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  1. #1
    Klearchos
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    Venezuela verso il Socialismo, oligarchie all'attacco

    Venezuela verso il Socialismo, oligarchie all'attacco Mercoledì 7 Novembre 2007 – 16:29 – Siro Asinelli l'ex capo delle Forze Armate e della Difesa venezuelano Raùl Isaìas Baduel

    Un “atto di tradimento”. Il presidente venezuelano Hugo Chávez qualifica così, senza mezzi termini, le parole pronunciate dall’ex ministro della Difesa ed ex capo delle Forze Armate, Raúl Isaías Baduel, nel corso di una conferenza stampa dove ha tolto il proprio appoggio alla riforma costituzionale che il Paese si appresta a votare il prossimo 2 dicembre con un referendum popolare (foto). Un voto che grazie ai toni sempre più accesi dell’opposizione anti chávista si sta trasformando in una vera e propria conta dei nemici del presidente e dell’idea che in Venezuela si possa costruire quello che lo stesso Chávez ha battezzato il “Socialismo per il XXI secolo”.
    Per Baduel, che per oltre due decenni è stato al fianco del primo mandatario, il progetto di riforma è “un colpo di Stato”. Il generale, ritiratosi a luglio scorso, ha usato parole dure: “Metto in guardia il popolo venezuelano affinché difenda la nostra Costituzione e lo chiamo a non essere indifferente di fronte questo atto talmente grave che cambierà la vita di tutti gli abitanti di questo Paese. Esorto le autorità e le istituzioni competenti – ha dichiarato – a non diventare complici di questo illecito”.
    Dichiarazioni che all’orecchio di Chávez sono suonate come una vera e propria “pugnalata” da parte del compadre che con lui aveva fondato, nel lontano 17 dicembre del 1982, il Movimiento Bolivariano Revolucionario-200. L’uomo che in qualità di Comandante della Brigata Paracadutisti dell’esercito ha diretto la “Operazione riscatto della dignità” con la quale Hugo Chávez era stato riportato a Palacio Miraflores 48 ore dopo il colpo di Stato filo statunitense dell’11 aprile 2002, in questi giorni è diventato parte integrante di quella stessa opposizione che aveva tentato di travolgere il legittimo potere popolare della Repubblica Bolivariana. Di più: per il vice presidente Jorge Rodríguez, l’ex ministro della Difesa non è soltanto parte integrante dell’opposizione oligarchica e filo imperialista, ne è addirittura “il portavoce”.
    La reazione della compagine bolivariana è proporzionata all’attacco sferrato da Baduel. Da Chávez in giù, la replica è altrettanto dura e compatta. “Negli alti comandi si è discusso apertamente con il presidente Chávez rispetto a ciò che si vuole significare con il motto ‘Patria, socialismo o morte’; se aveva dubbi perché non li ha espressi a suo tempo?”, si è chiesto l’ex Capo di Stato Maggiore Carlos Acosta Pérez nel corso di un’intervista televisiva rilasciata a Venezolana de Televisión. Per l’ufficiale, ma è un sentimento diffuso, l’ex ministro della Difesa sta mostrando “incoerenza con una strategia di lavoro in cui ha avuto alte responsabilità”.
    In molti indicano che questo cambio radicale di idee, questa “pugnalata al suo stesso giuramento”, questo “salto de talanquera” – come dicono coloritamente in Venezuela -, può essere ricercato nella mancata nomina a direttore generale di PDVSA, il gigante petrolifero che la Ley de Idrocarburos ha legittimamente riconsegnato nelle mani del popolo e dello Stato venezuelano.
    Sia come sia, Baduel ha rigettato le accuse di incoerenza affermando che aveva rese note le sue opinioni sulla riforma costituzionale molto prima di abbandonare il suo incarico alla Difesa. Eppure i fatti sembrano dargli torto, e l’annuncio, appena ieri, che “in questo nuovo ciclo di vita” non scarterebbe l’eventualità di candidarsi in qualche tornata elettorale, non porta certo acqua al mulino. Al contrario, alimenta e giustifica le voci che lo vedono nuovo portabandiera di un’opposizione incapace di accordarsi, incapace di presentare un’alternativa al bolivarismo, incapace di ottenere consensi. Un’opposizione che cerca di allontanare il “Socialismo per il XXI secolo” pigiando sul tasto dell’astensionismo e che, vista la mala parata, ha opzionato Baduel quale nuovo paladino del NO alla riforma. Come a far finta che dalle ultime elezioni presidenziali non sia passato meno di un anno. Come a dimenticare che il consenso popolare di Chávez e del chávismo è radicato e, almeno per ora, inamovibile.
    Un’opposizione cieca e sorda la cui arma, avvicinandosi la fatidica data del referendum, è alzare i toni dello scontro politico ed alimentare le tensioni interne al Paese.
    La mala pianta del golpismo, dalle parti dell’opposizione oligarchica, sembra non morire mai. Ma come nell’aprile del 2002, anche a cinque anni e mezzo dal fallito golpe di Carmona e della Cia, le Forze Armate si stringono attorno al loro presidente.
    È stato chiaro il generale a riposo Alberto Müller Rojas, voce di spicco dell’entourage bolivarista, intervistato nel corso del programma Contragolpe dell’emittente Venezolana de Televisión: accusando esecutivo e parlamento di stare usurpando il potere costituzionale e tacciando queste istituzioni di “golpismo”, Baduel ha lanciato un appello alla ribellione civile.


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  2. #2
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  3. #3
    Bardamu VITRIOL
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    Un discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo – convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista – nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech.
    Rimando a una nota finale altre considerazioni. In realtà, la polemica di Baduel era rivolta alle ali del futuro PSUV (Partito socialista unito del Venezuela: NON “PARTITO UNICO”, bensì tentativo di riunire il frastagliato arcipelago politico che appoggia Chávez alle elezioni) che professano un marxismo troppo dogmatico.
    Non meraviglino i frequenti richiami religiosi, tipici dello stesso presidente. Caracas ha ospitato, due settimane fa, il congresso continentale della Teologia della Liberazione.
    Altre considerazioni in una nota in coda.] (V.E.)


