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    Predefinito Un addio non convenzionale a Enzo Biagi

    Non voglio fare il solito bastian contrario. Tuttavia, l'amore per la verità mi spinge a tanto.
    Ieri, dopo la notizia della morte di Enzo Biagi, non c'è giornale, televisivo e cartaceo, che non esalti la figura e la coerenza del giornalista.
    Guardando i profili biografici proposti dai giornali - e qui sotto riproduco quello tratto da Repubblica - si parte sostanzialmente dal '45. Si tace sul periodo precedente, tanto più laddove non si omette che egli aveva scritto il suo primo articolo a 17 anni. Dunque, dai 17 anni (vale a dire dal '37) sino al '45, cosa ha fatto e cosa credeva? E' stato un esempio di coerenza come lo si è dipinto?
    Beh .... facendo qualche indagine, pare proprio di no. Si tratta di un altro mito costruito dal mondo.
    Andiamo con ordine. Un mio amico ha raccontato che Biagi fu collaboratore della rivista "PRIMATO FASCISTA", fondata dal ministro Bottai e partecipò ai Littoriali del 1935.
    Inoltre, un documento del Minculpop (Ministero della Cultura Popolare Fascista) datato 20 gennaio 1944 e ripubblicato dal "Domenicale", riporta le seguenti notizie scritte dallo stesso Biagi.
    Egli, con orgoglio, si vantò di essere stato:
    - prima balilla,
    - poi avanguardista,
    - poi membro della Gioventù italiana del littorio,
    - e ancora, membro del Gruppo universitario fascista,
    - che aveva scritto sulla rivista "L'assalto",
    - che vinse i premi Prelittorali,
    - che suo zio fece la marcia su Roma,
    - che, infine, suo cugino fu un viceministro delle Corporazioni.
    Sullo stesso documento si legge che: al rag. Enzo Biagi, per i servizi giornalisti resi al regime fascista, veniva dato un contributo di tremila lire. Cifra assai considerevole l'epoca. Ma la cosa più tremenda è la data del documento, 1944. Un anno prima veniva fondata da Mussolini la Repubblica Sociale Italiana.
    Quindi Biagi fu fascista della RSI fino al 1944! Poi rimase quasi un anno in ombra, dopo di che, agli albori del 1945, quando ormai le sorti della guerra erano segnate, egli scoprì di avere un animo democratico e socialista tanto da aderire ad una brigata di assassini partigiani. Erano gli ultimi mesi prima dell'occupazione anglo-americana (v. QUI)
    E questa sarebbe coerenza? Una persona sempre pronta a saltare sulla diligenza che passava?
    Una cosa è certa: anche a lui non va negata la crsitiana pietà e l'affidamento alla misericordia di Dio.

  2. #2
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    Predefinito Ecco uno dei tanti articoli celebrativi, che dimenticano gli anni dal '37 al '45

    Dal giornalino della scuola chiuso dal fascismo ai grandi giornali fino alla Rai
    sempre pronto a pagare per mantenere integro il proprio punto di vista

    Enzo Biagi, una vita a raccontare fatti all'insegna della coerenza e del rigore

    Nel 1951 la prima accusa di 'comunismo'. Aderì al manifesto di Stoccolma contro l'atomica e venne allontanato dal resto del Carlino. Nel 1961 nuovi attacchi dal Psdi e dalla destra

    Enzo Biagi


    ROMA - Enzo Biagi è nato il 9 agosto 1920 a Pianaccio di Lizzano in Belvedere, un paesino dell'Appennino tosco-emiliano. A nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava, come vice capo magazziniere, in uno zuccherificio. Appena diciottenne iniziò la carriera giornalistica come cronista al Resto del Carlino. Ma la passione per la notizia gli nacque da ragazzino, dopo aver letto Martin Eden di Jack London. All'istituto tecnico Pier Crescenzi con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio. Ma nonostante si occupasse soprattutto di vita scolastica, fu soppresso nel giro di pochi mesi dal regime fascista. Una censura che diede a Biagi una forte indole antifascista.

