testi si trae un'ideologia coerente, composta di tre elementi strettamente legati tra loro: il nazionalismo, l'"idealismo völkisch" e il "socialismo tedesco". 1) Il nazionalismo. Otto Strasser propone la costituzione di uno Stato pan-tedesco (federale e democratico) "da Memel a Strasburgo, da Eupen a Vienna" e la liberazione della nazione tedesca dal Trattato di Versailles e dal Piano Young. Auspica una guerra di liberazione contro l'Occidente ("Salutiamo la Nuova Guerra"), l'alleanza con l'Unione Sovietica ed una solidarietà internazionale anti-imperialista tra tutte le Nazioni oppresse. Otto Strasser se la prende vigorosamente anche con gli ebrei, la Massoneria e L'Ultramontanismo (questa denuncia delle "potenze internazionali" sembra ispirarsi ai violenti pamphlets del gruppo Ludendorff). Ma le posizioni di Otto Strasser si evolvono. Durante il suo esilio in Cecoslovacchia appaiono due nuovi punti: un certo filosemitismo (Otto Strasser propone che sia conferito al popolo ebraico uno statuto protettore delle minoranze nazionali in Europa e sostiene il progetto sionista - Patrick Moreau pensa che questo filosemitismo sia puramente tattico: Strasser cerca l'appoggio delle potenti organizzazioni anti-naziste americane) e un progetto di federalismo europeo che permetterebbe di evitare una nuova guerra. L'anti-occidentalismo e il filo-sovietismo di Strasser sfumano. 2) Al materialismo borghese e marxista Otto Strasser oppone un "idealismo völkisch" a fondamento religioso. Alla base di questo "idealismo völkisch" si trova il Volk concepito come un organismo di origine divina dalle caratteristiche fisiche (razziali), spirituali e mentali. La "Rivoluzione tedesca" deve, secondo Strasser, ri-creare le "forme" appropriate alla natura del popolo nel campo politico o economico così come in quello culturale. Queste forme sarebbero, in campo economico, il feudo (Erblehen); nel campo politico, l'auto-amministrazione del popolo tramite gli "Stande", cioè degli stati - stato operaio, stato contadino etc - e nel campo "culturale, una religiosità tedesca. Principale espressione dell' "idealismo völkisch", un principio d'amore in seno al Volk - riconoscendo ognuno negli altri le proprie caratteristiche razziali e culturali - che deve marcare ogni atto dell'individuo e dello Stato. Questo idealismo völkisch comporta il rifiuto da parte di Otto Strasser dell'idea di lotta di classe in seno al Volk a profitto d'una "rivoluzione popolare" degli operai-contadini senza classi medie (solo una piccola minoranza di oppressori saranno eliminati), la condanna dello scontro politico tra tedeschi: Otto Strasser propone un Fronte unito della base dei partiti estremisti e dei sindacati contro le loro gerarchie e contro il sistema. Questo idealismo völkisch sottintende lo spirito di "socialismo tedesco" decantato da Strasser e ispira il programma socialista strasseriano. Questo programma comporta i seguenti punti: parziale nazionalizzazione delle terre e dei mezzi di produzione, partecipazione operaia, il piano, l'autarchia e il monopolio dello Stato sul commercio esterno. Il "socialismo tedesco" pretende di opporsi al liberalismo come al marxismo. L'opinione di strasser sul marxismo è pertanto sfumata: "Il marxismo non aveva per Strasser alcun carattere "ebraico" specifico come per Hitler, non era l' "invenzione dell'ebreo Marx", ma l'elaborazione di un metodo d'analisi delle contraddizioni sociali ed economiche della sua epoca (il periodo del capitalismo selvaggio) messo a punto da un filosofo dotato. Strasser riconosceva al pensiero marxista come all'analisi dell'imperialismo di Lenin, una verità oggettiva certa. Si allontanava dalla Weltanschauung marxista a livello di implicazioni filosofiche ed utopiche. Il marxismo era il prodotto dell'era del liberalismo e testimoniava nel suo metodo analitico e nelle sue stesse strutture una mentalità la cui tradizione liberale risaliva al contratto sociale di Rousseau. L'errore di Marx e dei marxisti-leninisti stava, secondo Strasser, nel fatto che questi credevano di poter spiegare lo sviluppo storico tramite i concetti di rapporto di produzione e di lotta di classe allorquando questi apparivano validi limitatamente al periodo del capitalismo. La dittatura del proletariato, l'internazionalismo, il comunismo utopico non erano più conformi ad una Germania nella quale era cominciato un processo di totale trasformazione delle strutture spirituali, sociali ed economiche, che portava alla sostituzione del capitalismo con il socialismo, della lotta di classe con le comunità di popolo e dell'internazionalismo con il nazionalismo. La teoria economica marxista rimaneva uno strumento necessario alla comprensione della storia. Il marxismo filosofico e il bolscevismo di partito, perdono significato nello stesso momento in cui il liberalismo entra in agonia". 3) Il "socialismo tedesco" rifiuta il modello proletario così come il modello borghese e propone di conciliare le responsabilità, l'indipendenza e la creatività personali con il sentimento dell'appartenenza comunitaria ad una società di lavoratori di classi medie e, più particolarmente, di contadini. "Strasser, come Junger, sogna un nuovo "Lavoratore", ma di un tipo particolare, il tipo "contadino", che sia operaio-contadino, intellettuale-contadino, soldato-contadino, altrettante facce di uno sconvolgimento sociale realizzato con la dislocazione della società industriale, lo smantellamento delle fabbriche, la riduzione delle popolazioni urbane e il trasferimento forzato dei cittadini verso il lavoro rigeneratore della terra. Per rendere in immagini contemporanee la volontà di rottura sociale della tendenza Strasser, si può pensare oggi alla Rivoluzione Culturale cinese o all'azione dei Khmer rossi in Cambogia". Otto Strasser vuole riorganizzare la società tedesca attorno al tipo contadino. Per fare questo, preconizza la spartizione delle terre, la colonizzazione delle regioni agricole dell'Est poco popolato e la dispersione dei grandi complessi industriali in piccole unità in tutto il paese - nascerebbe così un tipo misto operaio-contadino. Patrick Moreau non esita a qualificare Otto Strasser come "conservatore agrario estremista". Le conseguenze di questa riorganizzazione della Germania (e della socializzazione dell'economia che deve accompagnarla) sarebbero: una considerevole riduzione della produzione dei beni di consumo per il fatto dell'"adozione di un modo di vita spartano, in cui il consumo è ridotto alla soddisfazione quasi autarchica, a livello locale, dei bisogni primi", e "l'istituzione nazionale, poi internazionale, di una sorta di economia di baratto". Il socialismo tedesco rifiuta infine la burocrazia e il capitalismo privato (Strasser conosce i misfatti dei due sistemi) e propone la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e della terra che saranno in seguito ri-distribuite a degli imprenditori sotto forma di feudi. Questa soluzione unirebbe, secondo Strasser, i vantaggi del possesso individuale e della proprietà collettiva.
    Thierry Mudry (Orientations, n.7)
    Tratto da Origini n.2, L'opposizione nazional-rivoluzionaria al Terzo Reich

  2. #2
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    Hitler - Strasser
    Resoconto degli incontri
    del 21 e 22 Maggio 1930