    Discorso del Generale Raúl Isaías Baduel, capo dell’esercito
    Ministro del Potere Popolare per la Difesa alla fine del mandato. 18 Luglio 2007

    Voglio iniziare ringraziando dal profondo dell’animo innanzitutto Dio Onnipotente ed Eterno, per avermi concesso il privilegio di servirlo da questa mia posizione, con la protezione della sua potentissima mano, e a tutte le persone che col loro appoggio, lavoro, dedizione e reciprocità mi hanno aiutato a terminare felicemente la gestione del mio incarico nel Ministero.
    Ringrazio il Signor Presidente della fiducia che mi ha dato nell’assegnarmi questa responsabilità: a lei vanno tutta la mia amicizia e il mio affetto.
    Meritano una speciale menzione i miei diretti compagni d’armi, che hanno costruito attorno a me un gruppo davvero importante, senza il quale il successo del nostro lavoro quotidiano sarebbe stato impossibile: a loro la mia eterna gratitudine ed amicizia, qualunque sia la trincea che si occuperà.
    Oggi, per volontà dell’Altissimo, alla quale mi dono mansuetamente, mi sostituisce il Generale Capo Gustavo Rangel Briceño, compagno e amico, del quale conosco, tra le altre virtù, i saldi principi religiosi, che gli saranno di solido supporto durante il suo incarico. A lei i miei migliori auguri, e che Dio la guidi ed illumini in tutte le decisioni.
    Ho avuto l’onore di esercitare l’incarico di Ministro del Potere Popolare per la Difesa, posizione che obbliga chiunque lo occupi, per principio e per legge, a mostrare il proprio pensiero sull’esercizio della direzione degli uomini e sulla strategia politica dello Stato, con la mente al futuro, affinché il cittadino della nostra Nazione, che oggi vive un inedito periodo di transizione politica, conosca la professionalità delle sue azioni, e di conseguenza possa finalmente riposarsi e rilassarsi, come gli è dovuto, al vedere la predisposizione del capo militare per il carattere istituzionale dello Stato venezuelano, conservando la disciplina, l’ubbidienza e la subordinazione, pilastri fondamentali della nostra istituzione, con l’aiuto dell’esempio e della perseveranza dei valori degli appartenenti ad essa..
    Quando dico che ci troviamo in un periodo di transizione politica, che sta attraversando la nostra Nazione nel campo politico e sociale mi riferisco, tra altre cose, al processo di costruzione di un nuovo modello politico, economico e sociale che abbiamo chiamato Socialismo del XXI Secolo.
    Il termine Socialismo purtroppo non ha un significato uniforme e omogeneo per tutti, e di qui vengono l’incertezza e l’inquietudine generate in alcuni settori della vita nazionale non appena è menzionato. La convocazione del Signor Presidente Hugo Chávez per la costruzione del Socialismo del XXI Secolo implica la necessità imperiosa e urgente di formalizzare un modello teorico proprio e autoctono del Socialismo che si accordi con il nostro contesto storico, sociale, culturale e politico. Bisogna ammettere che questo modello, fino ad oggi, non esiste ancora né è mai stato formulato, e reputo che, finché sarà così, persisterà l’incertezza in alcuni dei nostri gruppi sociali.
    Come ho già detto altrove, dobbiamo sì “inventarci” il Socialismo del XXI Secolo, ma non in maniera disordinata e caotica, bensì avvalendoci degli strumenti e dei riferimenti che ci da' la scienza.
    Nella puntata di Aló Presidente del 27 Marzo 2005, il Signor Presidente Chávez indicò che “il Socialismo del Venezuela si costruirà in accordo con le idee originali di Karl Marx e Friedrich Engels”. Ribadendo quanto detto in un’altra occasione, se la base per il Socialismo del XXI Secolo è una teoria scientifica al pari di quelle di Marx ed Engels, quello che ci costruiremo sopra non deve essere da meno, per non rischiare che la struttura costruita sia come una capanna costruita sulle fondamenta di un grattacielo.
    Ultimamente alcuni teorici, che desiderano dare il loro apporto alla costruzione di un modello socialista venezuelano, hanno parlato largamente di quanto poco conveniente sarebbe ripetere gli errori commessi dai cosiddetti paesi del “socialismo reale”, tra i quali l’ex Unione Sovietica. Ritengo comunque che gli errori che questi teorici segnalano rimangano esclusivamente legati alle falle dell’ordine politico del modello sovietico, come per esempio la relazione tra il partito rivoluzionario e lo Stato e quella tra il partito rivoluzionario e il popolo, o nel pericolo di commettere gli errori del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che si è presto trasformato in un’organizzazione che ha sostituito e spiazzato la società, e che ha finito per essere manipolata dal Comitato Centrale del partito.
    Nell’ordine politico, il nostro modello di socialismo deve essere profondamente democratico. Deve chiarire, una volta per tutte, che un regime di origine socialista non è incompatibile con un sistema politico profondamente democratico, con contrappesi e divisioni di potere. È da questo punto di vista, credo, che dovremmo allontanarci dalla ortodossia marxista, che ritiene che la divisione dei poteri nella democrazia sia solo uno strumento della dominazione borghese. Come ha già detto il nostro Presidente Hugo Chávez in un’intervista concessa a Manuel Cabieses, direttore della rivista Punto Final, “uno dei fattori determinanti nella linea politica del Socialismo del XXI Secolo deve essere la democrazia partecipativa e protagonista. Il Potere Popolare. Bisogna concentrare tutto sul popolo, il partito deve essere subordinato al popolo, non il contrario”.
    Di certo non sono solo gli errori politici a dover essere considerati. Non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: il socialismo è, in senso stretto, un sistema di produzione economica, tanto quanto il capitalismo, che deve sostituire, è anche esso un sistema di produzione economica. Anche nei paesi dove il socialismo era reale sono stati commessi errori di tipo economico. Bisogna stare in guardia anche nei confronti di questi errori, per non ripeterli. Gli errori economici di questi paesi del socialismo reale, come l’URSS, includono l’insufficiente ge-nerazione di ricchezza, considerato che nonostante l’aver raggiunto un’industrializzazione molto rapida, l’avere un’economia pianificata centralmente e i piani quinquennali, l’economia sovietica non poté essere redditizia, non poté generare la ricchezza necessaria per mantenere il suo popolo in maniera confortevole. Uno dei più grandi paradossi dell’economia sovietica si riflette nel fatto che questa nazione arrivò a dipendere dall’importazione del grano, proveniente proprio dal suo acerrimo nemico durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti D’America, per poter alimentare il suo popolo; come esempio di ciò abbiamo il fatto che nel 1979 il governo nordamericano inviò all’Unione Sovietica 25 milioni di tonnellate di mais e grano. L’URRS non poté fare il passo definitivo in avanti per raggiungere i livelli di efficacia, nella generazione della ricchezza, dei suoi competitori capitalisti, nonostante avesse fatto grandi progressi nei campi del sociale, dell’istruzione, dello sport, della salute, dell’arte, ecc… Di certo non vogliamo ripetere anche noi questi errori.
