http://www.lastampa.it/redazione/cms...7313girata.asp
"Siamo pronti a colpire il Pkk,
ma l'Iraq può ancora evitarlo"
Il primo ministro turco Erdogan:
«Baghdad dimostri la volontà di
smantellare le basi terroristiche»
CLAUDIO GALLO
Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan vede oggi a Washington il presidente Bush. Mercoledì e giovedì arriverà in visita ufficiale in Italia dove sarà ricevuto dal presidente della Repubblica Napolitano e dal premier Prodi. Incontrerà il ministro degli Esteri D’Alema e il capo dell’opposizione Berlusconi
Signor primo ministro, dopo l’ultima strage di soldati alla frontiera con l'Iraq, è partito il conto alla rovescia per l'intervento militare di Ankara oltre confine. Non teme che un attacco possa infiammare ulteriormente un'area molto instabile e alla fine paradossalmente coincidere con gli obiettivi del Pkk, che con i recenti attacchi terroristici è sembrato voler provocare una vostra reazione?
«La Turchia rispetta la sovranità nazionale e l'integrità territoriale dell’Iraq. Per noi un Iraq stabile è un vantaggio. Tuttavia, è un fatto riconosciuto che l'organizzazione terroristica Pkk raccoglie nei campi nel Nord dell’Iraq circa 3500 uomini, che si infiltrano in Turchia per compiere attentati. Siamo in contatto continuo dal 2003 con le autorità irachene e con il governo americano, attraverso vari meccanismi e canali di collaborazione, per sradicare i terroristi del Pkk dal Nord dell’Iraq. Il 28 settembre 2007 abbiamo firmato con l'Iraq un accordo contro il terrorismo e manteniamo i contatti ai livelli più alti a questo scopo. Tuttavia i nostri sforzi non hanno ottenuto risultati concreti e il Pkk ha aumentato gli attacchi. Nelle ultime settimane, l'opinione pubblica turca è stata profondamente scossa dalla morte di 40 cittadini, vittime del Pkk. La nostra determinazione ad agire non è la manifestazione di una Turchia provocata ma di un Paese che vuole combattere contro il terrorismo per proteggere la vita dei suoi cittadini».
Il Parlamento turco ha approvato la mozione del governo che autorizza operazioni militari contro le basi del Pkk: la parola è passata definitivamente dalla diplomazia all’esercito?
«Vorrei ribadire che la Turchia rispetta la sovranità nazionale e l'integrità territoriale dell'Iraq. Il nostro obiettivo è di fermare gli attacchi terroristici del Pkk che, specialmente dal 2003, agisce indisturbato nel Nord dell’Iraq. Questi sono i punti cruciali sottolineati nella mozione che è stata approvata a grande maggioranza al Parlamento turco. Se il governo iracheno prendesse misure urgenti e permanenti contro l'attività del Pkk nel territorio iracheno, il governo turco potrebbe anche non sentire la necessità di usare questa autorizzazione. La Turchia comunque non ha mai interrotto le trattative diplomatiche e politiche con Baghdad. Nonostante ciò, ogni giorno ci sono nuovi funerali. Il popolo turco è arrivato al limite della sua pazienza».
Nelle ultime elezioni, alla vittoria del suo partito ha contribuito anche un buon risultato nelle aree del Sud-Est abitate da una parte di popolazione di origine curda: non crede che uno sviluppo economico di quelle zone depresse sarebbe un buon contraltare alle spinte indipendentiste del Pkk?
«Il Pkk è un'organizzazione terroristica e non rappresenta in nessuna maniera i nostri cittadini di origine curda. Dal 1984, atti terroristici compiuti dal Pkk hanno provocato la perdita della vita di più di 35 mila cittadini turchi, tra i quali civili innocenti, insegnanti ed altri funzionari statali. Inoltre, il Pkk è stato dichiarato organizzazione terroristica anche dagli Usa, dalla Ue e dall'Australia. La stabilità economica, raggiunta tramite il processo delle riforme ancora in corso nel nostro Paese, è stata anche a vantaggio della regione dell’Anatolia meridionale. Come ha detto lei, la gente di questa regione ha votato in maggioranza il sostegno alle politiche governative. Nel nostro partito ci sono più di 50 deputati di origine curda. L'organizzazione terroristica e separatista Pkk, avendo perso terreno a causa delle nostre politiche puntate all'eliminazione delle differenze socio-economiche tra le regioni del Paese e al miglioramento della qualità di vita dei nostri cittadini, considera questi passi verso la democratizzazione la più grande minaccia per la sua esistenza».
La prudenza della Merkel, i no della Francia di Sarkozy: perché l'Europa è così diffidente verso Ankara? L’Ue ha ragione a dire che in Turchia il processo delle riforme ha subito un rallentamento?