    21 Maggio
    Mercoledì 21 Maggio, verso le dodici e un quarto, il signor Hess, segretario personale di Adolf Hitler, mi chiamò per definire un’incontro con il signor Hitler alle tredici presso l’Hotel Sans souci. Mi apprestavo a partire per Oranienburg per riorganizzare il nostro settimanale e quindi accettai di buon grado l’invito che poteva portare alla soluzione di vecchie differenze di vedute politiche. L’incontro con Adolf Hitler ebbe luogo alle tredici, senza testimoni, nella sua camera privata presso l’Hotel Sans souci.
    Hitler mi accolse con un fiume di rimproveri per l’atteggiamento delle Kampf Verlag (1); vari articoli apparsi in Aprile, secondo lui rivolti particolarmente contro il programma dello NSDAP e le più elementari regole della disciplina, avrebbero reso necessario il suo intervento contro le Kampf Verlag e le opinioni che vi si esprimevano.
    Il signor Hitler sottolineò che questi attacchi, pregiudizievoli al partito, erano durati fin troppo. La sua pazienza era al limite e richiedeva che dopo i miei ripetuti rifiuti, accettassi alla fine lo scioglimento delle Kampf Verlag, senza il quale sarebbe stato costretto a prendere tutte le necessarie misure.
    Davanti a questa minaccia, mi indignai e gli dissi che mi attendevo da quest’incontro un chiarimento sulle nostre differenze, ma che non potevo accettare nessun ultimatum. Il signor Hitler concordò con me che si augurava questo chiarimento. Dichiarava la più alta stima del mio lavoro, riconosceva interamente il mio valore e sperava di mantenermi dentro il partito. Era la ragione del suo invito. Ero giovane, veterano al fronte e nazional-socialista di vecchia data, potevo quindi essere convinto. Al contrario una conversazione con il conte Reventlow sarebbe stata superflua, poiché questa caricatura di giornalista era incorreggibile e da decenni ripeteva fino alla noia le stesse teorie.
    Replicai che i suoi rimproveri erano troppo generici perché potessi rispondergli concretamente. Si trattava degli articoli delle ultime settimane e bisognava rimarcare due cose. Prima di tutto sulla forma: se si eccettuano due articoli, “Un nuovo Biedermeier” di Wendland nelle NS-Briefe (2) e “Infedeltà e Infedeltà” di Herbert Blank sulla stessa pubblicazione il 22 Aprile, tutti i testi erano stati ripresi dal più che accreditato Ufficio Stampa dello NSDAP. In quello le NS-Briefe non aveva fatto altro che seguire l’esempio di molti altri giornali del partito. E poi infine: io abbracciavo totalmente le opinioni difese in questi diversi articoli e speravo che quelle fossero al centro del nostro incontro.
    Sul primo punto Hitler riconobbe che formalmente io avevo ragione, e che questi signori del NSPK (3) sarebbero stati messi davanti alle loro responsabilità; in particolare Stöhr sarebbe stato allontanato dalle sue funzioni di direttore della redazione. Egli si scagliò con tanto più vigore contro i due articoli sul cui soggetto esprimette la seguente opinione: “L’articolo nelle “NS-Briefe” è un attacco infame contro il signor Frick (4), il primo ministro nazionalsocialista. La nomina di Schulze-Naumburg è di un’alta portata culturale, poiché Schulze-Naumburg è un artista di assoluto primo piano. E’ sufficiente qualche nozione artistica per rendersi conto che Schulze-Naumburg sarà migliore di chiunque altro ad insegnare l’arte germanica. Ed ecco che voi vi unite alla stampa ebraica per pugnalarci alla schiena con i vostri attacchi contro la nomina di un ministro nazionalsocialista!”
    Replicai che in una rivista di dibattito quale si definisce “NS-Briefe”, era mio dovere lasciare esprimere giovani artisti nazionalsocialisti raggruppati attorno Wendland, egli stesso un artista in attività. E questo tanto più che l’articolo, pur riconoscendo pienamente i meriti di Schulze-Naumburg, esprimeva una critica che io condividevo. Sul piano della cultura il nazional-socialismo non doveva respingere le tendenze dell’arte moderna che cercavano di farsi strada. Esso non doveva respingere queste preziose e giovani forzeriallacciandosi a dei modelli oramai superati.
    Su questo Hitler: “Tutto quello che dite mostra solamente che non avete alcuna idea dell’arte. Non c’è arte degli antichi o dei moderni, più di quanto non ci sia rivoluzione nell’arte. Non c’è che un’arte eterna, l’arte greca, l’arte nordica e ogni altra definizione - l’arte olandese, l’arte italiana, l’arte germanica - è illusoria. D'altronde l’arte gotica non esiste come fatto isolato, essa risponde ad antichi canoni. Tutto quello che si definisce arte prende necessariamente origine in Grecia”.
    Risposi che in effetti non ero molto competente per dare delle opinioni definitive in materia d’arte, ma che spontaneamente vedevo nell’arte l’espressione dell’anima di un popolo. Io conoscevo solo arti radicate, arti che potevano del resto perdere tale carattere per decadenza, attraverso fasi mortifere. Spontaneamente, non in virtù di una teoria della conoscenza, pensavo che questa espressione popolare dell’arte seguisse i cambiamenti delle idee dominanti, e dunque, in un certo senso, la moda dei tempi. Rinviavo brevemente all’arte cinese, egizia, etc, altrettante espressioni di questi diversi popoli.
    Hitler su questo punto: “Avete delle idee liberali, non c’è arte cinese o egizia. Ve l’ho già detto, c’è solo un’arte greca e nordica. Voi dovreste sapere che i Cinesi, non meno che gli Egizi, non furono popoli omogenei. A dominare queste popolazioni composite e inferiori, ci fu sempre un’élite nordica che creò dei capolavori che ammiriamo ancor oggi sotto il nome di arte cinese o egizia. E ogni volta che scomparve questa piccola minoranza nordica, i Manciù ad esempio, l’arte declinò”.
    Il signor Hitler si dilungò sull’argomento dell’arte, dei differenti stili etc.. Non potei che ripetere come l’importanza di quest’argomento meritasse sicuramente un dibattito del quale l’articolo incriminato era una introduzione.
    La critica di Hitler fu altrettanto veemente a riguardo del secondo articolo, “Infedeltà e Infedeltà” di Herbert Blank. Secondo lui l’articolo incitava i membri del partito alla ribellione. In effetti Blank si dissociava volutamente dall’idea di “Führer”, e privilegiava la fedeltà all’Idea rispetto a quella dovuta al Führer.
    Innanzitutto negai di voler sminuire la sua persona, questa non era l’intenzione dell’articolo. Proseguii: “E’ pure una caratteristica del protestante tedesco tener l’Idea nel più alto conto. Tutti i suoi atti sono guidati dalla sua coscienza. Su un piano pratico il Führer può ammalarsi, può morire o allontanarsi dall’Idea. La coscienza deve dunque appoggiarsi sull’Idea, per cui i dirigenti del partito, a qualunque livello siano, ne sono solo gli esecutori. Questa è secondo me la pietra angolare del protestantesimo tedesco. Le idee sono di natura divina, esse sono eterne. Gli uomini, al contrario, non sono che corpi nei quali l’Idea si incarna”.
    Hitler: “Nascondete le vostre sciocchezze dietro un pio discorso. In realtà voi pretendete di dare a ogni membro del partito il diritto di decidere dell’Idea, persino di decidere se il Führer vi sia fedele o meno. Ora la democrazia non ha spazio tra le nostre fila. Da noi il Führer e l’Idea sono Uno, ed ogni membro del partito è tenuto a fare ciò che comanda il Führer, che incarna l’Idea e conosce, egli solo, lo scopo ultimo”.
    Strasser: “Signor Hitler, la vostra opinione denota una visione romana del mondo, della Roma papista come della Roma fascista e qui non posso che rispondervi con le parole di Lutero: Hier stehe ich, ich kann nicht anders! (5) Devo riaffermare che ai miei occhi l’Idea è essenziale, in questo caso l’Idea nazionalsocialista, e che la mia coscienza è portata a fare una scelta quando appaia o si estenda una frattura tra l’Idea e il Führer”.
    Hitler: “Si, qui divergiamo sensibilmente. Voi ci riportereste alla democrazia, e la democrazia è distruttiva. La nostra organizzazione è fondata sulla disciplina e io non la lascerò smembrare da un pugno di scribacchini. Voi stesso avete conosciuto l’esercito. Guardate vostro fratello, per il quale ho una grande stima; nonostante egli non sia sempre d’accordo con me, si piega a questa disciplina. E io vi domando se voi stesso accettate o meno questa disciplina”
    Strasser: “La disciplina è solo uno strumento per condurre una comunità in una direzione, non per educarla a senso unico! La guerra mondiale l’ha sufficientemente dimostrato. Negli ultimi mesi del conflitto non fu la disciplina a portarci ad accettare le più dure prove per l’anima e per il cuore, fu un imperativo della nostra coscienza, il sentimento del dovere. Non lasciatevi affascinare dalle facili approvazioni delle persone che vi circondano.”
    Hitler: “Non starò a tollerare siffatte calunnie nei confronti dei miei collaboratori!”
    Strasser: “Signor Hitler, non culliamoci nelle illusioni! Sono pochi coloro che hanno le capacità intellettuali per formare una propria opinione e meno ancora coloro che hanno carattere a sufficienza per esprimerla allorché essa differisca dalla vostra. E pensate realmente che mio fratello si piegherebbe a questa disciplina se non fosse finanziariamente dipendente dal suo incarico?”
    Hitler giurò che se oggi mi tendeva la mano era proprio per riguardo a mio fratello che aveva sofferto molto della nostra divergenza.
    Hitler: “Ancora una volta vi offro un posto a capo della stampa nazionale. Verrete con me a Monaco, dove sarete direttamente sotto la mia autorità. Potrete mettere tutte le vostre capacità di lavoro e la vostra intelligenza, della quale ho stima, al servizio del movimento”.
    Risposi che potevo accettare quest’offerta solo se avessimo fondamentalmente concordato nella volontà politica. Aggiunsi testualmente: “Se in seguito si avverasse che le nostre vedute dovessero divergere, voi avreste l’impressione che io vi ho imbrogliato, e io avrei la sensazione di esser stato tradito. Più importante mi sembrerebbe avere una discussione di fondo sugli obbiettivi politici. Sarei quindi pronto a recarmi a Monaco per quattro settimane e ad affrontare con voi, ed eventualmente con Rosenberg del quale conosco l’ostilità nei miei confronti, tutti gli argomenti e principalmente le questioni di politica estera e del socialismo, poiché, a mio parere, Rosenberg è più lontano di qualsiasi altro dalle mie convinzioni”.
    Su tutto questo il signor Hitler mi disse che questa proposta giungeva troppo tardi, e che dovevo decidermi immediatamente; in mancanza di tale decisione, da Lunedì avrebbe dovuto prendere le misure del caso. Sarebbe stato cioè dichiarato che le Kampf Verlag attentavano agli interessi del partito, sarebbe stato vietato a tutti i membri del partito la diffusione e la propaganda dei giornali delle Kampf Verlag, e mi si sarebbe escluso dal Partito insieme a tutte le persone a me vicine.
    Risposi che il signor Hitler aveva effettivamente la possibilità di prendere queste misure, ma che così avrebbe provato ciò che io non avrei mai finora creduto possibile: la sua totale opposizione alla nostra volontà socialista rivoluzionaria, quale si era espressa durante cinque anni nelle Kampf Verlag, di cui era stata l’oggetto e la caratteristica essenziale.
    Dissi a questo proposito: “Signor Hitler, ho l’impressione che voi omettiate di dire le vere ragioni che vi spingono ad annientare le Kampf Verlag; la vera posta in gioco è che questo socialismo rivoluzionario che noi proponiamo, voi desiderate sacrificarlo per assicurare la legalità al partito e poter cooperare con le destre borghesi (Hugenberg, Stahlhelm, etc.)”
    Il signor Hitler rigettò fermamente tale opinione: “Al contrario di persone come il ricco conte Reventlow, io sono socialista. Ho cominciato a lavorare come semplice operaio, e ancora oggi, non ammetto che il mio autista riceva un vitto diverso dal mio. Ma il vostro socialismo è marxismo puro e semplice. Vedete, la grande massa degli operai domanda solo pane e svaghi. Non è aperta agli ideali e noi non possiamo sperare di guadagnarvela. Noi ci interessiamo a quella parte che costituisce la razza dei signori, che non è affetta da una dottrina miserabilista e sa che in virtù delle sue proprie caratteristiche, è chiamata a regnare, e a regnare senza debolezze sulla massa degli individui”.
    Strasser: “Signor Hitler, questa opinione mi opprime. Ritengo erronea una visione fondata sulla razza. A mio parere la razza è solamente la materia prima iniziale. Il popolo germanico, per esempio, si è formato a partire da quattro o cinque razze diverse. A queste si sono aggiunte delle influenze geopolitiche, climatiche e altre ancora, la pressione esterna, la fusione interna a partire dalla quale si è forgiato ciò che noi chiamiamo un popolo. La fase seguente è nata da un vissuto comune e da una presa di coscienza di questo vissuto: questa forma superiore che è la Nazione, nata per noi nell’agosto del 1914. La visione razziale di Rosenberg, che avete fatta vostra, nega il grande compito del Nazionalsocialismo, la costituzione del popolo germanico in nazione e porta addirittura al suo dissolvimento. Essa nega quindi ai miei occhi l’obbiettivo ed il senso della rivoluzione germanica che verrà”.
    Hitler: “Voi siete un liberale. Tutte le rivoluzioni sono fondamentalmente razziali. Non c’è una rivoluzione economica, politica o sociale. La lotta oppone sempre un sottostrato razzialmente inferiore a una razza superiore regnante. Quando la razza superiore dimentica questa legge, perde la lotta. Tutte le rivoluzioni della storia mondiale, ed io le ho studiate con molta cura, non sono altro che dei confronti razziali. Leggete il nuovo libro (6) di Rosenberg. Vi troverete tutte le risposte. Il libro ha una dimensione notevole, superiore anche a “I fondamenti del XIX° secolo” di Chamberlain. I vostri errori nel campo della politica estera si spiegano con la vostra ignoranza dei fattori razziali. Vi siete, ad esempio, entusiasmato per il movimento indipendentista indù. Sappiate che gli Anglosassoni hanno come missione di governare i popoli che gli sono sottomessi, esattamente in nome della loro superiorità. La razza nordica è chiamata a dominare il mondo, e questo diritto deve guidare la nostra politica estera. E’ per questo che noi non possiamo intravedere nessun avvicinamento con la Russia, che è un corpo slavo-tartaro sopra il quale vi è una testa ebraica. Ho conosciuto gli slavi nel mio paese di nascita. All’epoca in cui su questo corpo slavo regnava una testa germanica l’accordo era possibile, Bismark d’altra parte tentò questo avvicinamento. Ma oggi ciò sarebbe un crimine”.
    Ribattei che la politica estera non mi sembrava potesse esser dettata da tali considerazioni. Mi interessava soltanto di sapere se in materia di politica estera una certa popolazione servisse alla Germania o le nuocesse. Nel primo caso, che ritengo quello favorevole, quando pure io nutrissi la più viva antipatia per questo popolo, nel secondo caso, che ritengo negativo, qualunque sia la mia simpatia personale verso quel popolo. Sono dell’avviso a questo proposito che il primo dovere della Germania verso lo straniero sia l’abrogazione del trattato di Versailles. Passando in rivista le potenze che – per motivi puramente egoistici si intende – condividono questa stessa aspirazione, vedevo solo l’Italia e la Russia. E’ per questo che sono favorevole ad un riavvicinamento con l’Italia, benché gli Italiani mi siano antipatici, e allo stesso tempo, un accordo con la Russia mi sembra possibile, almeno teoricamente. Il Bolscevismo mi entusiasma poco quanto il Fascismo, e la personalità di Stalin mi è indifferente quanto quella di Mussolini, di Mac Donald o di Poincarè. Non guardo che all’interesse della Germania”.
    Il signor Hitler si trovò d’accordo con me circa la priorità dell’interesse della Germania in materia di politica estera. Ai suoi occhi un accordo con l’Inghilterra rispondeva a questo imperativo, essendo lo scopo la dominazione nordica-germanica sull’Europa e, attraverso l’America nordico-germanica, sul mondo.
    Si era fatto tardi – erano circa le sedici – e domandai quindi di proseguire la nostra conversazione l’indomani, sul terreno specifico del socialismo. “Poiché – dichiarai – l’argomento della politica estera è per ora solo teorico. Né voi né io dobbiamo prendere delle decisioni e io potrei soddisfarmi di questa formulazione, che la politica estera obbedisca soltanto a un obiettivo: il bene della Germania. La politica culturale ai miei occhi non è molto importante, e mi pare in ogni caso del tutto secondaria allo stato attuale. La questione centrale e decisiva ai miei occhi è l’organizzazione economica e il socialismo, poiché è su questa materia che io nutro i maggiori dubbi sulla politica del partito”.
    Convenimmo di riprendere la nostra conversazione l’indomani mattina, giovedì 22 Maggio alle dieci.
    Noi sottoscritti dichiariamo che questo resoconto è fedele al racconto che il Dr. Strasser ci fece del suo colloquio nel corso di diverse ore la sera del 21 Maggio.