    Non possiamo permettere che il nostro sistema si trasformi in un Capitalismo di Stato, dove lo Stato sia l’unico padrone dei grandi mezzi di produzione. Si può rischiare di commettere l’errore di chiamarsi socialista e in realtà praticare un capitalismo di Stato. Durante un periodo conosciuto come comunismo di guerra, l’URRS, nonostante si chiamasse ancora Repubblica Socialista, praticò il Capitalismo di Stato per mano dello stesso Lenin. In quei tempi, dal 1921 al 1927, tappa storica conosciuta come la “Nuova Politica Economica”, tali azioni furono giustificate con il comunismo di guerra, e portarono alla rivolta di Kronstadt e ad altri accadimenti che quasi superarono quelli della Rivoluzione d’Ottobre. Questo periodo di comuni-smo di guerra che si estese dal 1917 al 1921, fu caratterizzato soprattutto dall’insuccesso nell’agricoltura e nell’attività industriale. La politica di nazionalizzazione totale delle imprese agricole, industriali e commerciali creò, tra il governo e il popolo, gravi malintesi e un’insoddisfazione generale che sfociarono nell’anarchia, nella fame e nella ribellione anticomunista. I prezzi subirono un rialzo verticale, mentre la produzione calava vor-ticosamente, la moneta si svalutava e smetteva di essere un normale mezzo di scambio. La produzione agricola era ridotta ad una terzo di quello che era stata nel 1913, quella industriale al 13% e il traffico ferroviario al 12%. Nel 1921 5 milioni di persone morivano di fame, in Unione Sovietica.
    Il comunismo di guerra ci ha insegnato che non si possono installare cambi radicali nel sistema economico; non si può decidere l’abolizione a tutti i costi della proprietà privata e la socializzazione brutale dei mezzi di produzione senza che ciò si ripercuota negativamente nella produzione di beni e servizi e senza che allo stesso tempo si generi uno scontento generale nel popolo. Lenin coniò il termine “Capitalismo di Stato” per riferirsi a ciò che egli considerava essere una fase di transizione ideale tra il capitalismo e il socialismo. Questo significò, per un periodo di 7 anni, la convivenza del capitalismo e del socialismo. Si permise la proprietà privata di piccoli o medi mezzi di produzione, ma indubbiamente lo Stato riservò quelli grandi per sé. La banca rimase nazionalizzata, ma il commercio fu messo in mano ai privati e si permise la vendita di prodotti ai prezzi fissati dal mercato.
    Uno dei maggiori fascini del socialismo classico è sempre stato l’immagine sottintesa di una divi-sione più equa delle ricchezze, rispetto all’ordine capitalista, dove le disuguaglianze sono all’ordine del giorno. Non dobbiamo dimenticarci, però, di qualcosa che spesso riteniamo ovvia, forse perché estremamente evidente: le ricchezze, prima di essere divise, devono essere generate. Non si può distribuire qualcosa che non esiste, questa formula ancora non è stata inventata. Il modello di socialismo che costruiremo deve essere tale da mostrarci il cammino socialista verso un’iniziale produzione e generazione delle risorse, e poi la possibilità di una di-stribuzione equa delle stesse tra quelli che le hanno generate, o come direbbe Marx “ad ognuno secondo le sue capacità, e ad ognuno secondo le sue necessità”. Per far sì che il modello socialista che ci prefiggiamo abbia successo, questo deve far trovare a noi venezuelani il modo di essere più produttivi.
    In passato, durante la IV Repubblica, i governi impiegavano la ricchezza eccessiva generata dal boom del petrolio per finanziare qualsiasi tipo di aiuti economici e sussidi. Numerosi venezuelani arrivarono a dipendere letteralmente da questi aiuti ufficiali. Invece di insegnare al popolo a produrre ricchezza grazie al lavoro e allo sforzo, gli si insegnò a chiedere aiuto al governo di turno. Quando il boom del petrolio terminò, lo Stato si trovò immediatamente senza fondi per il sostentamento dell’economia nazionale. Fu allora che il Paese entrò in crisi, la peggiore di tutta la storia del Venezuela. Il nostro modello di socialismo deve evitare la ripetizione di questi errori. Dobbiamo imparare dagli errori compiuti negli ultimi quattro decenni ed evitare di ripeterli.
    Visto che la convocazione del nostro Presidente a costruire ed inventare il Socialismo del XXI Secolo è stata accompagnata da alcune linee direttrici, come il fatto che il nostro modello debba essere profondamente cristiano e basato sulle idee di Giustizia Sociale di Cristo Redentore, credo sia pertinente citare un passaggio del Vangelo che bene illustra quello che Nostro Signore Gesù pensava a proposito della produzione e distribuzione della ricchezza. È la famosa parabola dei talenti che si trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30. Dice Gesù:
    “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro.”
    Qui Gesù Cristo va apertamente contro il concetto assolutista della proprietà che a quei tempi era fonte di privazione per molti e che tuttora alcuni continuano a sostenere: ognuno può fare con le sue proprietà quello che vuole; questo, secondo nostro Signore Gesù, è contraddetto immediatamente dall’obbligazione di doverne rendere conto, secondo l’uso dei beni morali, intellettuali e materiali. E la resa dei conti implica un castigo molto duro. Il Vangelo continua dicendo: “Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.”
    Le esigenze erano calcolate secondo le capacità di ognuno. Ad ognuno venne assegnato un numero equo di talenti. Ad ognuno secondo i beni che aveva ricevuto. Non si poteva pretendere lo stesso rendiconto di colui che aveva ricevuto 5 da quello che aveva ricevuto 2. Gli obblighi degli esseri umani non sono equiparabili, le nostre responsabilità, seppure della stessa natura, non sono uguali per tutti. A chi verrà dato molto, verrà chiesto molto in cambio.
    Infine Gesù condanna, in questo Vangelo, in maniera molto chiara, l’accumulo delle ricchezze: “Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.”
    A colui che venne dato poco, venne chiesto poco. Se però egli non compie neanche quel poco, lo aspettano “le tenebre”. L’inferno è, nel Vangelo, il castigo inesorabile per coloro che, pur avendo le possibilità, non producono; per coloro che nonostante abbiano l’attitudine, non la usano; per coloro che, essendo poveri perché gli è stato dato poco, non utilizzano il poco che hanno per il bene di tutti.
