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    Thumbs down La sinistra divisa sul Federalismo Portuale

    Liguria 7 novembre:

    L' EXTRAGETTITO PORTUALE PER LE GRANDI OPERE IN LIGURIA

    GENOVA. 7 NOV. Promosso dal presidente Claudio Burlando e da un'alleanza bipartisan tra i parlamentari liguri, il progetto, come primo embrione di federalismo fiscale, è stato inserito in finanziaria, all'articolo 5. Si tratta dell'utilizzo dell'extragettito fiscale prodotto dai porti liguri realizzare le grandi opere infrastrutturali in regione. Il disegno di legge ha iniziato il suo iter in Senato. L'elemento su cui punta il progetto è la crescita del traffico portuale, che genera gettito fiscale, del quale rimangono solo 18 centesimi di diritti per tonnelata negli scali dove questo gettito viene prodotto. Secondo uno studio, la ricchezza prodotta dai porti liguri è stata pari a 22,364 miliardi di euro (e l'attivo per la bilancia dei pagamenti è di 410 milioni di euro). Il fisco ha incassato quasi 4 miliardi di euro, e su questa cifra si può fare leva per l'extragettito. Per quest'anno si prevede di arrivare alla somma di 300 milioni oltre quella destinata alle casse centrali dello Stato. L'extragettito dovrà servire ad aprire dei mutui, e le quote restituite da Roma al territorio ogni anno serviranno come rate di questi mutui contratti per realizzare le infrastrutture; pare che alcuni istituti bancari abbiano già mostrato interesse al progetto. Il sindaco di Genova si è spinta più in là di Burlando, arrivando a proporre l'estensione del progetto a tutte le imprese stabilite nel capoluogo ligure, calcolando l'extragettito rispetto alla dichiarazione dei redditi dell'anno precedente.

    La risposta di Roma sempre al 7 novembre:

    Terzo Valico: il Ministro Bianchi gela la Liguria

    Non va giù all’associazione delle Autorità portuali italiane che la Liguria usi l’extragettito dei porti di Genova, Savona e La Spezia per costruire il Terzo valico, il ministro Alessandro Bianchi boccia il federalismo infrastrutturale se «mette le Regioni del Sud contro il Nord» e così ora Claudio Burlando e Marta Vincenzi sudano freddo.

    Il progetto della Regione Liguria e del Comune di Genova per costruire la linea ferroviaria ad alta capacità con i soldi dei porti è appeso all’esame della Finanziaria da parte del Senato: se la norma sull’extragettito che resta alle Regioni- sostenuta e portata avanti proprio dalla Liguria - viene cambiata nel senso che ieri auspicava sia il ministro Bianchi che Assoporti, rischia di saltare tutto.

    Ad aprire il tiro incrociato sui progetti federalisti di Genova, ieri all’assemblea di Assoporti, è il presidente Francesco Nerli, che ha tenuto un discorso molto critico sulle politiche del governo, lamentando la lentezza nell’attuazione delle norme approvate nella Finanziaria 2007 e dicendosi perplesso anche sul d.d.l per il 2008.

    Perplessità che riguardano soprattutto la norma sull’extragettito contenuta all’articolo 5: il meccanismo per cui le Regioni incamerano fondi solo se i porti incrementano i traffici, secondo Nerli, non assicura la necessaria stabilità delle entrate per finanziare le infrastrutture. Ma, soprattutto, Nerli contesta il ruolo delle Regioni, depositarie del “tesoretto”: «La canalizzazione di flussi di finanziamento attraverso le Regioni - sostiene Nerli - sembra non favorire un’organica e complessiva visione dell’articolato, polifunzionale sistema dei porti maggiori nazionali». Tradotto vuol dire che i soldi generati dagli incrementi dei traffici vanno ripartiti secondo criteri politici. Per la Liguria, che conta poco in Assoporti nonostante il peso dei suoi tre scali, suona come un avvertimento: non pensate di tenervi tutti quei soldi per il Terzo valico.