    Richard Shapke
    HerbertBlank
    Günther Kübler
    Paul Brinkman
    Berlino, 2 Giugno 1930

    22 Maggio
    Giovedì 22 Maggio, alle dieci del mattino, dopo un breve incontro con mio fratello Gregor, mi recai all’Hotel Sans souci, come convenuto il giorno prima con il signor Hitler.
    Per come avevamo abbozzato alla vigilia il piano di conversazione per quel giorno, avevo riflettuto sui cinque punti fondamentali che avevo trascritto, poiché ci tenevo a metterli al centro della nostra conversazione. Questi cinque punti, dei quali diedi comunicazione a mio fratello nel corso del nostro breve incontro, erano i seguenti:
    1)Noi vogliamo una rivoluzione germanica che affronti nella sua sostanza tutti i privilegi e che faccia ricorso ad ogni mezzo
    2)Da ciò che precede deriva che noi ci opponiamo allo stesso modo al capitalismo borghese e al marxismo internazionalista.
    3)Ai miei occhi la proprietà non è inalienabile; noi vogliamo un socialismo tedesco e quindi una partecipazione di tutti alla proprietà, alla direzione e agli utili dell’economia nazionale.
    4)Questa posizione rivoluzionaria ci impedisce di partecipare a un governo di coalizione.
    5)Questa scelta anti-capitalista e anti-imperialista implica che non ravvisiamo la necessità di una guerra di aggressione contro la Russia.
    Incontrai Hitler a colazione. In quest’occasione discutemmo solo di questioni generali, l’annuncio dello scioglimento del parlamento sassone e le prospettive delle prossime elezioni. Dopodiché ci avviammo verso un salone dell’albergo dove mi trovai in numerosa compagnia. Il signor Adolf Hitler, il suo segretario personale il signor Rudolf Hess, il signor Amann, direttore del Völkischer Beobachter, mio fratello Gregor Strasser, il signor Hans Hinkel, socio delle Kampf Verlag, e io stesso. Se domandai al signor Hitler di proseguire il nostro incontro a quattr’occhi fu solo per poter conoscere il suo vero pensiero, senza avere altre persone da considerare che potessero intervenire. La proposta fu respinta dal signor Hitler, poiché i presenti erano direttamente interessati al dibattito.
    D’altra parte non mi era indifferente discutere questioni fondamentali del socialismo davanti ad un auditorio allargato, e fu per questo che accettai, sapendo bene che i miei interlocutori erano completamente schierati con il signor Hitler.
    Su domanda di Hitler cominciai pressappoco in questi termini: “La discussione di ieri ha dimostrato che alcuni punti importanti devono esser chiariti. Si tratta di sapere se come me siete dell’avviso che la rivoluzione a cui aspiriamo si debba effettuare sul piano politico, economico e spirituale. In questo caso, essa implica che noi ci si mostri inflessibili e che si combatta con il medesimo ardore la borghesia capitalista e il marxismo internazionalista, cosa che ci porta al punto centrale di questo incontro. La nostra propaganda non si deve applicare alla sola lotta anti-marxista, deve aggredire allo stesso modo il capitalismo e dare fondamento a un socialismo tedesco.
    Ciò necessita che si chiarisca il concetto di proprietà. Io ritengo che il rispetto religioso della proprietà privata escluda ogni possibilità di un socialismo tedesco. Sappiamo naturalmente che ogni cultura si fonda sulla proprietà, ma una volta riconosciuta la straordinaria importanza di tale constatazione per sapere che solo un possesso materiale permette all’essere umano di realizzarsi e di tenere un comportamento integro e fiero, ne risulta la necessità di dare a quell’80% di tedeschi che non possiedono nulla, la possibilità di acquisire una qualche forma di proprietà. Questa possibilità l’attuale sistema capitalistico non gliela concede. La situazione è paragonabile a quella che esisteva ai tempi delle guerre di liberazione (il riferimento è alle guerre antinapoleoniche – N.d.R.). All’epoca, il Barone von Stein pronunciò queste parole alle quali noi dovremmo ispirarci: “Per recare alla nazione liberà e onore, bisogna permettere a coloro che nel suo seno sono oppressi di accedere alla proprietà e a partecipare al destino comune”.
    Gli oppressi erano allora i servi che coltivavano le terre senza disporre di nessun bene al di fuori delle loro esistenze. Bisognava liberare il contadinato. Oggi bisogna liberare le masse operaie. All’epoca si autorizzarono i contadini ormai affrancati ad acquistare delle terre e a partecipare al destino comune. Oggi le masse operaie devono accedere alla proprietà e partecipare alle decisioni. La proprietà individuale si confà all’agricoltura, poiché il suolo è divisibile in piccoli appezzamenti. In campo industriale le cose si presentano in modo differente; bisogna quindi optare per la proprietà collettiva dell’impresa, e questo a un doppio titolo: da una parte l’operaio partecipa ai destini della nazione e alla sua economia, d’altra parte egli è membro della collettività dell’impresa nella quale lavora. Per poter distribuire le terre ai contadini, Stein dovette confiscarle ai grandi proprietari, poiché non si trovavano terre senza padroni. Noi oggi dobbiamo fare lo stesso: gli imprenditori detengono il monopolio della proprietà industriale, e bisogna quindi confiscare una parte di questa proprietà per distribuirla agli operai, e in un senso più largo, al popolo nel suo insieme. Queste proposte ci fanno passare per bolscevichi, ma gli stessi grandi proprietari trattarono persino il Barone von Stein come un giacobino. Pertanto: la liberazione della Prussia sarebbe stata impensabile senza la liberazione del suo contadinato. Ugualmente la liberazione della Germania passa attraverso la liberazione degli operai germanici”.
    Hitler: “Il paragone non ha senso. Voi non potete mettere sullo stesso piano la liberazione del contadinato e le necessità di una società industriale complessa. Ben inteso, si possono suddividere le terre e ridistribuirle, ma per l’appunto non si può far lo stesso con una fabbrica”.
    Interruppi il signor Hitler per confermare che esiste una reale differenza sulla forma, e che con quel paragone io intendevo sottolineare che all’epoca la liberazione dei contadini, coincidendo con la prospettiva di un’amministrazione autonoma per ciascuno degli Stati (da intendere nel senso di stati sociali: borghesia, contadini ecc. – N.d.R.), aveva essa sola consentito questo enorme slancio che scatenò le guerre di liberazione. Nulla sarebbe accaduto se si fosse rimasti fermi al principio di inviolabilità della sacrosanta proprietà. Avevo io stesso sottolineato la diversità delle forme e il duplice carattere della proprietà collettiva. La collettività partecipa alla proprietà e alle decisioni a livelli diversi. Occorre qui distinguere l’individuo visto in quanto cittadino e in quanto membro dell’impresa. Il primo ha accesso alla proprietà più che alle decisioni, il secondo prende le decisioni più di quanto non partecipi alla proprietà.
    A una domanda del signor Hitler dichiarai che a mio avviso il 49% della proprietà e degli utili doveva rimanere in mano ai suoi effettivi detentori, il 41% doveva ritornare allo Stato che rappresenta la nazione, e il 10% al personale dell’impresa. Quanto alle decisioni dovevano essere prese con la pari partecipazione dell’imprenditore, dello Stato e del personale, in modo da ridurre l’influenza dello Stato e accrescere quella degli operai.
    Hitler: “Voi adesso fate del marxismo, del bolscevismo puro e semplice! Questa democrazia, che politicamente ci ha portato alla Russia, pretendete di estenderla all’economia, rovinando contemporaneamente l’intera nazione. In questo modo voi annullate tutti i progressi dell’umanità che furono sempre l’opera di un individuo, di un grande inventore”.
    Ribattei rigettando questa nozione di progresso. Per me l’invenzione del W.C. non era un atto culturale.
    Hitler: “Voi in ogni caso volete soltanto negare l’evoluzione dell’umanità dall’età della pietra fino alle formidabili invenzioni della tecnica moderna, cancellarla con un tratto di penna nel nome del sistema che voi avete immaginato!”.
    Gli opposi che io non credevo affatto al progresso dell’umanità. Inoltre pensavo che l’uomo fosse rimasto immutato da millenni, pur essendosi modellato in apparenza. Il signor Hitler, considerava Goethe sorpassato poiché non aveva guidato un’automobile o Napoleone perché non aveva la radio? Io in questo preteso progresso vedevo solo degli stati d’alterazione. L’uomo di vent’anni sogna d’avere trent’anni e ci vede un progresso! Il quarantenne sarà più cauto nella prospettiva dei suoi cinquant’anni, ed il sessantenne non considererà affatto un progresso i suoi successivi dieci anni. In effetti, contrariamente a ciò che pretendono i liberali, l’organismo non si sviluppa in modo lineare, ma in virtù di cicli biologici fra la vita e la morte.
    Il signor Hitler mi rispose che i miei argomenti erano solo teorie. La vita reale testimoniava giorno dopo giorno i progressi tecnici dell’umanità, progressi che trovavano sempre il loro impulso in un piccolo gruppo.
    Obbiettai che i grandi nomi della storia non ebbero, a mio avviso, il ruolo che attribuiva loro.
    L’uomo non è una creatura della storia, ma è strumento del destino.
    Allora il signor Hitler mi domandò brutalmente se intendevo anche negare che egli aveva fondato il Nazionalsocialismo. Infatti lo negai, poiché vedevo nel Nazionalsocialismo il frutto del destino, un’idea instillata nei cuori di centinaia di migliaia di uomini, in maniera più o meno profonda, e con conseguenze più o meno condivisibili. In lui l’ideale aveva trovato un’espressione particolarmente forte, ma la simultaneità dell’apparizione del Nazionalsocialismo e l’identità del contenuto provavano che egli interpretava un processo storico necessario più di quanto non fosse la questione di un uomo o di un’organizzazione. Questa osservazione vale del resto per la nascita del capitalismo, al di là dei concetti di bene e di male. Oggi, questo sistema capitalistico è al declino, è moribondo e deve cedere il posto al socialismo che plasmerà l’immagine dei prossimi centocinquant’anni.
