….secondo Baget Bozzo
Al direttore - Guardiamo con attenzione ed apprensione il ragno tessere la tela e convocare, al capezzale del governo, tutti i dissidenti, deciso a dare a ciascuno il suo.
Non si tratta evidentemente di un fatto politico perché questo non può essere risolto in incontri al caminetto. Prodi dunque parla al votante in quanto votante e non in quanto rappresentante.
Da dove nasce Romano Prodi? Evidentemente dalla Dc, il suo primo incarico al comune di Scandiano, la patria del Boiardo, lo iscrive nel partito di governo.
Ma la sua ora viene quando cade la Dc.
La Dc comincia a cadere al congresso di Assago nel ’91 e decadrà di anno in anno.
Essa giungerà ad eliminare il suo personale politico, compresi Forlani e De Mita, e a cercare di riqualificarsi nel mondo cattolico.
Prodi viene da Bologna dove Dossetti si è preparato da tempo alla fine della Democrazia Cristiana, partito in cui lui non mai ha creduto.
Ed è quindi pronto verso una strada che lo conduce a giocare fuori del partito.
Lo fa Segni, lo fa Prodi: occorre salvarsi dal naufragio della Dc.
Prodi ha uno sponsor, un vero politico, Beniamino Andreatta, che pensa strategicamente: e pensa, da buon dossettiano, in termini di cattolici e non di democristiani.
Giudica quindi che la Dc sia irripresentabile e occorra puntare su altre realtà della società italiana che possano sostenere il mondo cattolico in quanto tale.
E guarda a Brescia, a Giovanni Bazoli, che ha da lui accettato, con grande coraggio, di assumere la direzione del nuovo Banco Ambrosiano: la continuità oltre il disastro di Guido Calvi.
Fa bene sperare che dalle banche venga un soccorso per tutelare la realtà cattolica del paese.
E questo permette di fare definitivamente a meno del partito cristiano.
Prodi è l’uomo adatto alla bisogna. Il presidente dell’Iri ha grande esperienza nel mondo bancario. Se il sistema della Dc cade e con esso cadono tutti i partiti democratici, bisogna guardare da un lato ai comunisti, divenuti l’ultimo partito legittimo della Prima Repubblica, salvato da Mani pulite: e si può ricorrere al grande potere politico ed economico che hanno le banche in Italia dove il mercato azionario è insufficiente.
Prodi era cattolico di famiglia, vicino alla famiglia Dossetti per lunga consuetudine, era un bravo professore di economia industriale e, per iniziativa di Andreatta, era stato nominato presidente dell’Iri.
Il mondo cattolico doveva essere appoggiato al sistema bancario cattolico del nord, di cui Andreatta aveva conservato, nel Banco Ambrosiano, la forma propria.
Prodi usciva come Segni dalla Dc: ma Segni su una linea politica eversiva per la Dc, cioè l’abolizione del proporzionale.
Che caso curioso: la riforma Segni era nata per permettere a democristiani e a comunisti di far fuori l’odiato Psi di Craxi, ma essa diveniva inutile ed anzi distruttiva quando il pentapartito era andato in fumo.
Serviva soltanto a rendere i comunisti padroni del gioco.
E nacque così l’utopia di Arturo Parisi: quella di sciogliere i militanti nei cittadini, prendendo a modello un partito arcobaleno ma progressista, come il Partito democratico americano.
Il tempo trascorso ha dato successo all’investimento su Prodi fatto da Andreatta, anche se certamente lui non avrebbe gradito la situazione che ne è risultata e che vediamo nei fatti.
Prodi ha usato le carte di Andreatta non per la democrazia, ma per se stesso.
Ed è per questo che è divenuto il vero avversario dei Ds.
La questione Unipol registra il reale conflitto tra Prodi e i postcomunisti, e sono Prodi e Parisi a guidare le danze sino a far fuori l’unico dirigente che possa identificare il Ds con la sua storia comunista senza appiattirla in essa, consegnandolo al destino di vagare nel mondo senza scopo e senza politica estera.
Andreatta non avrebbe mai pensato che un democratico potesse agire contro i partiti, ma Prodi non è un democratico, è un prodista, gioca nell’interesse suo.
E quante frecce ha il suo arco!
Basti pensare alle ricche fondazioni bancarie che amministrano senza controlli gli utili delle Casse di risparmio.
Se cade Prodi, la componente prodiana, voce dei poteri forti bancari ed economici del nord può mandare in tilt il Partito democratico.
E verso i partiti dell’Unione, Prodi ha la capacità di far notare che essi sono al governo solo grazie a lui: e senza lui non ci saranno.
Rifondazione comunista ha capito che il miglior modo per essere antagonisti è stare al governo: si ha il vantaggio del potere e, in più, si gode del diritto di veto antagonista su ogni cosa che alla sinistra antagonista non piaccia.
“Qui rimarremo ottimamente”, dice Bertinotti; e guida la sinistra antagonista dal più alto seggio di Montecitorio.
I partiti di destra dell’Unione, Mastella e Di Pietro, a cui si aggiunge ora Dini che ha ricostruito il suo raggruppamento, non hanno ora altro elettorato che quello offerto dalla maggioranza prodiana. Se Berlusconi non riesce a far cadere il governo, l’onere della prova tocca a Veltroni, che sarebbe distrutto se la minaccia del presidente del Consiglio dovesse gravare ancora per molto tempo su di lui e sulla prospettiva politica che egli vorrebbe aprire.
Certo Andreatta non desiderava questo Prodi, ma è quello che la crisi dei partiti ha prodotto.
Prodi è veramente oggi l’antipartito, perché tende a governare sulla fatiscenza politica dei partiti che lo supportano: a vivere saprofiticamente.
Ma passerà Veltroni quel Rubicone che è dato dal divieto di Prodi?
Questo ristabilirebbe non soltanto la politica ma la democrazia in Italia.
Gianni Baget Bozzo www.ilfoglio.it del 1 nov. 07
saluti




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