    «Le grandi infrastrutture - sostiene il presidente di Assoporti, caldeggiando l’uso dell’extragettito solo per le banchine - vanno finanziate dallo Stato e non possiamo pensare che ogni porto con il suo extragettito sostenga il finanziamento di opere che a Genova si chiamano Terzo valico, altrove Napoli-Bari o passante di Mestre». Anna Donati, presidente della Commissione Lavori pubblici e comunicazioni del Senato, partito dei Verdi, rincara la dose: «Per le grandi opere ci sono altre risorse». Soprattutto, il ministro Alessandro Bianchi si dice contrario al federalismo infrastrutturale se non è costruito in una «cornice condivisa a livello nazionale» perché altrimenti porta ad un «conflitto tra alcune aree del centro nord e altre del sud». L’extragettito alle Regioni va bene, mette avanti il ministro Bianchi, ma occorre calibrarlo meglio. Ed è proprio il “calibramento” che terrorizza Genova.

    Bianchi, inoltre, si è detto contrario a una riforma federalista della legge sui porti: «Un cambiamento radicale del ruolo delle Autorità portuali non c’è mai passato per la testa, piuttosto pensiamo a un’opera di chirurgia estetica» Regione Liguria e Comune di Genova si compattano e provano a fare fronte: nei prossimi giorni presenteranno una proposta congiunta perché la nuova 84/94 permetta ai territori di darsi nuove forme di governo dei porti.


    Tradotto: Nei prossimi anni continuerà lo scippo delle nostre risorse a favore della casta romana; i soldi dei liguri finiranno "politicamente" (come dice il ministro) in tasca di qualcun altro ed il terzo valico rimarrà ancora solo un bel sogno. Ma quando finirà tutto questo?

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  2. #2
    Juv
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    E pensare che dalla circoscrizione fino allo stato, tutti i comuni portuali liguri sono governati dalla sinsitra. E nonostante ciò, Burlando non riesce a tutelare i nostri interessi ed a farci tenere ciò che è nostro.

  3. #3
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    Questa concessione avrebbe potuto avere un effetto domino, per questo è stata bocciata. Se la sinistra genovese ha gli attributi, e tutti sappiamo che non li ha, chiami la gente in piazza.

  4. #4
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    Sul federalismo portuale, la regione Lombardia avrebbe dovuto sostenere nettamente la regione Liguria anche se di colore politico diversissimo!

  5. #5

  6. #6
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    http://gabriocasati.org/?p=141

    da Il Riformista 13-11-2007)

    La consueta gazzarra che accompagna la definizione del testo della finanziaria – l’atto legislativo di più forte significato politico – si arricchisce quest’anno di un elemento evidente: il federalismo. Che in Parlamento, in tutte le sue possibili declinazioni, incontra ostacoli quasi insormontabili quando insiste sul principio di una distribiuzione delle risorse non mediata dal centro romano.
    Emblematica, in questo senso, la vicenda della destinazione dell’extra gettito prodotto dalle attività portuali da destinare direttamente ai porti in cui viene generato. Misura assurta all’attenzione nazionale perché fatta propria dal rinnovato attivismo politico e programmatico della città di Genova, ed elaborata per finanziare lo sviluppo del porto e il collegamento ad alta velocità con il bacino della pianura padana. Niente di rivoluzionario né, tanto meno, di secessionista. Solo un tentatitvo di attuare una forma di autonomia finanziaria per le autorità portuali. Misura peraltro molto diffusa in tutta Europa e la cui adozione in Italia consenitrebbe ai nostri porti di recuperae un po’ del terreno perso verso i loro principali competitori europei. Due dati: a) tra 2005 e 2006 il porto di Genova ha perso il suo storico primato nel Mediterraneo a favore di Barcellona e Valencia; b) a fronte di 0,64 euro di “diritti portuali” per tonnellata movimentata a Rotterdam, 0,78 a Valencia, 0,89 a Marsiglia e 1,05 di Barcellona, ai porti liguri ne restano solamente 0,18 (Certet Bocconi).

