Siamo ormai abituati ad ascoltare con un certo distacco ed una certa rassegnazione le parole di sua santità Joseph Ratzinger contro un unico, grande nemico che starebbe alla base, se non di tutti, di molti mali nella società: il relativismo. Il relativismo, afferma Benedetto XVI, impone delle ‘catene esteriori’, e "bisogna invece ricordare all’uomo le verita". Ma che cos'è il relativismo? Secondo il Papa, esso si concretizza nel "pensiero debole, quello che sostiene che non ci sono fatti ma solo interpretazioni". Ed in effetti, si tratta proprio di questo: una persona alta un metro e settanta sarebbe vista come altissima nelle Filippine, mentre sarebbe additata al pari di uno gnomo nel Congo. Non si può quindi dire in assoluto che tale persona è alta o bassa, ma solo relativamente alle persone con le quali la si confronta: appunto, relativismo, che è la tendenza ad applicare tali criteri di giudizio ad ogni ambito della vita sociale: secondo un perfetto relativista, non esistono il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, ma appunto solo interpretazioni relativamente ai caratteri culturali di chi esprime un giudizio.
E' quindi ampiamente predevidibile quanto condivisibile il continuo attacco della chiesa per mezzo dei suoi massimi esponenti al relativismo: esso esprime concetti diametralmente opposti a quelli della chiesa, così come di tutte le chiese e le religioni, che sono per definizione volte alla ricerca dell'assoluto, della verità incontrovertibile, della morale infallibile. Le religioni, caratterizzate dalla ricerca dell'assoluto, non possono coesistere in alcun modo con un sistema di valori opposto quanto quello relativista ("assoluto" è appunto il contrario di "relativo").
A questo punto, però, diventa difficile capire come un sistema di valori morali per definzione "assolutista" come quello cattolico romano e, più in generale, religioso, possa coesistere con la forma di stato democratica, considerando che quest'ultima va a rappresnetare semplicemente l'applicazione pratica e concreta del relativismo in politica. I regimi democratici si contrappongono, storicamente, a quelli "assolutisti" proprio perchè i primi sono, al contrario, "relativisti": abbandonano l'idea che un solo dittatore o un gruppo oligarchico, magari incoronati simbolicamente da esponenti dei vertici ecclesiastici, possano essere depositari di pieni poteri in quanto depositari di verità assolute, in favore di un concetto secondo il quale, non esistendo verità precostituite o il giusto e lo sbagliato, si lascia tutto nelle mani del convincimento "relativo" di ogni singolo individuo, ed ogni testa vale un voto, indipendentemente da quale preferenza esso abbia espresso, proprio in ossequio al principio che vuole tutte le opinioni egualmente degne, in mancanza di una verità "precostituita" e quindi a priori maggiormente degna.
Esistono, è vero, le democrazie costituzionali, all'interno delle quali vige una costituzione contenente valori fondanti, tecnicamente più "duri" da scardinare e quindi, secondo alcuni, tendenti all'assolutismo. Ma si tratta anche in questo caso di valori espressi da una assemblea costituente in rappresentanza del "relativo" volere popolare, e che possono essere in qualunque modo riformati. Ed anche se a volte necessitano di un maggiore convincimento popolare (maggioranze qualificate) o prolungato nel tempo (votazioni doppie o triple a distanza di un determinato periodo di tempo) onde evitare "colpi di testa" popolari riguardo a principi delicati in quanto fondanti di tutti gli altri, essi mantengono comunque, anche in questo caso, la propria legittimazione attraverso il consenso popolare e quindi parlamentare, e sono comunque desitinati a cadere nel caso in qui quest'ultimo venisse a mancare. Non si tratta affatto quindi di principi "salvi" dal relativismo democratico, al contrario si tratta di principi per la gestione normativa dei quali gli strumenti di collegamento al consenso popolare sono serrati e pieni di valvole di sicurezza volti ad assicurarsi la piena e certa assonanza tra volere popolare e principi fondanti del sistema normativo dello stato.
Quando invece, come accade quando si abbraccia una religione, si abbracciano principi che enunciano verità rivelate e comandamenti assoluti e incontrovertibili, come si può, in effetti, riconoscere come pari il voto di chi esprime un parere opposto? Come si può riconoscere la legittimità di una norma che assegna al volere popolare la possibilità di contraddire una prescrizione divina?