    A 21 anni diventò professionista, età minima per entrare nell'albo professionale. In quegli anni conobbe Lucia, il grande amore della sua vita. "Mia madre ha sempre raccontato che che come lo vide le fu molto antipatico perché - come si direbbe oggi - se la tirava. Lui faceva già il giornalista e lo esibiva un po', e poi per prima cosa le disse: Con il lavoro che faccio non mi sposerò mai", così raccontava la figlia Bice, giornalista e direttore di Novella 2000.

    Enzo Biagi prese parte alla guerra partigiana combattendo nelle brigate "Giustizia e Libertà" legate al Partito d'Azione. Entrò a Bologna con le truppe di liberazione. Fu lui ad annunciare la fine del conflitto dai microfoni del Pwb, (l'ente americano addetto alla propaganda di guerra nei tenitori occupati). Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino. Nel 1951 aderì al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica e venne accusato dal suo editore di essere un "comunista sovversivo", fu allontanato dal giornale.

    Nel dopoguerra si trasferì a Milano. Dal 1952 al 1960 è stato direttore del settimanale "Epoca" che trasformò da rivista di pettegolezzi a giornale impegnato, balzando all'attenzione del grande pubblico grazie ad inchieste e reportage esclusivi. Ma nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni provocò la dura reazione dello stesso presidente del Consiglio e Biagi fu costretto a dimettersi. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.

    L'ingresso in Rai è del 1961 come direttore del Telegiornale. Ma ben presto l'accusa di 'comunista' torna a riaffacciarsi. Critiche durissime arrivarono dal Psdi di Giuseppe Saragat e dalla destra. Nel 1962 lanciò RT-Rotocalco Televisivo, il primo settimanale della televisione italiana e curò la nascita del telegiornale del secondo canale Rai. Nel 1963 fu costretto a dimettersi.

    Successivamente è tornato alla carta stampata come inviato della Stampa (di cui è inviato per una decina d'anni) e in seguito come columnist della Repubblica, del Corriere della Sera e di Panorama, alternando il lavoro in televisione con l'attività di scrittore di libri di successo.

    La collaborazione con la Rai riprende nel '68. Tra i programmi più seguiti ci sono Dicono di lei (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità.

    Nel 1971 di nuovo una parentesi come direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. In questo periodo riprese la sua collaborazione con la Rai. Terza B, facciamo l'appello è di quell'anno: personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori. E ancora Proibito, inchiesta di attualità sui fatti della settimana.

    Il 30 giugno del 1972 fu allontanato di nuovo dalla direzione del Resto del Carlino e tornò quindi al Corriere della Sera. Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale. Nel 1978 e nel 1980 la tv lo vide impegnato in due grandi cicli di inchieste internazionali: Douce France (1978) Made in England (1980) e un serie di servizi sul traffico d'armi, la mafia ed altri temi di stretta attualità della società italiana. Con lo scandalo P2, Biagi lasciò il Corriere della Sera per collaborare come editorialista con Repubblica. Ritornerà in via Solferino nel 1988.

    Nel 1982 ha ideato e presentato il primo ciclo di film dossier e l'anno dopo Questo secolo: 1943 e dintorni, trasmissione che attraverso documenti, fotografie, filmati e ricordi cercava di ricostruire gli avvenimenti che avevano caratterizzato un periodo di radicali cambiamenti, quello dal gennaio del 1943 alla primavera del 1945. Linea diretta (1985), era diventato il suo appuntamento fisso con il pubblico.

    Nel 1986 ha presentato le quindici puntate del settimanale giornalistico Spot, nell'87 e nell'88 Il caso (rispettivamente undici e diciotto puntate), nell'89 ancora Linea diretta (cinquantacinque puntate), seguita in autunno da Terre lontane (sette film e sette realtà) e Terre vicine, sui mutamenti dei paesi ex comunisti dell'Est.

    Dal 1991 al 2001 Biagi ha realizzato con la Rai un programma l'anno: I dieci comandamenti all'italiana (1991), Una storia (1992), Tocca a noi, La lunga marcia di Mao (sei puntate sulla Cina), Processo al processo su tangentopoli, Le inchieste di Enzo Biagi e Il Fatto, programma giornaliero di cinque minuti su avvenimenti e personaggi italiani (1995-98). Nel 1998 due nuovi programmi, Fratelli d'Italia e Cara Italia. Nell'ottobre 1999 è partita la sesta edizione de Il Fatto.