    Ebbene, dopo un iniziale entusiasmo per una misura che prevedeva di trattenere l’80% dell’IVA derivante da aumenti dell’attività, la norma è stata puntualmente neutralizzata e Roma ha dichiarato, con la solita stizza papalina, la sua indisponibilità a rinunciare al ruolo di iniquo redistributore di risorse accentrate. I parlamentari d’ogni schieramento eletti al Nord, a quanto pare, hanno di meglio cui pensare.

    L’intera vicenda, grave per tutto il Nord, offre lo spunto per due riflessioni. La prima riguarda la rappresentanza fornita dal sistema partitico nazionale agli specifici interessi del Nord, in primo luogo al federalismo. Un federalismo che trasferisca ai territori, unitamente alla gestione di una quota molto significativa delle risorse prodotte in loco, anche la responsabilità fiscale e di bilancio esclusive che derivano proprio dalla gestione di quelle risorse.

    A parte la Lega, che sembra però molto più impegnata nella difesa di presunte tradizioni indigene e in lotte demagogiche contro l’immigrazione (scavalcata a quanto sembra proprio dal Pd), il quadro è realmente sconfortante: la questione settentrionale non trova alcuna seria accoglienza in nessuno partito nazionale. Per essere chiari, questione settentrionale significa iniquità dei meccanismi di redistribuzione a livello nazionale delle risorse che i singoli territori producono. Significa quel forte disequilibrio territoriale tra raccolta del gettito e distribuzione delle risorse pubbliche operata dallo Stato. Uno squilibrio sintetizzato con buona approssimazione dall’indicatore del residuo fiscale che vede sostanzialmente solo tre regioni (Lombardia e, a distanza, Veneto ed Emilia Romagna) versare alle casse dello Stato molto più di quanto ricevono (cfr. elaborazioni Unioncamere Veneto su dati del Dipartimento per lo Sviluppo Economico). È qui, proprio in relazione alla geografia fiscale del Paese, che entrano in tensione i principi di solidarietà e di coesione nazionale.

    Chi sarà in grado di affrontare un problema ormai insostenibile per il Nord, indiscussa locomotiva dell’intero paese? Chi sara’ dunque in grado di salvare l’unità nazionale? Il sistema di potere romano è troppo ramificato ed efficiente, e il Nord troppo arretrato politicamente per porre la soluzione nelle mani di una normale dialettica tra correnti e indirizzi all’interno di partiti nazionali. Da qui la necessità irrinunciabile, per le sorti future dell’intero paese, della nascita di un partito realmente nordista. Un partito progressista del Nord, autonomo e capace di dialogare in maniera non subalterna con la parte migliore del Pd nazionale, stabilendo con esso durature e chiare alleanze politiche nazionali e locali.

    E proprio da qui nasce la seconda riflessione, riguardante la specifica evoluzione della politica lombarda. È sempre più evidente come la Grosse Koalition lombarda sia, giorno dopo giorno, sempre meno una curiosità politologica e sempre più un concreto sbocco politico. Un anno di convergenze (su autonomia, federalismo fiscale, Malpensa, autostrade, infrastrutture, ecc.) ha posto le basi in Lombardia per un disallineamento delle delle alleanze rispetto a quelle stabilite a livello nazionale. E il problema qui è duplice.