    Per poter raggiungere la meta del generare la ricchezza in maniera differente dal modello capitalista, il nostro socialismo deve “fare popolo”, giacché, come disse il maestro Simón Rodríguez: “Non ci può essere repubblica senza popolo”. Per fare il popolo Simón Rodríguez suggeriva l’implementazione di ciò che chiamava, in modo alquanto visionario, “Educazione Sociale”. Affermava il maestro Simón Rodríguez nel 1828:
    “I costumi formati dall’Educazione Sociale producono un’autorità pubblica, non un’autorità personale; un’autorità sostenuta dalla volontà di tutti, non di uno solo, convertita in Autorità o in altro modo, l’autorità si forma nell’educazione, perché educare è creare volontà. Si sviluppa nei costumi, che sono effetti necessari dell’educazione, e ritorna all’educazione per la tendenza degli effetti a riprodurre l’autorità. E’ una circolazione dello spirito di Unione tra soci, come lo è quella del sangue nel corpo di ogni individuo associato, ma la circolazione inizia con la vita”.
    Il nostro modello socialista deve chiudere con la brutta abitudine del passato di insegnare al popolo solo diritti e nessun dovere. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo quello che deve fare per ottenere ciò che non ha. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo che le cose non appaiono per magia, ma che si deve ottenerle con lo sforzo ed il lavoro. Questo è il compito della vera educazione sociale: deve permettere di formare il repubblicano di cui abbiamo bisogno per ottenere tutto il potenziale del quale è capace questa terra venezuelana di grazia, tanto amata, tanto benedetta e protetta da Dio.
    In questo senso, la Forza Armata può essere di grande aiuto alla costruzione del modello, giacché nell’istituzione armata l’equazione è sempre stata quella inversa, visto che abbiamo appreso e messo in pratica l’insegnamento che i nostri doveri sono di primissima importanza. Il compimento dei doveri è uno dei maggiori motivi di ponderatezza nella vita del soldato. Potremmo addirittura affermare che negli ultimi anni, e con l’approvazione popolare della Costituzione del 1999, i nostri doveri e responsabilità sono aumentati, in quanto oltre a quelli tradizionali inerenti alla sicurezza e difesa della nazione e alla cooperazione nel mantenimento dell’ordine nazionale, si è aggiunta la partecipazione attiva delle Forze Armate allo sviluppo della Nazione. Abbiamo portato a compimento quest’ultima missione in maniera fedele e definitiva, ed è un onore per l’istituzione armata il fatto di essere stata considerata per portarla a termine; tuttavia, riteniamo necessario un affinamento degli strumenti legali che la regolano, e speriamo che venga permesso alla FAN di poter partecipare a queste migliorie con maggior efficienza amministrativa, operativa e finanziaria.
    Il popolo venezuelano ha dato ai militari un compito chiaro nell’articolo 328 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; il popolo venezuelano ci ha dato, parlando in termini militari, “una finalità”, “un motivo”, che si traduce nel garantire l’indipendenza e la sovranità della nazione, e nell’assicurare l’integrità dello spazio geografico. Il popolo venezuelano ci ha dato anche un “come”, attraverso l’esercizio di tre missioni fondamentali: la difesa militare, la cooperazione nel mantenimento dell’ordine interno e la partecipazione attiva allo sviluppo nazionale.
    Sono tre missioni che devono essere in perfetto equilibrio dinamico, e da esse si evince che il popolo venezuelano ci ha assegnato il compito di custodire le armi della Repubblica per difendere i suoi interessi ed amministrare la violenza legale e legittima dello Stato. Tuttavia, più che amministratori della violenza, dobbiamo diffondere e mantenere la pace, generare il conforto e costruire il giusto sentiero verso lo sviluppo del popolo stesso.
    Invoco le parole pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II il Grande, il Pellegrino della Pace, di felice e incancellabile memoria: “In un clima dilatato di concordia e rispetto della giustizia può maturare un’autentica cultura della pace, capace di estendersi alla comunità internazionale” (Discorso pronunciato al Corpo Diplomatico, Gennaio 1997).
    E navigando nelle pagine del II Concilio Vaticano, nella Gaudium et Spest (allegria e speranza), cito: “La pace non è la mera assenza di guerra, né si riduce al solo equilibrio della forza avversaria, bensì è il frutto dell’ordine piantato nella società umana dal suo divino fondatore e che gli uomini assetati di una giustizia perfetta dovranno portare a termine”.
    La Forza Armata Nazionale deve essere uno strumento di potere per la democrazia politica, la pace e lo sviluppo, la cui attuazione sta nella sfida lanciata dalla volontà nazionale e la leadership, con mire alla rivendicazione delle istituzioni e dei procedimenti a favore del collettivo nazionale.
    Da ora in poi si impone, a questo umile soldato della fanteria paracadutista, un tempo di riflessione.
    Questi sono i sette principi che vigono nel codice di Bushido, la guida morale della maggioranza dei Samurai. Siate fedeli ad essi e il vostro onore crescerà. Rompete il codice e il vostro nome sarà infamato dalle generazioni a venire:
    1. Gi – Onore e giustizia. Sii onorevole nelle trattative con tutti. Credi nella giustizia
    2. Yu – Valore eroico. Alzati al di sopra della massa di gente che teme l’azione. Nascondersi come la tartaruga nel suo guscio non è vivere. Il coraggio eroico non è cieco. È intelligente e forte. Sostituisci la paura con il rispetto e la precauzione.
    3. Jin – Compassione. Sviluppa un potere che verrà usato per il bene di tutti. Aiuta i tuoi simili quando ti si presenta la possibilità. Se non si presenta, vai a cercarla.
    4. Rei – Cortesia. Un Samurai è cortese anche con i suoi avversari. Riceve rispetto non solo per la sua fierezza, ma anche per il suo modo di trattare gli altri. L’autentica forza interiore del Samurai si vede nei tempi difficili.
    5. Meyo – Onore. Le decisioni che prendi e il modo in cui le porti a termine sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nascondere te stesso.
    6. Makoto – Sincerità Assoluta. Quando un samurai dice che farà qualcosa, è come se fosse già fatta. Il semplice fatto di parlare ha messo in funzione l’azione. Parlare e fare sono la stessa cosa.
    7. Chugo – Dovere e Lealtà – Le parole di un uomo sono come le sue impronte: può seguirle ovunque egli voglia andare.
    Che Yahvé, Elhoim degli Eserciti, Supremo creatore di tutte le cose, benedica e protegga per sempre la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