    Hitler: “Voi chiamate socialismo una visione puramente marxista. Il sistema che voi avete imbastito è un ipotesi di scuola, non corrisponde alla realtà della vita. Nel senso in cui l’intendete non esiste un sistema capitalistico. L’imprenditore dipende dalla sua forza-lavoro, dalla disponibilità dei suoi operai a partecipare allo sforzo comune. Se scioperano la sua proprietà è senza valore. D’altra parte di che diritto si valgono costoro per reclamare una parte di questa proprietà, anzi per partecipare addirittura alle decisioni? Signor Amann, accettereste che le vostre stenografe si mettessero d’improvviso a discutere le vostre decisioni? L’imprenditore è responsabile della produzione e assicura agli operai il sostentamento. I nostri grandi imprenditori non hanno in mente tanto l’accumulazione di ricchezze e il loro benessere, quanto la responsabilità e la potenza. Hanno acquisito questo diritto per selezione naturale: sono di buona razza. O voi vorreste affiancargli un consiglio d’incompetenti che non sanno nulla di nulla? Ciò che nessun dirigente economico potrebbe accettare”.
    Replicai che un semplice sguardo rivolto ai campioni del sistema capitalistico dimostrava l’esatto contrario di una selezione razziale nel senso che ci è proprio. E questo è del tutto normale quando la selezione è fatta attraverso il denaro. L’acquisizione delle ricchezze è il peggiore dei criteri per un uomo che aspiri all’eroismo. Al contrario il sistema socialista favorendo la responsabilità, il servizio reso alla comunità e il rispetto dei suoi componenti, creerebbe ben altro tipo di selezione razziale.
    Ma quando Hitler difese l’idea che l’economia doveva obbedire ai criteri di redditività, insorsi: “In merito a questo, il Nazionalsocialismo sostiene una posizione esattamente inversa! A mio parere, l’economia non ha altro senso ne dovere se non quello di assicurare alla nazione di che nutrirsi, di che vestirsi, di che alloggiare e di prevedere inoltre riserve per i tempi di guerra o di penuria. Ora se si considera che l’economia debba soddisfare i bisogni, è indifferente che i costi di produzione siano più elevati in Germania che in altri paesi. In una Germania Nazionalsocialista poco importa che i contadini statunitensi producano un mais due volte meno caro, poiché il mercato mondiale a noi non interessa. Naturalmente ciò implica l’autarchia economica e per gestirla un monopolio di scambi internazionali, ma essa sola permette una politica a vantaggio della nazione”.
    Hitler: “La vostra teoria è funesta e porta al dilettantismo. Pensate dunque che noi ci si possa mai estraniare dal commercio mondiale? Noi dobbiamo importare l’essenziale delle nostre materie prime e smerciare i nostri prodotti manifatturieri. Da qualche mese ho ricevuto dall’Asia orientale un rapporto (7) sulla competizione economica mondiale. Noi non possiamo né vogliamo frenare quest’evoluzione. Esattamente al contrario, la razza bianca, nordica, ha per missione di organizzare il mondo in modo che ogni paese produca quello per cui ha particolare competenze. A noi incombe di realizzare questo grandioso progetto. Credetemi, il Nazionalsocialismo sarà ben poca cosa se si limiterà alla Germania e non suggellerà la dominazione del mondo da parte della razza bianca per i prossimi mille o duemila anni a venire. Ciò non significa lo sfruttamento delle altre razze. Semplicemente, le razze inferiori sono chiamate a realizzazioni diverse da quelle delle razze superiori. Dobbiamo assicurare la dominazione del mondo insieme agli Anglosassoni”.
    Replicai che ero sbigottito dalla definizione di un simile obiettivo, che si ricongiungeva a quello dell’alta finanza che vedeva nel mondo un vasto campo di scambi distruttivi delle economie nazionali e di tutte le differenze tra i popoli. Per me il Nazionalsocialismo focalizzava i suoi obiettivi sull’autarchia della nazione, la crescita e la forza vitale della quale sono le uniche condizioni per un miglioramento delle basi di approvvigionamento nell’assenza di qualunque obiettivo di natura imperialistica o capitalistica.
    A questo punto mio fratello intervenne nel dibattito per dire al signor Hitler che anche a suo parere avremmo dovuto mirare all’autarchia economica e ridurre la nostra implicazione nell’economia mondiale allo stretto necessario per l’approvvigionamento di materie prime.
    Il signor Hitler rispose che l’autarchia poteva essere un obiettivo a lungo termine, ma che prima di cento anni noi non saremmo stati in grado di sostenerci in mancanza di scambi di beni con l’estero.
    Ne seguì una lunga discussione economica su questo preciso punto che io ricondussi brutalmente al tema del socialismo con una domanda concreta al signor Hitler: “Se domani prendeste il potere in Germania che ne fareste subito dopo dell’azienda Krupp? Nei confronti degli azionisti, degli operai, della proprietà, degli utili e della direzione, manterreste le cose come stanno?”.
    Hitler: “Ma naturalmente. Mi credete così stupido da distruggere l’economia? Lo Stato interverrebbe solo se le persone non agissero nell’interesse della nazione. Non c’è necessità di esproprio né di partecipazione di tutti alle decisioni. Lo Stato forte interverrà quando ce ne sarà bisogno, spinto da motivazioni superiori, senza riguardo per gli interessi particolari”.
    Strasser: “Ma signor Hitler, se intendete preservare il sistema capitalistico, voi non avete il diritto di parlare di socialismo! Poiché i militanti sono in primo luogo socialisti, si rifanno al programma del partito, che prevede espressamente la socializzazione delle imprese d’interesse nazionale”.
    Hitler: “L’espressione “socialismo” è pericolosa in sé, e soprattutto: essa non implica che le imprese debbano essere nazionalizzate, ma solamente che potrebbero esserlo nell’ipotesi che operino contro gli interessi della nazione. Non essendo questo il caso, sarebbe criminale distruggere l’economia”.
    Strasser: “Non ho mai visto un capitalista che non dichiari di agire per il bene della nazione. Come poterlo verificare dal di fuori? Come pensate di fissare il diritto d’intervento dello Stato, senza creare un corpo di funzionari dai poteri discrezionali e illimitati che sovrastino l’economia, ciò che di per se è molto più inquietante del socialismo?”.
    Hitler: “Il Fascismo ci offre un modello che possiamo prendere in tutto! Come avviene nel Fascismo gli imprenditori e gli operai nel nostro Stato Nazionalsocialista siederanno fianco a fianco, a pari diritti; lo Stato forte interverrà nei casi di conflitto per imporre la sua decisione e fare in modo che le lotte economiche non mettano in pericolo la vita della nazione”.
    Strasser: “Il Fascismo non ha trovato una via tra capitale e lavoro. Non l’ha neppure cercata, si è limitato a contenere le lotte sociali mantenendo il predominio del capitale sul lavoro. Il Fascismo non è in alcun modo un superamento del capitalismo. Al contrario, almeno fin’ora, ha mantenuto il sistema capitalistico nei suoi poteri, esattamente come vorreste fare voi”.
    Hitler: “Tutto questo è solo pura teoria. In realtà in economia esiste un solo sistema: la responsabilità verso l’alto e l’autorità verso il basso. Mi aspetto che il signor Amann abbia l’autorità sui suoi subordinati e che risponda delle sue azioni davanti a me. Il signor Amann si aspetta dal suo capo dipartimento che operi rispondendo direttamente a lui e si faccia obbedire dai suoi impiegati, i quali sono a loro volta responsabili davanti al capo dipartimento e esercitano la propria competenza nel loro settore. E’ così da millenni e non può essere altrimenti.”
    Strasser: “Ma allora dov’è la differenza col direttore d’impresa responsabile davanti al suo consiglio d’amministrazione (egli deve realizzare il massimo di dividendi), ma padrone in casa sua davanti ai suoi impiegati e operai, col capo officina che risponde della sua squadra davanti al direttore dello stabilimento (che controlla che ognuno lavori appieno) e ha autorità sui suoi operai?”.
    Hitler: “Questo sistema è giusto, e non se ne può avere un altro. Al sistema attuale manca soltanto la responsabilità davanti alla nazione. Un sistema che si appoggi su altre basi che non siano l’autorità verso il basso e la responsabilità verso l’alto non potrebbe prendere validamente delle decisioni, e incrementerebbe l’anarchia e il bolscevismo. Questo è nella natura stessa del processo di produzione, che non conosce questa distinzione scolastica tra capitalismo e socialismo”.
    Strasser: “Signor Hitler, è vero, il processo di produzione resta lo stesso. Il montaggio di una automobile è poco differente nel sistema socialista piuttosto che nel sistema capitalistico. Al contrario, la politica di produzione, gli obiettivi economici, sono d’impulso al sistema. Quando tra qualche anno, il sistema avrà dato a due o tre dozzine di uomini, né migliori né peggiori d’altri, i mezzi giuridici, morali ed economici per gettare in strada duecentocinquantamila operai della Ruhr, un milione di tedeschi considerando le loro famiglie, poiché un titolo di proprietà gli conferirà un potere illimitato di decisione, io dico che è il sistema che è criminale e che va cambiato, e non gli uomini. La realtà del capitalismo e la necessità dell’instaurazione del socialismo sono qui chiaramente visibili”.
    Hitler: “Ma per cambiare questa situazione non c’è bisogno che gli operai siano comproprietari dell’impresa o che partecipino alle sue decisioni. Il ruolo di uno Stato forte è quello di assicurare che la produzione serva gli interessi della nazione. Se in qualche caso ci saranno delle mancanze, lo Stato saprà prendere delle misure energiche, espropriando l’impresa in difetto e prendendone in mano i destini”.
    Strasser: “Ma ciò da una parte non cambierebbe nulla nel destino degli operai, che resterebbero oggetti dell’economia anziché esserne i soggetti. D’altra parte constato che siete disposto a rompere con il principio sacrosanto dell’inviolabilità della proprietà privata. Giacché voi forzate il passo, perché allora un intervento arbitrario o volta per volta da parte di funzionari insufficientemente informati sulle realtà locali e in balia di denunce personali, perché non fissare direttamente in maniera organica questo diritto d’intervento nell’economia?”
    Hitler: “Differenze fondamentali qui ci dividono, poiché la proprietà e la decisione collettiva sono imparentati al marxismo. Ora, da parte mia, io riservo il diritto d’intervento ad un’élite in seno allo Stato”.
    Il dibattito a quel punto fu interrotto dall’arrivo dei signori Stohr e Buch, che il signor Hitler accompagnò nella sua camera personale, raggiunto dal signor Hess. Erano all’incirca l’una e mezza.
    Mi trattenni per un momento con le persone rimaste, senza che si dicesse niente di decisivo.
    Il signor Hitler non m’informò del risultato di questi due lunghi incontri né a voce, né per iscritto.