    Da una parte un Pd lombardo, del tutto schiacciato sulle posizioni romane e sulle direttive che vengono calate dal centro (candidature, programmi, ordini di scuderia per votazioni apertamente dannose per il Nord come nel caso dei debiti sanitari del Lazio o, appunto, dei porti liguri) sottrae a questa potenziale operazione molta della dignità politica che potrebbe vantare. Dall’altro lato, gli stessi fenomeni suggeriscono come siano gli interessi a medio termine – facilmente riconducibili a precise cordate di piccolo cabotaggio della politica dei Democratici al Nord – la base reale, e purtroppo esclusiva, che da senso e giustifica l’intera operazione. Niente questione settentrionale, niente interessi legittimi e collettivi (e su cosa mai si dovrebbe basare la politica?), ma interessi privati, cordate, amici. In fondo, non resta altro che questo, quando in politica si nega preventivamente l’esistenza di qualsiasi conflitto.

    E ogni volta che si evoca anche solo virtualmente una divergenza di interessi, la sinistra italiana (Pd o non Pd) tende a negarla o a coprirla sotto il manto di principi e ideologie che, alla prova dei fatti della società contemporanea, non reggono. La questione settentrionale è un conflitto di distribuzione di risorse scarse, molto più scarse di 20 anni fa. Non si riesce a capire perché non sia più possibile sostenere, a sinistra, che esiste qualcuno che ha torto e qualcun altro che ha ragione. Senza questa presa di coscienza, non restano altro che gli amici da piazzare e le risorse da spartire. Pochino, anche per il rachitismo congenito del neonato partito Democratico.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da novis Visualizza Messaggio
    http://gabriocasati.org/?p=141

    da Il Riformista 13-11-2007)

    La consueta gazzarra che accompagna la definizione del testo della finanziaria – l’atto legislativo di più forte significato politico – si arricchisce quest’anno di un elemento evidente: il federalismo. Che in Parlamento, in tutte le sue possibili declinazioni, incontra ostacoli quasi insormontabili quando insiste sul principio di una distribiuzione delle risorse non mediata dal centro romano.
    Emblematica, in questo senso, la vicenda della destinazione dell’extra gettito prodotto dalle attività portuali da destinare direttamente ai porti in cui viene generato. Misura assurta all’attenzione nazionale perché fatta propria dal rinnovato attivismo politico e programmatico della città di Genova, ed elaborata per finanziare lo sviluppo del porto e il collegamento ad alta velocità con il bacino della pianura padana. Niente di rivoluzionario né, tanto meno, di secessionista. Solo un tentatitvo di attuare una forma di autonomia finanziaria per le autorità portuali. Misura peraltro molto diffusa in tutta Europa e la cui adozione in Italia consenitrebbe ai nostri porti di recuperae un po’ del terreno perso verso i loro principali competitori europei. Due dati: a) tra 2005 e 2006 il porto di Genova ha perso il suo storico primato nel Mediterraneo a favore di Barcellona e Valencia; b) a fronte di 0,64 euro di “diritti portuali” per tonnellata movimentata a Rotterdam, 0,78 a Valencia, 0,89 a Marsiglia e 1,05 di Barcellona, ai porti liguri ne restano solamente 0,18 (Certet Bocconi).

    Ebbene, dopo un iniziale entusiasmo per una misura che prevedeva di trattenere l’80% dell’IVA derivante da aumenti dell’attività, la norma è stata puntualmente neutralizzata e Roma ha dichiarato, con la solita stizza papalina, la sua indisponibilità a rinunciare al ruolo di iniquo redistributore di risorse accentrate. I parlamentari d’ogni schieramento eletti al Nord, a quanto pare, hanno di meglio cui pensare.

    L’intera vicenda, grave per tutto il Nord, offre lo spunto per due riflessioni. La prima riguarda la rappresentanza fornita dal sistema partitico nazionale agli specifici interessi del Nord, in primo luogo al federalismo. Un federalismo che trasferisca ai territori, unitamente alla gestione di una quota molto significativa delle risorse prodotte in loco, anche la responsabilità fiscale e di bilancio esclusive che derivano proprio dalla gestione di quelle risorse.