    1) Venerdì della settimana scorsa, nella trasmissione di Radio Rai Due Trame, il conduttore Favetto ha ironizzato su Chávez che vorrebbe “adeguare il tempo ai suoi desideri, come tutti i dittatori”. Riecheggiava, ahimè, parole in libertà di Massimo Cacciari. Il giorno prima, il conduttore con gravi deficit di cultura de Il cammello di Radio Due aveva detto, all’incirca: “Avete sentito di Chávez? Vuole spostare di mezz’ora l’ora legale! Per cui qua sono le 19,30, là le 20!” (!!!!!!! Testuale, lo giuro!).
    Mezzi cretini a parte, la risposta migliore è venuta dal blog raccomandabile di Gennaro Carotenuto. Riassumo. Sono numerosi i paesi situati ai tropici che spostano di mezz’ora il tempo assegnato loro dai cartografi britannici dell’Ottocento. Non si tratta di “ora legale”, che là non può esistere: le giornate sono più o meno uguali. Si tratta invece di sfruttare al meglio la luce. E non per fare lavorare di più, come insinua Il Corriere della Sera. Uno degli articoli della nuova costituzione venezuelana che meno garbano al suo vicedirettore, l’ex picista Pierluigi Battista, è quello che fissa la settimana lavorativa in 36 ore. Per tutti e ovunque. Dio ci guardi dagli ex, dai post e dai pentiti del “socialismo reale”. Hanno conservato la mentalità di prima (insinuare, calunniare, mentire, stravolgere, specie nei riguardi del “nemico a sinistra”) al servizio di una diversa ideologia.
    LA NOTA IN CODA
    Certo il “socialismo del XXI secolo” proposto dal Venezuela è ancora tutto da definire. Chávez propone varie forme di proprietà: statale (materie prime, comunicazioni), privata, mista, cooperativa (specie nelle campagne), comunale. “Pazzo” com’è, sostiene la subordinazione della Banca Centrale al potere politico. Grande eresia, si strilla in Occidente. Niente affatto, si risponde dall’altra parte dell’Oceano. Guai a lasciare la finanza rendersi autonoma. Lo avevano intuito i sandinisti negli anni ’80, in Nicaragua, e Marx ne Le guerre civili in Francia, scritto più di un secolo prima. La finanza ha l’eterna tendenza a rendersi indipendente dall’economia concreta, e a trascurare le ricadute sociali della sua dinamica. Lo sanno bene, o l’intuiscono, i cittadini europei, soggetti alle scelte di una BCE svincolata da forme democratiche di controllo.
    Il progetto di “economia mista” avanzato da Chávez non è comunque di natura autoritaria, tanto che ha l’appoggio di alcuni gruppi libertari venezuelani (vedi qui e qui). Non è nemmeno particolarmente ambizioso. Intende dare priorità all’emancipazione dalla miseria, piaga tradizionale latinoamericana, e all’innalzamento del tenore di vita dei mestizos, componente maggioritaria della popolazione del Venezuela, fino a dieci anni fa totalmente esclusi dalla vita democratica (al punto che molti di essi, per non parlare degli indios veri e propri, non erano iscritti né nelle liste elettorali né all’anagrafe).
    Il “modello cubano”, difficile da esportare, non c’entra nulla; tanto è vero che, per quanto Chávez renda spesso omaggio a Fidel Castro, in nome della resistenza cinquantennale di Cuba all’Impero, oggi è il Venezuela che inietta risorse nell’economia cubana, e non il contrario. L’alleggerimento della logica dell’ “emergenza” a Cuba, e l’ampliamento, per quanto molto parziale, delle libertà sull’isola, a Chávez devono molto.
    Poi ci sarebbe da dire dell’Argentina, del Nicaragua, dell’Ecuador, della Bolivia ecc. Il Venezuela persegue un progetto di “commercio equo e solidale” (diciamolo in termini europei) totalmente diverso dall’ingerenza indubbia, anche se contrapposta al più ingerente dei nemici, che fu praticata dall’ex URSS e dagli stessi cubani. E ha un’idea di pace molto coerente. Le parole del generale Baduel, vecchio compagno di Chávez, già danno l’idea di militari diversi da come ce li figuriamo, specie in rapporto all’America Latina. Quanto alla solidarietà tra Venezuela e Iran, letta frettolosamente dal povero Pierluigi Battista e da altri come alleanza tra “Stati canaglia”, può assai meglio essere vista come un superamento dello “scontro tra civiltà” che l’Occidente – e, di converso, gli integralisti musulmani disseminati per il mondo a partire dalla “democratica” Arabia Saudita – persegue forsennatamente, spinto da pulsioni suicide. Nel primo incontro tra Chávez e Mahmoud Ahmadinejad, il presidente venezuelano richiamò ripetutamente, nel suo discorso, “Cristo redentore”. Non fu fischiato, bensì applaudito. Senza che ciò implichi che il Venezuela sia uno Stato confessionale, naturalmente.
    Ma torniamo al “socialismo del XXI secolo”. Chávez, indubbiamente senza saperlo, pare richiamarsi a Hilferding (autore de Il capitale finanziario), scomunicato da Lenin e da allora detestato dai comunisti. Non si ispira a Cuba: semmai, in parte, il suo modello ancora imperfetto ricorda quello che i sandinisti intendevano costruire negli anni Ottanta, senza riuscirvi a causa della sanguinosissima rappresaglia scatenata dagli Usa. Però le vere radici del pensiero di Chávez vanno ricercate altrove. Nelle sue radici di indio, compartite da Morales e Correa. Di qui il suo insistere sulla base comunale della proprietà (quando, negato il rinnovo della concessione a RCTV, ha dato vita alla televisione “comunalista” TVES, questa è stata immediatamente definita da un’opposizione indecente “la tv dei negri”: non si era abituati alla comparsa di gente dalla pelle scura sullo schermo).
    Ciò apparenta Chávez alla rivolta di Marcos, e a tante altre rivolte che stanno avendo luogo in America Latina. Sono gli indios e i meticci che, un tempo esclusi da tutto, riprendono la parola, a Caracas come a La Paz come a Oaxaca. Il modello sociale di cui sono portatori non è il comunismo né la socialdemocrazia, ma qualcos’altro: il comunitarismo tradizionale dei loro insediamenti, fondati sull’autogoverno (2). Difficile da sopprimere, una volta scoperchiato, dopo secoli, il vaso di Pandora. La rivoluzione messicana, durata un ventennio e vittoriosa, ebbe proprio questa origine.
    Ci sono lezioni da apprendere, per il movimento no-global (chiamiamolo così) italiano? Non sta a me dirlo. Mi basta sapere che Chávez, in ogni pubblica apparizione, è acclamato in tutto il mondo, mentre il brasiliano Lula (commerciante dell’anti-ecologico etanolo, combustibile fatto con mais strappato alle bocche degli affamati) è accolto con freddezza. Per non parlare del pietoso presidente spurio del Messico, il neoliberale e filo-Usa Calderón, che non osa nemmeno uscire dalla propria tana, dopo un’elezione scandalosamente truffaldina. Dovunque appaia lo accolgono pernacchie.
    L’auspicio è che, prima o poi, i portabandiera (di destra e di sinistra) dell’ideologia neoliberale, fonte di guerra e matrice di precariato e miseria, siano spernacchiati dappertutto, come meritano.
    (V.E.)