    Note a cura del redattore
    (1) Kampf Verlag :"Edizioni di lotta”, casa editrice fondata dai fratelli Strasser a Berlino nel 1928
    (2) NS-Briefe : Nationalsozialistische Briefe - “Lettere nazionalsocialiste”, pubblicazione di Otto Strasser che iniziò ad uscire il 1 ottobre del 1925 e cui collaborò per qualche tempo anche Goebbels. Originariamente editata da Gregor Strasser, la pubblicazione ai suoi inizi fungeva da organo della “Arbeitsgemeinschaft der nordund westdeutchen Gaue – “Comunità di lavoro dei distretti settentrionali e occidentali”, in pratica la frazione strasseriana dello NSDAP
    (3) NSPK - NS Pressekonferenz :l'Ufficio Stampa del partito
    (4) Frick : dopo le elezioni amministrative del 1929 Wilhelm Frick divenne primo ministro nazionalsocialista della Turingia
    (5) Hier stehe ich, ich kann nicht anders : "E’ qui che sto, né altro posso!”
    (6)Hitler si riferisce a “Il mito del XX secolo”
    (7) Hitler allude a una lettera del sottotenente Kriebel, che all’epoca risiedeva in Cina
    TRADUZIONE DAL TEDESCO A CURA DI MARCO S. ED ALESSIO

  3. #3
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    Il Nazionalsocialismo dei fratelli Strasser