    Nel luglio 2000 è stato autore e volto del programma di RaiUno Signore e Signore, mentre nell'ottobre dello stesso anno era di nuovo in video con la settima edizione di Il Fatto. A febbraio 2001 è la volta del nuovo programma di Rai Uno, Giro del mondo, un viaggio tra arte e letteratura con alcuni tra i protagonisti del Novecento. Quindi, a settembre dello stesso anno, ottava, ed ultima, edizione de Il Fatto. "Se si vuole raccontare una storia - diceva - è necessario, prima di tutto, che questa storia interessi alla gente; ma non si riescono a raccontare storie se non si ha un punto di vista".

    Fonte: Repubblica, 6.11.2007

  3. #3
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    ALCUNE VERITÀ SU BIAGI

    di VITTORIO FELTRI


    Posto che l'unico modo per vivere a lungo è invecchiare, quando un amico muore, abbia pure 87 anni, è sempre troppo giovane per andarsene via lasciandoci un po' più soli. Enzo Biagi aveva una cagionevole salute di ferro. Ebbe il primo di numerosi infarti a 49 anni. Dirigeva o stava per andare a dirigere il Resto del Carlino, dove aveva debuttato ventenne quale praticante. Una sera, nella sua sobria casa fra i calanchi di Sasso Marconi, a un tiro di fucile dal Reno, avvertì un dolore alla schiena. Strappo, reumatismo? Visita. Il medico aggrotta la fronte e dice: "Meglio ricoverare". Coronarie malandate. Un mese dopo, Enzo si dimentica del cuore matto e si butta nel rinnovamento del Carlino con l'intento di trasformarlo da regionale in nazionale. Ci riesce. Alla grande. Ma non fa in tempo a godersi i frutti delle ventimila copie recuperate: lo cacciano. Accusa: quel Biagi lì è un filino comunista. In realtà, il Carlino ha sfrucugliato Preti, socialdemocratico, ministro delle Finanze. Questi è in rapporti con l'editore, Attilio Monti, il quale pur estimatore di Biagi (era stato lui in persona a volerlo al timone del quotidiano bolognese) non può andare contro il ministro delle Finanze (e della Guardia di finanza). La prudenza non è mai troppa quando ci si occupa di petrolio e generi affini. Il petroliere non aveva scelta: liquidare il signor direttore. Cui offre in cambio di un'uscita soft un appezzamento di terra. Enzo lo guarda stupito: mi prendi per scemo? E se ne va con una congrua somma, contanti. Questa storia dei soldi è diventata negli anni mitologica. Quando qualcuno non sapeva come denigrare il giornalista, ripiegava sulla sua esosità. Bravo è bravo, ma pensa solamente ai quattrini. Ha il reddito di un banchiere. Balle. Però bisogna capire. Il 99 per cento degli iscritti al nostro Ordine campa di stipendio, buono finché vuoi ma pur sempre di stipendio si tratta. E con la busta paga non ci si arricchisce. Biagi invece era tra i pochi che non si accontentavano dei tran tran della redazione. Diceva: il giornale è l'ospedale, una garanzia. Poi c'è l'ambula torio, e qui arrotondi. Lui lavorava molto e bene, con metodo; e oltre ad arrotondare accumulava. Desiderava incassare cifre alte non per avidità. Il denaro gli forniva la prova di essere apprezzato. E gli dava soddisfazione umiliare la miseria che aveva patito da ragazzo. Sui suoi contratti si è sempre favoleggiato: di bocca in bocca, l'importo si moltiplicava. Gli è stato attribuito un patrimonio che non si è mai sognato di possedere. Tra l'altro per sé spendeva pochi spiccioli, che maneggiava con fastidio. Una volta mi disse: a chi ti chiede un prestito di dieci milioni (lire s'intende) regalane uno; lui sarà contento; tu di più, perché in quel momento avrai risparmiato nove milioni. Sacramentava, e scazzottava la scrivania Enzo era una miniera di battute, motteggi, aforismi; parlare con lui era come consultare il calendario di Frate Indovino; spiritoso e incazzoso, era in netto contrasto con la sua immagine televisiva da parroco mite. Nei momenti di furia sacramentava e scazzottava la scrivania con vigore liberatorio. Si placava subito e, testa bassa, si rimetteva a lavorare. Da fessi polemizzare o discutere con lui. Le argomentazioni non erano il suo forte. Ti fulminava con una stoccata. Durante una riunione in Rai, non ricordo a proposito di cosa, mi permisi: per tua informazione... Non gli era andato a genio l'incipit e mi interruppe: accidentalmente mi trovo anch'io nel ramo dell'informazione, e da te non mi aspetto notizie ma idee, ammesso te ne possa venire una.

