Ancona, 4 Novembre 1919 Piazza Roma: scoprimento della lapide riportante il “Bollettino della Vittoria”
(tratto da "Dieci Anni di Fascismo Marchigiano" di Nello Zazzarini)
Palermo Giangiacomi
Dalla testimonianza di Palermo Giangiacomi, poeta anconetano:
«La mattina del 4 novembre 1919, potevano essere le 9 ant., mi trovavo in piazza Roma quando appresi che lo scoprimento del «Bollettino della Vittoria» stabilito per il giorno stesso, era stato rinviato per non provocare i sovversivi e non originare disordini.
«Non potevo crederci: mi recai da un pezzo grosso dell’Amministrazione comunale liberale e questi mi confermò la notizia, aggiungendo che l’ordine era venuto dal Prefetto. Ad un mio scatto: «la lapide verrà inaugurata oggi!» non rispose.
«Corsi dall’avv. Mazzolini. Stava vestendosi. Gli dissi:
— Hanno rimandato l’inaugurazione della lapide. Ebbene, a mezzogiorno la lapide sarà scoperta.
— È questo il pensiero mio — mi rispose tranquillamente Mazzolini. — Avverti gli amici: a mezzogiorno tutti ci troveremo in piazza Roma.
«Mi posi all’opera, avvertendo per i primi l’eroico aviatore Vincenzo Burattini ed Oscar Magagnini nei loro garage: poscia il ragioniere Biagini in Municipio, l’avv. Glaeutzer, il decorato Mario Gigli ed altri ex-combattenti che incontrai nei caffè e per il Corso. Né mancai di avvertire qualche ufficiale amico, ed alcuni bersaglieri arditi di guerra.
«Poco prima di mezzogiorno, alla spicciolata, ci riunimmo in piazza Roma di fronte allo steccato che nascondeva la lapide. Non avevo mancato di ricorrere a due pompieri, i quali vennero e cominciarono a demolire il recinto, aiutati in questo dall’ex-territoriale Alessandro Santoni, nonché da arditi, studenti ed ex-combattenti, fra cui il capitano Piazza, che pure si adoperò parecchio per la buona riuscita della manifestazione.
«In breve le tavole giacquero in terra spezzate e la bella lapide apparve tra i più entusiastici applausi della folla, che si era raccolta e che approvava la nostra iniziativa con le grida di «Viva l’Italia! — Viva l’Esercito!».
«Parlò primo il Mazzolini, vibrante e inspirato, suscitando un uragano di applausi particolarmente nei punti ove valorizzava la vittoria contro i disfattisti e contro la codardia del Governo. Gli tenne dietro l’avv. Glaeutzer, che parlò con impeto e fu applaudito; quindi il comm. Pompeo Baldoni, presidente della Deputazione provinciale, il quale era giunto allora, pronunciò calde parole, esprimendo la sua gioia per l’avvenuta inaugurazione malgrado il divieto intimato dalla Prefettura.
«Anche l’avv. Baldoni riscosse fragorosi battimani, dopo di che un ardito, certo Rocchi, con accento commosso, disse una patriottica lirica sulla vittoria del Piave.
«Nel frattempo avevo mandato alcuni studenti e arditi sulla torre civica onde suonassero il campanone. E questo si fece udire durante l’improvvisata cerimonia, accrescendo l’eutusiasmo. Gli arditi poi, in seguito a denuncia, vennero puniti da prigione di rigore.
«Nessun incidente turbò la manifestazione. «Nel pomeriggio fece servizio la musica del 93° Fanteria. Venne richiesta a gran voce la Marcia reale, ma il capo-musica non aderì, avendolo proibito i superiori, per evitare incidenti da parte dei sovversivi.... «Nessun inno patriottico deve essere suonato» gli avevano comandato i superiori.
«Ma da ex-combattenti e da ufficiali, tra i quali il tenente dei bersaglieri Predieri, si insistette vivacemente e si ottenne la Marcia reale. Poscia l’Inno del Piave. Un sovversivo che si credeva in diritto di richiedere, alla sua volta, l’inno dei Lavoratori, si buscò un terribile pugno da un capitano dell’Esercito e non fiatò. Un secondo pugno vibrò lo stesso contro altro sovversivo, che aveva scimmiottato il suo compagno, ed anche questo se lo prese e filò via.
«Così terminò la storica giornata».
E ancora dal giornale «L’Ordine» (oggi «Corriere Adriatico») di quel tempo togliamo:
«Per unanime delibera del Consiglio Provinciale oggi, anniversario della Vittoria, si sarebbe, dovuta inaugurare la lapide — pregevole opera dello scultore Cirilli — nella quale è inciso il Bollettino con cui il generalissimo Diaz, il 4 Novembre dello scorso anno divulgò al mondo la notizia che la guerra contro l’Austria-Ungheria era finita con la più grande vittoria che la storia registri. Non si sa per quali considerazioni la cerimonia ufficiale di cui doveva essere oratore l’on. Zecchini, è stata all’ultim’ora rimandata.