    I fratelli Otto e Gregor Strasser furono tra i primi e fondamentali sostenitori della dottrina nazionalsocialista, presenti già nel 1920 tra le file dell’ NSDAP (Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi). Organizzazione che, guidata da un Adolf Hitler accecato dalle brame di potere e di gloria, tradì ben presto gli ideali più autentici del Socialismo Nazionale perseguiti dal partito fin dagli esordi. Difficilmente si potrà ignorare il semplice fatto che Hitler rifiutò di combattere con decisione il capitalismo tedesco e la Destra tradizionale, perseguendo invece una politica di normalizzazione interna e di mantenimento dell’ordine nelle strutture economiche. Gli Strasser si distinsero per la loro frenetica attività organizzativa all’interno del NSDAP, spesso in aperta polemica ideologica con Hiter il quale, dal canto suo, si rifiutò di sostenere alcune tra le proposte più intransigenti e rivoluzionarie, come la decentralizzazione del potere statale o l’adozione radicali riforme nell’industria e nell’agricoltura. Hitler, con estremo vigore, respinse nel 1925 La Struttura del Socialismo Tedesco di Otto Strasser, ripiegando invece sulle 25 tesi di Gottfried Feder, sebbene fossero ritenute datate e piuttosto obsolete dagli stessi membri del partito. Il radicalismo degli Strasser indicava una nuova direzione oltre il consueto dualismo rappresentato dalla Sinistra e dalla Destra ma, anche solamente fermandosi all’analisi delle 25 tesi già citate, possiamo affermare come esse fossero ugualmente incompatibili con il reazionarismo hitleriano impersonato dai grandi gruppi capitalisti dell’epoca. Partendo da queste premesse, si può facilmente immaginare la ragione per cui i principi fondamentali del nazionalsocialismo furono quasi del tutto traditi. Nonostante l’ascesa al potere di Hitler, l’usura continuò a infestare il sistema bancario tedesco e nessuno sforzo fu intrapreso per arginare il problema. A sostegno di ciò, Hitler consegnò il potere finanziario nelle mani di Hjalmar Schacht, un massone con legami a Wall Street (in un libro di Sutton, si parla addirittura di un’anomala combutta tra Hitler e grandi gruppi finanziari giudaici dell’epoca a Wall Street). Vanno ricordate, a tal proposito, le parole di Gregor Strasser:”Il sistema capitalista con lo sfruttamento dei poveri, con il furto del potere dei lavoratori, con l’immorale abitudine di lodare l’essere umano in base alle sue proprietà o alla disponibilità di denaro piuttosto che al suo valore spirituale e ai suoi successi, deve essere rimpiazzato da un nuovo e più giusto sistema economico, in una parola dal Socialismo Tedesco”. Otto Strasser, che fu definito come “un uomo coraggioso dall’irresistibile fascino" dall’anticapitalista inglese A.K. Chesterton, illustrò tre proposte fondamentali per l’industria e i lavoratori: 1. Verrà a formarsi, in contrapposizione all’esistente classe capitalista, un “ceto” dirigente che, come un’aristocrazia funzionale, sarà chiamato a formare dei “capitani dell’industria” o “commissari della vita economica”. 2. La classe proletaria svanirà, il suo posto occupata da un “ceto” di lavoratori privilegiati, i quali non saranno più gli oggetti dell’economia, ma bensì i soggetti. 3. Le relazioni tra Stato ed economia saranno radicalmente innovati. Lo Stato non sarà più “ il poliziotto” del capitalismo e nemmeno il dittatore burocratico dei lavoratori; diverrà invece l’amministratore dei consumatori e come tale avrà molta influenza, ma solo entro e accanto l’autodeterminazione dei lavoratori, cioè dalla direzione e lo staff dei lavoratori (composto proporzionalmente dal clero e intellettuali da una parte e da manovalanza dall’altra). Ma a dispetto dello Strasserismo, la lista delle contraddizioni e rivalità in seno al partito sembra continuare, e il risultato è l’appoggio di Hitler alla Destra tradizionale, con conseguente mantenimento del controllo sull’intero apparato dell’NSDAP e la conduzione della Germania verso un assalto contro il resto dell’Europa. In un punto del programma originario (il 17) si prometteva come si sarebbe posto fine allo strapotere dei grandi proprietari terrieri attraverso un riassetto dell’agricoltura. Durante il 1920, oltre il 20% della Germania era di proprietà di meno di 19.000 persone e i contadini vedevano nel NSDAP una valida risposta alle loro rivendicazioni. Sfortunatamente, ricevettero in cambio ben poco da parte di Hitler, nonostante il ministro per l’agricoltura Darre sembrava, almeno in apparenza, darsi da fare nei riguardi delle loro istanze: in realtà non si ricordano seri tentativi di redistribuzione della terra. Otto Strasser, nella sua Struttura del Socialismo Tedesco, provò a dare una sua interpretazione del complesso fenomeno sull’argomento: Scopo dell’agricoltura è di assicurarsi che la comunità venga nutrita. La terra disponibile all’uso della comunità è di proprietà esclusiva della nazione, ad uso della comunità e non individuale, conquistata attraverso la battaglia o colonizzazione da una parte della comunità, e dalla comunità stessa deve essere difesa contro i nemici. La comunità, essendo proprietaria, mette la terra a disposizione della nazione in forma di “possedimento” (una sorta di eredità non vincolabile a compravendita) a coloro in grado di servirsene nell’agricoltura e nello sviluppo. Tale azione sarà intrapresa da una corporazione locale di consigli agricoli. La grandezza della tenuta sarà commisurata alle caratteristiche territoriali e in accordo a principi secondo i quali nessuno potrà detenere più terra di quanto sia in grado di lavorarne e mai meno di quanto essa consenta di provvedere al sostentamento per sé e la famiglia. La limitazione massima risulterà liberare grandi quantità di terra colonizzabile, particolarmente nell’est della Germania. Tale colonizzazione si rende necessaria in quanto l’esistenza di contadini nelle tenute fornisce la miglior garanzia per il mantenimento della salute pubblica e della vitalità nazionale. Il proprietario terriero che riceve il possedimento si impegnerà a gestirlo in modo da avvantaggiarne la comunità intera affinché fornisca sostentamento a tutti. Egli dovrà inoltre pagare una tassa sul terreno alla comunità e nient’altro. Alla morte del possidente, la terra sarà ereditata dal figlio e assegnata al locale consiglio agricolo. L’introduzione di simili possedimenti nell’agricoltura tedesca è in conformità con la tradizione e con la giusta e necessaria idea della proprietà contadina. Il potere fu il triste motivo che impedì a Hitler di accogliere le proposte dei fratelli Strasser. Nel 1930 Otto Strasser iniziò a scontrarsi con il vertice. Il suo giornale, Artbeitblatt, che aveva sede a Berlino e che rappresentava il giornale ufficiale del partito della Germania del Nord, divenne una fonte di costante irritazione per Hitler. Nell’Aprile dello stesso anno, i sindacati dichiararono uno sciopero generale e Otto Strasser non mancò di proclamare il suo totale ed entusiastico supporto ai lavoratori tedeschi. Nello stesso periodo, gli industriali più influenti e vicini a Hitler, premettero verso il partito affinché prendesse le distanze da Strasser e ponesse in qualche modo un freno ai disordini. Hitler convocò Otto Strasser in un albergo per un colloquio privato, con il tentativo di riportarlo all’ordine e nuovamente sotto la propria autorità. Durante il dibattito, Hitler lo accusò di porre eccessiva enfasi sull’Ideale piuttosto invece che sul Leader carismatico. Da parte sua, Strasser accusò Hitler di strangolare la rivoluzione sociale attraverso la collobarazione con i partiti della destra. Hitler, dopo il fallimento del colloquio e la mancanza di argomenti validi di fronte ai genuini propositi socialisti di Otto Strasser, ordinò a Goebbels di estrometterlo dal partito. Otto Strasser fu espulso dal NSDAP, fondando successivamente un gruppo chiamato Unione Rivoluzionaria dei Nazional Socialisti, precursore del Fronte Nero. Otto Strasser fu poi internato dal SIS-OSS ed esiliato in Canada, dove fu condannato a una non esistenza fino al 1955. Dopo una lunga e faticosa campagna operata da un giornalista inglese, Douglas Reed, gli fu permesso di tornare nella sua Germania. Il fratello Gregor, accusato da Hitler di alto tradimento e di scarsi risultati nelle elezioni del 1932, fu costretto a lasciare il partito e ritirarsi a vita privata. Ciò non impedì che durante la famosa purga del giugno 1934, nota come “notte dei lunghi coltelli”, egli venisse assassinato da un commando di SS. Hitler ammise poi, a distanza di tempo, che quell’assassinio si rivelò un errore. Per concludere, sembra doveroso ricordare come lo “Strasserismo” sia totalmente incompatibile con il Marxismo . Di seguito alcuni appunti di Otto Strasser che mettono in luce la naturale distinzione tra le due ideologie, cioè di come il socialismo tedesco si differenzi dal marxismo: a. l’iniziativa personale è preservata, ma incorporata all’interno delle esigenze comunitarie; b. all’interno della pianificazione economica dello Stato (organicamente salvaguardata dalla preminenza e influenza che lo Stato detiene sopra ogni impresa) la rivalità tra le singole imprese è mantenuta; c. La forma dell’industria, che prende vita dal grande corpo dei consigli dei lavoratori e dipendenti da una parte, e dagli industriali dall’altra, costituisce il nuovo sistema economico tedesco, con la sua equidistanza dal capitalismo occidentale e dal bolscevismo orientale. Per concludere, è giusto ricordare ancora una volta l’identità anticapitalista e antiborghese che la propaganda nazionalsocialista seppe costruire attorno al suo effettivo ruolo reazionario e antiproletario, affermandosi soprattutto in settori popolari. Sovente si dimentica come le prime SA fondate nel ’21 erano composte da operai, disoccupati e sottoproletari e che i veri artefici dell’affermazione nazista nelle roccaforti operaie di Amburgo, Berlino e Lipsia furono autentici rivoluzionari come i fratelli Strasser insieme a Reinhold Muchow. Sul finire del ’34 e ai primi del ’35 circa centocinquanta comandanti delle SS furono trovati uccisi; sui loro cadaveri un cartoncino con le lettere R.R. per Roehms Racher (Vendicatori di Roehm) farebbe pensare a un’estrema vendetta dei nazisti ormai nemici di Hitler. Ma ormai per il Fronte Nero, per Opposizione e per altri gruppi della Rivoluzione Conservatrice, non rimaneva che scomparire in attesa di momenti più propizi che si sarebbero presentati sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Paolo l'Eretico – AVANGUARDIA

  4. #4
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    Richard Schapke
    "Die Schwarze Front"
    102 Seiten, Hardcover, 15,00 €
    Faksimile der Ausgabe von 1932
    Lindner, Leipzig

    ISBN: 3-922119-27-1
    15,00 EUR
    exkl. Versandkosten
    Schapke gehörte zum inneren Kreis der "Schwarzen Front" und veröffentlichte am Vorabend der Machtergreifung durch die Nationalsozialisten die vorliegende Programmschrift der "linken Nationalsozialisten"

  7. #7
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  8. #8
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  9. #9
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    LES SOCIALISTES QUITTENT LE NSDAP
    Manifeste de fondation du Front Noir.