    Fonte: Libero, 7.11.2007


  4. #4
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    Le tremila lire del ragionier Biagi

    di Filippo Facci


    Non male lo scoop del prossimo numero del Domenicale: fornisce materiale per completare la biografia del decano del giornalismo Enzo Biagi, anzi: «Biagi rag. Enzo», come è riportato su un documento del Minculpop datato 20 gennaio 1944. Biagi aveva scritto e riscritto quasi tutto, di sé: che fu balilla, avanguardista, membro della Gioventù italiana del littorio, del Gruppo universitario fascista, che aveva scritto su L'assalto e che vinse i premi Prelittorali, che suo zio fece la marcia su Roma e che suo cugino era un viceministro delle Corporazioni, ma soprattutto che infine, al Novantesimo, passò ai partigiani della brigata Legnano. Non ci aveva raccontato, per esempio, che il Minculpop inviò 70mila e 500 lire da distribuire ai giornalisti del Resto del Carlino «sfollati o dissestati» da incursioni nemiche (gli Alleati) e non ci aveva detto che a Biagi rag. Enzo spettarono ben 3mila lire, segno di indubbia considerazione: al direttore fu dato solo il doppio e al segretario di redazione solo la metà. Questo nel 1944, periodo in cui la ricchezza vagheggiata erano le «mille lire al mese» ma nondimeno anno di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine e delle peggio stragi nazifasciste. Ma qualche ragioniere, per fortuna, la sfangava.

    Fonte: Il Giornale, 1.3.2007

  5. #5
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    Interessante il fatto che fosse ragioniere. Spiega molte cose : non aveva la minima idea della filosofia e dei pericoli insiti nell'ideologia. Sapeva di scrivere bene, e si faceva pagare, ma non capiva che il dovere di un giornalista non è quello di guadagnare di più, ma di raddrizzare i ragionamenti dei suoi lettori.

    Purtroppo un ragioniere non è capace di farlo... mai incontrato un filosofo negli anni dell'Istituo tecnico commerciale... e, come italiano, mai neanche letta la Bibbia...

    quindi Franza o Spagna, purchè se magna..,

  6. #6
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    Morte del venerato maestro

    Maurizio Blondet
    08/11/2007

    Enzo Biagi, Giorgio Napolitano e Arrigo Levi nel 2006 durante una visita al Corriere della Sera

    Tutto il coro italico
    ha cantato le lodi per Enzo Biagi.
    Nemmeno una stecca, non una nota dissonante.
    Uomo libero, bravo, buono, eccezionale, santo subito.
    Sapete cosa vuol dire?
    Che l'Italia non ha preso atto - il solito ritardo culturale - del più grande passo avanti della sociologia italiana dopo Pareto, confermando ancora una volta il disprezzo in cui tiene i suoi scienziati e scopritori.
    Intendo parlare della scoperta di Edmondo Berselli, giornalista a tempo perso (su Repubblica, l'Espresso), ma socio-comico di valore assoluto: il quale ha definito le tre categorie in cui si dividono in Italia le personalità di qualche emergenza mediatica, siano intellettuali, artisti, letterati o politici.
    E' una scoperta fondamentale, pari solo a quella della tripartizione funzionale nelle società arcaiche indo-europee definita da Dumézil.
    Anche Berselli ha definito una tripartizione che inaugura, di fatto, la nuova sociologia: la «Sociologia delle Mezze Tacche».
    Egli divide la società dei salotti che contano in tre categorie ascendenti:
    1) Belle Promesse
    2) Soliti Stronzi
    3) Venerati Maestri.
    E' uno schema che, come la tavola periodica degli elementi di Mendeleyef, consente di portare un limpido ordine nel caos apparente della società italiota.
    Tutto si riduce allo sforzo di passare da Bella Promessa (per un'opera prima o un film) a Venerato Maestro, evitando il passaggio alla categoria 2.
    Fate un nome a caso: Nanni Moretti?
    Bella Promessa, ma già trascolora a Solito Stronzo.
    Non sarà mai Venerato Maestro.
    Baricco?
    Bella Promessa ieri, Solito Stronzo in atto.
    Camilleri?
    Venerato Maestro, anche se Solito Stronzo a tutto tondo.
    Ecco, avete capito lo schema, ora potete applicarlo da soli.
    Facile e geniale.