«La notizia, divulgatasi per la città, provocò penosa impressione. Sul mezzogiorno un gruppo di combattenti, di operai, di cittadini si è dato convegno a piazza Roma per procedere, senza cerimonia ufficiale, allo scoprimento della lapide che non poteva essere in nessun modo dilazionato. Dopo pochi minuti tutto era fatto.
«Con l’aiuto di un muratore e con la spontanea collaborazione di alcuni arditi, fu abbattuto lo stecconato e fu tirato via il drappo che ricopriva la lapide, fra il più schietto entusiasmo del folto pubblico, che intanto si era venuto assiepando di fronte al palazzo della Provincia.
«Ha preso per primo la parola l’avv. Serafino Mazzolini, presidente della locale Sezione Combattenti, il quale, stigmatizzando con vivaci parole l’inopportuno rinvio, disse che i combattenti che hanno la fierezza di aver combattuto e di aver vinto la grande guerra, non potevano permettere che questa festa subisse dilazioni. Ed avevano voluto sostituire alla cerimonia ufficiale un’altra cerimonia significativa e spontanea. Inneggiò alla magnifica vittoria, ai valorosi che ne furono gli artefici, alla Patria che non muore. Il bel discorso improntato a sensi di purissimo patriottismo, fu applauditissimo.
«L’avv. Federico Glaeutzer, combattente ed assessore comunale, presente alla cerimonia, in questa duplice veste, recò un ispirato saluto a tutti i morti della grande guerra, stigmatizzando pure lui l’inopportuno rinvio. Il pubblico sottolineò con applausi scroscianti le parole dell’avv. Glaeutzer (attualmente a Milano, fascista dei primi).
«Sopraggiunto il comm. Baldoni, Presidente della Deputazione Provinciale, si disse lietissimo della dimostrazione improvvisata, per cui impeto di combattenti e di popolo aveva scoperto la lapide che rammenta la pagina più bella della nostra storia. Disse come la cerimonia ufficiale si era dovuta rinviare con grande rammarico suo e dei colleghi, e aggiunse che in nome della Provincia salutava la vittoria e gli artefici che l’Italia non dovrà mai dimenticare.
«Le opportune parole del comm. Baldoni, dette con caldo accento di patriottismo, furono applauditissime dal folto pubblico.
«L’ardito Rocchi chiuse la magnifica, significativa cerimonia dicendo con caldissimo accento una lirica sulla vittoria del Piave. Riscosse un clamoroso applauso.
«E così, fra il più schietto entusiasmo, come era cominciata, fra le approvazioni di tutti i presenti la significativa cerimonia ebbe termine nell’ordine più perfetto.
«La cittadinanza ha apprezzato moltissimo, e non poteva essere altrimenti, il bel gesto.
«L’Associazione Nazionale Combattenti ha pubblicato un bel manifesto che riproduciamo, anche per segnalare la deplorata mancanza della voce che non doveva mancare dal Municipio. (L’Amministrazione era liberale. L’anno appresso fu sostituita dai repubblicani. N.d.A.)
Cittadini!
Ricorre oggi la festa più fulgida, più bella e più grande della Patria.
Or fa un anno le schiere liberatrici, in nome del Diritto, dell’Umanità e della Civiltà, issavano quasi alla istessa ora, sotto l’istesso radioso sole italico, il vessillo senza macchia sulla torre di San Giusto e sul Castello del Buon Consiglio.
Erano compiuti i fati della Patria immortale.
Dopo decenni di spasimante attesa, dopo quattro anni di sanguinante calvario, il popolo d’Italia consacrava sulle mete raggiunte il voto secolare della gente oppressa fatta libera.
Cittadini!
Rammentate. Pareva in quei giorni «di veder nella terra sorridere i morti».
Primi fra tutti i cinquecentomila caduti disseminati sui sepolcreti dallo Stelvio nevoso all’azzurro Mare nostro.
Rammentiamo. Or fa un anno su due tombe cadevano i primi fiori della Terra nostra: quella di Cesare Battisti a Trento, quella di Guglielmo Oberdan a Trieste.
Oggi cadono fiori su tutti i sepolcri da cui, in un tragico silenzio, si ripete l’inflessibile monito: “L’Italia su tutto!”.
Rammentiamo: promettendo, giurando!
Oggi che sui morti si specula!
Ancona, 4 Novembre 1919.
Il Presidente: Mazzolini Serafino
Ravaioli Archimede vice-presidente — Brecciaroli Luigi — De Ciccio Giuseppe — De Santis Ettore — Notari Alfredo — Paolini Aldo — Sivieri Lamberto consiglieri — Biagini Raffaele segretario.




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