«L'unificazione dell'Europa non è ancora completata. Noi, come europei dobbiamo costruire un'Europa che offrirà speranze e possibilità alle generazioni a venire. Alcuni sostengono che l'ingresso della Turchia nella Ue creerebbe problemi e quindi si oppongono a tale ingresso. Non accetto una veduta così ristretta: significherebbe non prendere in considerazione il valore aggiunto che l'adesione della Turchia porterebbe nella Ue. L’ingresso della Turchia non potrà che essere una vittoria sia per l'Europa sia per la Turchia».
Dunque, secondo lei, la Turchia in Europa potrà essere un elemento di stabilità?
«L'ingresso della Turchia nella Ue rappresenterà un grande contribuito all'ideale della pace globale come una prova concreta della possibilità di un’alleanza tra le civiltà. Per costituire un esempio nel mondo, l’Europa deve adottare una prospettiva di civiltà basata sui valori universali. In questo contesto, la decisione di iniziare le trattative per l'adesione della Turchia ha trasmesso in tutto il mondo, ma particolarmente nelle regioni confinanti, un messaggio molto positivo riguardante la visione della Ue. Credo che questo dimostri le doti di coraggio e abilità di leadership che la Ue è capace di esibire quando si prendono delle decisioni importanti».
Perché in Europa c’è chi ha paura della Turchia?
«La causa principale di queste preoccupazioni sono gli equivoci che nascono dalla mancanza di informazione. Quindi, a questo punto la vera responsabilità grava sull'élite politica. Credo che possiamo dissolvere i pregiudizi radicati con una comunicazione efficace. Mi rendo conto comunque che questo non è un processo facile. Come ha detto Einstein giustamente, è più difficile rompere i pregiudizi che l'atomo. Leadership politica vuol dire combattere per realizzare la visione europea. La leadership non si può basare sulle inchieste presso l'opinione pubblica. D'altronde, non sono giustificate le critiche mosse verso la Turchia: non è vero che il processo delle riforme abbia subito un rallentamento. Negli ultimi cinque anni, sono state realizzate più riforme che nei 50 precedenti. Quella compiuta sulla via dei diritti umani e civili è stata una rivoluzione silenziosa. Vorrei affermare chiaramente che il processo delle riforme continuerà. Il nostro obiettivo è di portare la Turchia nella Ue. I criteri di ingresso sono chiari e noi siamo decisi a soddisfarli. Il fatto che il nostro obiettivo dell'adesione sia condiviso anche dalla Ue è manifestato in tutti i documenti che sono stati approvati unanimemente».
Il popolo italiano resta uno dei più favorevoli alla vostra presenza in Europa: da Berlusconi a Prodi c'è stata una differenza di accenti?
«La Turchia e l'Italia, con la loro identità mediterranea, sono due Paesi che si comprendono e i loro atteggiamenti verso gli avvenimenti mondiali si incrociano sugli assi di pace e stabilità. I nostri due Paesi hanno avuto un ruolo determinante nei periodi più critici della storia europea. Le relazioni strette e la collaborazione tra i nostri due Paesi sono di natura continuativa, indipendentemente dalle congiunture politiche interne. Per questo motivo, non posso distinguere tra l'appoggio ricevuto per l'ingresso della Turchia nella Ue sia da Berlusconi sia da Prodi e tra l'altro tutti e due sono miei amici».
Uno studio di pochi mesi fa del Pew Research Center di Washington mostra come il popolo turco sia tra i più diffidenti nei confronti della politica e del business americani, una tendenza radicalmente cresciuta dal 2003 ad oggi. Come spiega questo atteggiamento popolare nei confronti del vostro principale alleato?
«Le critiche mosse agli Stati Uniti recentemente sono collegate alla reazione al terrorismo del Pkk che ha le sue basi nel Nord dell’Iraq e agli sviluppi nella situazione mediorientale. Le critiche agli sviluppi in Medio Oriente si sono levate non solo nell'opinione pubblica turca ma molto spesso anche in quella mondiale. Se si tiene conto che negli Usa la percentuale di quelli che sono contro la guerra è di circa 61%, penso che non ci si debba meravigliare se anche il popolo turco manifesti un atteggiamento simile sull’Iraq, un Paese confinante con il nostro. Bisogna comprendere che questo atteggiamento deriva da un clima congiunturale: non deriva da un’ostilità contro il popolo americano. Vorrei anche ricordare che certe politiche seguite, in alcuni casi, da Washington sono state lontane dal soddisfare le aspettative dell’opinione pubblica turca e che questo ha avuto un effetto negativo sull'immagine degli Stati Uniti in Turchia. Soprattutto, a causa della sensibilità verso il terrore generato dal Pkk, il nostro popolo giustamente si aspetta che gli Stati Uniti facciano passi che portino a risultati concreti. Questi passi non sono ancora stati realizzati e ciò crea una grande delusione nell’opinione pubblica».




Rispondi Citando