    Se Berselli non fosse così misconosciuto e la sua Teoria generale della Mezza Tacca fosse più diffusa, oggi ci saremmo risparmiate le lodi più sperticate rivolte al defunto.
    Tutti hanno trattato Biagi da Venerabile Maestro, ma sapendo che in realtà era - e ormai da decenni - il Solito Stronzo.
    Avidissimo, senza cuore (letteralmente: l'organo era stato sostituito da tubi di teflon, miracolo della cardiochirurgia) e perciò reso un non-morto, recitava da finto buono.
    In realtà, era un'azienda, anzi una piantagione sudista: aveva al suo servizio uno stuolo di negri, intesi come giornalisti anonimi che scrivevano i libri suoi.
    Libri che lui firmava, dopo averci incastonato, manco fossero rubini e perle, qualcuno dei suoi ripetitivi luoghi comuni - una quindicina in tutto - che ne garantivano il successo.
    Esempio: «Una volta intervistai Heminghway e gli chiesi se era credente. 'A volte, di notte', rispose».
    Era lo stile Biagi, e nulla ha più successo presso le dattilografe di un libro che dice quello che già avete sentito mille volte.
    Il guaio è che Biagi pretendeva di incastonare quei suoi grumi anche nei fondi che esigeva - da Mieli - fossero messi in prima pagina, e sul Corriere.
    Imbarazzante: di fatto era sempre lo stesso fondo, un fondo di magazzino risalente agli anni '50 e riciclato come spiegazione di ogni fenomeno avvenuto da allora: fosse la discesa in campo di Berlusconi, l'11 settembre o l'invasione dell'Iraq, saltava sempre fuori la storia di Heminghway.
    Ma Biagi doveva essere accontentato.
    Un uomo potente e bilioso, vendicativo - ci sono redattori del Corriere, costretti a passare i suoi pezzi, che si ricordano ancora coi sudori freddi, come li trattava quando osavano telefonargli per dire che una sua parola non si capiva (scriveva a mano).
    Il fatto è che al Corriere era tornato Montanelli, e il buonissimo Biagi non tollerava che Indro andasse in prima, e lui no.
    Il tipico Solito Stronzo.
    Scomparso Montanelli, si placò.
    Forse anche l'idraulica al teflon cominciava a cedere.
    Ma ormai era passato alla categoria superiore: il Venerato Maestro.

    Il motivo lo sapete: perché Berlusconi lo aveva «cacciato dalla RAI», con quello che nella leggenda passa come «decreto bulgaro».
    Infatti, come avete sentito tutti fino all'indigestione, l'episodio è stato evocato mille volte: non era più Enzo Biagi il miliardario, era il nuovo Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti.
    E' infatti la sinistra a decretare quello status: la famosa egemonia culturale.
    Persino Montanelli, detestato destrorso bersaglio delle BR, divenne di colpo Venerato Maestro quando cominciò a insultare Berlusconi.
    Da anni ormai è questo l'esame decisivo che apre la porta del mausoleo ideale (ricalcato su quello che a Mosca conserva il pupazzetto dipinto di Lenin): essere contro Berlusconi, avergli tirato dei colpi bassi.
    Ciampi il banchiere è Venerato Maestro.
    La Levi Montalcini, Venerata Maestra.
    Il professor Veronesi, il chirurgo dei ricchi?
    Venerato Maestro da quando si prospetta una sua entrata in un qualunque governo di sinistra.
    Persino la mummia di Andreotti, l'ex Belzebù, è sul punto di assurgere a Venerato Maestro, da quando vota come senatore a vita tenendo in vita Teflon Prodi.
    Naturalmente ci sono dei limiti all'egemonia culturale e al suo potere: benchè votino come si deve, un paio di senatori a vita come Emilio Colombo Cocaina e Oscar Luigi Scalfaro l'ipocrita, come Venerati Maestri sono improponibili.
    La loro natura di Solito Stronzo è troppo evidente ad occhio nudo.
    Quanto a Cossiga, le sinistre hanno aggiunto troppe K nel suo nome odiato («Kossiga» con le due SS runiche) per poterlo promuovere.
    Inoltre, è troppo imprevedibile: il Venerato Maestro deve avere soprattutto una qualità: restare immobile e muto nella gloria che lo circonfonde, appunto come Lenin nel mausoleo.
    Vi sono stati altri tempi, in cui - come ricorda Berselli nella sua opera fondamentale («Venerati Maestri - Operetta immorale sugli intelligenti d'Italia», Mondadori) - il potere dell'egemonia culturale non aveva questi limiti.