    A l'issue de l'entretien, relaté ci-dessus, entre Adolf Hitler et Otto Strasser, le Cercle des Editions Combat se prépara à quitter le parti d'Hitler.

    Otto Strasser rédigea le manifeste qui devait être rendu public dès l'annonce de la séparation, aidé par le comte Reventlow, le capitaine Buchrucker, Herbert Blank, Eugen Mossakowsky et nombre de dirigeants du parti en Allemagne du Nord (parmi lesquels le Dr Von Leers, aujourd'hui un inconditionnel d'Hitler).

    La séparation intervint le 4 juillet 1930, après que le Dr Goebbels, à la demande d'Hitler, eut prononcé l'exclusion de bon nombre de militants berlinois « suspects ». Au dernier moment, plusieurs « conspirateurs » (parmi lesquels le comte Reventlow et le Dr Von Leers !) rentrèrent dans le rang, pendant que le gros des militants, sous la direction de Strasser, Buchrucker et Blank, fondaient la Communauté de Combat des Nationaux Socialistes Révolutionnaires, qui par fusion avec le cercle Action, avec des membres de la Jeunesse bündish et des opposants au sein de la SA (putsch de Stennes) devint le Front Noir.

    Nous pensons qu'il était instructif pour l'histoire du parti d'Hitler et du Front Noir, mais également pour comprendre le système hitlérien de reproduire ici les points essentiels de ce document du groupe d'opposition (publié dans le Nationaler Sozialist n° 110 du 4 juillet 1930).

    LES SOCIALISTES QUITTENT LE NSDAP

    Nous constatons avec tristesse depuis plusieurs mois l'évolution du NSDAP et voyons avec une crainte accrue que le parti s'éloigne de plus en plus souvent, et en des points de plus en plus cruciaux, de l'idée nationale socialiste.

    Sur bon nombre de questions de politique étrangère, intérieure et surtout économique, le parti a pris des positions de moins en moins compatibles avec les 25 points du programme qui est seul légitime à nos yeux. Plus lourd de conséquences encore, le sentiment d'un embourgeoisement croissant du parti, l'accent mis sur des questions tactiques, au détriment des principes, et l'observation angoissante que le parti a développé en son sein un appareil qui confond les intérêts du mouvement avec ses intérêts propres, et fait peu de cas des exigences de l'idée.

    Nous concevions, et concevons, le national-socialisme comme un mouvement expressément anti-impérialiste. Son nationalisme se borne a préserver et assurer la vie et la croissance de la nation allemande sans aucune volonté de domination d'autres peuples et d'autres pays. Pour nous, le refus d'une guerre d'intervention contre la Russie prônée par le capitalisme international est naturel. Il nous est imposé par l'idée et par les exigences découlant d'une politique étrangère allemande. C'est pourquoi les fréquentes prises de position du parti en faveur de cette guerre d'intervention nous paraissent contraires à l'idée et aux exigences de la politique extérieure allemande.

    La lutte du peuple hindou pour sa liberté contre l'oppression anglaise et l'exploitation capitaliste s'impose. En premier lieu parce que tout affaiblissement d'une puissance signataire du traité de Versailles sert les intérêts d'une politique de libération allemande. En second lieu, nous approuvons la lutte des peuples opprimés contre les usurpateurs et les exploiteurs, car notre idée du nationalisme implique que le droit à l'épanouissement de l'identité des peuples que nous réclamons pour nous-mêmes s'applique également aux autres peuples et aux autres nations. Nous ignorons en effet la notion libérale des « bienfaits de la civilisation ». C'est pourquoi nous avons estimé contraire aux intérêts réels de l'Allemagne et aux principes fondamentaux du national-socialisme le soutien du parti à l'impérialisme britannique contre le mouvement de libération hindou.

    La nature du national-socialisme est à nos yeux d'être un mouvement grand allemand dont l'objectif pour l'Etat est la création d'une grande Allemagne du peuple allemand par le refus des Etats nés de considérations dynastiques, religieuses ou arbitraires (l'intervention de Napoléon) qui interdisent toute union des forces nationales indispensable pour libérer l'Allemagne et affirmer son assise. C'est pourquoi les fréquentes prises de position du parti en faveur du système des Etats séparés, dont la conservation et la montée en puissance sont assimilés à un devoir du national-socialisme, nous paraissent contraires aux intérêt de l'Etat et à l'idée d'une Union Grande-Allemande.

    A nos yeux, le national-socialisme fut et demeure un mouvement républicain où la monarchie héréditaire n'a pas de place, non plus que les privilèges qui reposent sur autre chose que le mérite envers la nation. Le national-socialisme est révolutionnaire, il doit en finir avec le principe d'une souveraineté illégitime et avec une démocratie purement formelle pour instaurer une démocratie organique de type germanique et corporative. L'obscurité sciemment entretenue par le parti sur le choix entre république et monarchie nous gène tout autant que les éloges excessifs que les organes officiels multiplient à l'égard du principe de souveraineté fasciste, car nous y voyons une menace pour le mouvement et un péché contre l'idée.

    Le national-socialisme est surtout à nos yeux l'antithèse du capitalisme international. Il entend instaurer le socialisme dont l'idée fut trahie par le marxisme, édifier une économie de type collectif gérée par la nation au profit de la nation, briser la domination de l'argent sur le travail, qui empêche l'épanouissement de l'âme d'un peuple et la constitution d'une véritable communauté populaire. Pour nous, le socialisme appelle une économie fondée sur les besoins nationaux impliquant l'accession de tous les travailleurs à la propriété, aux décisions et aux profits de la nation. Il implique de briser le monopole de la propriété capitaliste et surtout le monopole de décision qui profite actuellement au seul détenteur du titre de propriété.

    Nous estimons contraire à l'esprit et au programme du national-socialisme, dont nous avons soutenu avec force les exigences sociales, l'étiolement progressif de la volonté sociale du mouvement (par exemple sur le point 17) à travers des formulations vagues qui contrastent avec le programme en 25 points du parti.

    Nous estimons que le national-socialisme s'oppose par son essence même tout autant à la bourgeoisie capitaliste qu'au marxisme international, et qu'il a pour tâche de les combattre l'une et l'autre : le marxisme en tant qu'il associe à une idée du socialisme juste en soi le libéralisme d'un matérialisme et d'un internationalisme erronés, la bourgeoisie en tant qu'elle associe à un sens tout aussi juste du nationalisme un rationalisme et un capitalisme libéraux également faux. Les forces positives qui se dégagent de ces deux combinaisons funestes sont vouées à la stérilité pour la nation et l'histoire : c'est pourquoi il n'y a pas à notre sens de différence fondamentale dans notre double opposition au marxisme et à la bourgeoisie. Le libéralisme à l'oeuvre dans les deux cas en fait nos ennemis. Nous ressentons les slogans purement antimarxistes affichés ces derniers temps par les dirigeants du parti comme une demi-vérité, laquelle laisse soupçonner une sympathie pour une bourgeoisie qui utilise ces mêmes slogans pour dépendre ses intérêts capitalistes. Or jamais nous n'eûmes rien de commun avec ces intérêts.

    Ces appréhensions fondamentales se trouvèrent confirmées, renforcées, éclairées par des craintes nées des choix tactiques opérés par le NSDAP.

    Nous avons toujours constaté avec une certaine gêne et quelque dépit qu'Adolf Hitler s'exprimait fréquemment aux côtés de personnalités du monde de l'entreprise et du capitalisme sur les buts et les voies du national-socialisme, mais s'interdisait de rencontrer les leaders ouvriers et paysans. Voulait-on par là faire croire que le national-socialisme était plus proche des premiers que des seconds ? Cette impression était d'autant plus funeste que nous en étions sûrs, la sincérité de notre volonté socialiste excluait toute entente avec les patrons, lesquels privilégieraient toujours leurs intérêts capitalistes sur la réalisation d'objectifs nationaux, pour peu que ceux-ci impliquent le passage au socialisme.

    Pour ce même motif, nous nous inquiétâmes des liens tissés par la direction du parti avec Hugenberg, le Parti Populaire National Allemand, parfois avec les "Casques d'acier" et les "Patriotes". Peut-être s'expliquaient ils dans certains cas, lors de consultations électorales, mais ils donnaient une mauvaise image de notre mouvement.

    A nos yeux, le national-socialisme, de part son caractère révolutionnaire se doit fondamentalement de refuser toute politique de compromis et de coalition, car les coalitions aident au maintien du système en place, un système d'asservissement national et d'exploitation capitaliste. La nature même du national-socialisme et son objectif, la révolution allemande, nous interdisent à nos yeux de vouloir entrer dans cet Etat que nous avons combattu avec toute la force de notre volonté révolutionnaire.