I temi che più scuotono le coscienze e che danno ad interpretazioni, quali le questioni di rilevanza bioetica (eutanasia, aborto, fecondazione assistita..), essendo stati presi in esame più volte dalle chiese per formulare precetti assoluti, ed andando a toccare così da vicino le vite e le coscienze di tutti (credenti e non) fanno proprio al nostro caso per fare un esempio concreto di "scontro" tra relativismo democratico ed assolutismo religioso: nella fattispecie, basta esaminare i referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno 2004, volti a cancellare alcune norme dalla legge 40/2004 in materia, ed in particolare le norme che vietano la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane (cellule non ancora specializzate che possono quindi dare origine a qualsiasi parte del corpo umano), la fecondazione assistita eterologa (con donatore esterno alla coppia che sarà riconosciuta genitrice), la diagnosi pre-impianto (l'analisi diagnostica degli embrioni nell'all'ambito della fecondazione assistita volta ad impiantare nell'utero solo quelli privi di eventuali tare genetiche ereditarie).
Il referendum è uno strumento di democrazia diretta (sono i cittadini ad esprimersi direttamente sulle norme, anzichè demandare il voto diretto ai propri rappresentanti in parlamento) ed è dunque lo strumento più democratico che esista. Il SI contro il NO, ogni testa un voto: l'esaltazione del relativismo. Il peggior attacco concettuale che possa investire l'assolutismo religioso. La reazione della chiesa infatti non si fece attendere: essa, e le associazioni, i partiti, le parti di società civile ad essa collegate, non si scagliarono contro il SI con una campagna per il NO; si scagliarono piuttosto contro il referendum stesso, il concetto stesso di voto paritario e relativista, trovando il modo di sabotare lo strumento principe delle democrazie, dopo aver trovato una grave falla nel sistema democratico entro la quale insinuarsi. Causa di tale falla è da ravvisarsi nella relativa giovinezza delle democrazie occidentali, e specialmente di quella italiana, troppo fragile, troppo acerba per non doversi ancora guardare dal ritorno di una forza assolutista e dittatoriale, e dunque troppo insicura della proria stabilità interna per non inserire nello strumento referendario una valvola di sicurezza: la necessità che a votare si recasse almeno la metà degli elettori, perchè una percentuale inferiore avrebbe potuto nascondere chissà quali disordini interni da prefigurare l'avvento di un colpo di stato o chissà cos'altro. Troppo ottimisti, i costituenti, per immaginare che invece l'evento tanto pericoloso per la democrazia sarebbe potuto diventare, di li a quarant'anni, una domenica in giugno con troppo sole per rinunciare a mezz'ora di mare per andare a votare. E così lo "strumento di sicurezza" del quorum che chiude i boccaporti della democrazia è diventato come un antifurto inceppato, che suona ad ogni soffio di vento e che rende quindi impossibile rientrare in casa. Impossibile rientrare nell'ordine democratico delle cose. E questo la chiesa lo aveva osservato bene.
Così il mondo cattolico "ordinò" semplicemente di non andare a votare. Troppo rischioso un democratico conto dei voti, e troppo legittimante per il relativismo democratico entare a farne girare gli ingranaggi. Così la legge 40 sarebbe rimasta intatta, e, per somma gioia dell'assolutismo religioso, non per mano popolare, non per conta dei voti, non relativisticamente. E infatti così fu. Moltissimi non avrebbero comunque votato perchè preferirono andare al mare; altri non votarono per scelta assolutista; altri ancora, che avrebbero votato SI, ritennero inutile a quel punto perdersi la solita mezz'ora di mare per un referendum destinato ad essere invalidato. E così il massimo strumento di democrazia si inceppò definitivamente, con grande giubilo di grandissima, assolutista parte della società italiana.
Bisognerebbe dunque chiedersi: è giusto annoverare come legittima, tra le componenti fondanti di una società democratica, una componente come quella religiosa, apertamente contraria alla concezione morale che sta alla base del concetto di democrazia? La stessa costituzione italiana vieta la ricostituzione del partito fascista; al di la dei sentimenti di "rivalsa" dei costituenti, la ragione per una norma tanto precisa può essere una sola: è vietata la ricostituzione di un partito che non riconosca la come unica la legittimità dello strumento democratico. Che esso abbia o meno, per il momento, impugnato le armi, o abbia piuttosto agito laddove poteva semplicemente sabotare con atti omissivi il collegamento tra volere popolare e potere politico-normativo, non può cambiare certamente la sostanza fondamentale del divieto alla formazione di associazioni non democratiche, quale implicito riconoscimento costituzionale della più totale democraticità della nostra forma di stato.




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