    Norberto Bobbio era una nullità morale e intellettuale palese (un solo libro di Marcello Veneziani, per dire, lo supera di una ventina di volte), ma si riuscì ancora a farne un Venerato Maestro.
    E Alberto Moravia?
    Qualche romanzo potabile all'inizio (nello stato di Bella Promessa) e poi un'incresciosa longevità come banalissimo Solito Stronzo, sfiatato, banale, consunto da quella sua lubricità decrepita.
    Eppure rimase Venerato Maestro fino all'ultimo respiro.
    Era il dittatore delle lettere italiote.
    Non si poteva non intervistarlo in ginocchio, chiedere il suo parere con infinito rispetto.
    E pagargli parcelle colossali per i suoi responsi o collaborazioni all'Espresso.
    S'intende che da quando è morto, l'intera opera letteraria di Moravia è caduta nel dimenticatoio, la sua stessa memoria è cancellata: con sollievo, anche a sinistra si sa che non è più necessario citare né leggere quel Solito Stronzo.
    Lo stesso è accaduto a Bobbio: già due mesi dopo il trapasso nessuno lo citava più.
    Chiuso.
    Fine.
    E' servito finchè è servito, l'abbiamo dovuto sopportare: si passi ad altro.
    Bisogna dire che questa fabbrica di glorie, il PCI l'ha ereditata dalla solida tradizione italiana massonico-risorgimentale.
    Benedetto Croce (1866-1952) fu il più ingombrante Venerato Maestro della sua epoca, per mezzo secolo.
    Persino Antonio Gramsci - che come pensatore era più vispo - dovette fare i conti con la cosiddetta «ipoteca crociana», persino Togliatti.
    Non c'era scampo: per un secolo, o si era crociani o anti-crociani.
    In cosa consistesse l'ipoteca crociana è un mistero, che non vale la pena di rivelare ai più giovani, perché tale ipoteca è scomparsa senza lasciar traccia.
    Faccio solo notare che in Europa, i filosofi coetanei o di poco posteriori non hanno mai sentito il bisogno di citare Croce una volta: e parlo di Ortega y Gasset (1883-1956), di Heidegger (1889-1976), di Von Hayek (1899-1992) e von Mises (1881-1973).
    Tutti costoro non sentirono mai il bisogno di confrontare il loro pensiero con quello di Croce, né di ricavare da lui - sia pure per contrastarlo - qualche apporto intellettuale.
    E sì che per decenni Croce si catalogò come «filosofo del liberalismo»: almeno von Mises ed Hayek, che del liberalismo sono i padri, avrebbero dovuto accorgersene.
    Un motivo ci sarà.
    In Europa si sapeva benissimo che Croce era un onorato Solito Stronzo, riciclatore infinito di un hegelismo di seconda mano, liberale per nulla.