    (2) Karl Marx vide nel mir, la proprietà collettiva contadina, l'embrione della futura rivoluzione russa. Idea fatta propria dagli SR, i "socialisti rivoluzionari", e avversata da Lenin, che liquidò, teoricamente e materialmente, gli SR dell'ala sinistra (ce n'era anche una di destra, bellicista) come "forza reazionaria".

  4. #4
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    Di fronte allintervento Americano e a una nuova offensiva controrivoluzionaria

    Venezuela

    Per sconfiggere la reazione la rivoluzione deve avanzare verso il socialismo!

    Negli ultimi giorni si è intensificata la campagna di provocazioni e pressioni contro il processo rivoluzionario in Venezuela, da parte dell’imperialismo Usa. Rappresentanti di primo piano dell’amministrazione americana hanno rilasciato dichiarazioni e fatto pressioni sul consiglio elettorale nazionale (Cen) perché sostenga l’opposizione nel suo tentativo di convocare un referendum per far dimettere il presidente. Il governo venezuelano ha denunciato pubblicamente questo crescente intervento esterno. Sono anche state trovate prove di come Sumate, l’organizzazione dell’opposizione che sta coordinando la raccolta di firme, ha ricevuto dei finanziamenti dal “US National Endowment for Democracy” (Fondo nazionale Usa per la Democrazia) cosi come molte altre organizzazioni dell’opposizione (per maggiori dettagli visitate il sito web: www.venezuelafoia.info/)

    Naturalmente i reazionari non riconosceranno mai una decisione del Cen contro la validità delle firme che avrebbero già raccolto. Ci sono sospetti molto diffusi di manovre fraudolente avvenute durante la raccolta di firme da parte dellopposizione, sembra addirittura che migliaia di moduli di firme abbiano la stessa scrittura.
    Denunciamo questa campagna come un nuovo tentativo di rovesciare il governo Chavez e arrestare il processo rivoluzionario che si è aperto in Venezuela. Limperialismo e lelite dominante locale non possono più tollerare lattuale situazione. Non possono tollerare un governo che aumenta gli investimenti nella sanità e nelleducazione, che si rifiuta di privatizzare le imprese e i servizi pubblici, che si oppone allaccordo di libero scambio per il Nord America (Nafta), conferma il carattere pubblico del settore petrolifero, ecc. Ma soprattutto non possono tollerare il processo di organizzazione e di politicizzazione delle masse che si è sviluppato nel paese. Il movimento rivoluzionario delle masse venezuelane ha già sconfitto per due volte i piani dellimperialismo e delloligarchia locale, quando hanno organizzato il colpo di stato dell11 aprile 2002 e poi durante la serrata padronale e il sabotaggio del settore petrolifero del dicembre 2002/gennaio 2003.

    Ma il pericolo di un colpo di stato reazionario non è sparito del tutto. Loligarchia locale e limperialismo proveranno più e più volte a fermare il processo rivoluzionario. Anche se ora sono più deboli, più divisi e demoralizzati, non si puo abbassare la guardia. Lunico modo per proteggere il processo rivoluzionario è quello di rafforzarlo e di andare avanti. Quelli che hanno organizzato il colpo di stato e il sabotaggio del settore petrolifero sono ancora liberi o in esilio. Devono essere processati. Ma il sistema giuridico è ancora fermamente controllato dalla reazione. Questo è stato ampiamente dimostrato quando la Corte suprema di giustizia ha dichiarato che non cè stato nessun colpo di stato nellaprile 2002 ma solo un vuoto di potere. Il vecchio sistema di giustizia reazionario deve essere smembrato e deve essere stabilito il principio dellelezione popolare dei giudici come unica garanzia per un sistema giuridico giusto che difenda le masse e non i ricchi.

    Loligarchia venezuelana e le imprese multinazionali controllano ancora i mezzi di comunicazione, lindustria privata e il sistema bancario. Usano la proprietà di queste leve fondamentali della società per sabotare la volontà della maggioranza e per preparare un nuovo colpo di stato reazionario. Devono essere nazionalizzati e posti sotto il controllo democratico dei lavoratori e della popolazione. Queste risorse devono essere utilizzate per soddisfare i bisogni della maggioranza allinterno di una pianificazione democratica delleconomia.
    Nonostante il sabotaggio del settore petrolifero sia stato sconfitto dallazione diretta dei lavoratori che hanno preso il controllo dellindustria petrolifera (insieme alle comunità locali e alla guardia nazionale), la medesima struttura burocratica è ancora fondamentalmente presente nella Pdvsa, lindustria petrolifera statale. La Pdvsa deve essere posta sotto la gestione e il controllo democratico dei lavoratori, questo è lunico modo di impedire che emerga una nuova burocrazia che gestisca limpresa per il suo interesse.

    Anche se molti ufficiali reazionari hanno abbandonato lesercito quando si sono ammutinati, molti altri sono ancora attivi nellesercito e la struttura borghese tradizionale dellesercito è ancora in gran parte intatta. Solo formando comitati di soldati e ufficiali rivoluzionari collegati alle organizzazioni rivoluzionarie dei lavoratori e della popolazione che già esistono al di fuori dellesercito si potrà garantire che lesercito non sarà usato contro la popolazione.

    I ministeri e lapparato statale in generale sono pieni di reazionari che sabotano costantemente il processo rivoluzionario. Queste istituzioni capitaliste devono essere abolite e sostituite dallelezione popolare di tutte le cariche pubbliche con diritto di revoca e con uno stipendio non superiore a quello di un lavoratore specializzato.

    Il movimento rivoluzionario dei lavoratori e della popolazione ha dimostrato ancora una voltala sua volontà di combattere la reazione, ma le organizzazioni rivoluzionarie sono ancora piccole, divise e disperse. Devono essere unite sulla base di assemblee rivoluzionarie e di comitati di difesa rivoluzionari in tutti i quartieri operai, fabbriche, scuole e villaggi, dove le tendenze politiche rivoluzionarie siano libere di portare le loro posizioni in modo che possano essere democraticamente discusse. Questi comitati devono essere coordinati a livello locale, statale e nazionale sulla base di rappresentanti democraticamente eletti con diritto di revoca. Solo attraverso un dibattito democratico il movimento rivoluzionario potrà raggiungere lunità necessaria.

    Se queste misure fossero applicate rappresenterebbero linizio di un movimento verso il socialismo. Questa è lunica via per assicurare il futuro del processo rivoluzionario. Alcuni diranno che lapplicazione di queste misure sarebbe una provocazione verso limperialismo americano e porterebbero ad un intervento militare, ma in realtà limperialismo Usa e loligarchia locale non hanno bisogno di nessun altra provocazione, hanno cospirato e sono intervenuti contro il processo rivoluzionario sin dallinizio. Solo facendo appello ai lavoratori e ai contadini del resto dellAmerica Latina e agli stessi lavoratori americani di seguire la stessa strada del popolo venezuelano prendendo il futuro nelle proprie mani si può impedire o sconfiggere un intervento imperialista. Una rivoluzione socialista in Venezuela con un chiaro appello internazionalista sarebbe un punto di riferimento formidabile per le masse di lavoratori e contadini in tutto il continente che hanno già cominciato a muoversi in paesi come lArgentina, lEquador, la Bolivia, la repubblica dominicana, ecc. Lunico modo per salvare la rivoluzione è di estenderla.