    La décision de la direction du parti de participer à un gouvernement de coalition en Thuringe en s'appuyant sur les partis bourgeois nous a fortement ébranlée. Nous nous sommes demandés si notre conception de la nature et de l'objectif du national-socialisme, tels qu'il s'expriment clairement dans le programme et les actions passées du parti pouvaient encore être préservés. Les réserves que nous émises restèrent sans réponse de la direction du parti. Le NSDAP était ainsi dans la situation du SPD après 1919, lorsque ce parti décida de s'unir aux ennemis de ses conceptions économiques et trahit, ce faisant, ses objectifs politiques. Cette même logique implacable conduisait le NSDAP à trahir ses principes et à accepter en Thuringe un nouvel impôt, l'augmentation des loyers, etc.

    Les persécutions de l'Etat ne justifient aucunement le renoncement aux convictions, comme le prouvent les interdictions en Bavière et en Prusse. Ce renoncement provoque le découragement et fait perdre au mouvement son caractère, car cet argument de la lâcheté peut justifier n'importe quelle trahison. Pour nous, la tactique trouve sa finalité dans les principes. A l'inverse, la direction du parti s'est progressivement éloignée de son programme et de points de plus en plus fondamentaux, sous couvert de considérations tactiques.

    Le mouvement s'est embourgeoisé, il est aussi devenu un parti de bonzes.

    Les dirigeants de la SA et une proportion grandissante des cadres du mouvement ont adopté une attitude et des modes de vie contraires aux impératifs d'un mouvement révolutionnaire et à la dignité. La dépendance matérielle directe ou indirecte de la quasi totalité des cadres du parti et de son Führer a créé cette atmosphère byzantine qui interdit toute expression d'une opinion indépendante et entraîne cette corruption politique et économique à laquelle les simples militants sont sensibles sans qu'il puissent s'y opposer du fait de la structure même du parti. Elle explique aussi tous les faux pas nés de conflits de personnes au sein du mouvement

    Préoccupés par cette évolution aux niveaux des principes, de la tactique et de l'organisation, nous avons multiplié les mises en garde et les avertissement. En témoignent les cinq années d'existence de notre journal, Les Lettres Nationales-Socialiste, comme aussi nos discours et nos entretiens personnels, qui défiaient les pressions subies de la part de la hiérarchie. A aucun moment nous n'avons envisagé, par opportunisme politique, de modifier notre comportement, et bien souvent, voyant la gravité des entorses à l'esprit du national-socialisme, de la part de la direction du parti, nous nous sommes demandés s'il ne convenait pas de prendre position publiquement.

    Si nous ne l'avons pas fait jusqu'à maintenant, c'est que bien souvent, la direction du parti ne reniait pas ouvertement les 25 points, et parce que nous espérions que l'esprit révolutionnaire qui vit parmi la masse des SA et surtout de sa jeunesse triompherait de l'embourgeoisement des bonzes du parti.

  10. #10
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    LOS HERMANOS STRASSER

    CUSTODIOS DE LA ORTODOXIA SOCIALISTA NACIONAL



    Nacido el 10 de Septiembre de 1897 en el seno de una familia de la pequeña burguesía bábara, Otto Strasser sirvió como voluntario en 1914 y acabó la guerra con el grado de oficial. En 1919, cuando su hermano Gregor se comprometió en la acción nacionalista y militaba junto a Adolf Hitler, Otto Strasser partió hacia Berlín donde, estudiante de Ciencias Políticas, se adhirió al Partido Socialdemócrata (SPD). Colaborador de Vorwärt, el diario del partido, luchó contra el pustch (golpe) de Kapp al mando de una centuria roja. En abril de 1920 abandona el SPD debido a sus posiciones de izquierda y participa en los trabajos del Partido Social Demócrata Independiente (USPD), por aquel entonces una importante facción de extrema izquierda. En el marco de las actividades de este partido, coincidió con Zinoviev con el que se relaciona y le convence de la validez de la experiencia revolucionaria bolchevique como modelo de acción para Alemania, así como de la necesaria aproximación entre Alemania y Rusia. Paralelamente, Strasser realiza un doctorado, estudiando el pensamiento de Spengler y Moeller van der Bruck, al tiempo que comienza a frecuentar los círculos de jóvenes nacionalistas.

    Gregor Strasser, por su parte, se había trasladado al norte del país como organizador regional del NSDAP. Había tomado conciencia de la dificultad de desarrollar un movimiento esencialmente racista y nacionalista en las condiciones económicas y sociales de esa parte de Alemania, y del hecho de la importante implantación entre las masas del SPD y del Partido Comunista Alemán (KPD). A su juicio, los 25 puntos del programa del NSDAP presentaban varios aspectos problemáticos y pide a su hermano que le ayude en el trabajo de elaboración de un programa nacional y socialista, pero transformado y renovado. Otto Strasser aceptará entusiasmado. Los dos hermanos se reparten el trabajo en función de su talento: Otto será el ideólogo y Gregor el organizador y el propagandista.

    En septiembre de 1925, convocan un congreso en Hagen (Westfalia) con el fin de conseguir una cierta autonomía en la relación con la dirección de Munich. Se concretó en la creación de la Comunidad de Trabajo de los Gau Norte y Oeste de Alemania del NSDAP, dirigidos por los Strasser, Lutze (futuro jefe de las SA) y Goebbels, que en ese momento era el más pro-bolchevique de aquella dirección. Esta Comunidad de Trabajo se dotó de una revista teórica: Nationalsozialistische Briefe.

    En el congreso nacional del NSDAP de 1926, los hermanos Strasser presentaron un programa alternativo al de Adolf Hitler que insistía en la socialización de los medios de producción, en una reducción de la propiedad privada y en la alianza entre Alemania y la URSS. Hitler, molesto con los opositores a su propia estrategia de alianza con las fuerzas reaccionarias, busca dislocar el bloque dirigente. Consigue, a finales de 1926, el apoyo de Goebbels y, con posterioridad, neutraliza a Gregor Strasser al nombrarle, en enero de 1928, jefe de organización del NSDAP para el Reich. Paralelamente, todos los cuadros superiores del NSDAP favorables a la izquierda como los gauleiter de Silesia, Pomerania y Sajonia son expulsados del partido. Otto Strasser se encuentra solo con un grupo de cuadros defendiendo un programa socialista dirigido por Goebbels.

    La crisis económica de 1929 radicaliza las posiciones. Hitler impone como ejes estratégicos el respeto a la legalidad institucional y la presencia electoral, el fin de la propaganda anticapitalista, el acercamiento a los conservadores y a la Iglesia católica y una intensificación de la lucha antimarxista. Otto Strasser por su parte, sostenía que la fundación del III Reich pasaba necesariamente por una revolución nacional en colaboración con los comunistas. La ruptura, pues, era inevitable y el 4 de julio de 1930, Strasser abandona el NSDAP para fundar la Comunidad Nacional-Socialista Revolucionaria y el semanario Die Deutsche Revolution. Reúne a unos 6.000 miembros del partido nazi –entre ellos al gauleiter de Brandenburgo y al de Danzig, de las SA y de la Hitlerjugend.

    En marzo de 1931, una grave crisis sacudió a las SA del norte del país y 10.000 de sus militantes, siguiendo a su jefe regional Stennes, rompieron con el NSDAP. En mayo, se fusionan con los partidarios de Strasser para dar nacimiento a la Comunidad de Combate Nacional-Socialista de Alemania. Pero esta última se romperá en otoño y conocerá una importante hemorragia de militancia que irá a parar directamente al Partido Comunista Alemán (KPD). Strasser decide entonces reconstruir la Comunidad Nacional-Socialista Revolucionaria e impulsa paralelamente el llamado Frente Negro. En el plano internacional, los strasserianos se aliaron en el Estado Francés y Gran Bretaña con círculos inconformistas, como Ordre Nouveau y la revista Plans –dirigida por Philippe Lamour- en el Estado Francés, y el movimiento New Britain en Inglaterra, y en el resto de Europa con movimientos de carácter independentista.

    Desde la toma del poder por Hitler, los nazis de izquierda sufrieron una violenta represión, tildándoseles de “rojos con camisa parda” y, como era de esperar, inauguraron con frecuencia los campos de concentración. Strasser, que había emigrado en 1933 a Austria, y posteriormente a Checoeslovaquia, fue víctima de varios intentos de asesinato por parte de la Gestapo. Fundamentalmente, se vio obligado a huir, primero a Portugal, y después a los Estados Unidos, para acabar en Canadá.

    En este Estado norteamericano permanecía exiliado cuando estalló la Segunda Guerra Mundial. Le fue asignada residencia en un pueblecito del Québec, y esta imposición no le fue levantada hasta 1954, a pesar de una intervención a su favor del presidente del consejo francés Robert Schumann. Strasser fue inscrito en la lista negra de los aliados, junto a Bormann o Eichmann y le fue retirada su nacionalidad. En el periodo posterior a la Segunda Guerra Mundial y hasta su muerte –el 27 de agosto de 1974-, Strasser insistirá en la necesidad de la unificación de la Nación Europea y en la construcción de un partido europeo. Ello le llevó a ser fundador del Movimiento Popular Europeo, una suerte de precedente de Joven Europa y que tubo una gran influencia sobre Jean Thiriart.

    En el terreno ideológico, Strasser proponía el retorno a la tierra, la disolución de la sociedad industrial, el desmantelamiento de las fábricas y la reducción de las poblaciones urbanas, lo que ha llevado a algunos autores a comparar sus tesis con las de los Khemeres Rojos camboyanos o a las de la revolución cultural china. Strasser abogaba por la socialización de los medios de producción. Defensor de las pueblos europeos oprimidos y naciones sin Estado, fue uno de los primeros políticos en interesarse por la coordinación de los nacionalismos-étnicos, en los que veía una base útil para la reorganización de la Nación Europea sobre bases étnico-lingüísticas.


 

 
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