    Solo in Italia l'ipoteca crociana rimase «incontournable», un macigno sulla strada con cui «si dovevano fare i conti» e da infliggere come «filosofia italiana» unica a generazioni di liceali insieme a Carducci (altro Venerato Maestro oggi perfettamente contournable).
    Per dire, era in circolazione allora Vilfredo Pareto, e ancora oggi lo si legge, si trova citato all'estero.
    Ma lui non divenne mai un Venerato Maestro - non era utilizzabile a sinistra come utile idiota, né recuperabile come «eredità paretiana» troppo elitaria - e dovette andare a insegnare in Svizzera. Perché questo è l'effetto della creazione italiota di Venerati Maestri, bloccare le idee, le ricerche e le personalità nuove, irrigidire la celebrata «cultura italiana» nel déjà vu e nella laica liturgia santificante.
    Serve a mummificare in alto, e a sopprimere e soffocare di sotto, a troncare la discussione pubblica.
    Solo quando Atropo taglia il filo della vita di un Venerato Maestro - di solito dotato di deplorevole salute senile, cosa non rara tra i fannulloni pantofolai - si respira per un po' e si comincia a curiosare delle novità estere da recuperare fuori tempo massimo: che so, Cèline, Dumézil appunto, Carl Schmitt…
    Ma subito viene creato un altro Venerato Maestro, e si torna sotto il tallone dell'Accademia dei panzoni, quella che Leopardi chiamò «Lega dei Birbanti», ossia in italiano moderno la comunella dei farabutti intellettuali di potere.
    A volte, la mummificazione è avvenuta con rapidità miracolosa.
    Piero Gobetti, liberale giacobino autoritario piemontese (solo da noi i liberali erano autoritari) passò dalla condizione di Bella Promessa a quella di Venerabile Maestro a 25 anni, età a in cui dei fascisti lo bastonarono a morte, poveretto.
    Norberto Bobbio ha campato alla grande come «erede di Gobetti», dato che il poveretto non era più in grado di diseredarlo.
    Quella eredità massonica risorgimentale funziona ancora mica male.
    Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica e Solito Stronzo fin dai suoi esordi nel giornalismo sciacallesco, è riuscito a farsi Venerato Maestro da solo, grazie ai suoi sproloqui interminabili con cui riempie la prima, ma anche le pagine interne di Repubblica, dove talora si degna di dare alcuni consigli a Dio.
    E Venerato Maestro lo è, ma solo per i terrorizzati redattori del suo giornale, costretti per dovere d'ufficio ad arrivare fino in fondo ai suoi chilometrici rigaggi, e a reprimere il sibilo: «Il Solito Stronzo».
    Bella forza però, il giornale è suo, e possiede pure un 200 miliardi e passa di patrimonio.

    Ferrara è già Venerato Maestro, almeno per una scolta di cattolici tradizionalisti, che lo ingaggiano per farsi recitare le sue omelie contro l'Islamofascismo, ma sappiamo chi lo spalleggia.
    Oggi, mentre impera il comunismo nella forma debole e in TV, la creazione di Venerati Maestri diventa insieme più veloce ma più superficiale: effetto dell'età della riproduzione tecnica e del lavoro a catena.
    Roberto Benigni, che ha fatto sempre ridere poco e ha terminato le sue quattro battutacce da Fiera del Bovino Maremmano, è già sul punto di diventare Venerato Maestro.
    Non glielo si può negare, ha voluto bene a Berlinguer.
    Inoltre il furbastro s'è messo a recitare Dante: colpo basso ben noto all'avanspettacolo anni '30, quando se il comico incassava troppi fischi, l'impresario faceva entrare la soubrette avvolta nuda nel tricolore a cantare «Adua è liberata», e giù applausi.
    Il guaio è che Benigni spiega Dante come se Dante fosse lui: è da lì che si vede che è rimasto il Solito Stronzo.
    Ma la sinistra s'accontenta.
    Per esempio, guardate Fassino.
    L'Unione Europea lo manda a fare lo «special envoy» per la Birmania.
    E', guarda caso, lo stesso tipo di posto (solo un po' più basso) dato dai poteri globali a Tony Blair, ora capo del Quartetto per la Palestina.
    E' un premio che si dà per servizi resi a scapito del proprio futuro: a Blair, perché dopo l'Iraq in Inghilterra nessuno lo voterà mai più, a Fassino, per aver consegnato l'elettorato del PCI - elettori robotici, sicuri, automatici - all'ammasso globale dei «partiti democratici» che anche da noi si stanno creando onde scontrarsi per finta con lo speculare «partito conservatore».
    Ma quella sinecura è anche una pista di lancio per future carriere: guardate Al Gore, sembrava finito, ed è saltato su come Venerato.
    Dipende da Fassino.
    Può diventare una «riserva della repubblica» come Amato, da mettere al governo quando servirà a Goldman Sachs, oppure - se insenilisce abbastanza - Venerato Maestro, a suo tempo però.
    Oppure guardate Veltroni: Bella Promessa praticamente dalla nascita e in piena carriera.
    Se riesce a sopravvivere ai tenaci sforzi di Prodi e dei suoi dossettiani di trasformarlo subito nel Solito Stronzo, un giorno diverrà sicuramente - appena lo benedirà l'arteriosclerosi - un Venerato Maestro, e potrà recensire i film da cineforum su L'Espresso.
    Ma non si può non vedere che la sua posizione è altamente rischiosa: già va troppo in TV a difendersi, già è troppo cortese verso Casini, il Solito Stronzo.