    No allintervento Usa in Venezuela!
    Difendiamo la rivoluzione venezuelana!
    Avanti verso il socialismo!

  9. #9
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    Venezuela: il socialismo



    nazionale è possibile





    | Lunedi 7 Novembre 2005 - 14:06 | Danilo Zongoli |




    Il Venezuela avvistato nel 1498 da Cristoforo Colombo (1), esplorato da Amerigo Vespucci che lo chiama in tal modo dopo aver visto la laguna di Maracaibo che gli suggerisce l’idea di una “piccola Venezia” entra nell’impero spagnolo. La regione, povera di risorse, è una delle più emarginate dei territori spagnoli d’oltremare. Le zone meno povere sono le aree vicino alle coste dove si insediano delle piantagioni , ma la povertà non risparmia neanche questi territori in quanto le ricchezze vengono depredate dalla plutocrazia locale. Proclama , nel 1811, la propria indipendenza e aderisce alla “Grande Colombia” (2); tuttavia la vera indipendenza dalla Spagna si raggiunge solo nel 1821 dopo la vittoria della guerra di liberazione nazionale da parte dell’esercito del Patriota Simon Bolivar (3). Il Venezuela si distacca, nel 1830, dalla disciolta federazione e inizia un lunghissimo periodo di lotte intestine le quali contribuiscono ad incrementare la povertà della Nazione. Il petrolio viene scoperto nei primi anni del XX secolo. L’oro nero , di cui il Venezuela è uno dei maggiori produttori mondiali, potrebbe dare vita ad una RINASCITA NAZIONALE del Venezuela. Le ingerenze statunitensi rinforzate dalla DOTTRINA MONROE determinano l’alternarsi di regimi autoritari dal 1908 al 1935, benché cominci un lento processo di modernizzazione pur sempre caratterizzato da una iniqua e ineguale distribuzione delle ricchezze, che portano il paese a combattere nella seconda guerra mondiale al servizio degli Stati Uniti d’America. La fase democratica, seppure interrotta da frequenti colpi di Stato, inizia nel 1958 e nel 1961 viene approvata la nuova Costituzione. La carta costituzionale, modellata su quella statunitense, prevede una repubblica federale di tipo presidenziale. La Nazione viene divisa in venti Stati che possiedono una discreta autonomia. Il potere esecutivo spetta al Presidente eletto a suffragio universale e resta in carica per cinque anni. Il potere legislativo è appannaggio del Congresso, che si divide nel Senato composto di due rappresentanti per ogni Stato e per il distretto federale e nella Camera del Rappresentanti eletta con il sistema proporzionale, scelto a suffragio universale ogni cinque anni. I due principali partiti, che si alternano al potere nel secondo dopoguerra, sono il socialdemocratico e il cristiano sociale. La dura realtà venezuelana non cambia e questo territorio sudamericano rimane caratterizzato da una notevole povertà e dall’asservimento agli Stati Uniti. Il Venezuela è ricco di risorse :” La risorsa principale è il petrolio dei bacini di Maracaibo, Barinas, Anzoàtegui, Monagas, Delta Amacuro, Falcon e Guàrico; importante è anche la produzione di gas naturale (giacimenti di Amana, Maraven, Lechoso, Placer). Il Venezuela dispone anche di altri minerale in primo luogo ferro ( giacimenti a Cero Bolivar, El Pao e San Isidro), oro ( sugli affluenti di destra dell’Orinoco) diamanti ( alto Icabarù), asfalto, amianto, magnesite, carbone ( Naricual, Capiricual), bauxite, fosfati. Si estrae inoltre sale marino ( saline di Araya, La Redonda, Las Cumaraguas Coche)”(4) eppure i dati economico sociali sono disastrosi. Le vie di comunicazioni, nonostante la costruzione di molte infrastrutture in primis nello stretto di Maracaibo per favorire il commercio del petrolio, sono insufficienti e precarie (5), la rete ferroviaria è esigua e molte zone del paese sono praticamente irraggiungibili.
    Un’altra storica piaga è l’analfabetismo. Il tasso di inflazione supera il trenta per cento e la disoccupazione il quindici per cento. Basta visitare Caracas, la Capitale, per avere una idea della povertà. Troviamo estese bidonvilles, dato comune alle metropoli di tutta l’America latina, testimonianza di una crescita economica e demografica cittadina improvvisa e incontrollata. Tutto ciò stride se comparato all’imponenza del Centro Bolivar, costruito nel 1953, con le due torri che fanno da sfondo alla grande avenida Bolivar, con le moderne arterie stradali che collegano El Pulpo (Il Polipo) con le periferie e, con le lussuose ville dell’oligarchia.Si può affermare che gran parte della popolazione patisce la fame. Maggioranza e opposizione che si alternano al governo non rispondono alle due principali richieste del popolo ovvero la GIUSTIZIA SOCIALE E LA VERA INDIPENDENZA DAL NEOCOLONIALISMO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA. Le due cose sono strettamente collegate: infatti non ci può essere giustizia sociale senza indipendenza (le ricchezze del Petrolio e di altri beni vanno in gran parte alle multinazionali e solo le briciole al popolo che le produce mediante il Lavoro) e non ci può essere indipendenza senza giustizia sociale (la classe dirigente plutocratica, in tutto il Sud America riceve come compenso per la sua subordinazione agli USA il sostegno della grande potenza americana). La situazione sembra drammatica. L’intero continente americano, con l’eccezione di Cuba assediata, è sottoposto al rigido controllo statunitense e coloro i quali si oppongono ad esso vengono, come Peron ed Allende, messi nelle condizione di non nuocere tra l’altro la gente latinoamericana non può nemmeno contare sul sostegno europeo poiché,purtroppo, l’Unione Europea sembra, in gran parte, vedi Iraq e Jugoslavia, seguire una politica estera funzionale agli interessi d’oltreoceano. Come spesso accade nella Storia, quando tutto sembra perduto, quando ogni speranza risulta essere razionalmente vana, le forze sane della Nazione risorgono. Il 6 dicembre 1998 viene eletto come Capo dello Stato Hugo Chàvez Frìas socialista nazionale e ostile ai poteri forti interni e internazionali. Il partito del Presidente Chàvez, ovvero il Movimento per la V Repubblica, ottiene alle ultime elezioni 76 seggi mentre gli avversari, riuniti nella filostatunitense Coordinadora Democratica (eterogenea coalizione composta di liberisti, movimenti di destra,”sindacalisti” e quant’altro) solo 60. Chàvez proviene dalla Forze Armate ma è di una pasta ben diversa dai generali sudamericani come Pinochet e Videla i quali invece di servire il proprio popolo e la Patria servono gli Stai Uniti. Le parole, nel caso del presidente Chàvez sono seguite dai fatti! Chàvez distribuisce la terra ai contadini, nazionalizza il petrolio,avvia un piano di edilizia popolare, crea un mercato alternativo a quello globalizzatore delle multinazionali, con l’Argentina di Kirchner e il Brasile di Lula (sebbene il presidente del Brasile si dimostra troppo cauto), sconfigge l’endemico dramma dell’analfabetismo destinando il diciassette per cento della spesa pubblica all’istruzione (6) grazie alla politica attuata dal Ministro della Istruzione Moncada e, per rispondere alla influenza mediatica degli USA NASCE IL TELESUR (7) la televisione satellitare latino americana. Inoltre il nuovo esecutivo venezuelano raggiunge uno storico accordo con il Brasile per la costruzione di un oleodotto in base a questo accordo il Brasile fornisce l’alta tecnologia e il Venezuela il Petrolio (8); per finire il Venezuela fornisce il petrolio a Cuba vittima dell’infame embargo statunitense e ultima difesa dal mondialismo.
    Naturalmente gli Stati Uniti non stanno a guardare. La Coordinadora Democratica, secondo il Presidente finanziata dalla CIA, dopo due mesi di battaglie legali e di piazza (9) raccolgono due milioni e mezzo di firme, nonostante il Presidente è stato rieletto trionfalmente il 30 luglio 2000, per revocare il mandato presidenziale di Chàvez. Il referendum ha luogo durante l’estate del 2005 e la vittoria di Chàvez conferma una verità la maggioranza del popolo venezuelano sta con il presidente! Quindi la rivoluzione Chàvista giunge e infiamma l’intera America Latina. I Socialisti Nazionali Europei devono sostenere il popolo venezuelano e la sua Rivoluzione, patriottica e socialista, sperando che non si verifichi, per usare un linguaggio balcanico, una controrivoluzione “colorata” oppure un’altro 11 settembre, di cui nessuno parla più, quello del 1973 (10). Peraltro le agitazioni sindacali antigovernative somigliano tanto allo sciopero degli autotraspotatori cileni che prelude al colpo di Stato di Pinochet.
    L’eco del Socialismo Nazionale Venezuelano non arriva solo nella martoriata, dal FMI, Argentina e, quantunque in misura minore, in Brasile ma anche in Bolivia dove Evo Morales, del Movimento al Socialismo si contrappone nelle elezioni presidenziali a Jorge Quiroga (11).
    I successi del Socialismo Nazionale proprio in Venezuela, nell’area geopolitica dell’America Latina la maggiore vittima dell’imperialismo a stelle e strisce, dimostrano a noi europei che il Socialismo Nazionale è possibile, che si può ,anzi si deve, vincere. AVANTI PER IL SOCIALISMO NAZIONALE.