    A parte la Lega, che sembra però molto più impegnata nella difesa di presunte tradizioni indigene e in lotte demagogiche contro l’immigrazione (scavalcata a quanto sembra proprio dal Pd), il quadro è realmente sconfortante: la questione settentrionale non trova alcuna seria accoglienza in nessuno partito nazionale. Per essere chiari, questione settentrionale significa iniquità dei meccanismi di redistribuzione a livello nazionale delle risorse che i singoli territori producono. Significa quel forte disequilibrio territoriale tra raccolta del gettito e distribuzione delle risorse pubbliche operata dallo Stato. Uno squilibrio sintetizzato con buona approssimazione dall’indicatore del residuo fiscale che vede sostanzialmente solo tre regioni (Lombardia e, a distanza, Veneto ed Emilia Romagna) versare alle casse dello Stato molto più di quanto ricevono (cfr. elaborazioni Unioncamere Veneto su dati del Dipartimento per lo Sviluppo Economico). È qui, proprio in relazione alla geografia fiscale del Paese, che entrano in tensione i principi di solidarietà e di coesione nazionale.

    Chi sarà in grado di affrontare un problema ormai insostenibile per il Nord, indiscussa locomotiva dell’intero paese? Chi sara’ dunque in grado di salvare l’unità nazionale? Il sistema di potere romano è troppo ramificato ed efficiente, e il Nord troppo arretrato politicamente per porre la soluzione nelle mani di una normale dialettica tra correnti e indirizzi all’interno di partiti nazionali. Da qui la necessità irrinunciabile, per le sorti future dell’intero paese, della nascita di un partito realmente nordista. Un partito progressista del Nord, autonomo e capace di dialogare in maniera non subalterna con la parte migliore del Pd nazionale, stabilendo con esso durature e chiare alleanze politiche nazionali e locali.

    E proprio da qui nasce la seconda riflessione, riguardante la specifica evoluzione della politica lombarda. È sempre più evidente come la Grosse Koalition lombarda sia, giorno dopo giorno, sempre meno una curiosità politologica e sempre più un concreto sbocco politico. Un anno di convergenze (su autonomia, federalismo fiscale, Malpensa, autostrade, infrastrutture, ecc.) ha posto le basi in Lombardia per un disallineamento delle delle alleanze rispetto a quelle stabilite a livello nazionale. E il problema qui è duplice.

    Da una parte un Pd lombardo, del tutto schiacciato sulle posizioni romane e sulle direttive che vengono calate dal centro (candidature, programmi, ordini di scuderia per votazioni apertamente dannose per il Nord come nel caso dei debiti sanitari del Lazio o, appunto, dei porti liguri) sottrae a questa potenziale operazione molta della dignità politica che potrebbe vantare. Dall’altro lato, gli stessi fenomeni suggeriscono come siano gli interessi a medio termine – facilmente riconducibili a precise cordate di piccolo cabotaggio della politica dei Democratici al Nord – la base reale, e purtroppo esclusiva, che da senso e giustifica l’intera operazione. Niente questione settentrionale, niente interessi legittimi e collettivi (e su cosa mai si dovrebbe basare la politica?), ma interessi privati, cordate, amici. In fondo, non resta altro che questo, quando in politica si nega preventivamente l’esistenza di qualsiasi conflitto.

    E ogni volta che si evoca anche solo virtualmente una divergenza di interessi, la sinistra italiana (Pd o non Pd) tende a negarla o a coprirla sotto il manto di principi e ideologie che, alla prova dei fatti della società contemporanea, non reggono. La questione settentrionale è un conflitto di distribuzione di risorse scarse, molto più scarse di 20 anni fa. Non si riesce a capire perché non sia più possibile sostenere, a sinistra, che esiste qualcuno che ha torto e qualcun altro che ha ragione. Senza questa presa di coscienza, non restano altro che gli amici da piazzare e le risorse da spartire. Pochino, anche per il rachitismo congenito del neonato partito Democratico.
    Cavolo leggere articoli del genere sul Riformista... li avevo sotto valutati; ottima analisi.

 

 

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