    Effettivamente c'è il rischio che la fabbrica giri troppo vorticosamente, e quindi a vuoto.
    Fabio Fazio l'anonimo in carriera garantita, nel programma consegnatogli dal Partito, intervista solo Venerati Maestri in servizio o in riserva.
    Biagi l'ha intervistato, ed ora chi resta?
    Anche per questo forse il pianto è stato così corale: dove sei, Venerato Maestro?
    Ora ci restano solo Gino Strada e il giudice Caselli.
    E' dura.

    Maurizio Blondet

    FONTE

  7. #7
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    Certo che se ne sparano di boiate... Blondet è davvero un caposcuola!

    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio
    Quindi Biagi fu fascista della RSI fino al 1944! Poi rimase quasi un anno in ombra, dopo di che, agli albori del 1945, quando ormai le sorti della guerra erano segnate, egli scoprì di avere un animo democratico e socialista tanto da aderire ad una brigata di assassini partigiani.
    Augustinus, mi era sfuggita la battuta sugli 'assassini partigiani':

    O sai che 'quel particolare' gruppo di partigiani si è macchiato di crimini. E in tal caso facci sapere.

    Oppure volevi marcare il punto che talvolta dei partigiani si sono comportati male.

    In quel caso la stai facendo un po' fuori dal vasetto. Un po' come quelli che parlano dei preti come 'quelli che vanno coi ragazzini': nessuno nega che, purtroppo, ce ne siano, ma certo è un argomento che si commenta da se.

    E' anche grazie a quei partigiani che possiamo passare le nostre serate in libertà a scrivere su POL.

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    Citazione Originariamente Scritto da bilbo Visualizza Messaggio
    Certo che se ne sparano di boiate... Blondet è davvero un caposcuola!

    Augustinus, mi era sfuggita la battuta sugli 'assassini partigiani':

    O sai che 'quel particolare' gruppo di partigiani si è macchiato di crimini. E in tal caso facci sapere.

    Oppure volevi marcare il punto che talvolta dei partigiani si sono comportati male.

    In quel caso la stai facendo un po' fuori dal vasetto. Un po' come quelli che parlano dei preti come 'quelli che vanno coi ragazzini': nessuno nega che, purtroppo, ce ne siano, ma certo è un argomento che si commenta da se.

    E' anche grazie a quei partigiani che possiamo passare le nostre serate in libertà a scrivere su POL.

    Talvolta? E le migliaia di sacerdoti uccisi dai partigiani dove li metti?

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio

    Talvolta? E le migliaia di sacerdoti uccisi dai partigiani dove li metti?
    A parte che le 'migliaia' sono tutti da dimostrare. Mi parrebbe riduttivo concentrarsi sui sacerdoti e dimenticarsi dei poveri padri di famiglia. Ci sono state senza dubbio delle porcherie di qua e di là, ma se cominciamo a confondere le parti siamo messi male.

    Non ci hai dunque detto se tu hai precise informazioni sul fatto che Biagi sia entrato in una specifica 'banda di assassini' o se consideri che 'tutti' i partigiani erano assassini...

  10. #10
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    E' stata guerra civile : non si può negare la storia.

    Come non si può negare che la nostra libertà sia dovuta alle armate anglo-americane, che, per nostra fortuna, sono arrivate qui prima dell'armata rossa.

    Che le armate tedesche in fuga abbaino compiuto stragi esecrande è vero, come è vero che i rossi abbiano usato la cosiddetta lotta partigiana anche per uccidere donne inermi.

 

 
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