    NOTE




    1) Cfr. AA.VV. “La Nuova Enciclopedia Geografica Garzanti”, voce Venzuela, edizioni Garzanti Milano 1988.
    2) Unione dei seguenti paesi sudamericani :Colombia, Ecuador, Panama e Venezuela.
    3) Simon Bolivar (1783-1830) eroe della indipendenza della America Latina nasce da una agiata famiglia a Caracas e muore a Santa Marta. Studia a Madrid e viaggia moltissimo, in gioventù, in tutta Europa. Torna in Patria nel 1810 e partecipa alla guerra d’indipendenza contro la Spagna. Inviato a Londra, il governo inglese è neutrale, per chiedere sovvenzioni per gli insorti, torna nuovamente in America per partecipare attivamente al conflitto armato.
    Sconfitto dal generale Monteverde ripara a Cartagena dove organizza una nuova insurrezione di cui diventa il Capo indiscusso. Questa volta sconfigge più volte le truppe di Monteverde e dopo la proclamazione, ad opera del Congresso dei Delegati della Province Insorte, come Liberatore dell’America Latina assume la dittatura. La Spagna riconquista gran parte dei territori grazie all’ausilio dei llaneros e il Nostro si rifugia ad Haiti. La Rivoluzione, tuttavia, non si ferma e nel 1819 viene proclamata l’indipendenza del Venezuela e dopo la rivoluzione spagnola del 1820 libera la Colombia e l’alto Perù e fonda la Repubblica Bolivar. Costringe l’armata spagnola, nel 1826, alla capitolazione di Callao che determina l’indipendenza dell’intero Perù. Si scatenano le gelosia a cui non risulta estranea la Spagna e nasce una congiura contro Bolivar che viene privato della presidenza a vita. La reazione popolare serra i ranghi attorno a Bolivar il quale riconquista il potere mantenendolo fino alla sua morte avvenuta appunto nel 1830.
    4) Vedi AA.VV. “Calendario Atlante De Agostini 2005”, voce Venezuela, edizioni De Agostini Novara 2004.
    5) La metropolitana è in funzione, a Caracas, dal 1983.
    6) Si veda C.T. “Il Venezuela sconfigge l’analfabetismo” in “Rinascita” del 29 ottobre 2005.
    7) Cfr. Federica Ranacci “Telesur: lotta totale al pensiero unico” in “Rinascita” del 25 ottobre 2005.
    8) Cfr. Giorgio Vitali “L’anima dell’Impero” in “Rinascita” 29 ottobre 2005
    9) Cfr. “Calendario Atlante De Agostini” cit.
    10) Le elezioni del 1970 sanciscono, in Cile, la vittoria di Salvador Allende sostenuto dalla coalizione socialista Unidad Popular. Allende teorizza la “via cilena al socialismo” i cui punti principali sono :1) la nazionalizzazione dell’industria del rame, controllata dal capitale statunitense 2) la riforma agraria 3) apertura nei confronti di Cuba. Il presidente Allende mantiene la promessa di nazionalizzare le industrie minerarie e post hoc ergo propter hoc l’undici settembre 1973 le forze armate cilene sobillate, guidate dal generale Pinochet, dagli USA organizzano un golpe che segna la fine della via cilena al socialismo.
    11) Cfr. Cristiano Tinazzi “ Bolivia, caos in parlamento” in “Rinascita” del 29 ottobre 2005.

  10. #10
    Klearchos
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    bellissimo

 

 
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